Per un’impostazione di classe della questione femminile

1. I termini generali della questione femminile

La questione femminile si è ripresentata in questi anni in tutta la sua drammatica attualità, con la cronaca che attesta il macabro conto delle donne uccise da un partner e la piaga delle differenze salariali e delle molestie sul lavoro.

Emerge con limpida evidenza quanto l’eguaglianza di genere - tanto strombazzata dai vari politicanti come obiettivo di intervento politico pubblico nei paesi “democratici”, a capitalismo avanzato - sia un miraggio il cui raggiungimento resta lontano cent’anni, secondo studi che prendono come riferimento l’attuale tasso di riduzione del gap tra uomo e donna a livello mondiale (1).

Essendo in ogni epoca le idee dominanti quelle della classe dominante, questi studi - che testimoniano l’impatto della disuguaglianza di genere - non differenziano minimamente, nella loro trattazione della questione, la situazione delle donne della classe dominante da quella del proletariato femminile e dei settori sociali ad esso affini come condizioni di vita. Settori che, nella loro componente femminile, hanno una assai stretta frequentazione con la miseria, tanto che nelle stesse scienze sociali si è coniato il termine di femminilizzazione della povertà allo scopo di descrivere il fenomeno per il quale la maggior parte dei poveri del pianeta è, per l’appunto, di genere femminile.

Una situazione che marca l’abisso che separa le donne sfruttate dei ceti inferiori (proletarie) dalle donne della borghesia le quali, invece – giusto per cominciare - si possono permettere di affidare la cura del menage domestico a persone terze, da pagare proprio con porzioni di plusvalore estratte alla classe lavoratrice e di cui si sono appropriate attraverso l’esercizio di un’occupazione borghese o in grazia della loro semplice appartenenza alla propria famiglia borghese d’origine.

I corifei democratici della classe dominante e le femministe più o meno radicali non riescono a sorvolare sull’irrazionalità, rispetto al benessere economico, che è insita nella posizione subalterna che la donna occupa anche nelle società a capitalismo avanzato (dove lo Stato sancisce l’uguaglianza formale delle donne di fronte alla legge) e lamentano della perdita in termini economici che la limitata partecipazione delle donne alla vita del sistema paese rappresenterebbe. Quello che dimenticano, però, è che il capitalismo è un modo di produzione anarchico in cui è impossibile un’attività economica conforme ai bisogni reali della società: il capitalismo è fondato sulla produzione diretta esclusivamente alla realizzazione del valore di scambio della merce e del plusvalore in essa contenuto, al profitto insomma. In una società di questo tipo, una pianificazione pubblica gestita dalla borghesia, che integri nella società le donne a pari titolo degli uomini, per promuovere il bene della società, è una fantasia che può partorire solo la mente di un socialdemocratico/a o di un/a femminista. Spesso infatti le femministe sono propense ad edificare programmi la cui reale attuazione richiederebbe, però, il preventivo ribaltamento della società capitalistica. Questo indipendentemente dal fatto che esse, nelle loro molteplici declinazioni, continuino a crederli possibili in questa di società. Ipotesi di questo tipo si possono considerare solo a patto di non ammettere il notevole vantaggio che la borghesia, inclusa la sua componente femminile, traggono dallo status subordinato della donna proletaria per quanto riguarda ciò che realmente interessa alla borghesia stessa: il massimo profitto e l’accumulazione di capitale. Ammettono molti democratici che la società, intesa in senso generico, venga danneggiata dall’esclusione e dalla subordinazione femminile dai vari rami della società, ma tacciono sul fatto che questa è una società divisa in classi sociali con interessi antagonistici: affermare che la società vede diminuire il proprio PIL potenziale a causa della questione femminile equivale solamente a dire che la disoccupazione e il sottoutilizzo degli impianti industriali deprimono la crescita, ma in tutti e tre i casi si tratta di fenomeni determinati dal modo di essere del capitalismo stesso ed accentuati dallo svolgersi delle sue inestinguibili crisi.

2. La donna proletaria

Il capitalismo ha storicamente sradicato la donna proletaria dalle ristrettezze dell’unità economica familiare d’epoca feudale (per non andare più indietro ad altre formazioni sociali classiste anteriori) per gettarla nelle fauci del mercato del lavoro. La vendita della forza lavoro femminile in cambio di un salario avviene peraltro secondo modalità particolarmente vantaggiose per i capitalisti, condizioni che hanno consentito ai padroni di usufruire della forza lavoro femminile, soprattutto quella sposata, nelle vesti di esercito industriale di riserva, ossia di forza-lavoro a basso costo da usare nella massima flessibilità. Questo ovviamente, e ancora, a causa della posizione ricoperta dalla donna nella famiglia.

Proprio per i suoi compiti nella famiglia borghese, la donna proletaria si colloca solo secondariamente rispetto al coniuge, o al partner uomo, sul mercato del lavoro, consentendo ai padroni di corrispondere alle proletarie un salario speso inferiore al reale valore della loro forza lavoro. All’indomani della rivoluzione industriale le donne furono impiegate in massa nelle industrie, insieme ai bambini, il che contribuiva ad abbassare il prezzo complessivo della forza lavoro. Questo creò una situazione talmente drammatica dal punto di vista sociale e sanitario, che la borghesia, sospinta in questa direzione dalle lotte operaie, fu costretta a correre ai ripari e a regolamentare lo sfruttamento del lavoro femminile e minorile per assicurarsi l’esistenza delle successive generazioni di proletari.

