Proteste globali: l’inarrestabile crisi capitalista richiede l’abbattimento del sistema

Le “nefandezze” del capitalismo non sono imputabili a questa o a quella forma di amministrazione dei rapporti di produzione capitalistici, ma ai rapporti stessi. Le crisi economiche, l'attacco alle condizioni salariali che ne conseguono, lo smantellamento del welfare, la divergenza a forbice sempre più larga, le guerre permanenti che gli imperialismi combattono, per il momento per procura, non sono figli illegittimi di un sistema economico che, se amministrato come si deve, prenderebbe altre strade e farebbe altre scelte. E' nella natura del capitalismo produrre questi efferati effetti.

“Dotte considerazioni” sul futuro del capitalismo “dopo” la fine dell'attuale crisi, Fabio Damen

Se in Gran Bretagna la pantomima politica della Brexit è il sintomo di un malessere economico più grave, cioè dell'incapacità del capitalismo britannico di impedire il peggioramento del futuro dei suoi "cittadini", nel mondo il terribile impatto del rallentamento dell’economia capitalista sta trascinando ogni giorno di più la gente per le strade. (1)

Il 2019 si è aperto con il presidente francese Macron che deve far retromarcia e offrire concessioni al movimento interclassista dei gilet gialli, le cui richieste erano andate ben oltre il costo del gasolio e della benzina. In febbraio in Algeria l'annuncio dell'incapacitato Bouteflika di volersi candidare per un quinto mandato alla carica di presidente ha fatto emergere la rabbia repressa della popolazione.

Sarebbe stata la beffa finale dopo anni di declino delle prospettive di occupazione (2) e di massiccia corruzione in uno stato le cui entrate di petrolio e gas sono precipitate parallelamente al declino dell'economia globale. In 800.000 sono scesi in piazza e Bouteflika se n’è andato, ma il sistema che lo ha sostenuto mantiene ancora il controllo sulla società e le proteste continuano fino a oggi.

In Sudan la rivolta politica contro la dittatura militare si è sviluppata partendo dalle proteste provocate da un triplice aumento del prezzo del pane.

In febbraio scioperi a gatto selvaggio di migliaia di operai schiavi delle fabbriche-maquiladoras lungo il confine Messico-USA (3) hanno indotto il presidente, le cui promesse elettorali erano di restringere il divario nella distribuzione della ricchezza nel paese e di migliorare la vita dei suoi cittadini più poveri, a chiamare l'esercito. E l'anno è continuato via così. Nel solo mese di ottobre sono scoppiate, o sono proseguite, massicce proteste di strada che hanno interessato più strati della popolazione. Dall'Ecuador all'Egitto, da Hong Kong ad Haiti, Libano, Cile, Iraq e in innumerevoli città e paesi in tutto il mondo. Spesso, anche se non sempre, sono state innescate da un particolare aumento dei prezzi che si è rivelato la goccia che ha fatto traboccare il vaso per le popolazioni infuriate dall'enorme divario tra lo stile di vita sfavillante che il capitalismo finge di poter concedere a tutti e la realtà della crescente polarizzazione della ricchezza.

In Egitto, dove le manifestazioni sono state messe fuorilegge dal regime draconiano di Abdel Fattah el-Sisi, le proteste sono scoppiate a settembre, dopo che un insoddisfatto appaltatore di costruzioni statali ha postato online dettagli sulla corruzione dell’apparato militare. Da settembre, più di 3.500 persone sono state arrestate al Cairo, ad Alessandria e in altre città del Delta del Nilo.

Nel frattempo, le cifre dello stesso governo indicano che un terzo di tutti gli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà, con un aumento di oltre 4 milioni di persone tra il 2015 e il 2018.

In Iraq da settembre sono cresciute le proteste antigovernative in diverse città, tra cui Nassiriya, Amara, Bassora e Baghdad. Il Primo Ministro Abdul-Mahdi risponde ordinando il coprifuoco, chiusure di Internet e, in generale, il dispiegamento delle "forze di sicurezza". Il bilancio delle vittime, compresi gli uccisi dal fuoco dei cecchini, è stimato in centinaia di persone.

A metà ottobre in Libano - quarto nella lista globale degli stati con il più alto numero di miliardari per abitante, ma il cui debito pubblico, pari al 150% del PIL, è uno dei più alti al mondo - l'annuncio da parte del governo di una tassa giornaliera sulla messaggistica di WhatsApp ha scatenato una protesta di massa con manifestazioni quotidiane trasversali rispetto alle solite divisioni religiose e confessionali. Cristiani, sunniti e sciiti musulmani, drusi si sono uniti nell’accusare i leader politici di aver derubato il paese e accumulato fortune a loro spese. Il governo ha risposto alla velocità della luce. Non saranno introdotte nuove tasse, i salari dei ministri e dei parlamentari passati e attuali saranno dimezzati, sprechi e corruzione saranno contenuti. Promesse, promesse ... Al momento in cui scriviamo le proteste continuano a bloccare le strade principali. A Beirut scuole, banche e molte aziende sono chiuse. I manifestanti chiedono ancora le dimissioni del governo di coalizione guidato da Saad al-Hariri, il miliardario primo ministro. Nella crescente presenza nelle manifestazioni della bandiera nazionale, alcuni giovani invocano la "rivoluzione".

