I “problemi economici del socialismo in Russia” dopo la morte di Stalin (seconda parte)

Seguito dal precedente numero di Prometeo, analizzando i risultati economico-sociali che nel secondo dopoguerra (fino all’implosione in Russia del “socialismo in un solo paese” alla fine degli anni Ottanta) furono presentati teoricamente come un “arricchimento creativo del marxismo-leninismo” condotto con metodo… scientifico.

Finita la seconda guerra mondiale, la produzione industriale russa si presentava in condizioni peggiori di quelle a fine anni Trenta. Il nuovo piano quinquennale (da metà marzo 1946) si accompagnò ad una riforma monetaria per frenare spinte inflazionistiche e spingere i consumi stagnanti. Fu iniziata anche una graduale applicazione di prezzi unici sia per i prodotti razionati sia per quelli a libero mercato. I primi vennero aumentati (+ 166%) e i secondi diminuiti (- 71%). I salari subirono un aumento (100 rubli per i salari fino a 500 rubli mensili, 90 rubli per quelli fra 500 e 700, 80 fra 700 e 900, 60 per i pensionati e veterani): un aumento medio di circa il 25% (50% solo per le categorie infime) insufficiente a coprire l'effettivo aumento dei prezzi di razionamento, gli unici accessibili alla maggioranza dei lavoratori. Quanto ai prezzi “commerciali” ridotti, un vantaggio potevano averlo solo le categorie sociali superiori, le sole che a quei consumi potevano accedere. Un esempio: il prezzo commerciale di 3 kg. di burro era pari a un mese di salario medio; lo scarto, con i prezzi razionati era di 8,6 volte (prima del decreto: 14,8) e per il pane bianco era di 7,5 volte; una camicia da uomo costava al mercato libero 5.050 rubli, a prezzo di calmiere 1.000; un paio di scarpe rispettivamente 1.700 e 270 rubli, e così via.

A conti fatti, dunque, il potere di acquisto del salario medio tendeva piuttosto a ridursi, e non favoriva il richiamo verso l'industria e le città di una mano d'opera che, durante la guerra, aveva preferito vivere in campagna e dedicarsi al commercio libero. Era ora necessaria per la realizzazione del piano quinquennale 1946-50: circa due milioni e mezzo di persone riaffluiranno dal commercio libero all'industria e dalla campagna alla città. Nel dicembre 1947 un’altra riforma monetaria delineava i criteri che dovevano presiedere alla nuova disciplina dei prezzi e dei salari: si riduceva il valore del vecchio rublo nella misura di 10:1 e, per tassi differenziati, anche il valore dei depositi bancari. Venivano decurtati i mezzi monetari esuberanti in rapporto alla massa dei beni disponibili, o, in altri termini, si bloccava il processo inflazionistico derivante dall'accumulo di moneta circolante nelle mani soprattutto dei contadini.

Complessivamente però il tenore di vita degli operai rimase immutato, anzi peggiorò con una riduzioni del livello dei salari causato da un innalzamento delle “norme di produzione”; dalla abolizione dei premi ai “decorati”; da una riduzione degli assegni alle madri con più figli; dalla svalutazione dei titoli di debito pubblico obbligatoriamente sottoscritti dagli operai. Solo le categorie sociali superiori migliorarono il loro tenore di vita.

Va ricordato che nel 1948 un operaio americano riusciva a comprarsi un paio di scarpe con 9 ore di lavoro, mentre per un operaio russo occorrevano 108 ore (U.S. News and World Repor, 25 giugno 1948): in entrambi i paesi dominavano criteri mercantili con diversi rapporti di forza fra due economie, comunque capitaliste. E sempre in Russia erano fortissime le differenze salariali; salari da una media mensile di 800 rubli arrivavano, per le categorie privilegiate, ad un minimo di 2-3 mila rubli e ad un massimo di 10-14 mila rubli.

Dopo Stalin arrivano i “riformisti”…

Nonostante Stalin avesse già devastato la critica dell’economia politica da Marx sviluppata nel Capitale, fu superato dalle successive conclusioni – un balzo ideologico spacciato per nuovi progressi della “scienza economica” – alle quali giunsero i “riformatori” alla Liberman, Nencimov. Trapeznikov, Strumilin e altri, nei dibattiti diffusisi nel 1963/65.

Col trascorrere degli anni, erano maturate condizioni tali da non potersi più mistificare la operante presenza in Russia di tutte quelle categorie mercantili – in nome della…“metodologia marxista” – mistificate come un fenomeno avente la sua “base naturale” negli stessi “rapporti socialisti di produzione”! La realtà, con una ben altra evidenza, veniva presentata e vantata come un giusto “passo in avanti” verso la “perfezione” della società socialista. Era solo il ricorso ad un “sano pragmatismo”, tant’è che il Programma del Partito comunista russo affermava solennemente nel 1961:

Nella costruzione del comunismo è necessario utilizzare a pieno i rapporti mercantili-monetari in corrispondenza con il nuovo contenuto ad essi assegnato proprio nel periodo del socialismo. Un grande ruolo gioca l’applicazione in questo campo di quegli strumenti dello sviluppo economico, come il calcolo economico, la moneta, il prezzo, il costo, il profitto, il commercio, il credito, il sistema finanziario.

Stupefacente!

Efficienza e redditività aziendale

Il funzionamento degli apparati produttivi-amministrativi mostrava da anni aspetti negativi che ostacolavano le mire delle singole imprese, quelle più “produttive”, frenate nel loro ulteriore sviluppo dalla redistribuzione centralizzata dei profitti praticata dallo Stato. Il Plenum del Pcus, settembre 1965, lanciò una Riforma Economica, nel tentativo di conseguire una “regolarizzazione” dell’economia; fra gli “strumenti” (consoni alla… “costruzione del socialismo”!) figuravano anche le incentivazioni salariali in funzione di “forza propulsiva ai fini dello sviluppo” Aumenti condizionati da altri aumenti, quelli dei profitti aziendali. Veniva poi introdotto un “interesse” che le aziende dovevano pagare allo Stato in base al valore del capitale fisso e circolante che ricevevano. Le funzioni… “socialiste” esercitate dal capitale dovevano essere adeguatamente retribuite!

