Ancora qualche riflessione sui “Gilets jaunes”

Nel momento in cui scriviamo – primi di gennaio '19 – è difficile dire se il movimento dei “Gilets jaunes” sia entrato in una fase di riflusso che precede l'estinzione o se stia attraversando un momento di pausa dopo oltre un mese di intensa effervescenza e di duri scontri con lo Stato.

Forse, però, è possibile sviluppare alcune considerazioni contenute nell'altro articolo di questo numero del giornale, uscito poco dopo la nascita del movimento, che individuava alcune delle caratteristiche di questa “insurrezione” – come da certuni è stata esageratamente definita – di larghi strati della società francese, quelli appartenenti ai gradini sociali più bassi. Infatti, è fuori di dubbio che chi ha dato vita alla protesta, riunendosi nei pressi delle rotonde, animando i blocchi stradali nei punti “strategicamente” più sensibili e le altre iniziative di lotta, appartenga al proletariato e ai settori della piccola borghesia impoverita, schiacciata assieme al proletariato – sebbene in forme diverse – dai meccanismi propri del modo di esistenza del capitale, di cui la crisi è lo sbocco inevitabile e da questa resi, se possibile, ancora più spietati. Stavolta, non sono state le “banlieues”, le periferie degradate delle grandi città, con alta concentrazione proletaria, in testa Parigi, a rivoltarsi, ma il “popolo” – inteso appunto come proletariato e ceti declassati o in via di declassamento – della Francia “profonda”, quella più colpita dai tagli a certi servizi sociali (ospedali, scuole, trasporti, uffici pubblici in genere), oltre che a salari e stipendi, effettuati senza tregua in questi ultimi decenni da governi di qualunque schieramento. Come qui, del resto, come ovunque. Gente “normale”, quindi, che fa fatica a far quadrare i conti, perché il salario non basta o perché l'ennesima apertura di un ipermercato fa calare drasticamente la clientela della bottega; che fa i salti mortali per portare i figli a scuola, perché sono state soppresse molte corse di bus e treni locali, o deve sorbirsi chilometri su chilometri per raggiungere l'ospedale più vicino, dato che i presidii ospedalieri più piccoli sono stati chiusi, in nome, va da sé, dei vincoli di bilancio, dell'austerità. Un'austerità, aggiungiamo, che non “ci è stata imposta dall'Europa” genericamente intesa, ma dalle borghesie europee di comune accordo, tramite il loro super-Stato (incompiuto e precario fin che si vuole) chiamato Unione Europea. Spesso si tratta di “gente” che raramente o mai aveva partecipato a pacifiche manifestazioni sindacali o politiche, tanto meno a scontri diretti con le forze dell'ordine borghese. Ma la rabbia accumulatasi nel sottosuolo della società è esplosa improvvisamente, secondo modalità che, come viene appunto rilevato nell'altro articolo, non sono nuove nella storia della lotta di classe.