Inoltre, il lavoro domestico gratuito eseguito dalla donna nell’ambito della famiglia, pur non producendo valore risultava, e continua tuttora ad essere, perfettamente convergente al capitalismo nella misura in cui libera il resto della famiglia da quest’incombenza e riduce il valore che la forza lavoro maschile avrebbe se le spese per pagare una domestica rientrassero in pianta stabile tra quelle necessarie per riprodurre la sua propria forza lavoro. Lo svantaggio che deriva al proletariato femminile dalla sua funzione nella famiglia è provato tra l’altro da studi che riportano come gli uomini omosessuali e bisessuali siano in media meno pagati dei loro fratelli di classe eterosessuali, mentre questa relazione si inverte nel confronto tra donne eterosessuali e donne lesbiche che vivano un rapporto di coppia (2), questo a causa del diverso menage familiare nel primo caso e della minore probabilità di avere figli nel secondo. C’è da dire che questi dati sono almeno in parte inquinati dall’inclusione nella ricerca di donne esercitanti la libera professione e\o manager come lavoratrici e da una comparazione che taglia fuori donne ad orientamento omosessuale senza lavoro (3), ma il dato di fondo non cambia: se sei sposata e potresti avere o hai dei figli verrai probabilmente pagata meno a parità di mansione. In epoche successive alla rivoluzione industriale, e soprattutto negli ultimi 60 anni, la partecipazione in massa della donna al mercato del lavoro è stata anche condizionata dal contesto economico, diminuendo, specialmente nel caso delle donne sposate, in fasi di espansione generalizzata e di salari relativamente alti, ma ingrossandosi (4) in fasi, come quella che stiamo vivendo dall’inizio degli anni 70, in cui il saggio di profitto si abbassa e un singolo salario non è più sufficiente a mantenere la famiglia. Lungi da noi l’idea reazionaria di invocare un ritorno della donna alla casa e al focolare domestico, ci limitiamo a rilevare quanto i fatti dimostrino che il capitalismo non abbia usato di certo l’ingresso in massa della forza lavoro femminile nel mercato del lavoro al fine della sua emancipazione quanto piuttosto, come sempre, per la massimizzazione del profitto. Anzi, al pari della forza lavoro immigrata, anche la forza lavoro femminile, in quanto meno pagata, viene usata dal padronato per ridurre il costo del lavoro nel suo complesso.

Lavori domestici gratuiti perché svolti all’interno della famiglia, discriminazioni sul luogo di lavoro, dimissioni in bianco e molestie, violenza di genere, a fronte di servizi sociali per l’infanzia, per le donne in difficoltà, e per le persone non autosufficienti, ridotti all’osso: ecco il panorama con cui il proletariato femminile e i settori sociali ad esso vicini, nella loro parte femminile, si devono confrontare ogni giorno. Per tacere sulle violenze, le quali comprendono pratiche che violano l’integrità corporea e psichica, e le discriminazioni aperte che le donne subiscono nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Tuttavia, le condizioni a cui è sottoposto il proletariato femminile nei paesi a capitalismo avanzato illustrano in modo eclatante l’aspetto strutturale della questione femminile, irriducibile e irrisolvibile al livello dell’emancipazione sul piano dei diritti riconosciuti dallo Stato borghese nella sua forma democratica.

3. Molestie e mercificazione dei corpi

Come è stato messo in risalto anche dai media, una donna su tre tra i 16 e i 70 riporta di essere stata vittima di una qualche forma di violenza fisica o sessuale - dalle più comuni molestie “semplici” agli abusi sessuali più brutali. Lo scandalo “molestie ed abusi sessuali nel mondo dello spettacolo”, al quale i media desiderosi di calcare sul salace hanno dedicato ampio spazio, ha svelato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la trasversalità di questo fenomeno anche in ambienti borghesi, e l’ipocrisia di coloro che tentano di ripulirsi l’immagine dando un’occhiata al conto in banca nel contesto di una tipica operazione di cura del brand, tanto comune al bel mondo borghese. E pensare che in certi ambienti di cosiddetta sinistra - schierati apertamente dalla parte della classe dominante - le violenze e le molestie di genere passano per un riflesso machista patologico dei proletari di sesso maschile, che si sentirebbero minacciati dalla perdita della loro supremazia domestica e dalla “ascesa” delle loro partner, quindi spodestati nelle loro funzioni di capofamiglia… Questi “sinistri”, tacciono sulle condizioni di degrado sociale in cui spesso si consumano queste tragedie.

