Sindacato, comitati di fabbrica e partito nella rivoluzione russa

Non siamo dei ciarlatani -- diceva Lenin subito dopo il suo arrivo -- dobbiamo basarci unicamente sulla coscienza delle masse. Anche se dobbiamo restare in minoranza, ebbene, sì, non bisogna avere paura di essere in minoranza (1).

Impostazione del problema...

Com'era ampiamente scontato, quest'anno, centenario della rivoluzione russa (ma sarebbe meglio dire delle due rivoluzioni), si assistite a un pullulare di iniziative e di interventi di vario tipo, incentrati sull'evento che ha impresso una svolta alla storia dell'umanità. Naturalmente, molti di essi, soprattutto se confezionati dai grandi organi di informazione (o disinformazione) di massa, sono di valore assai scarso, riproponendo vecchie leggende, destituite di ogni fondamento, sull'operato del partito bolscevico e in particolare di Lenin, quali, per esempio, una collusione di fatto tra il rivoluzionario russo e la Germania, a proposito del cosiddetto treno blindato che trasportò un pugno di rivoluzionari emigrati dalla Svizzera alla Russia, attraverso l'Europa in guerra. Per non dire della caratterizzazione dell'insurrezione del 25 ottobre (calendario giuliano), qualificato, di solito, come un colpo di stato, un colpo di mano effettuato da un pugno di uomini armati (e qualche donna) nell'estraneità delle grandi masse operaie e contadine, che si sarebbero così trovate di fronte a un fatto compiuto sostanzialmente non voluto, imposto con la forza dalla minoranza bolscevica. Detto per inciso, questa è l'interpretazione che va per la maggiore nei manuali scolastici, il che dimostra, una volta di più, come spesso gli storici non capiscano nulla di storia. Niente di cui stupirsi, è normale che sia così: l'ideologia borghese fa il suo mestiere e non potrebbe essere diversamente. A dire il vero, non sorprende nemmeno la vasta pubblicistica prodotta dal mare magnum di una sinistra genericamente intesa, che, per essere discendente in linea diretta della sconfitta della rivoluzione ossia delle sue espressioni ideologiche (2), interpreta il significato della rottura del 1917 in modi talmente distorti da sconfinare nella barzelletta. E' il caso di certi articoli apparsi sul sito Sinistra in rete, che individuano il lascito maggiore della rivoluzione bolscevica nella cosiddetta liberazione delle nazioni oppresse, trasformando in tal modo la più grande traduzione sul piano concreto, finora apparsa, dell'internazionalismo proletario nel suo opposto: l'esaltazione del nazionalismo borghese tinteggiato di rosso, nel solco ideologico della controrivoluzione staliniana. Naturalmente, ogni interpretazione che non sia puramente accademica (ma, in fondo, anche quella) ha risvolti politici ben precisi, siano essi espliciti o no, e diventano dunque una guida per l'azione di chi, in maniera organizzata o individuale, intende porsi contro lo stato di cose presente. Ma proprio perché l'attrezzatura analitica adoperata è il prodotto del processo controrivoluzionario cominciato negli anni Venti, le indicazioni politiche che ne risultano rimangono dentro il quadro del modo di produzione capitalistico, risolvendosi, in genere, sul terreno del riformismo più o meno radicale. Discorso a parte va fatto, invece, per quelle correnti che, pur ostinandosi a utilizzare la parte più debole dello strumentario teorico (e quindi pratico) della Terza Internazionale – talmente debole che, di fatto, non ha mai avuto un riscontro positivo nella realtà dello scontro di classe, vale a dire la conquista