Gli imperativi erano quelli della realizzazione di una massima funzionalità del sistema economico in termini aziendali di “razionalità, efficienza e redditività”, validi non più solo per il sistema in generale ma considerando anche i risultati economici delle singole imprese. Per questo obiettivo, l’importanza del profitto diventava essenziale e andava misurato attraverso gli strumenti – ora ufficialmente utilizzati al… meglio – del calcolo monetario. Ed alle leggi di mercato tutti si dovevano inchinare. Intanto, nel 1967, anche i prezzi all’ingrosso subirono un aumento medio dell’8%, mentre la redditività media dei settori industriali era fissata al 15% (13,5% per l’industria dei mezzi di produzione e 20% per quella dei beni di consumo). Non aumentando i prezzi al dettaglio, le aziende ricevevano in compenso parte dei profitti che lo Stato aveva fino ad allora incassato e gestito. Anche gli obiettivi dei Piani statali subirono modificazioni: l’indice della produzione realmente venduta sostituì l’indice della produzione globale, costringendo le singole imprese a produrre merci di migliore qualità, stimolando così la concorrenza fra le imprese anche nel settore distributivo.

Si rincorreva un più “equilibrato” utilizzo delle risorse collegato all’efficienza delle singole attività aziendali, affermando la categoria del profitto quale incentivo prioritario nel seguire gli obiettivi fissati dal piano nazionale che, a sua volta, si basava sui saggi di incremento del “reddito nazionale” e del profitto come massa mediamente conseguibile a livello generale. Dunque, il mercato (con tutti quelli che si definivano i suoi “attributi”) e quindi l’efficienza e la redditività aziendale erano strumenti esaltati per portare in poco tempo la Russia addirittura dal “socialismo” al “comunismo”...

Naturalmente le spinte, pure ideologicamente propulsive, esibivano una gonfiata espansione delle forze produttive nazionali, con gli sbandierati successi della forzata industrializzazione e del progresso tecnico-scientifico: tutto ciò, anziché costituire una base (per il socialismo) non più arretrata come negli anni successivi al glorioso Ottobre, portava – secondo Mosca – alla definitiva imposizione, e non alla eliminazione, del ruolo che le categorie fondamentali del sistema capitalistico si riteneva dovessero esercitare anche nel socialismo. Categorie tutte considerate quali “leve economiche” in grado di sviluppare i rapporti monetari-mercantili del… “socialismo”, ricorrendo ad una applicazione del calcolo economico, della politica dei prezzi, degli incentivi, eccetera.

Il bilancio delle imprese doveva quindi essere attivo: era la diretta e inevitabile conseguenza di una pianificazione e di una “contabilità” statale dove il lavoro morto continuava a dominare il lavoro vivo, perseguendo una produzione sotto forma di merci da valorizzare al fine – con la vendita sul mercato – di appropriarsi (da parte del privato capitalista o dello Stato, nulla cambia) del plusvalore che nei processi produttivi veniva estorto attraverso l’uso-sfruttamento della forza-lavoro retribuita con un salario.

E sempre negli anni Sessanta, uno degli economisti russi, Nemcinov, ammetterà a sua volta e quasi vantandola la presenza attiva in Russia di tutte le categorie economiche dominanti nel capitalismo ed evidenziate da Marx come le fondamenta portanti di quel sistema. Si sosteneva però, da Nemcinov e da tutti gli altri, che le categorie economiche presenti nel “paese del socialismo” somigliavano solo in parte a quelle proprie del capitalismo: al di là di una apparenza certamente non più negabile, esse avrebbero avuto un diverso “contenuto”… Un contenuto, manco a dirlo, “socialista”.

Sta di fatto che il calcolo monetario si imponeva come indispensabile per fissare i prezzi di tutti i prodotti, venduti sul mercato e scambiabili solo con denaro: materie prime e mezzi di produzione tra le diverse aziende, prodotti tra consumatori, tra forza-lavoro e aziende (salario). E le aziende rivendicando singolarmente una propria autonomia (disponibilità di denaro, rapporti bancari, ecc.)

Nel raffronto con i prezzi di costo delle merci, si concretizzava la possibilità – l’esigenza – di misurare quella che era l’appropriazione di plus-lavoro (quindi plusvalore) che finiva principalmente all’accumulazione di capitale da parte dello Stato.

La sopravvivenza della forma valore era condizione indispensabile: in una Russia dove si producevano merci destinate allo scambio (è questa la “ricchezza” nel capitalismo) e non beni utili per i bisogni di tutti i membri della società. Soltanto con il comunismo si renderà possibile l’abolizione del lavoro salariato, come diretta conseguenza di un processo reale, oggettivo, legato allo sviluppo progressivo delle forze di produzione – liberate dalla sottomissione al capitale, con tutto ciò che ne consegue, non da ultimo per il rapporto con l'ambiente – che permetteranno una riduzione costante dei tempi di lavoro. Sarà la fine di ogni produzione di merci, valore di scambio, denaro, vendita della forza-lavoro al capitale per un salario di sopravvivenza. Engels lo sintetizzava nel suo “Anti Duhring”: «La produzione immediatamente sociale, così come la distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merce… e conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori. (…) La società non assegnerà valori ai prodotti… Certo anche allora dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione… Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso… senza l’intervento del famoso ‘valore’».

La questione dei prezzi

Quella dei prezzi delle merci era in Russia una questione principale. Discussioni e dibattiti sulla formazione dei prezzi si trascinavano da anni; diventeranno di dominio pubblico quando la legge del valore fu riconosciuta come valida in ogni settore della produzione, sia per le merci sia per tutti i mezzi di produzione. Nella formazione dei prezzi si doveva quindi tener conto del valore di ciascun prodotto, cioè costi di produzione (C + V) e prezzi di produzione (costo + profitto medio). E non si poteva ignorare, specie riguardo al commercio con l’estero, la competitività con i prezzi del mercato internazionale.