In effetti, malgrado la parziale integrazione del proletariato femminile nel mercato del lavoro e i mutamenti nei costumi sessuali e nel diritto della famiglia nel centro capitalistico, sono tuttora molto diffusi tra gli uomini di tutte le classi sociali - e anche tra le donne - i pregiudizi sessisti e il desiderio di controllo sulle scelte – persino sentimentali, ma non solo - delle partner femminili e delle donne in generale, spesso equiparate, in questa mentalità, a semplice oggetto di proprietà, oltre che ad oggetto mercificato per lo più a scopi pubblicitari o persino di utilizzo personalistico per la soddisfazione della propria libido. Tuttavia questa situazione non è affatto il risultato di una malattia innata o di una degenerazione meramente culturale, ma la naturale conseguenza dell’inferiorità sociale alla quale il capitalismo costringe la donna, e in particolare la donna proletaria e delle fasce sociali affini. Questa subordinazione è aggravata a livello sovrastrutturale - ma in questo caso non si possono trascurare i riflessi sulla struttura e sul grado di sfruttamento del proletariato femminile - dall’utilizzo e dalla propagazione nei media di immagini assai spesso fortemente degradanti della figura femminile, che rafforzano in questo modo mentalità secolari preesistenti, che le sfruttano senza farsi il minimo scrupolo “sociale”. Il tutto a discapito delle chiacchiere sul cosiddetto capitalismo responsabile. Se la logica del profitto richiede la mercificazione del corpo femminile al fine di occupare una quota di mercato o di piazzare una pubblicità, perché rinunciarvi? Si tratta pur sempre, e per qualsiasi impresa, di obbedire alle leggi di valorizzazione del capitale.

Il proliferare di spese capitalisticamente improduttive sul piano della produzione di plusvalore (ma funzionali alla sua realizzazione e appropriazione, quali sono ad esempio la pubblicità o la distribuzione di contenuti multimediali) - il che è tipico del capitalismo nella sua fase imperialista - incancrenisce quindi una piaga sociale già endemica, a riprova di come siano il capitalismo e la divisione della società in classi il vero nodo del problema. Sicuramente, per coprire fette di mercato i media curano anche prodotti con rappresentazioni femministe, i quali però non hanno, guarda caso, un grande effetto sul miglioramento delle condizioni reali di esistenza del proletariato femminile e delle fasce sociali ad esso affini, oltre ad essere di assai dubbia efficacia per le ambizioni delle donne borghesi, molte delle quali rimaste anch’esse intrappolate negli stessi squallidi meccanismi di cui dicevamo più sopra (vedi il recente scandalo dietro le quinte hollywoodiane) al fine di riuscire a “far carriera”.

Ad ogni modo, anche i commentatori di “quel di Hollywood”, non hanno potuto fare a meno di constatare come questo ambiente - prodottosi in una reazione da sepolcri imbiancati allo scandalo - sia profondamente sessista e non solo nelle rappresentazioni mediatiche; tale dinamica, peraltro, si riscontra nel fatto che i ruoli più succulenti sono assegnati ad attrici di bell’aspetto e rigorosamente giovani. Del resto, in un mondo basato sullo sfruttamento e sull’oppressione del lavoro salariato, non ci si può sorprendere che vengano incorporate nel mondo borghese forme di dominio ereditate da precedenti modi di produzione e che, a causa della posizione subordinata attribuita alle figure femminili nella famiglia, le donne proletarie siano penalizzate sul mercato del lavoro per le loro funzioni riproduttive e di assistenza, rispetto ai loro fratelli di classe. Conseguenza sovrastrutturale della posizione di disuguaglianza sostanziale tra uomini e donne che si riscontra in tutti le classi, il corpo della donna viene mercificato maggiormente di quello maschile - con le conseguenze più capitalisticamente spinte, nel senso letterale del termine, nel mercato delle fecondazioni assistite e degli uteri in affitto - e dipinto come uno strumento di piacere o un oggetto la cui qualità principale è la bellezza. Ciò si ravvisa in tutti i media, creatori di un terreno di per sé fertile per il sessismo e funzionale al capitalismo, che nelle donne proletarie trova una riserva di forza-lavoro sottopagata e spesso costretta al part-time involontario. I media, non per niente, non hanno speso e non spendono parole sulle violenze e molestie riservate alle lavoratrici che, in balia del ricatto del padrone di turno, non possono alzare la voce se tengono al mantenimento della loro schiavitù salariata. Tra le innumerevoli umiliazioni sessiste a cui le donne proletarie sono sottoposte sul luogo di lavoro, al pari delle donne borghesi e piccolo borghesi, che però hanno i mezzi per difendersi ricorrendo alla giustizia borghese, figurano - infatti – oltre alle dimissioni in bianco, le richieste di prestazioni sessuali, e gli avanzamenti di carriera riservati a chi si presta a questo gioco.

4. Una questione emergenziale da risolvere con la repressione

Siamo bombardate quasi ogni giorno dallo stillicidio di atti di violenza di genere e femminicidio, ma le uniche soluzioni messe in cantiere (e spesso senza neanche troppa convinzione) dalla borghesia italiana e da quella di altri paesi riguardano un inasprimento delle pene detentive da comminare a coloro che commettono questi reati, tralasciando qualsiasi forma di sostegno alle vittime, evidentemente troppo dispendioso in una fase di smantellamento del “welfare”, caduto vittima delle compatibilità capitalistiche. Senza parlare del fatto che, trattando il diritto borghese i fenomeni sociali da un punto di vista della responsabilità individuale, questo stigmatizza il reo come deviante, non riabilitandolo in alcun modo. Infine, bisogna notare come spesso i casi balzati all’onore della cronaca, soprattutto se si tratta di omicidi, vengano strumentalizzati in chiave razzista e patriottarda, qualora vedano un migrante come autore degli atti in questione. Di fronte ad un quadro così deprimente, non è strano che un numero consistente di donne si siano messe in movimento per rivendicare il soddisfacimento dei loro bisogni e contrastare la violenza di genere e il sessismo dilaganti.