politica del sindacato e/o la creazione di un sindacato rosso in quanto strumento per la rivoluzione – si collocano dalla parte giusta della barricata, dalla parte degli sfruttati contro gli sfruttatori. Tanto per non fare nomi, è del bordighismo che si sta parlando, ma la scalata ai vertici del sindacato, fino a impadronirsi della dirigenza, è un compito considerato irrinunciabile anche da quella sinistra che, al di là del frasario scarlatto – e della buona fede soggettiva del corpo militante, inutile dirlo – è la propaggine di estrema sinistra del riformismo. Il riferimento va al trotskysmo, naturalmente, in tutte le sue varianti, che del Maestro, Trotsky, ha trattenuto solo gli elementi teorici già segnati dalle devastazioni della controrivoluzione. In pratica, del Trotsky (tristemente) decadente, sempre più lontano dall'Ottobre. Applicando acriticamente uno schema che mai ha funzionato, nemmeno negli anni in cui la classe operaia mondiale era giunta a minacciare da vicino il dominio della borghesia, il trotskysmo contraddice il fondatore della corrente, quando questi sottolineava, giustamente, che «La massa […] non è fatta per niente di argilla plasmabile a piacere» (3), sottintendendo un rapporto dialettico tra la classe e gli organismi di cui si dota o in cui è inquadrata lontano anni luce dal meccanicismo teorico che innerva i “discendenti” del due volte presidente del Soviet di Pietrogrado. Si tratta di un meccanicismo che, come spesso succede, ribalta, annullandola, la dialettica delle cose e al loro posto mette la logica formale coi suoi schemi precostituiti, che poco hanno a che vedere con la realtà e proprio per questo saltano non appena vi vengono a contatto. Un esempio, fra i tanti, di questa impostazione, può essere il commento dello storico trotskysta J.J. Marie su Sljapnikov, operaio, dirigente bolscevico, nell'aprile del '17 presidente del sindacato degli operai metallurgici di Pietrogrado e nel luglio successivo del sindacato panrusso della categoria, che «guadagnò alla causa bolscevica» (4). In questa frase viene espresso il capovolgimento capovolta su cui poggia la visione del trotskysmo, del bordighismo e di tutti coloro i quali ritengono che la conquista del sindacato sia un passo imprescindibile del processo rivoluzionario, mossa che – dal loro punto di vista – deve precedere la conquista del potere da parte del proletariato. Il ruolo assunto da Sljapnikov smentirebbe dunque la nostra tesi secondo la quale la rivoluzione passerà sulle macerie del sindacalismo, elemento ritardante e distrattore – ben che vada – della presa di coscienza rivoluzionaria delle masse proletari (e semiproletarie), quando non apertamente schierato dalla parte del nemico di classe: in Russia, fu la conquista sistematica delle masse operaie tramite l'azione politica del partito che portò ai vertici di alcuni sindacati dei militanti bolscevichi, non il contrario. Infatti, il ruolo giocato da una parte, benché importante, del sindacalismo russo è la classica eccezione che conferma la regola, per via delle condizioni particolari, appunto, in cui nacque e si sviluppò nell'impero zarista; in ogni caso, il cammino per cui il sindacato metallurgico e altri sindacati (non tutti) arrivarono ad appoggiare l'insurrezione, non è quello indicato dal trotskysmo. Senza contare che, come osservava giustamente J.J. Marie, Sljapnikov, tra il gruppo dirigente bolscevico, egli fu uno dei più riluttanti di fronte al passaggio insurrezionale, facendo discendere il suo atteggiamento dall'animus sindacalista:

la sua posizione riflette al tempo stesso il conservatorismo sindacale in un'epoca rivoluzionaria e l'esitazione delle masse davanti all'azione che mette in causa il loro avvenire (5).

Ben detto, tranne che il sindacato, per sua natura, è sempre conservatore, nel senso che trova la sua ragione d'esistenza nel capitalismo, lo presuppone e non ne può fare a meno. Nelle epoche rivoluzionarie, se mai, il suo essere complementare al capitale, quindi interessato alla sua sopravvivenza e perciò conservatore, viene esaltato. Non per niente, se la rivoluzione proletaria è stata sconfitta, da Torino a Vienna, da Berlino a Budapest, lo si deve anche e non da ultimo al sindacato, colluso con la borghesia fino alla punta dei capelli. Andiamo allora a vedere la particolarità russa, che però conferma, come s'è detto, le propensioni “naturali” del sindacalismo in generale.

E suo svolgimento

La particolarità della Russia è riconducibile a elementi diversi, politici, ma anche, per così dire, tecnici, benché pure questi abbiano, com'è ovvio che sia, ricadute politiche di primaria importanza. Il dato “tecnico” che balza agli occhi è l'altissima concentrazione operaia, che non aveva paragoni col resto d'Europa: le aziende giganti con più di mille operai impiegavano, in Russia, il 41,4% dei “colletti blu” e nelle due città più importanti i numeri erano ancora più alti, cioè il 44,4% a Pietrogrado e il 57,3% a Mosca (6). Ne consegue che il peso specifico politico della classe operaia strettamente intesa era molto alto, soprattutto là dove si trovava la sede del potere politico ed economico. Non c'è bisogno di dilungarsi sui vantaggi, dal punto di vista della lotta di classe, offerti da una tale aggregazione operaia, rispetto alla dispersione in tante aziende piccole o piccolissime, dove la limitatezza del numero e la vicinanza fisica col padrone tendono a inibire o quanto meno a trattenere la combattività, anche solo sul piano meramente economicistico. D'altra parte, senza farne un rapporto meccanicistico, si può osservare una relazione stretta tra il precipitare della conflittualità operaia – di stampo per lo più sindacale – sui posti di lavoro dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi, con il ridimensionamento, fino alla scomparsa in molti casi, delle grandi concentrazioni operaie, che sono sempre state la locomotiva della lotta di classe. Questo, almeno, in Occidente, perché le grandi fabbriche sono in gran parte ricomparse là dove il capitale “occidentale” ha spostato interi settori produttivi (dal Messico all'Estremo Oriente, passando per i territori dell'Europa orientale) e non a caso lì si sono verificati e si verificano scioperi operai massicci, che arrivano a strappare risultati a volte non insignificanti, benché, nel valutarli, non si debba dimenticare il bassissimo livello delle condizioni complessive di lavoro da cui partono. Tra l'altro, l'alta conflittualità della classe operaia cinese delle delocalizzazioni – almeno, di alcuni segmenti – conflittualità repressa per anni dal regime sedicente comunista di Pechino, manifestatasi con episodi di rivolta veri e propri, è una delle cause, e non delle ultime, dello spostamento dei capitali che si registra in questi ultimi anni, verso aree dove alla classe operaia vengono pagati salari ancora più miserabili e il pugno di ferro padronal-statale ne assicura, tutto sommato, la docilità. Le condizioni materiali in cui vive oggi la sezione numericamente maggioritaria della classe operaia mondiale ricordano molto da vicino quella della Russia di cento e passa anni fa, una classe il cui sviluppo fu il risultato diretto dei massicci investimenti effettuati dai capitali esteri, oltre che di quelli “nazionali”. Ma se i confronti possono aiutare a inquadrare meglio i fenomeni, non possono certo spiegare tutto, anzi, si corre il rischio di costruire quei famosi schemi precostituiti che portano inevitabilmente fuori strada. Le condizioni materiali erano molto simili, d'accordo, ma altri elementi, altrettanto importanti, rendevano la classe operaia russa diversa da quella odierna dei paesi “delocalizzati” (almeno, per quanto ne sappiamo) ossia un alto grado di politicizzazione della prima rispetto alla seconda. Può sembrare paradossale, visto il dispotismo soffocante con cui il regime zarista schiacciava le classi oppresse – e limitava politicamente la borghesia – della Russia, ma proprio l'impossibilità di praticare la democrazia borghese, compresa, non da ultimo, la normale prassi sindacale, faceva sì che ogni ogni sciopero tendesse a diventare immediatamente politico, ad accentuare il risvolto politico insito in esso. Ma allora, a differenza di oggi – e non è una differenza secondaria – il proletariato non aveva subito la devastazione staliniana e la speranza in un'alternativa al capitalismo (oltre che allo zarismo) era intatta. Il “sogno” non si era trasformato in un incubo (7), arma potente, nelle mani della borghesia, per “dimostrare” l'impossibilità del comunismo. Private di questa prospettiva, assenti, di fatto, le organizzazioni rivoluzionarie che ne sono portatrici, anche le lotte più determinate e generose rimangono inevitabilmente dentro il quadro “mentale” dei rapporti economico-sociali borghesi, non si pongono nemmeno il problema di superarli, e quindi, vincano o perdano (più spesso) non contribuiscono ad alzare il livello di coscienza della classe, non danno apporti significativi al percorso, non lineare né evoluzionistico, che da classe per il capitale la porta a diventare classe per sé.

Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale, c'è un crescendo degli scioperi politici, che non scompaiono nemmeno durante la guerra, pur registrando un'ovvia e decisa diminuzione, per riprendere quota nei primi due mesi del 1917 e sfociare nella rivoluzione di febbraio (8). In tutto questo il sindacalismo ebbe un ruolo, se lo ebbe, marginale, non fosse altro perché la sua esistenza era di fatto impedita dall'autocrazia zarista. Osservazione quasi banale, che sfugge però a chi fa delle indicazioni tattico-strategiche della Terza Internazionale un manualetto da impiegare acriticamente per ricavarne ricette – e proprio quelle da maneggiare con cautela già allora – da applicare alla strategia rivoluzionaria della nostra epoca. Non sfuggiva, invece, a un intellettuale liberal, poco interessato alla lotta di classe, se non come osservatore esterno, anche se forse non ne coglieva fino in fondo le implicazioni politiche. I sindacati, tranne quelli promossi dalla polizia (Zubatov) per controllare la classe operaia, erano vietati fino al 1905, poi, fino alla guerra

condussero un'esistenza semilegale […] Il risultato di questa politica fu che non si poteva quasi dire che la Russia possedesse un movimento sindacale nel 1917. Mancava così quasi del tutto l'influenza moderatrice ed essenzialmente conservatrice di una tradizione di accordi collettivi, di sindacati provvisti di fondi di previdenza e ai quali fosse dato posto nella vita sociale (9).

In breve, il sindacato non aveva avuto modo di esprimere le proprie potenzialità di organismo oggettivamente “integratore” della classe nella società borghese, di addomesticatore della “fiera” proletaria, perché il sistema sociale non glielo aveva consentito, in quanto il tallone di ferro dello zarismo permetteva al capitale, “nazionale” e internazionale, di conseguire profitti da “delocalizzazione” senza dover contrattare la compravendita della forza lavoro col sindacalismo. Quando, in febbraio, la struttura putrida dell'autocrazia crolla di schianto, nel paese nascono e si sviluppano sindacati di tutte le categorie, ma mancano le condizioni per una crescita “normale” del sindacalismo secondo i canoni classici del tradeunionismo operante nelle nazioni capitalisticamente avanzate dove, bene o male, vige la democrazia borghese. Manca, prima di tutto, l'oggetto del contendere, per così dire, cioè uno stato di salute dell'economia tale per cui si possano concedere aumenti salariali sostanziosi, diminuzione dell'orario di lavoro e altri miglioramenti, senza che per questo venga compromesso irrimediabilmente il profitto, le famigerate compatibilità del capitale e la competitività tra capitali. Le drammatiche, e in progressivo peggioramento, condizioni economiche, le sofferenze della guerra, l'abitudine allo scontro politico della classe operaia con lo stato – almeno per il segmento più cosciente – fanno sì che i sindacati vengano “contaminati” fin da subito da uno “spirito”, quello rivoluzionario, che di norma è loro estraneo. Non sorprende che gli organismi sindacali spuntassero come funghi, sia perché erano fondati e diretti, di solito, dai tre principali partiti di sinistra (10), che ritenevano un dovere dotare la classe dello strumento-sindacato, sia perché la difesa sul piano economico è l'impulso immediato che la spinge alla lotta ed è normale che su quel piano si fermi, se non interviene l'avanguardia comunista per farle fare il salto politico oltre lo steccato dell'economicismo, cioè dell'accettazione – sia pure inconsapevole – dell'orizzonte borghese. Era così ieri ed è così oggi, quando settori del mondo salariato prima silenziosi e remissivi scendono sul terreno del conflitto per mettere un freno a uno sfruttamento spesso brutale: i sindacati o le associazioni cui danno vita attivisti/e, indubbiamente generosi e spesso disposti a grandi sacrifici, si collocano in genere nel quadro del riformismo, anche nella variante radicale, che, va da sé, accetta il rapporto capitale-lavoro e che vorrebbe rendere meno gravoso per la classe lavoratrice (11). Ritornando alla Russia, nonostante le condizioni proibitive per l'esercizio della prassi sindacale e la marea montante rivoluzionaria da cui erano trascinati, i sindacati nascono ugualmente col marchio di fabbrica del collaborazionismo: non può essere altrimenti. Così scriveva John Reed poco tempo dopo le giornate dell'Ottobre:

Ma come in tutti i paesi esse [le federazioni di categoria, ndr] si occupavano specialmente della lotta per la diminuzione dell'orario di lavoro, l'aumento dei salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Esse fecero loro la teoria tradeunionistica che porta agli “accomodamenti”, ai patti con gli imprenditori – alla collaborazione tra capitale e lavoro. Esse istituirono, ad esempio, un sistema di commissioni arbitrali sotto il controllo governativo (12).