L’economista Liberman, per “necessità”… economiche, proporrà anche una riduzione della parte fissa dei salari e l’introduzione di incentivi materiali basati sui profitti aziendali, segnando il passaggio da una economia estensiva ad una intensiva, con una produzione più adeguata alle richieste dei consumatori (soprattutto dei ceti sociali “più solvibili”); la “domanda” andava sollecitata con gli stessi modelli consumistici del capitalismo occidentale, rivalutando i meccanismi dei prezzi “elastici”, secondo i risultati di vendita sul mercato. Infine, Liberman chiederà l’applicazione di un calcolo della redditività aziendale nel rapporto tra i fondi destinati alla produzione (capitale) e il profitto ottenuto dalla vendita delle merci. Era così, in linea col pensiero borghese dominante, che – dando il massimo impulso al progresso tecnologico e alla produttività del lavoro – il “socialismo” russo poteva “competere” col capitalismo occidentale! Obiettivo imprescindibile: aumentare la produzione di merci, sia per il mercato interno che esterno, e quindi di plusvalore.

I consumi necessari, utili, non erano prioritariamente (né potevano esserlo con quei rapporti di produzione in tutto e per tutto capitalistici) quelli che orientavano la produzione, bensì era la “produzione per la produzione” che indirizzava consumi e bisogni sociali al seguito di “scelte” rispondenti al mantenimento e rafforzamento di rapporti ora mistificati come “socialisti”. Non si dimentichi che il primato della produzione (Marx, Introduzione del 1857 a Per la critica della economia politica – paragrafi 1 e 3) si fonda proprio sulla teoria del valore-lavoro e si rivolge ad acquirenti solvibili…

Diventa un assillo per ogni società borghese la “realizzazione” del prodotto, cioè la sua vendita (in forma di merce) sul mercato. E in Russia diventava impellente la necessità di quell’“automatismo di mercato” che assicurerebbe, mediamente, una rispondenza equilibrata della produzione alla domanda. A livelli, si diceva e si sperava, sia quantitativi sia qualitativi, anche quando la decantata risposta ai bisogni sociali con “valori d’uso” (scambiabili) richiedeva un “costo” insopportabile per la “redditività” delle aziende, oltre a non essere sempre accessibile per il “potere d’acquisto”, espresso in forma monetaria, dei salari corrisposti agli operai. I quali possono “consumare” soltanto attraverso lo scambio mercantile, mettendo cioè sui banchi del mercato il salario che lo Stato, in Russia, decideva a loro spettasse. Con in più l’esigenza di una “ottimale utilizzazione delle risorse” e la compatibilità con esse, in una economia nella quale andavano rispettati i “rapporti mercantili” e le “ragioni di scambio” dei prodotti al loro valore e con le opportune “modificazioni di valori regolate da leggi generali”. Cioè dalla legge del profitto.

In proposito (l’economista Dunaeva con altri suoi colleghi), si sosteneva apertamente il “primato della produzione sui bisogni”, ovvero della “struttura e configurazione del processo produttivo in atto,” il quale condizionava il sistema dei bisogni e le corrispondenti scelte del piano. (Voprosy ekonomiki – 1967, n. 8)

Sempre riguardo alla formazione dei prezzi, le discussioni si basavano sul fatto che i mezzi di produzione, pur se presentati ufficialmente senza alcun valore e quindi non figurando pubblicamente come capitale, “entravano” nel calcolo del prezzo dei prodotti-merci. “Dovevano” farlo, al pari di ogni “economia capitalistica”, in quanto valore contabile dei mezzi di produzione consumati; come capitale consumato, capitale costante.

Quanto poi all’affermazione che nel prezzo delle merci (forma obbligata dei prodotti agricoli e industriali) non fosse presente alcun saggio di sfruttamento, essa si fondava – di nuovo – sulla fantasia ideologica costruita attorno a mezzi di produzione in mano prevalentemente allo Stato e non a privati capitalistici. Quindi, da ritenersi “proprietà di tutto il popolo”! Ergo la riduzione dei costi attraverso maggiore produttività generava plus-lavoro ma non plus-valore... Affermazioni, queste sì, da ricovero psichiatrico!

Ma non basta: scontata l’esistenza della forma monetaria dello scambio, con i prezzi fissati dall’alto, nessuna azienda risultava in concorrenza con altre, cioè non poteva praticare prezzi più bassi in seguito ad una riduzione dei suoi costi. Poteva avere un plus-prodotto, questo era vero, ma non si trattava – ufficialmente – di una appropriazione di lavoro non pagato, con nessuna formazione del plus-valore relativo capitalistico…

In conclusione: nei prezzi vi sarebbe stato solo un “profitto minimo” fissato dal piano in aggiunta ai costi di produzione. Il tutto, con imposte e quote di ammortamento del “capitale fisso”, si incanalava nel bilancio statale e poi, in parte, ritornava alle imprese. Il piano fissava investimenti e tassi di crescita con l’obiettivo di una accumulazione di capitale poiché il piano stesso era controllato “finanziariamente” dai risultati delle vendite di merci sul mercato con i prezzi monetari stabiliti. (1)

Duplice sarà la funzione dei prezzi: alla produzione, per la gestione finanziaria del piano; al minuto, per “regolare” la domanda dei consumatori, grazie anche al supplemento di imposte indirette. Si continuava ad affermare che i mezzi di produzione impiegati non avevano alcun valore; si calcolava un loro consumo, e questo bastava – agli “economisti” russi – per sostenere l’impossibilità di esistenza di un profitto medio e del formarsi di un saggio uniforme del profitto come reddito di classe. Dunque, nessun sfruttamento di una classe su altre; quanto al ceto della cosiddetta “nomenklatura” essa andava definita solo come una “frazione dirigente dell’intellettualità di massa socialista” alla quale tutti potevano accedere per meriti personali, godendo di privilegi e vantaggi dovuti al loro specifico rendimento “sociale”…