5. Tagli al welfare e spese economiche

Questa gestione delle finanze dello Stato è in perfetta sintonia con la natura classista dello Stato borghese. Mentre lo Stato sta facendo terra bruciata attorno ai centri anti-violenza e ad altre associazioni che assistono le donne maltrattate, strutture che non riescono nemmeno a ricevere i pochi fondi stanziati in bilancio dalle regioni e dallo Stato centrale (5), esso sta invece incrementando i fondi in bilancio diretti alle sue imprese militari imperialistiche e alla repressione interna. Le varie riforme del lavoro, delle pensioni e della scuola, insieme agli interventi a favore delle ristrutturazioni dei settori industriali in crisi e del salvataggio del sistema bancario, avrebbero dovuto far capire da tempo a tante presunte soggettività rivoluzionarie quanto gli spazi di mediazione all’interno delle istituzioni borghesi siano ormai prossimi allo zero e quanto il riformismo sia fuori tempo massimo. La questione della violenza di genere, come constatato dalle stesse associazioni interessate, non è certamente una priorità dei governi (6) che, anzi, hanno interesse a salvaguardare la famiglia come ammortizzatore sociale di fronte ad un paventato riemergere della lotta di classe. Senza contare quanto sia vantaggioso per il capitalismo poter contare su una forza lavoro costantemente sottopagata, quale è quella femminile, il cui deprezzamento è strettamente legato al suo ruolo familiare.

6. Punti di vista differenti sulla questione femminile

Il femminismo democratico (7), nelle sue varie sfaccettature, nei momenti acuti ha sempre scelto di schierarsi dalla parte della classe dominante, malgrado si riempisse la bocca di ideali emancipatori. La donna proletaria, invece, ha saputo ritagliarsi un ruolo decisivo nella lotta di classe ogniqualvolta il proletariato ha tentato l’assalto al cielo rivoluzionario. Ciò a riprova dell’irriducibile contrasto tra la natura sociale del femminismo e la lotta di classe proletaria. I casi sono innumerevoli: dalla Comune di Parigi alle rivoluzioni russe del Febbraio e dell’Ottobre 1917 per citare solo i casi più noti. In tutti questi casi le donne proletarie, insieme a quelle dei settori sociali affini e alle transfughe originarie della classe dominante, hanno partecipato al movimento di classe in qualità di componente cosciente della classe dominata, politicizzando l’oggettivo antagonismo sociale tra la borghesia e il proletariato e sfidando il dominio che la borghesia impone al resto della società per organizzarla conformemente ai suoi interessi di classe. In particolare, il proletariato femminile ebbe un ruolo decisivo agli albori della Rivoluzione di Febbraio (iniziata proprio l’8 marzo), fraternizzando con i soldati delle forze armate zariste e protestando contro le carenze alimentari e la guerra che ne era la causa.

Questi risultati furono conseguiti dal proletariato femminile combattendo a fianco dei loro fratelli di classe e non certo isolandosi o facendo proprie rivendicazioni particolaristiche che cozzassero con il generale movimento di classe. Durante i massacri imperialisti della prima e della seconda guerra mondiale invece le femministe, come detto in precedenza, collaborarono fattivamente con le proprie rispettive borghesie in cambio di promesse che impegnassero i governi ad eliminare alcune delle discriminazioni giuridiche e politiche che relegavano la donna allo status di cittadina di seconda categoria. È proprio su questo punto che si misura la distanza tra le battaglie del femminismo democratico e quella del proletariato rivoluzionario: il femminismo sia nella sua veste istituzionale sia in quella radical-riformista, dopo aver ottenuto l’eguaglianza davanti alla legge nei paesi della metropoli capitalista, si batte ora affinché, grazie a modifiche implementate sul piano del diritto dallo Stato, vengano abbattute le barriere sociali che impediscono ad ogni donna l’affermazione individuale intesa secondo i canoni borghesi dell’avanzamento di carriera e del percepimento di un “giusto salario”. Il proletariato, invece, ha come obiettivo storico l’emancipazione dell’umanità dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo mediante l’abolizione del lavoro salariato e la socializzazione dei mezzi di produzione, premessa irrinunciabile per l’eliminazione di ogni forma di oppressione e discriminazione di genere oltre che nazionale ed etnica.

Del resto, risulta evidente quanto l’ideale della donna in carriera desiderato dal femminismo istituzionale precluda la più basilare solidarietà di classe su un piano rivendicativo, sacrificandola sull’altare della riuscita professionale, e conduca, nei casi innalzati a modello dal movimento femminista, all’ascesa a ruoli di primo piano nella società borghese, che equiparano in tutto e per tutto le scalatrici sociali in questione al resto della classe borghese. Sicuramente, sentiremo alzarsi delle obiezioni da parte di alcune femministe aderenti al femminismo intersezionalista (8) che invece affermano di aver valorizzato il tema della lotta di classe e del riconoscimento delle stratificazioni sociali interne al genere femminile e agli orientamenti sessuali e di genere socialmente discriminati. Si tratta di alcune frange del movimento femminista che definiamo radical-riformiste. Questo femminismo è radical-riformista poiché eredita dal femminismo tradizionale una concezione prettamente individualistica dei rapporti sociali e le sue rivendicazioni, proprio come quelle del femminismo istituzionale, si risolvono alla fine della fiera in richieste di intervento inoltrate allo Stato capitalista, da realizzare all’interno del suo quadro e delle sue compatibilità.