Commissioni a cui il Comitato esecutivo panrusso dei soviet, diretto dai “conciliatori” fino ai primi di ottobre, aveva dato il proprio sostegno, quando non se n'era fatto promotore. In una situazione come quella del 1917 c'era però poco da concertare e strati via via crescenti di classe operaia ne prendevano coscienza, sia sotto il pungolo delle condizioni materiali stesse, che per l'intervento del partito bolscevico, il quale poneva le cose nella giusta prospettiva, quella del potere:

Ma, impediti dagli “accordi” e dalle commissioni arbitrali, sostenute dai dirigenti delle federazioni, essi [gli operai, ndr] non potevano agire; sorsero perciò nelle fabbriche delle organizzazioni unitarie, opera della rivoluzione: le commissioni operaie di fabbrica (Fabrizno Zavoskye Komitieti) (13).

Opera della rivoluzione”, certo, ossia del partito bolscevico, che non solo incoraggia, promuove la nascita dei comitati di fabbrica e di stabilimento, ma ne è l'anima. E' grazie a questi organismi che avviene la conquista della classe operaia di Pietrogrado e della Russia, non ai sindacati, i quali, almeno nei primi mesi, li avversano, perché appunto diretti, per lo più, dai bolscevichi, perché seguono una prassi che col sindacalismo non c'entra proprio nulla, perché, di fronte alla paralisi dell'economia, oppongono l'indicazione del controllo operaio, come passo preliminare per cercare di arrestare lo sfacelo incombente da ogni parte. Attraverso lo sciopero, le manifestazioni, sì, certo, ma anche attraverso le occupazioni dirette delle fabbriche e/o l'imposizione del “contropotere” operaio in fabbrica con l'uso delle armi. Sono loro, i comitati, a imporre, tra marzo e aprile, a Pietrogrado e negli stabilimenti più grandi, le otto ore, a dispetto non solo dei padroni e del governo provvisorio (il che è scontato), ma dello stesso Soviet cittadino diretto dai “conciliatori” (14), timorosi di compromettere la tenuta dell'economia e quindi della guerra imperialista.

Qui si potrebbe aprire una parentesi sugli organismi espressi dalla rivoluzione e sul feticismo delle forme coltivato da coloro che vedono lo strumento-partito come l'origine di tutti i mali. Se è vero che il partito può degenerare sotto l'impulso di determinate condizioni materiali, è pure vero che anche la forma-consiglio (Soviet) può essere utilizzata contro il processo rivoluzionario. Il caso più conosciuto e drammatico è quello dei consigli tedeschi del 1918, le cui potenzialità rivoluzionarie vennero bloccate praticamente sul nascere dai partiti socialisti SPD e USPD a cui apparteneva la maggior parte dei delegati. Clamorosa in tal senso, ma nella logica delle cose, l'esclusione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht votata a stragrande maggioranza dal Congresso dei Consigli a Berlino nel mese di dicembre. Ma lo stesso vale per altre realtà, come Vienna, Varsavia, Lodz e altre città della Polonia, dove i consigli, all'inizio egemonizzati dal Partito socialista polacco (riformista e nazionalista), e dunque innocui, furono sciolti con la forza dello stato non appena vennero conquistati politicamente dal neonato partito comunista (15). Il partito e i consigli sono i due elementi dialettici indispensabili del processo rivoluzionario, ma in astratto non ne garantiscono l'esito: dipende sempre dal contenuto politico di cui si fanno portatori, oltre che dai rapporti di forza (16). Non per niente Lenin, che in aprile, sconcertando gran parte dei quadri dirigenti del partito (ma non della base), aveva indicato il percorso della rivoluzione nella parola d'ordine “Tutto il potere ai soviet!”, a luglio, dalla clandestinità, ventila l'ipotesi di far diventare i comitati di fabbrica l'asse strategico del partito e della rivoluzione al posto dei soviet, che, almeno nelle grandi città, rischiavano di spegnersi per l'azione devitalizzante dei “conciliatori” che li dirigevano. Ipotesi ben presto rientrata, ma significativa del ruolo assunto dai comitati nella classe operaia e nella strategia del partito bolscevico, che conquista dal basso, col lavoro politico metodico nella fabbrica (e fuori) una classe di cui i militanti del partito fanno parte, che si rafforza ogni giorno che passa con un flusso crescente di nuovi quadri operai e proletari. Vengono conquistate le fabbriche, vengono conquistati i soviet di quartiere più vicine agli stabilimenti (17) e i reggimenti di soldati accasermati in quei quartieri. A luglio, Volodarsky, uno dei più noti militanti bolscevichi, conosciutissimo negli ambienti operai, poteva dire che «Nelle fabbriche godiamo di una influenza formidabile, illimitata» (18). Non era una spacconata, non era una cialtroneria, perché già alla fine dell'estate i bolscevichi si erano guadagnati l'appoggio dei due terzi della sezione operaia del soviet di Pietrogrado e cresceva il numero degli operai S-R e menscevichi che votavano per i bolscevichi, mentre per conquistare quella dei soldati occorrerà un altro po' di tempo.