Ma non è solo nel mondo arabo che una popolazione arrabbiata sta sfogando la sua rabbia contro l'ingiustizia, la corruzione del capitalismo e, soprattutto, la prospettiva di un futuro peggiore. Appena una settimana dopo il presidente miliardario del Cile, Sebastián Piñera, dichiara che, sebbene il paese sia in testa alle tabelle di crescita in America Latina, "Dobbiamo fare un grande sforzo per includere tutti i cileni". L'annuncio di un aumento del 3% delle tariffe della metro di Santiago scatena le più grandi proteste dalla caduta di Pinochet. Le proteste si intensificano e iniziano a includere atti di vandalismo (come la messa fuoco alle stazioni della metro) che diventano la scusa per lo stesso presidente di dichiarare la "guerra", istituire il coprifuoco e chiamare l'esercito a combattere contro quello che definisce "un nemico potente e implacabile". Quell’implacabile nemico è evidentemente la popolazione nel suo insieme, o almeno chiunque protesti contro il governo. Carri armati sono schierati contro i manifestanti che includevano lavoratori del settore pubblico in sciopero, studenti e - almeno per un giorno- i lavoratori delle più grandi miniere di rame del mondo. A questo punto il ritiro dell'aumento della tariffa era irrilevante. Nell'ultimo conteggio almeno 18 persone sono state uccise e quasi 6.500 arrestate.

Ora Piñera sta arretrando. Scusandosi per la "mancanza di visione" nell'affrontare la frustrazione repressa, ha offerto un pacchetto di riforme per innalzare salari, pensioni e sicurezza sociale, nonché sussidi per l'energia e la medicina. Ma il Cile è un'economia relativamente fiorente (sebbene come ovunque in rallentamento). Con un rapporto debito / PIL solo del 25%, gli economisti concordano sul fatto che Piñera potrebbe permettersi di spendere più dello 0,4% circa del PIL per evitare una svendita di titoli sui mercati se prolungati disordini (specialmente gli scioperi nelle miniere di rame) minassero la fiducia degli investitori. Persino un ex governatore della banca centrale del Cile come José de Gregorio, afferma:

"Stiamo vivendo un terremoto sociale, che dovrebbe essere trattato come tale. Ricostruire, riportare fiducia e armonia è costoso. ... Non possiamo aspettare la crescita, questo paese ha bisogno di ridistribuzione "(4).

Stima che la situazione richieda di spendere circa l'1% del PIL del Cile che ammonta a $ 300 miliardi! Questo in effetti sarebbe un prezzo economico, se riuscisse a concedere alla classe dirigente cilena lo spazio di manovra per raggiungere un assetto politico più convincente e mettere un freno alle richieste popolari di una maggiore fetta della torta.

Al contrario, le proteste scoppiate in Ecuador sono state innescate da una causa più "tradizionale". Al fine di rispettare i termini di un prestito concordato con il FMI, il presidente Lenín Moreno (che è stato eletto nel 2017 assicurando alla popolazione che “la rivoluzione continua”) ha improvvisamente annunciato la demolizione dei sussidi per il carburante (decreto 883) che erano stati in vigore per 40 anni. Il 3 ottobre camionisti e i tassisti hanno bloccato le autostrade. Li hanno anche raggiunti gruppi indigeni, studenti e altri oppositori del governo, compresi i sostenitori del precedente presidente di sinistra, Correa. Dopo 11 giorni Moreno annuncia di ritirare il decreto. Almeno 7 persone sono state uccise e migliaia ferite e /o arrestate nella capitale Quito, dove il governo aveva portato l’esercito e dichiarato lo stato di emergenza. Il presidente aveva salutato la decisione come "una soluzione per la pace e per il Paese". Tuttavia da allora le prospettive economiche del paese possono solo essere peggiorate, visto che gli investitori internazionali hanno scaricato il debito dell'Ecuador.