Anche se Stalin e soci spacciavano quella dei prezzi esclusivamente come una funzione accessoria, utilizzabile solo in sede di contabilità e verifica, era più che evidente l’obbligo di mantenere tutte le relazioni mercantili esterne nei medesimi termini del capitalismo internazionale, cioè quelli della legge del valore. Era necessario – imperativo categorico – il ricorso a un confronto diretto delle merci che si presentavano sul mercato mondiale, rendendo un effetto di pressione anche sul mercato interno russo (medesimi elementi di contabilità economica e rincorsa ai progressi tecnologici e alla produttività che il capitalismo mondiale imponeva.

La categoria del profitto

Ben presente ed importante era la “categoria del profitto”, la quale – lo si spiegava a tutti i livelli – andava mantenuta quale “incentivo” per i fini del “piano economico-sociale” e per “controllare che l’impresa operi economicamente”. (O. Lange, Economia politica, Editori Riuniti 1962, pagg. 173/74)

Il leit-motiv era: non essendoci proprietari dei mezzi di produzione, se non il “popolo”, nessuno poteva capitalizzare quote di plus-lavoro, il quale si traduceva esclusivamente in incrementi di produttività. Ma postasi come principio la redditività del capitale e il suo accrescimento, si rincorreva un “adeguato” aumento del saggio di plusvalore, cercando di mettere in atto tutte quelle “controtendenze” che – fino ad un certo punto – potevano ostacolare una tendenziale caduta del saggio di profitto, indubbiamente in atto anche in Russia. Qui va ricordato come il prodotto tra saggio di plusvalore e massa di forza-lavoro, ossia il totale del plusvalore, la sua massa, pur crescendo non garantiva una adeguata e costante crescita del capitale. Ed ecco la conseguente e tendenziale caduta del saggio medio di profitto, la quale si manifesta al di là di un aumento della massa del prodotto, del capitale, del plusvalore stesso. Questo perché il numero dei lavoratori produttivi (dalla cui forza-lavoro si estorce plusvalore) diminuisce rispetto alla massa di capitale investito. Come notava Marx, la quantità di plusvalore che si può strappare da 10 operai, per quanto i processi produttivi siano fortemente avanzati tanto tecnologicamente quanto organizzativamente (proprio per risparmiare forza-lavoro!), non sarà mai quella estorta a 100 operai.

La diminuzione del saggio di profitto si manifesta proprio quando il saggio di plusvalore aumenta, sì, ma comportando una superiore composizione organica del capitale e un minor numero di manodopera, tale da ridurre la valorizzazione del capitale. E gli aumenti di capitale fisso, maggiori rispetto al capitale variabile (e al denaro circolante), impedivano anche in Russia una crescita del plusvalore necessario per altri investimenti: questo perché l’aumento del plusvalore – chiaramente Marx lo spiega nel Capitale e nei Grundrisse – avviene in proporzione sempre più piccola rispetto allo sviluppo della forza produttiva. Inoltre, con l’aumento della produttività del lavoro (maggiore quantità di plusvalore relativo)

cresce la massa della parte circolante del capitale costante (materie prime) e il macchinario, anch’esso parte del capitale costante, messo in opera dallo stesso numero di operai (ed oggi da un sempre minor numero di operai – n.d.r.). L’incremento del plusvalore è pertanto accompagnato da un incremento del capitale costante, l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro da un rincaro delle condizioni di produzione, per mezzo dei quali il lavoro viene sfruttato, vale a dire da un aumento delle anticipazioni di capitale. Ne risulta che il saggio del profitto, se per una parte si eleva, dall’altra per tal fatto si riduce.

Marx, Il Capitale, Libro III°, Editori Riuniti 1980, pag. 110

Intanto (seconda metà anni Cinquanta), in Russia cominciava a ridursi quell’esodo dalle campagne che aveva favorito un’abbondanza di manodopera da sfruttare nei settori industriali; l’occupazione si incrementava inoltre più nei settori dei servizi che non in quelli produttivi di merci. Invano si cercò di favorire l’accumulazione monetaria dello Stato, affinché l’intero movimento riguardante la circolazione dei salari e delle merci non si arrestasse. Ma le differenze tra il settore statale e quello privato dei Colcos (nonostante la centralizzazione dei profitti sembrasse in un primo momento agire positivamente) finirono col creare squilibri e freni sia nell’accumulazione di capitali sia nella distribuzione del plusvalore, anche per i differenti ritmi di sviluppo dei due settori. La redditività del capitale statale tendeva ad una costante riduzione, nonostante gli aumenti del saggio di plusvalore; mentre nel periodo dal 1953 al 1960 la parte del reddito nazionale destinata agli investimenti salirà dal 22,8% al 29%, la redditività delle imprese industriali nel quinquennio 1961/’65 si ridurrà del 24%. (60 anni di statistiche dell’Urss, Edizioni Italia-Russia, Roma 1974)

Poiché il reddito nazionale (il saggio di crescita perdeva punti: dal 10,9% nel quinquennio 1954/58, al 6,8% del quinquennio 1959/63) era uguale alla somma di capitale variabile e massa di plusvalore, il rapporto massa di plusvalore/capitale variabile aumentava, essendo contemporaneamente il salario reale medio dell’operaio russo cresciuto annualmente del 3% rispetto ad una produttività del lavoro aumentata del 6,8%.