Il rapporto tra partito bolscevico e classe operaia era ben lontano dal quadro macchiettistico dipinto dai detrattori per partito preso del bolscevismo. Era un rapporto dialettico, nel quale il partito si conquistava la fiducia operaia con le proprie parole d'ordine, con l'azione coerente con le stesse: niente a che vedere col rapporto da burattinaio a burattino come, non di rado, viene appunto rappresentato. Il partito, com'è ovvio che sia, non solo spingeva in avanti, ma, a seconda delle circostanze, cercava anche di trattenere lo slancio dei settori più irruenti della classe e più irruenti proprio perché fino a quel momento erano stati dormienti, a volte addirittura reazionari, intossicati dai peggiori pregiudizi, non ultimo l'antisemitismo, fomentati dai pope, dall'apparato zarista, dalla brutalità di cui era intrisa la società russa. Cercava di aprire gli occhi proletari sulle trame della borghesia, in particolare degli imprenditori – come si usa dire oggi – che perseguivano coscientemente il sabotaggio economico, aggravando una situazione già sull'orlo della catastrofe, rallentando volutamente la produzione, eseguendo serrate (19) con il preciso scopo di «stringere alla gola i membri dei vari comitati e soviet» con «l'ossuta mano della fame», secondo le parole uno dei più potenti industriali russi (20). La miseria, la fame spingevano in continuazione gli operai di ogni categoria allo sciopero, con o senza i sindacati, e allora toccava al partito bolscevico cercare di disciplinare questi movimenti convulsi, rischiando a volte l'impopolarità, per convogliare le energie ribollenti della classe sul binario dell'unica vera alternativa alla catastrofe e ai rapporti sociali che ne erano all'origine: la presa del potere. Bisognava quindi mettere in guardia gli operai esasperati dal ritardo nel pagamento dei salari, dai salari che non tenevano il passo con l'inflazione, dalla sottoccupazione e dalla disoccupazione, a non scioperare sempre e comunque, a non cadere nella trappola predisposta dai padroni:

Gli scioperi economici, con cui il proletariato tentava di rispondere alla pressione del capitale, non servivano. Essi erano direttamente provocati dal capitale, che trasformava questo mezzo di lotta in serrate eseguite con le mani degli operai. Il potere ai soviet! Il potere al congresso dei soviet! Abbasso il governo! Queste parole divennero tanto popolari da non richiedere spiegazioni (21).

Non richiedevano spiegazioni perché, da una parte, la situazione materiale dimostrava inequivocabilmente che spazi per la conquista di miglioramenti economico-normativi non ce n'erano, in quanto, anche là dove si ottenevano conquiste sulla carta, queste si rivelavano poi di fatto inapplicabili o venivano di lì a poco annullate dalla “catastrofe imminente”. Dall'altra, perché mesi di lavoro politico all'insegna dello “spiegare con pazienza” dei bolscevichi, avevano fugato ogni illusione agli occhi delle masse, rendendole coscienti sul percorso da intraprendere per soddisfare ciò che esse sentivano e chiedevano con forza. A settembre, quando la classe operaia accelerava il distacco dai “conciliatori”,

Gli operai scioperavano, una categoria dopo l'altra, nonostante gli avvertimenti del partito, dei soviet, dei sindacati. Evitavano gli scioperi solo quegli strati della classe operaia che marciavano già con sicurezza verso l'insurrezione. E la città più calma era forse Pietrogrado (22).