Inoltre, contrariamente a quanto hanno detto e dicono gran parte dei sindacati e alcuni settori della “gauche”, della sinistra più o meno “radicale”, ma anche dal “populismo” parafascista rappresentato dalla Le Pen (1), che ha tutto l'interesse a intestarsi i “Gilets jaunes”, i territori in cui è partito e si è sviluppato il movimento non sono quelli dove il RN ha raccolto i maggiori consensi elettorali, anzi; né, pare, che la compagna di merende del “nostro” ministro dell'interno sia cresciuta nei sondaggi effettuati ultimamente. Insomma, sembrerebbe che, finora, il movimento non sia affatto egemonizzato dalla destra “populista” o “sovranista” che dir si voglia, che manifesti invece una sana diffidenza verso qualunque formazione politica più o meno istituzionale, i cui rappresentanti politici sono tenuti a debita distanza. Certo, vista la natura informe, aperta e, va da sé, interclassista del movimento, chiunque può cercare di infilarvisi dentro con una certa facilità e i gruppi di estrema destra non si tirano certo indietro, tanto che, sempre secondo certi reportages giornalistici, il tentativo di incendiare la prefettura di una piccola città sarebbe dovuto proprio all'azione di alcuni militanti neofascisti. Così come non è sorprendente registrare voci di carattere razzista e xenofobo nei picchetti stradali, notare la presenza massiccia del tricolore, accompagnato spesso dal canto della Marsigliese, ma da qui a bollare indistintamente la “gente” che partecipa al movimento come irrimediabilmente di destra, “populista” e “identitaria” ce ne corre. Anzi, se si scorrono le rivendicazioni che i “Gilets jaunes” hanno inviato alla stampa e ai parlamentari (2), ci sono parecchi “punti” che fanno a cazzotti con l'agire concreto dei “populisti” quando sono stati o sono al governo (3), costretti per forza di cose a rimangiarsi le promesse straordinarie sparate in campagna elettorale. Pescando tra i “punti”, si possono trovare la progressività dell'imposta sul reddito (4), la pensione a sessant'anni e a cinquantacinque per chi fa lavori faticosi (5), nessun assegno pensionistico al di sotto dei milleduecento euro e indicizzazione dello stesso al costo della vita. Detto per inciso, è il contrario del provvedimento varato dal duo Salvini-Di Maio, che sopprime (o rimanda, il che...) l'indicizzazione delle pensioni sopra i 1520 euro lordi al mese. Proseguendo, si trova l'aumento del salario minimo e dei salari in generale, indicizzati all'inflazione, pagamento di un salario “francese” (con relativi “diritti”) a chi lavora in Francia con contratti stipulati all'estero (6). E ancora, limitazione della precarietà, ristatalizzazione dei servizi energetici con relativo abbassamento dei prezzi dell'energia, annullamento dei tagli ai servizi sociali ed estensione di quest'ultimi, potenziamento dei servizi di cura agli anziani, ai disabili, all'infanzia, sussidi a chi paga l'affitto, agli studenti ecc. Non mancano nemmeno richieste per la tutela dell'ambiente, contro il riscaldamento climatico(7) e, “addirittura”, che i richiedenti asilo siano trattati bene, così come siano istituiti corsi di lingua francese per gli immigrati(8), assieme a corsi di storia della Francia, per accelerare l'integrazione: questo sì potrebbe aprire un varco al nazionalismo identitario. E' vero che ci sono anche rivendicazioni tipiche della piccola borghesia rovinata dal grande capitale, chiaramente reazionarie, nel senso che il modo di essere del capitale non è mai stato fermato né mai lo sarà da una legislazione a protezione della piccola e piccolissima imprenditoria (9), ma ciò è normale in un movimento di “popolo”, socialmente composito per sua natura.

Ma una parte non piccola di quelle “doléances” nascono dai bisogni del proletariato compressi e negati dalla borghesia per poter amministrare la crisi ultradecennale del capitalismo. Quelle rivendicazioni spontanee del movimento, della sua ala proletaria, esprimono l'orizzonte economicista del proletariato così come questi si esprime nella sua immediatezza, nella sua spontaneità, appunto, e non può essere altrimenti. Però, quello che per il proletariato è espressione spontanea di necessità vitali, di sacrosanta reazione all'attacco del capitale – punto di partenza indispensabile per il radicamento nella classe della prospettiva anticapitalista – per il radical-riformismo diventano ricette politiche da applicare in ogni caso, indipendentemente dal grado di reattività della classe, slogan per conquistare (si illude) spazi economico-sociali dentro un sistema in crisi profonda che, perciò, non solo non li può accogliere, ma se li accoglie lo fa molto parzialmente e in via temporanea, giusto il tempo di riportare la situazione sotto controllo, prima di prendersi quanto ha concesso con interessi da usura. In fondo, le “doléances” sono le rivendicazioni che fanno parte del bagaglio politico del mondo radical-riformista, in primis del sindacalismo detto di base, che potrebbe sembrare più vicino alla classe proletaria degli sparuti nuclei di rivoluzionari, marchiati col marchio dell'astrattismo o, per usare un termine più terra terra, del “fancazzismo”, perché rifiuterebbero sdegnosamente (riformismo dixit) le materiali basse necessità del proletariato. A parte la rappresentazione dei rivoluzionari caricaturale e stupida, il punto non è quello di sdegnare o rifiutare un aumento consistente del salario e la pensione a cinquantacinque anni – chi è così insensato da farlo? – ma di contrapporre le necessità proletarie a quelle della borghesia con i mezzi adeguati e in una prospettiva che parte da quelle necessità immediate per puntare al superamento rivoluzionario di un sistema che le nega. Macron, sull'onda di una rivolta, limitata ma pur sempre rivolta – non uno sciopero una tantum proclamato qualche mese prima! - ha concesso l'innalzamento del salario minimo, ha ritirato l'aumento della tassa sui carburanti e sulle ritenute pensionistiche, alzando il deficit (ma solo per quest'anno, dice), mettendo in conto gli inevitabili mugugni della commissione europea. Però, per impensierire veramente la borghesia francese (e non solo quella), bisognerebbe che le rivendicazioni di parte proletaria dei gilè gialli avessero il sostegno attivo della classe, non solo della sua simpatia e del suo sostegno morale. Questo, benché indispensabile, non sarebbe sufficiente, perché innescherebbe uno scontro frontale con lo Stato e tutte le rappresentanze politiche della borghesia, “populismi” compresi, ovviamente.