Pur ammettendo la necessità dello scambio monetario, l’ideologia stalinista dava sempre per scontata l’inesistenza di qualsiasi forma di sfruttamento tra i lavoratori: la forza lavoro non sarebbe più una merce poiché era lo Stato a distribuire la manodopera nei diversi settori e aziende. Inoltre si vantava il “pieno impiego” e l’inesistente disoccupazione, per lo più con dati incontrollabili. Riguardo alla “forma salariale” della riproduzione della forza-lavoro, essa figurava controbilanciata da servizi collettivi gratuiti, destinati – si diceva – ad aumentare man mano che lo sviluppo della produttività avrebbe consentito l’ampliamento di pubblici valori d’uso.

Nuovi “ceti sociali”

Negli anni Sessanta il fenomeno di una stratificazione di ceti sociali cresceva in Russia e cominciò a interessare e preoccupare politici ed economisti che vedevano infrangersi quella “omogeneità sociale” che propagandisticamente costituiva una delle realizzate conquiste socialiste. Si cominciò a parlare, sulle riviste specializzate, di una realtà sociale composta da diverse aggregazioni nelle quali si evidenziavano differenze riguardanti i redditi e i tenori di vita, i livelli di istruzione e di avanzamento sociale. Non si valutava certo la ripartizione effettiva dei poteri decisionali, ma non si potevano ignorare o negare le forti disuguaglianze economiche e sociali più che evidenti.

Nessun riferimento, ovviamente, a possibili contrapposizioni di interessi e divisione di classi (la classe operaia figurava sola al vertice della struttura sociale, con un ruolo guida affidatole dalla storia!), bensì di gruppi e strati. Un importante “strato” era quello della cosiddetta intellighenzia, nel quale figuravano l’élite intellettuale e la dirigenza politico-amministrativa del paese. Seguivano altri gruppi, con posizioni e gerarchie diverse: dirigenti dell’economia, addetti alla distribuzione e allo scambio della produzione nazionale, piccoli imprenditori (immancabilmente definiti “socialisti”…), contabili, affaristi vari, eccetera. Tutti con un corrispondente status sociale.

Il sociologo russo A. Jakovlev (in Kommunist, n. 8/1987) si chiedeva, invano!, da dove provenissero “i fenomeni di stagnazione, le persone malate di consumismo, spiritualmente vuote, da dove vengono il carrierismo, il burocratismo, l’indifferenza?”. Le diversità sociali aumentavano anziché diminuire; le strutture politiche scricchiolavano; gli schemi di gestione della proprietà statale venivano meno. L’armonia tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive si rivelava – nel “socialismo reale” propugnato da Mosca – un palese inganno sorretto da modelli speculativi che si stavano sgretolando, rivelando rapporti e meccanismi di sfruttamento imposti a milioni di proletari da un capitale, statale e privato, maneggiato da quelli che ci si ostinava a definire “strati” composti da milionari, trafficanti e affaristi, funzionari e amministratori corrotti. Tutti però, secondo gli effetti di una “armonia sociale” basata su “metodi della riconciliazione di interessi”, riconducibili con opportune misure “riformiste” all’interno dei modelli dell’ideale “cittadino sovietico”…

E mentre si diffondeva una pesante gerarchia di funzioni e competenze (con una ricaduta sociale di vantaggi compiutamente borghesi e scimmiottanti quelli della “odiata” società d’Occidente), si affacciava sul mercato la necessità di soddisfare i consumi individuali, supportati da quei privilegi e dalle differenze di salari e stipendi che si ampliavano nel paese (“consumi crescenti e multiformi” con richieste diversificate a seconda delle disponibilità monetarie dei “cittadini”). Sempre seguendo il principio – capitalistico! – che la “realizzazione del prodotto” si completa mediante il mercato, il quale veniva anche in Russia presentato come un elemento costitutivo del piano statale. Non solo, ma era unicamente il mercato che valutava le “erogazioni dei lavori socialmente necessari”; era attraverso di esso che si poteva stabilire una mediazione tra condizioni di produzione e di consumo.

Erano queste le spiegazioni ufficiali che venivano diffuse – attraverso gli “studi” dei vari esperti in materia: Strumlin, Kosiacenko, Kantorovic, Sitnin, Pcelincev e decine di altri scienziati pianificatori del “socialismo russo”. Da alcune loro affermazioni abbiamo fin qui abbondantemente attinto, constatando gli sforzi “intellettuali” volti a sostenere la necessità di un processo di realizzazione (del valore di scambio delle merci) che solo con il mercato, con le oscillazioni della domanda e dell’offerta, poteva determinare ed equilibrare la stessa pianificazione.

Ma ammessa la “diversificazione tra i livelli di reddito monetari” e quindi le differenze tra i differenti bilanci familiari (una conquista socialista?), le aziende erano costrette a dipendere dal mercato e a rispondere alle sue richieste, diversificate soprattutto qualitativamente tra “ricchi” e “poveri”. Sempre realizzando merci, valori di scambio, con il fine di un profitto che assumeva una “figura monetaria” esattamente come avveniva nella società capitalistica. Ecco dunque il “profitto socialista”, espressione di rapporti di produzione di natura capitalista! La risposta di Mosca era tassativa: senza un “profitto socialista”, senza prestare attenzione al valore di scambio dei prodotti, contenuto nelle merci e realizzabile nelle vendite sul mercato, non si poteva controllare l’efficienza del piano statale e verificare i “risultati” aziendali (redditività, volume dei profitti) per una “giusta e sana” valorizzazione del capitale “socialista” nel suo processo di riproduzione allargata. Il sistema dei prezzi, “scientificamente fondato”, doveva riflettere i costi reali e misurare, per l’appunto, la redditività delle aziende che rispondevano alle richieste e condizioni del mercato. Aziende che dovevano ottenere un utile non rapportato al loro valore complessivo “patrimoniale” (in Russia la proprietà era ufficialmente statale) bensì ai risultati del grado di sfruttamento al quale veniva sottoposta la forza-lavoro impiegata nei processi di produzione.