Per il femminismo radical-riformista, infatti, il dominio di classe che si abbatte sul proletariato e lo caratterizza come classe oppressa si tramuta in un’oppressione che colpisce la persona nella sua doppia identità di donna e di proletaria o nella sua identità discordante, almeno per i presupposti ideologici del femminismo, di uomo e proletario. Se il dominio di classe si riduce ad una questione di svalutazione della persona nella sua individualità, allora il passaggio dall’enunciazione di parole d’ordine anticapitaliste all’accettazione delle regole del gioco del sistema - che è insita nel costituirsi come gruppo di pressione per il progresso di una categoria dal punto di vista del diritto - è assai breve. Non per nulla il diritto, che è uno strumento della classe dominante per perpetuare il suo dominio, ha come soggetto proprio l’individuo isolato, che deve essere riconosciuto dalla legge alla pari di altri individui. Il femminismo che si ispira alla teoria dell’intersezionalità trova quindi un suo fertile terreno d’approdo nella democrazia borghese, malgrado i suoi slogan radicali.

7. Le donne nella lotta di classe e nella rivoluzione

Il femminismo radical-riformista ammette, a differenza del femminismo mainstream, l’utilizzo di mezzi di pressione classisti come lo sciopero, ma le sue concezioni della lotta di classe non si spingono oltre il livello della classe in sé e non a caso, nel suo tentativo di riverniciarsi con un colore rosso, ha spesso amoreggiato con il sindacalismo di base ed esaltato come il non plus ultra della lotta di classe le vertenze isolate animate dal radical-riformismo sindacale. Il sindacalismo di base, pur non essendo direttamente compromesso con la classe dominante come il sindacalismo della triplice, si basa pur sempre sulla contrattazione tra capitale e lavoro e pertanto deve legittimarsi davanti alla parte padronale per poter continuare ad essere un’organizzazione permanente che cogestisce, contrattandolo, il prezzo della vendita della forza lavoro. Per i limiti intrinseci al sindacalismo, che spingono i vari sindacati di base ad imprigionare le lotte rivendicative in rigidi steccati settoriali, il riconoscimento della lotta rivendicativa egemonizzata dai sindacati di base da parte del femminismo radical-riformista non conferisce a quest’area una patente di marxismo o anche di semplice appartenenza al campo proletario, come pure spererebbe. Proprio come il femminismo radical-riformista sconta il vizio di origine di essere nato come movimento interclassista, il sindacalismo di base è limitato dalla sua natura di organizzazione permanente per la vendita contrattata della forza lavoro, che prolunga la sua esistenza oltre l’esaurimento di una rivendicazione vertenziale o di un ciclo di vertenze, escludendo il passaggio della lotta ad un piano politico. L’alleanza o la solidarietà tra i due movimenti, le cui concezioni politiche non oltrepassano l’orizzonte del riformismo, non può quindi risolvere i rispettivi problemi: al contrario di quanto avviene in matematica, due negativi non danno un positivo.

Da parte nostra, noi abbiamo sempre sostenuto che il modo migliore con cui il proletariato può difendersi nel corso delle lotte rivendicative è l’autorganizzazione al di fuori, e se è necessario contro, i sindacati. Lo stesso proletariato ha dimostrato la validità di queste forme di lotta rivendicativa esprimendo una maggiore radicalità conflittuale quando è stato capace di istituire dei comitati di sciopero e di autorganizzazione indipendenti dai sindacati. Nei settori dei servizi alla persona, dove il proletariato femminile è più sovrarappresentato rispetto a quello maschile, l’autorganizzazione e un collegamento con l’utenza sono fattori ineludibili per evitare anche solo di essere crocifissi dalle campagne denigratorie condotte dai media borghesi. Il che è più facile a dirsi che a farsi visti i disagi che l’utenza subisce in caso di agitazioni, ma si tratta comunque di un passaggio indispensabile e sicuramente possibile alla luce delle difficoltà che la stessa utenza d’estrazione proletaria e piccolo borghese sta attraversando con i progressivi tagli al welfare. Solidarizzare con frammenti di utenza politicizzata o in corso di politicizzazione rovinerebbe il piano di colpevolizzazione e isolamento degli scioperanti che i media borghesi inscenano in queste situazioni. Ma tutto questo ancora non basterebbe.