Certo, oggi la situazione è molto meno drammatica, banale osservarlo, ma risalta ugualmente la differenza tra il modo di procedere dei bolscevichi e l'area del radical-riformismo, che – almeno una frangia di essa – dice di considerarli parte dell'album di famiglia. Da qualche decennio, il capitale va all'attacco delle condizioni di esistenza della classe, ma l'unica risposta che il riformismo radicale riesce a dare è un sindacalismo che alza la posta delle rivendicazioni, rispettando – nel “pubblico” – le regole del gioco imposte dall'avversario, non rendendosi conto che per lo stato in cui si trova oggi, il capitale può solo prendere, invece di dare. Ciò non significa che non si debba scioperare, che non si debba resistere all'oppressione della borghesia, al contrario!, ma solo che tutto questo deve essere fatto con mezzi adeguati allo scopo (23), il che vuol dire inquadrati in una strategia coerentemente anticapitalista, proprio partendo dai bisogni basilari: salario, pensioni, precarietà ecc. Tanto per cominciare, si potrebbe evitare di proclamare scioperi generali con tre mesi di preavviso – che, in certi settori pubblici, assomigliano a “serrate eseguite con le mani degli operai” – o chiarire che l'abbassamento drastico dell'età pensionabile andrebbe contro la tendenza attuale del capitalismo, per cui implicherebbe un livello dello scontro che travalicherebbe di gran lunga la prassi sindacale, in particolare la prassi sindacale corrente, se si volesse impostare seriamente, senza cialtronerie, questo tipo di lotta. Il partito bolscevico, Lenin – senza “santificarlo” e perciò stesso senza farne una “icona inoffensiva” – non mentivano alla classe operaia, dicevano le cose come stavano, anche quelle che, almeno in un primo, momento, non amavano sentirsi dire, ma che si rivelavano aderenti alla realtà. Si facevano promotori del “contropotere” in fabbrica, ma, a differenza dell'ordinovismo gramsciano e dei suoi eredi operaisti, era parte del percorso concreto verso l'insurrezione:

Il fatto che gli operai prendessero armi allarmava subito le classi possidenti, dato che di conseguenza i rapporti di forza nelle fabbriche subivano un brusco cambiamento. Gli operai armati destituivano i capi, gli ingegneri e persino li arrestavano. Spesso, su decisione delle assemblee di fabbrica, le guardie rosse erano pagate coi fondi dell'azienda […] L'operaio impugnava saldamente il fucile per difendere la fabbrica [a proposito del sabotaggio e delle serrate dei padroni, ndr] in cui vedeva la fonte stessa della propria forza. Così nelle aziende e nei distretti si precisavano gli elementi della dittatura operaia prima ancora che il proletariato nel suo insieme si fosse impadronito del potere statale (24).

E Lenin, in una risoluzione sui comitati di fabbrica, dopo aver illustrato i provvedimenti che avrebbero dovuto prendere per contrastare l'agonia economica, tra cui il controllo dei libri contabili delle aziende, precisava che

L'applicazione metodica ed efficace di tutte le misure indicate sarà possibile soltanto con il passaggio di tutto il potere dello Stato ai proletari e semiproletari (25).

Rispetto all'opportunismo congenito del radical-riformismo, alla sua cialtroneria politica, in buona o malafede, siamo su di un altro pianeta: quello della rivoluzione.

Celso Beltrami

(1) Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Oscar Mondadori, 1970, vol. 2, pag. 847.

(2) Dallo stalinismo al trotskysmo alla socialdemocrazia classica. Ma anche il consiliarismo, senza paragone più rispettabile delle altre correnti, non ha gli strumenti per inquadrare correttamente il processo rivoluzionario e la successiva controrivoluzione; non può, quindi, costituire un percorso valido per la liberazione del proletariato dall'oppressione capitalistica.