I rapporti monetari-mercantili, cioè i “rapporti di mercato”, e le divisioni del lavoro nelle diverse mansioni (oltre quella principale tra lavoro manuale e intellettuale), si approfondivano man mano che la struttura socio-economica – con le sue interne stratificazioni e interconnessioni – diventava più complessa. Era evidente che quanto più si sviluppava il processo di divisione sociale (settoriale e anche territoriale) del lavoro, tanto più acquistava importanza decisiva la produzione di merci destinate al consumo delle varie componenti (classi e ceti) della società, sempre sulla base non dei bisogni ma dei “redditi”. Quello sviluppo dei consumi, suddivisi secondo le categorie di acquirenti e consumatori oltre al profitto aziendale, era imposto come “evoluzione del socialismo verso il comunismo”.

Ma come sarà per noi il socialismo?

Nel vero socialismo,

in una società ove fosse cessato l’antagonismo delle classi, ove non esistessero più classi, l’uso delle cose non sarebbe più determinato dal minimo del tempo di produzione; ma il tempo di produzione che verrebbe dedicato ai diversi oggetti sarebbe determinato dal loro grado di utilità sociale.

Marx, Miseria della filosofia – Rinascita 1949, pag. 52

Semplice e lapidario. La produzione e la ripartizione della forza-lavoro disponibile non dovranno più rispondere al mercato, dove imperano la legge del valore e dei costi di produzione. I produttori non scambieranno i loro prodotti con l’intermediazione del denaro (neppure si può ipotizzare una specie di baratto fra prodotti di eguale lavoro); il lavoro trasformato in prodotti utili non apparirà più come il valore di quegli stessi prodotti, come una loro proprietà oggettiva.

Al contrario, per gli stalinisti, l’utilità sociale dei vari oggetti era misurata dai prezzi i quali per ogni prodotto dovevano essere “obbiettivamente valutati” sulla base del “lavoro astratto” in esso contenuto e calcolando tutti gli altri costi, profitto compreso. (Così si argomentava in Russia sulla rivista Voprosy filosofi, n. 6 – 1967). Peccato che la riduzione o trasformazione del lavoro concreto in lavoro “astratto socialmente necessario” sia proprio il fondamento del valore di scambio sulla base della legge del valore. Ed era soltanto una quota del lavoro astratto socialmente necessario quella destinata a “soddisfare” i bisogni sociali di un proletariato costretto a soggiacere ai cosiddetti automatismi del mercato, dove la possibilità di ottenere i beni per soddisfare i suoi bisogni anche più elementari dipendeva dalla “quantità” di salario che riceveva in cambio delle prestazioni della sua forza-lavoro. La sopravvivenza del denaro, nel “socialismo” russo, sarà giustificata così: “Il denaro sovietico è il reale equivalente-denaro che possiede un valore intrinseco”… (Kronrod, Denaro e funzione del denaro nella economia socialista – 1954).

I prezzi delle merci, dunque, ufficialmente “fondati sul valore”; prezzi fissati a seconda del costo di produzione di ciascuna merce, con l’aggiunta di una quota di “reddito netto” (plusvalore) che – si affermava – era proporzionale alla somma dei salari (capitale variabile) assegnati alla manodopera.

Nel caso qualcuno avesse avuto l’intenzione di obiettare su tutto ciò, si ricordava che Stalin replicava che era completamente insensato il parlare – nel socialismo realizzato in Russia – di lavoro necessario o di pluslavoro, dal momento che i lavoratori lavoravano per se stessi (anche se i più non se ne rendevano conto!).

Il «valore d’uso sociale» era, fra l’altro, una espressione usata anche da Marx nel Capitale proprio per definire la merce, la quale deve indubbiamente avere «un valore d’uso per altri, valore d’uso sociale». (Marx, Il Capitale, Libro I° – Editori Riuniti 1964, pag. 73). Nel capitalismo costituisce la controparte del valore di scambio di un’altra merce. E’ solo nel vero socialismo, con la effettiva socializzazione dei mezzi di produzione, che il lavoro concretamente diventerà sociale; ogni prodotto ne conterrà una certa quantità di lavoro che verrà espressa in un primo momento attraverso il tempo, le ore di lavoro richieste dai vari prodotti solo per poter organizzare con un piano tutta la produzione. Le categorie mercantili non avranno alcuna necessità e possibilità di esistenza; non esisteranno prodotti privati e quindi non si assegneranno valori specifici ai prodotti, i quali non si scambieranno più fra produttori privati. Non esisteranno merce, mercato, moneta; scomparirà ogni compravendita, compresa quella della forza-lavoro che nel capitalismo è una merce acquistata dal capitale con un salario. E in tal caso, che il capitale sia nelle mani dello Stato o di privati, nulla cambia.

Marx, nella Critica al Programma di Gotha, è chiarissimo: ognuno riceverà dalla società uno scontrino (oggi, un semplice tesserino magnetico) sul quale sarà registrata la quantità di lavoro prestato, possibilmente uguale fin dagli inizi per tutti. Dal prodotto sociale complessivo si dovrà dedurre la copertura per assistere giovani e anziani, ammalati e invalidi; per la reintegrazione dei mezzi di produzione consumati e per estendere la produzione sempre e soltanto secondo i bisogni utili; per un fondo di riserva contro infortuni, calamità e danni naturali, eccetera. Con lo “scontrino" si potranno ritirare i beni necessari. «La stessa quantità di lavoro data alla società in una forma, viene da ciascuno ricevuta in un’altra forma». (Marx)

Nessuna compatibilità può esistere fra socialismo e capitalismo; fra il socialismo e tutte quelle categorie economiche che sono l’espressione dell’asservimento dei produttori, i lavoratori, al capitale. La produzione di beni e oggetti utili e necessari per una vita realmente umana per tutti, sarà organizzata sulla base dei mezzi di produzione a disposizione, nel loro rapporto con le forze-lavoro anch’esse disponibili, poiché tutti dovranno partecipare al lavoro della collettività. Non esisterà più una produzione globale e incorporante tutti gli oggetti che – utili, inutili o addirittura nocivi – hanno però un prioritario loro valore di scambio come accade nel capitalismo. Se ciò fosse, presupporrebbe ancora l’esistenza del valore e della moneta, l’unico mezzo per confrontare e misurare il valore di oggetti diversi fra loro. Nel socialismo si produrrà solamente ciò che sarà utile per migliorare le condizioni di vita dell’umanità intera e soddisfare i suoi bisogni esistenziali. Bisogni non più artificiosamente imposti per una parte della popolazione (le classi abbienti), a scapito – e miseria – della maggior parte (le classi nullatenenti e sfruttate).