La vertenza rivendicativa e la lotta politica sono qualitativamente, e non quantitativamente, diverse proprio perché la vertenza rivendicativa rimane legata alle circostanze contingenti e all’esigenza di resistere agli attacchi padronali contro le condizioni di vita proletarie e/o di mitigare il tasso di sfruttamento. L’organismo attraverso il quale il proletariato esercita il suo potere politico durante e dopo la rivoluzione è invece il soviet, o consiglio, accomunato ai comitati di sciopero solo dalla democraticità e revocabilità delle cariche che contraddistinguono entrambe le forme. Perché la rivendicazione economica possa trascrescere e diventare lotta politica è fondamentale l’intervento del partito come avanguardia radicata nella classe ed in grado di supportare l’azione spontanea della classe, mettendo a disposizione il suo patrimonio di memorie degli episodi passati della lotta di classe e avvertendo la classe di fronte alle strategie messe in atto dalla classe dominante per preservare i suoi privilegi. Un esempio clamoroso dell’importanza capitale che ricopre il partito è l’esperienza della rivoluzione tedesca del 1918-19: anche a causa dell’assenza di un partito forte e costruito per tempo, la classe dominante riuscì a far votare al congresso dei soviet o consigli il trasferimento dei poteri all’assemblea costituente! L’esempio tedesco dimostra quanto la nascita dei soviet sia una condizione necessaria ma non sufficiente per porre il problema del potere politico e sfidare la borghesia sul suo stesso terreno. Nel caso in cui i soviet siano politicamente dominati da partiti borghesi di sinistra che veicolano gli interessi della borghesia nel proletariato, convincendoli della via pacifica e parlamentare al socialismo, magari attraverso un impossibile - a meno che i Consigli non vengano svuotati e ridimensionati a meri organismi di tipo sindacale - convivenza tra soviet e parlamento.

8. L’alternativa comunista

Malgrado la gravità della crisi e dei venti imperialistici di guerra che ormai si fanno sempre più insistenti, latita una reazione del proletariato che sia all’altezza dell’enorme crisi del capitalismo e degli incessanti attacchi della borghesia. Il proletariato femminile deve sfuggire alla trappola del femminismo e lottare a fianco dei propri fratelli di classe in difesa delle proprie condizioni di vita, al di là dei particolarismi, aderire insieme al resto del proletariato al programma rivoluzionario comunista, di cui è portatore il partito di classe che si pone su di un piano politico di alternativa al sistema: senza questi presupposti indispensabili, non ci potrà essere una società veramente egualitaria in cui lo sfruttamento del lavoro salariato, le guerre e l’oppressione di genere, insieme ad altre forme di oppressione trasversali alle classi sociali di cui si serve la borghesia nella sua strategia di divide ed impera, siano solamente un lontano ricordo da studiare sui libri di storia.

Rimane da esplicitare, se mai fossero rimasti dubbi in seguito alla nostra illustrazione dei nodi del problema, che il comunismo che noi invochiamo è il comunismo nell’accezione marxista di movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente, non avendo nulla da spartire la nostra definizione con la mistificazione eretta dall’Urss in seguito alla controrivoluzione staliniana e dai paesi dell’est Europa, oltre che da tutti gli altri cosiddetti socialismi reali - caso cinese e cubano inclusi - per spacciare un capitalismo di stato come socialismo. Il comunismo come sistema sociale presuppone l’abolizione della legge del valore. Abolendo la legge del valore e trasformando il lavoro indirettamente sociale e alienato inerente al capitalismo in lavoro direttamente sociale e rispondente ai bisogni umani, si trasformerà la base stessa dell’organizzazione del menage domestico e verrà socializzata la cura e l’allevamento dei bambini, pur senza separarli dai genitori e\o dagli affetti, per educarli in luoghi integrati nel tessuto sociale e adeguati a rispondere a tutte le loro esigenze sociali e individuali di crescita e sviluppo. In questo modo si emanciperà finalmente la donna dall’oppressione del menage domestico privato. Nell’attuale società capitalistica il lavoro domestico della donna lavoratrice come parte della famiglia è atomizzato e disconosciuto nel suo ruolo sociale a causa dell’organizzazione privatistica della famiglia. Disconosciuto malgrado gli enormi servigi resi alla società capitalistica nel contributo alla riproduzione della forza lavoro e nell’educazione di nuove generazioni di proletari, il lavoro domestico appare infatti improduttivo di valore e per di più non salariato e neppure suscettibile di un appropriazione da parte di un capitale nella misura in cui viene svolto nella famiglia. La nuova organizzazione della famiglia e dell’educazione delle nuove generazioni sarà presa in carico dalla società nel suo complesso senza dover sbattere contro le compatibilità dei sistemi capitalistici che hanno rivelato ancora una volta, con gli incessanti tagli al welfare, l’assoluta falsità di una “democratizzazione” sociale all’interno del capitalismo. La stessa Rivoluzione Russa pur non potendo scavalcare in un paese isolato e capitalisticamente arretrato l’orizzonte sociale capitalistico, aveva prefigurato la futura risoluzione della questione di genere sperimentando modelli di collettivizzazione e fornitura gratuita dei servizi domestici, introducendo, come primi interventi e spesso per la prima volta nel mondo: l’uguaglianza salariale, gli asili nidi e l’assistenza sanitaria gratuiti, il diritto di aborto e di divorzio. Interventi, se si vuole minimali, ma che il capitalismo stesso non riesce minimamente a garantire. La Rivoluzione Russa, prima della sua degenerazione, cercò di rompere l’organizzazione capitalistica della famiglia in una società che ancora permaneva capitalistica. Lì tuttavia venne spezzato quell’ingranaggio di dominio e di sfruttamento che è lo stato borghese, tracciando così l’unica strada possibile per un’effettiva emancipazione della donna, ovvero la liberazione dell’umanità dal lavoro salariato e dal capitale, attraverso la conquista da parte del proletariato e delle classi affini dei mezzi di produzione e di distribuzione. Insomma, non è data rivoluzione proletaria e comunista che non esprima al contempo tanto l’emancipazione del proletariato dallo sfruttamento di classe, quanto, sulla medesima base, l’emancipazione della donna dall’oppressione di genere.