Nel frattempo ad Haiti. uno dei paesi più poveri del mondo, dove l'80% della popolazione vive con meno di $ 2 al giorno (e più della metà con meno di $ 2,40 al mese), dove le autorità hanno fatto ben poco per fornire alloggi anche di fortuna dopo il devastante terremoto del 2010, proteste intermittenti (contro gli aumenti dei prezzi e la penuria di cibo e acqua), blocchi stradali, saccheggi ed espressioni generali di disperazione fanno ormai parte della quotidianità sociale. Da settembre in avanti proteste quasi giornaliere hanno più o meno bloccato la capitale Port au Prince e cresce la richiesta di porre fine alla corruzione e di dimissioni per il governo del presidente Jovenel Moïse.

A Hong Kong, un disegno di legge del governo, che si sarebbe fatto beffe dell'accordo “un paese, due sistemi”, consentendo l'estradizione di cittadini di Hong Kong verso la Cina continentale, ha innescato il perdurante movimento di protesta che ha mobilitato oltre un quarto della popolazione. Il governo fantoccio di Carrie Lamb è stato costretto a ritirare il disegno di legge, ma le proteste continuano, trasformandosi in una richiesta di suffragio universale e di “democrazia”. Le proteste di Hong Kong hanno attirato l'attenzione del mondo soprattutto per le ingegnose strategie dei giovani organizzatori, che si dice siano basate sulla strategia kung-fu di Bruce Lee: “sii informe, come l'acqua”.

Come dare un senso a queste crescenti proteste di massa o ribellioni che non hanno un chiaro carattere di classe, che devono la loro velocità organizzativa in gran parte alle capacità di comunicazione dei social media, che hanno pochi leader distinti o affermati e le cui richieste spesso contraddittorie cambiano costantemente e si emulano a vicenda?

Alcuni (5) accolgono questi movimenti prevalentemente spontanei e socialmente diversi come l'inizio di una rivoluzione globale degli oppressi contro le élites capitaliste e le ingiustizie generali del capitalismo, se non contro la “gerarchia” in generale. In un mondo in cui le 26 persone più ricche possiedono ora tanto quanto il 50% più povero [Rapporto Oxfam 2019], è facile concentrarsi sulla liberazione dalle “élite” consolidate, nella speranza di creare un mondo più giusto.

Sicuramente il capitalismo, il sistema controllato da una classe di proprietari che vivono sulle spalle dei profitti derivanti dal lavoro degli altri, è la causa principale dell’immiserimento in crescita e del declino nelle “condizioni di vita” per una porzione sempre maggiore delle popolazione. Ma il capitalismo non è una forma di governo. E’ un modo di produzione in cui le persone che lavorano per produrre ciò che serve a soddisfare le necessità materiali (e i lussi) della vita sono tenuti a farlo, perché hanno bisogno di un salario per poter sopravvivere. Tuttavia i lavoratori salariati non hanno alcun controllo su ciò che è prodotto, perché i mezzi di produzione sono di proprietà della classe capitalista. Inoltre, il valore dei salari dei lavoratori non è affatto vicino al valore complessivo dei prodotti che producono e che le imprese capitaliste vendono sul mercato. Questo è il senso esatto del termine “sfruttamento” nonché la base materiale del profitto dei capitalisti. La disuguaglianza e l’ingiustizia sociale derivano da questo fatto. Chi ottiene cosa dalla cornucopia di beni che i lavoratori salariati in tutto il mondo producono si riduce a quanti soldi hai. Questa è la realtà materiale in cui la maggior parte delle persone del mondo sono nate ed in cui devono trovare gli strumenti per vivere le loro vite.

Mentre è vero che dopo la Seconda Guerra Mondiale la crescita capitalista ha trasformato la vita delle persone in tutto il globo, è anche vero che il capitalismo ha combattuto per decenni le conseguenze di quella crescita: il ritorno della crisi economica a causa della sua tendenza intrinseca alla caduta del saggio del profitto. Per i capitalisti ciò vuol dire sempre meno “opportunità di investimento” e una maggiore propensione alla speculazione finanziaria, persino quando le aziende produttrici si sforzano dappertutto di aumentare i loro margini di profitto mediante la riduzione dei salari, la velocizzazione dei ritmi ecc. e ogni stato nel mondo “sviluppato” opera tagli al welfare. Nel 2008, con il collasso della Lehman Brothers, il capitalismo sperimentò il suo più grande collasso finanziario di sempre, le cui conseguenze divennero realmente globali. I tassi di crescita economica a livello mondiale crollarono dal 7% per cento a circa l’1.6 % e 64 milioni di persone, secondo le stime, sprofondarono nella povertà quasi da un giorno all’altro (6). Non è una coincidenza che la “Primavera araba”, inizialmente innescata dall’autoimmolazione di Mohamed Bouazizi in Tunisia, seguì il crollo finanziario. Eppure coloro che cantano le lodi delle rivolte spontanee, “senza forma” e senza leader farebbero bene a considerare il successo o meno di tali proteste.