Ci vorrebbe allora, ci vuole, uno organismo, uno strumento che unifichi il fermento di classe, gli faccia fare il salto qualitativo, cioè politico, gli dia una strategia, una tattica coerentemente anticapitalistiche, per dirigere le energie sprigionate dal conflitto di classe verso l'assalto al sistema borghese; non c'è altra via percorribile. E' necessaria, in breve, la presenza operante del partito comunista, internazionale e internazionalista. In caso contrario, la rabbia del proletariato e della piccola borghesia declassata sarà schiacciata e dispersa; brutalmente, se occorre, o con le false promesse, le illusioni di un qualunque governo in cui il giallo rappresenta solo il vicolo cieco in cui sono finite le speranze proletarie. Solo l'attività cosciente del proletariato rivoluzionario può rispondere alla domanda, in sé semplice, ma fuori dalla portata del riformismo, di una partecipante ai picchetti stradali: «Se [Macron] sloggia, chi ci va al suo posto?» (10).

CB

(1) Marine Le Pen è la principale dirigente, il capo, del Rassemblement National, nome preso dal Front National nel 2018.

(2) Cosa, questa, senz'altro indice di inesperienza, grande ingenuità e immaturità politiche, elementi per altro inevitabili, viste le caratteristiche del movimento in sé e della fase storica in cui viviamo. La lista, in francese, è riportata nell'articolo di Robert Dugot, France- debat. Les «cahiers de doléances» des «gilets jaunes», in www.alencontre.org Ne esiste una traduzione italiana anche sul sito Sinistrainrete. I Cahiers de doléances erano documenti che raccoglievano le lamentele espresse da ogni strato sociale preparati per gli Stati Generali, che si aprirono il 5 maggio 1789, primo atto della Grande Rivoluzione.

(3) Oltre che, lo diamo per scontato, con il programma di qualunque governo, non solo di quelli “sovranisti”.

(4) Alla faccia della flat tax di Trump e Salvini, nonché delle politiche fiscali attuate dai governi da qualche decennio a questa parte, mirate ad alleggerire, anche in maniera consistente, la tassazione sui capitali e i grandi patrimoni.

(5) Sono citati, a titolo d'esempio, i muratori e i macellai.

(6) E' una rivendicazione contro il ribasso dei salari, anche drastico, cui sono sottomessi settori di lavoratori immigrati e, di conseguenza, anche la forza lavoro indigena. Per fare un esempio concreto, ai cantieri navali di Monfalcone, qualche tempo fa esisteva la pratica di pagare operai dell'est europeo o dell'estremo oriente con salari simili a quelli pagati nei loro paesi d'origine, naturalmente molto più bassi di quelli italiani. Non sappiamo se questa pratica infame sia stata eliminata, ma, a naso, siamo piuttosto scettici in proposito.

(7) Contrariamente a chi, nei primi giorni della protesta, diceva che i gilè gialli se ne “fottevano” dell'ambiente.

(8) Il che sarebbe una misura di banale buon senso, se non vivessimo nel capitalismo

(9) Tra queste, c'è l'aiuto al piccolo commercio e la cessazione dell'apertura di grandi ipermercati, la protezione all'industria francese, con il divieto o il freno alla delocalizzazione, l'abbassamento delle imposte sulla piccola impresa, oltre che, appunto, sui carburanti, che colpiscono gli autotrasportatori e gli agricoltori. Nonostante gli scontri con le forze dell'ordine, non manca nemmeno la richiesta di aumentare le risorse per le forze di polizia, l'amministrazione della giustizia e l'esercito.

(10) Dal dossier di Le monde diplomatique del gennaio 2019.

Martedì, January 8, 2019

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)