Siamo convinti che ogni altra proposta politica per l’emancipazione della donna, apparentemente realistica perché compatibile del sistema, sia invece utopica e fallimentare.

(1) Studi riportati dalla BBC in: bbc.com

(2) qz.com

(3) d.repubblica.it

(4) ourworldindata.org

(5) lanotiziagiornale.it

(6) fanpage.it

(7) Per una più dettagliata e contestualizzata analisi critica dei principali approcci radical-femministi e dei loro profondi limiti politici, rinviamo a futuri lavori già in cantiere.

(8) La teoria dell’intersezionalità è una teoria popolare tra gli accademici delle università americane e abbracciata dalle\dai femministe\i più radicali e propense ad adottare un linguaggio classista e attento in apparenza alla lotta di classe. Come teoria si adatta perfettamente alle politiche identitarie che hanno riscosso tanto successo tra la sinistra riformista e radical-riformista del mondo occidentale in quanto postula la compresenza e l’intersezione di diverse forme di oppressioni attinenti all’identità della persona oppressa: l’enfasi è sull’Identità soggettiva della persona oppressa e delle sue vulnerabilità, spesso identificata secondo i criteri delle scienze sociali insegnate nelle università, senza alcunriferimento formale al marxismo. L’elemento centrale dell’oppressione per noi, al contrario, è il capitalismo e, nella sua negazione, il potenziale rivoluzionario del proletariato come classe sociale. Per il femminismo intersezionalista quello che loro chiamano il patriarcato (la discriminazione sociale contro le donne di tutte le classi sociali) e il capitalismo sono due variabili interdipendenti ed il primo non è una variabile dipendente del secondo e delle altre società divise in classi.

Giovedì, March 7, 2019

Comments

Mon commentaire est en français et j'ai traduit l'article avec Google traduction. Alors il est plus que possible qu'il y ait des insuffisances sinon des erreurs de traduction. J'espère que vous pourrez comprendre mon commentaire dans votre langue.

Je pense que l'article est une avancée dans notre compréhension du contrôle de la reproduction humaine. Il y a un effort d'analyse de l'oppression des femmes et du féminisme. On ne rapporte plus la sempiternelle historique (même si c'est nécessaire) de la lutte pour le droit de vote du début du 20è siècle avec les Kolontai, Zetkin et Luxembourg. Il y a vraiment un effort pour actualiser la situation des femmes, de leurs revendications et de leurs luttes.

Discutons...

Si l'article est très clair sur les limites de la lutte des femmes dans le système capitalisme, il l'est moins sur l'analyse du courant féministe, de l'organisation des femmes et de leurs revendications. Tout le monde est d'accord que le féminisme est la structure que les femmes ont adoptée et qu'on qualifie d'interclassite. Mais on explique pas pourquoi?

Il y deux ordres de revendications que les femmes mettent de l'avant:

Démocratiques:

droit de vote, d’être élues, la parité dans la représentation, accès aux postes de responsabilité, présence dans l’histoire, droits d’accès au travail et à l’éducation, égalité juridique, droit au divorce, abolition de la division sexuelle du travail, égalité et équité salariale, d’être payé pour tout travail, etc.

Spécifiques à la reproduction:

droit à l’avortement, à la contraception, à la liberté sexuelle, comité non-mixte, service de garde, aux congés de maternité payé, à disposer librement de leur corps, etc.

Toutes les tendances féministes mettent de l'avant ces revendications de l'avant. Et toutes les femmes les appuient. Hormis quelques exceptions.

L'organisation de la lutte des femmes s'est fait et se fait par des comités non-mixtes. Structure que nous contestons trop souvent. Pourtant Marx non seulement l'appuyait mais en a fait une résolution dans la première internationale. Quand on parle d'auto-organisation de la classe ouvrière, c'est dans la même ligne, dans la même orientation. Si les bourgeoises s'en servent, ce sont surtout les prolétariennes qui l'utilisent. Quand elles réussissent des manifestations de 5 millions de personnes en grève (8 mars 2018 en Espagne), c'est le résultat spectaculaire de leurs organisations en comité non-mixte. Une revendication organisationnelle que nous devrions mettre de l'avant dans nos propres groupes.

Je pense que notre devoir de communiste est d'appuyer ces revendications. Que les femmes puissent être élues dans les parlements bourgeois et qu'elles aient la parité hommes femmes et en plus qu'elles aient des postes de ministres, nous donnent de l'urticaire, nous hérissent le poil et nous rend même anxieux, c'est compréhensible. Mais c'est un droit démocratique que nous appliquerons nos propres organisations et qui ne nous empêchent nullement de continuer à critiquer le parlementarisme et de dénoncer aussi les politiques réactionnaires des ministres féminins.