Le quantità di ore di lavoro richieste a ciascun membro della società, uomini e donne in grado di lavorare, subiranno via via una diminuzione, persino inizialmente drastica, alleviando uno sforzo per alcuni oggi ai limiti del bestiale per i proletari “occupati”, ricattati dalla presenza di una crescente massa di disoccupati, e sfruttati dal capitale assillato dal suo bisogno di estorcere loro il plusvalore indispensabile per far sopravvivere la società borghese.

L’obiettivo del “socialismo mercantile”: elevare la produttività

L’imperativo di una elevata “redditività” della produzione di merci, sorregge l’esistenza del capitale attraverso un esasperato aumento della produttività del lavoro. Altrimenti scatta un “allarme rosso” sull’aumento dei costi di produzione delle merci (diminuita competitività sul mercato, caduta delle esportazioni). Ma gli aumenti di produttività, per essere vantaggiosi al capitale, si basano su una riduzione della manodopera precedentemente impiegata. Il processo di accumulazione del capitale deve essere intensivo. L’introduzione e l’uso di macchinari, tecnologie e applicazioni scientifiche si allarga ovunque per estorcere la maggiore quantità di plusvalore al minor numero possibile di salariati.

Il processo di lavoro si meccanizza e si automatizza, si specializza e si organizza con una razionalità scientifica. La manodopera, ridotta alla sorveglianza delle macchine, è sottoposta a una disciplina ferrea, da caserma, che fa rispettare ritmi di lavoro tassativamente imposti e rigidamente controllati. Chi resta fuori da queste galere in qualità di “esubero”, sarà costretto ad una esistenza ancor più bestiale che umana: miseria, emarginazione e fame.

Un’articolazione qualitativa della produzione

Tornando al “socialismo” russo, quando le differenziazioni sociali si diffusero in conseguenza delle accentuate divisioni dei lavori e di un rigonfiamento di ceti burocratico-amministrativi e di apparti militari e polizieschi, si pose il problema di una articolazione qualitativa della produzione di particolari beni di consumo. Sviluppare la produzione in senso qualitativo diventerà una questione centrale, dovendosi rivolgere a ceti da determinati bisogni solvibili, con un consumo socialmente limitato ma importante per gli interessi complessivi del sistema. Sempre nel quadro di un rafforzamento dei rapporti mercantili, con uno scambio dei prodotti rigidamente corrispondente al loro valore.

Come scriveva Marx nel Capitale, Libro III°, capitolo 37:

Prodotti venduti al loro valore, in un grado più avanzato ai loro prezzi di produzione, oppure a prezzi che sono delle modificazioni di questi valori o prezzi di produzione, regolate da leggi generali (2).

La somma dei prezzi doveva coincidere con quella dei valori affinché la produzione di particolari articoli coprisse proporzionalmente e a sua volta la domanda di quei particolari articoli. A latere, scarseggiando le merci da comperare, alcune categorie di lavoratori non erano incentivate a lavorare di più e meglio giacché non avevano poi cosa “consumare” con uno stipendio maggiore. Quindi sarebbe stato inutile differenziare i salari senza potere “offrire” beni e merci, anche se non proprio necessari, e prodotti dall'industria leggera.

Piena applicazione della teoria del valore

Man mano che il modo di produzione capitalistico si sviluppava in tutte le sue potenzialità (gestito e “pianificato” dallo Stato e da un partito che rappresentavano la dittatura del capitale e non certo quella del proletariato), inevitabile si faceva un legittimato riconoscimento della teoria del valore e della sua applicazione anche nel “paese del socialismo”, sempre alla ricerca di un “equilibrio economico” fra domanda e offerta. Con prodotti riconosciuti (un vanto dello stalinismo!) come merci, e coi rapporti derivanti nella “società civile” a seguito della pianificazione statale, si rendeva ancor più complessa l’applicazione di un illusorio “automatismo” da parte del mercato. Interminabili le discussioni degli “esperti” attorno alla formazione e applicazione del sistema dei prezzi a partire da quelli di produzione, di costo e all’ingrosso. (Vedi la rivista Voprosy ekonomiki 1967, n. 1, 4, 11).

Quello dei “costi di produzione” era stato il sistema fin lì adottato per la formazione dei prezzi, poi rivisto con l’introduzione dei “prezzi di produzione” comprendenti quote di “reddito netto” proporzionale al “complesso dei fondi produttivi” impegnati nei vari settori, e spesso anche ivi immobilizzati. Un censimento dell’Ufficio Centrale di Statistica dell’Urss (1962) forniva dati dai quali risultava che la metà degli stock di macchine utensili (valore un miliardo di rubli) era inutilizzata nonostante il lavoro “normale” a due turni, mentre attrezzature tecniche (“valore” oltre sei miliardi di rubli, cioè la metà degli investimenti annui!) risultavano “non installate”…

Cade ogni velo: il capitalismo è nudo!

Dando per scontata l’esigenza del profitto come molla per “soddisfare” le richieste del “mercato socialista”, l’economista Nemcinov metteva in luce il legame tra i rapporti monetari-mercantili e il processo di divisione del lavoro, sui quali si reggeva la

complessa struttura socio-economica. Era innegabile la “indispensabile” presenza di merce e denaro con il conseguente approfondirsi delle divisioni del lavoro e delle sperequazioni sociali in un panorama economico dominato dalla legge del valore di scambio il cui contesto è quello del lavoro astratto oggettivato quale equivalenza generale.