(3) L. Trotsky, cit., vol. 1, pag. 247.

(4) J.J. Marie, alla voce “Sljapnikov” in (a cura di) G. Haupt e J.J. Marie) Autobiografie del bolscevichi, La Nuova Sinistra – Samonà e Savelli, vol. 3, 1971, pag. 118.

(5) Ibidem.

(6) Trotsky, cit., vol. 1, pag. 24.

(7) Il capitalismo di stato spacciato come socialismo o, vedi la Cina, “socialismo di mercato” ossia l'apoteosi del non senso e della truffa.

(8) Trotsky, cit., vol. 1, pag. 50.

(9) W.H. Chamberlin, Storia della Rivoluzione russa, Einaudi, 1976, pag. 296.

(10) Socialisti-rivoluzionari, menscevichi, bolscevichi, benché, almeno all'inizio, fossero egemonizzati dai “conciliatori”, se abbiamo ben interpretato le fonti storiche. I conciliatori sono, come li chiama Trotsky, i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi.

(11) Si ritorna sempre alla teoria del giusto salario del “cittadino Weston” criticato da Marx, oggi integrata dalla rivendicazione dei “diritti” e della “dignità” che dovrebbero accompagnare il rapporto di lavoro salariato. Queste espressioni di sindacalismo, non di rado combattive, interessano categorie di classe “operaia” presenti da sempre, ma cresciute numericamente da venti a trent'anni in qua, di pari passo con le trasformazioni che hanno investito il lavoro salariato-dipendente. Facchini della logistica a parte, vedi, per esempio, il caso dei lavoratori o, per meglio dire, delle lavoratrici domestiche negli USA, la cui organizzatrice sindacale, Ah Jen Poo, è stata intervistata dal manifesto del 18 giugno 2017: «Nel XXI secolo tutti dovremo beneficiare di un nuovo statuto dei diritti per la forza lavoro». La richiesta di diritti accomuna appunto l'universo riformista, all'oscuro della legge fondamentale dell'accumulazione capitalista e incapace, per natura, di concepire la possibilità di poter vivere in un mondo senza il capitale.

(12) John Reed, I consigli di fabbrica nella Rivoluzione russa, in AA.VV., Il controllo operaio, Casa Editrice L'Avanti!, dicembre 1920, reprint delle Edizioni La Nuova Sinistra Samonà e Savelli., pag. 66.

(13) John Reed, ibidem.

(14) Trotsky, cit., vol. 1, pag. 268.

(15) Vedi la nota 23 all'articolo di Mikhail Tukhacevsky, Rivoluzione dall'esterno, in il manifesto (rivista) n. 2/3 1969, pag. 64.

(16) Ma anche questi vanno costruiti, almeno fino a un certo punto, politicamente...

(17) Trotsky, cit., vol. 1, pag. 386.

(18) Trotsky, cit., vol. 2, pag. 803. V. Volodarsky (pseudonimo di Moisej Markovic Gol'dstejn) verrà assassinato a Pietrogrado da terroristi socialisti-rivoluzionari il 20 giugno 1918.

(19) Da un certo momento in poi, dilagano in tutta la Russia.

(20) Chamberlin, cit., pag. 262.

(21) N. Bucharin, Dalla dittatura dell'imperialismo alla dittatura del proletariato, in Bucharin/Trotsky, OTTOBRE 1917: dalla dittatura dell'imperialismo alla dittatura del proletariato, Iskra, 1980, pag. 102.

(22) Trotsky, Storia..., cit., vol. 2, pag. 857.

(23) Poiché non è questa la sede per soffermarci sulla “questione sindacale”, rimandiamo alla nostra pubblicistica, in particolare alla sezione relativa del nostro libro “Contro venti e maree”.

(24) Trotsky, Storia..., cit., vol. 2, pag. 1082. Detto per inciso, noi non riusciamo a vedere in tutto questo una qualche parentela con la prassi sindacale, ma se qualcuno la intravede, ci avverta.

(25) Lenin, Risoluzione sulle misure di lotta contro lo sfacelo economico, maggio 1917, in Opere Complete, Editori Riuniti, 1970, vol. 24, pag. 522.

Mercoledì, January 10, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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