Nous ne sommes pas féministes, comme nous ne sommes pas syndicalistes, mais nous sommes capables de reconnaitre et d'appuyer les revendications de la classe ouvrière. On l'a fait pour la journée de 8 heures au siècle passé, on le fait constamment pour les augementations de salaire, pourtant nous sommes contre le salariat et le réformisme dans les conditions de travail. Des alliances de classe ont eu lieu dans le passé pour gagner des points pour la révolution, qu'on pense aux paysans dans la révolution russe. Les femmes sont fières de voir Christine Lagarde à la tête du FMI, mais elles comprenent que cette femme maintient ces soeurs grecques dans la misère et sont capables d'en faire la critique. Elles adoptent ce point de vue, parce qu'elles n'ont ni patrie ni nation, qu'elles ont été écartées des droits de l'homme à la naissance de la bourgoisie et de sa démocratie.

Sur les différents courants féministes et ils sont nombreux, en faire l'analyse sans mépris est une tâche importante, comme on l'a fait pour le trotskisme. Sauf que dans le cas du féminisme, nous assistons à un processus théorique qui se développe depuis les années 70. Donc un fait relativement nouveau, qui actualise en particulier les thèses d'Engels. Il faut y prêter attention; d'autant plus que nous avons reproduit trop souvent le chauvinisme envers les femmes dans nos organisations. Je ne m'exclut pas de ces faux pas.

L'article aborde l'intersectionnalité, dont l'origine remonte aux années 80, toujours à la mode et qui inclut maintenant plusieurs identités de genre, de classe et de race. Je ne crois pas que ce soit un courant bourgeois. C'est une tentative théorique d'unifier les différentes oppressions des femmes. Une altenative, l'interconnectivité est venu améliorer cette théorie. C'est comme des silos d'oppressions qu'on tente avec plus ou moins de bonheur d'interelier. La théorie de la reproduction sociale, plus récente, est déjà plus proche d'une théorie du contrôle de la reproduction humaine que je tente de dévolopper et qui part de la division sexuelle du travail.

En ce sens, je crois qu'il faut sortir du sujet de l'oppression des femmes et du féminisme pour analyser l'objet de l'oppression. Exactement comme Marx l'a fait, en analysant le processus de production historique et qui en a déduit les classes sociales, nous le ferons à sa manière et surtout de celle d'Engels, pour le processus de reproduction.

Ce n'est pas pour rien que j'aborde Engels, il a surtout discuter de la structure historique de la famille et beaucoup moins sur la question de la reproduction humaine. La défaite historique des femmes ne se situe pas à l'avènement de la famille monogamique comme il a tenté de le démontrer avec les connaissances de son époque, mais beaucoup plus avant, avec la première division sexuelle du travail avec la chasse au gros gibier, donc 30,000 ans avant l'apparition des classes sociales (c'est quand même court sur l'échelle de l'existence humaine). Il nous a quand même mis sur la piste quand il parle de division sexuelle du travail toujours aussi présente aujourd'hui et qui est maintenue par la classe dominante.

Donc si l'oppression des femmes est apparue avant les classes sociales, va-t-elle disparaître avec l'abolition des ces classes? Si non, si l'assertion est fausse, quelles conditions doit-on mettre en place pour sa résolution? Pour moi la réponse se trouve dans les revendications actuelles des femmes.

La rédaction de mon projet de "Genèse du contrôle de la reproduction humaine", prend plus de temps que prévu. L'énormité de sa réalisation, de la préhistoire à aujourd'hui est un peu, disons, idéaliste pour mes petites capacités. J'ai bon espoir que les camarades pourront la lire, l'analyser, la discuter, la commenter et la critiquer cette année!

salutations communistes!

Daniel Leduc.

Compagno, penso che la divergenza sia proprio nell'impostazione metodologica di base. Non ci troviamo su degli aspetti che per noi sono fondamentali, per esempio: 1) nel capitalismo contemporaneo le classi residue sono due. per questo parlare di alleanze con altri settori sociali terzi non ha nessun senso. 2) il compito dei comunisti è organizzare le donne sul piano della rivoluzione comunista 3) il movimento democratico distoglie continuamente le donne dal saldare la loro lotta contro l'oppressione a quella del proletariato contro lo sfruttamento. 4) nelle nostre organizzazioni combattiamo da sempre ogni forma di maschilismo e sciovinismo. 5) far risalire l'oppressione di genere all'origine della divisione del lavoro è mera ideologia: l'unico fattore storicamento conosciuto che è dimostrato abbia portato all'oppressione di genere e allo sfruttamento di classe è il costituirsi dello Stato nelle sue forme "asiatico" (ossia teocratico) e antico (modello greco-romano). Il resto sono speculazioni prive di reale costrutto. 6) la scomparsa della divisione in classi sociali è inscindibile dalla scomparsa dell'oppressione di genere. la liberazione del proletariato è al contempo l'emancipazione della donna e la liberazione dall'oppressione etnico-razziale.

merci pour les précisions.... nous avons quelques désaccords, mais puis-je savoir comment Battaglia communista lutte contre le machisme et le chauvisnisme dans votre oranisation?

4) nelle nostre organizzazioni combattiamo da sempre ogni forma di maschilismo e sciovinismo.

Par exemple, est-ce que c'est explicite dans vos satuts?

est-ce que je pourais avoir une copie de vos statuts d'organisation?

merci à l'avance!

Compagno, sinceramente mi sembra strano che una organizzazione comunista debba mettere nero su bianco che è contro il maschilismo e lo sciovinismo. Sono caratteristiche di base che deve avere ogni rivoluzionario. Comunque no, lo statuto non è disponibile per i non militanti dell’organizzazione.

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Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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