In un mondo dominato dal capitalismo e quindi dal mercato e dalle sue leggi, e glorificando “il peso del nostro sistema sovietico sulla bilancia dell’equilibrio internazionale” (Strumlin, Na Planovom fronte 1928-1930 – Mosca 1958) si millantava la necessità di “controllare il mercato al fine di mantenere un equilibrio tra produzione e consumo”, indicando la scelta di una “progettazione di più elevati saggi di accumulazione nel bilancio della produzione e della distribuzione del reddito nazionale”. Inoltre, si sollecitava una “programmazione dei prezzi, del salario, delle imposte e altri prelievi, in modo tale che il potere d’acquisto non superi i limiti della possibile offerta”. Offerta mercantile, s’intende.

In conclusione

Le condizioni economiche erano ormai tali da costringere l’aperto abbandono di quelle “posizioni ideologiche” che si fondavano sulla “sottovalutazione dell’influsso delle leggi economiche oggettive nella pianificazione e nella direzione dell’economia in Russia”. (Direttive del XXII° Congresso del Pcus per il Piano quinquennale 1966-1970). Non era più possibile nascondere l’avanzare delle contraddizioni che caratterizzano e mettono in difficoltà il modo di produzione e distribuzione capitalistico – come molto empiricamente si constata ai giorni nostri – portandolo verso una crisi sempre più grave e profonda. In Russia la strutturazione economica, formalmente (e giuridicamente) a capitalismo di Stato, finì col precipitare in una vera e propria implosione, dovuta in parte alla mancanza di alcune momentanee valvole di sfogo che nell’Occidente ritardano le più evidenti manifestazioni delle medesime contraddizioni. Furono travolte le impalcature ideologiche che lo stalinismo aveva eretto attorno ad un presunto “socialismo”: in un primo momento tutto il “mondo occidentale” gridò al “trionfo” del capitalismo “privato”, ma ben presto i fatti mostreranno l’illusoria sostanza di altrettanto false costruzioni ideologiche. La strada del modo di produzione e distribuzione dominato dalle leggi di movimento del capitale, sia privata sia statale, segue un processo centrifugo di disgregazione che mette a repentaglio la sopravvivenza di centinaia di milioni di individui vittime di una assurda struttura economica e soffocati da pesanti sovrastrutture ideologiche in difesa del presente “stato di cose”.

Davide

(1) Le leggi dell’accumulazione capitalistica, della produzione di plusvalore mediante valori di scambio, erano la base di quella che Stalin mistificava come “accumulazione socialista” e spacciava come “_l’utilizzazione di una parte de_l reddito netto della società, fatta di mezzi di produzione e di beni di consumo”. In una crescente forma-valore, cioè monetaria, nonché con l’aumento del “reddito nazionale”, si misurava questa accumulazione. Il risultato (“socialista”!) era quello di un processo che si fondava sull’investimento di capitale attivo circolante (materie prime innanzitutto) con lo scopo finale di incrementare la disponibilità di merci. Lo scriveva Marx nel Capitale,

la produzione di capitale fisso è immediatamente indirizzata, anche dal lato materiale, non alla produzione di valori d’uso immediati né alla produzione di valori richiesti per la immediata riproduzione del capitale, (…) bensì alla produzione di merci per la creazione del valore. (…) Nella produzione del capitale fisso si ha che il capitale si pone come fine a se stesso, e manifesta una efficacia come capitale, ad una potenza superiore a quella che ha nella produzione di capitale circolante. In questo senso perciò anche la dimensione che il capitale fisso già possiede e che la sua produzione assume nella produzione complessiva, costituisce il parametro dello sviluppo della ricchezza basata sul modo capitalistico di produzione.

Il Capitale, Libro III°, pagg. 407-408

L’aumento del capitale fisso (macchine, impianti, ecc.) aumenta in definitiva il dominio capitalistico, il suo potere sulla società. Proprio quello che accadeva in Russia.

(2) Il prezzo di costo – leggendo il Libro III° del Capitale, capitolo 9 – è un prezzo dato indipendente dal processo produttivo che porta al risultato di una merce contenente plusvalore, un’eccedenza di valore nei confronti del prezzo di costo di essa (capitale costante e capitale variabile). Il prezzo di costo è quindi inferiore al valore della merce, un valore che comprende sia il lavoro pagato, con un salario, sia quello non pagato, cioè il pluslavoro usato per produrre quantità maggiori di prodotto. E il prezzo di costo è inferiore anche al prezzo di produzione, il quale comprende la somma del lavoro pagato + una determinata quantità di lavoro non pagato uguale cioè al saggio medio generale di profitto. Se prendiamo in considerazione il capitale sociale complessivo, la somma di valore delle merci prodotte (cioè il loro prezzo), esso è uguale al valore del capitale costante + il valore del capitale variabile + il plusvalore. Dunque, i prezzi di produzione comprendono un profitto medio corrispondente alla quantità di plusvalore che spetta a un capitale dato. Infine, il prezzo è l’espressione monetaria del valore di una merce; lo stesso per il prezzo di mercato, che si distingue solo quantitativamente dal valore.

Affrontare il mercato mondiale significava confrontare i prezzi di costo delle merci prodotte in Russia con i prezzi delle merci prodotte nel mondo intero, dichiaratamente capitalistico. E le merci si scambiano come prodotti del capitale e ai loro prezzi di produzione sulla base di un determinato grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Conclusione: il movimento dei prezzi è determinato dalla legge del valore. E nella società capitalistica – ripetiamolo – gli scambi mercantili si realizzano partendo dal prezzo di produzione che si presenta come una delle «modificazioni di valori regolate da leggi generali»: la base dei prezzi effettivi viene modificata e trasformata da quella dei “valori” a quella dei “prezzi di produzione” proprio dalla “legge del saggio medio di profitto”.

Domenica, January 7, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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