Oggi la crescita economica mondiale non è nemmeno lontanamente vicina al suo livello pre-crash. Infatti, considerando che la montagna di debito creata dalle principali banche centrali per salvare il sistema finanziario globale è circa tre volte la grandezza del Pil mondiale, è discutibile che l’economia globale stia crescendo affatto. Alcuni commentatori economici la stanno descrivendo come una “stagnazione sincronizzata” e gli attuali movimenti di protesta confermano i timori di coloro che, come il Financial Times, vogliono un capitalismo più responsabile e sono spaventati dalle conseguenze della costante speculazione finanziaria e della polarizzazione della ricchezza a discapito dell’investimento industriale. Ma questa è l’ultima fase di una crisi che è passata per fasi, una crisi per nulla limitata al manifatturiero e alla produzione e che ha minato l’ordine imperialista mondiale istituito a Bretton Woods (1944) per garantire la posizione degli Usa come la più forte potenza economica mondiale. La verità è che il capitalismo adesso è sinonimo di disastro e di opportunità di vita in diminuzione ad ogni livello.

Le attuali proteste sono un sintomo del malessere. Di per sé non riescono a trovare una soluzione. Per cominciare, gli manca la stessa qualità che rappresenta realmente una minaccia per l’assetto politico esistente: i loro diversi interessi sociali e di classe assicurano che alla fine il movimento si spaccherà, con la classe lavoratrice ed i diseredati che finiscono con il sentirsi traditi mentre le classi professionali in via di declassamento e la piccola borghesia finiscono per diventare sostenitori della nuova élite al potere. Una possibilità ancora peggiore e reale è che l’intero movimento declini nel nazionalismo e che qualsiasi elemento proletario venga asservito agli interessi capitalistici locali; nel cui caso il potenziale di solidarietà della classe operaia e la possibilità di estendere l’organizzazione politica rivoluzionaria internazionale verrebbero compromessi. (Le proteste in Libano, Iraq ed Ecuador, ad esempio, sono piene di sventolii di bandiere nazionali).

Ma se un nuovo mondo non può venire alla luce semplicemente attraverso manifestazioni, la disobbedienza civile o altre azioni per spingere i rappresentanti della classe capitalista ad agire contro i propri interessi, è nostro compito -- vale a dire quelli di noi che sono già organizzati politicamente a livello internazionale -- trovare un modo per intervenire nel fermento sociale per proporre una prospettiva internazionalista, di classe. Ciò, senza illudersi di poter cambiare la direzione delle attuali proteste, ma con la prospettiva di avere una presenza organizzata nelle lotte più vaste che devono ancora venire. Questa non è una pia speranza. In Cile ci sono stati alcuni tentativi di istituire comitati locali per coordinare la lotta nei distretti operai, mentre in Iran l’anno scorso i lavoratori della Haft Tapeh stavano invocando la ricostituzione dei consigli operai (7). Questi sono “indizi” su come potrebbe apparire un vero movimento di classe capace di abbattere il capitalismo. E’ solo agendo in questo tipo di rivolta che il Partito Rivoluzionario Internazionalista del futuro si formerà sulla base dell’unico programma possibile: il programma del comunismo internazionale, che è distillato dalle lezioni della lotta dei lavoratori di ogni paese, in tutta la loro storia.

ER , 27 ottobre 2019

(1) Questo articolo è stato prodotto dalla CWO, organizzazione britannica membro della TCI.

(2) Circa il 60% della popolazione del Medio Oriente ha meno di 30 anni. L'FMI ​​stima che 27 milioni di giovani entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi cinque anni. Nel frattempo, la crescita economica media della regione dal 2009 è stata di un terzo più lenta rispetto agli otto anni precedenti. I redditi pro capite sono rimasti "quasi stagnanti" e la disoccupazione giovanile è "peggiorata in modo significativo", afferma l'FMI.

(3) Vedi leftcom.org

(4) Benedict Mander, " Chile’s reform pledge to quell protests questioned by economists”, Financial Times 24.10.19. L'aumento dei prezzi della metropolitana è stata l'ultima goccia per i lavoratori cileni. Nonostante il fatto che per grandi periodi dalla fine dell'era di Pinoochet, l'alleanza socialdemocratica della Concertación è stata al potere, i cileni vivono ancora in un sistema dominato dalla deregolamentazione neoliberista. Come ovunque i socialdemocratici hanno da tempo abbandonato qualsiasi pretesa di difendere la classe lavoratrice.

(5) Compresi alcuni anarchici che sembrano pensare che la violenza di un movimento da sola definisca il suo carattere rivoluzionario, vedi, ad esempio, itsgoingdown.org

(6) Robert Zoellick on the World Bankk, Financial Times 6.2.19.

(7) Vedi leftcom.org e precedenti articoli sul nostro sito.

Mercoledì, December 25, 2019