Riflessioni sul “coronavirus” e la crisi economica

Tralasciando, per il momento, di verificare quanto di fake news e di teorie complottiste sta circolando nell'etere sulle origini ingegneristico-genetiche del virus, o sulla possibilità che dai laboratori americani, per errore o volontariamente, sia uscito il “regal corona” con tutti gli annessi e connessi del caso sugli scenari imperialistici internazionali, affrontiamo il problema in termini semplici, appoggiandoci a quanto sentenziano i teorici dell'uscita da questa ulteriore crisi economico-finanziaria.

I “guru” dell'economia internazionale stanno approcciando il problema della crisi da Coronavirus da un punto di vista finanziario, “bancario centrico”, e non poteva essere diversamente, commettendo una serie di errori valutativi dell'intero sistema economico-finanziario mondiale che cercano di dominare, non accorgendosi di esserne dominati.

  1. Per loro la crisi, e pensiamo a tutte le crisi sin qui avvenute negli ultimi decenni, sarebbero dovute alla mancanza di domanda. Di questo se ne discuteva già nell'Ottocento all'interno degli schemi dell'economia classica di Ricardo e Smith. Da buoni marxisti, gli rispondiamo che la teoria delle crisi dovute alla mancanza di una sufficiente domanda, crisi ineluttabilmente intrinseche al sistema capitalistico, basato sull'iniquo rapporto tra capitale e forza lavoro, è falsa. E' falsa, perché nel sistema capitalistico si produce sempre “troppo” sotto forma di merci e servizi in rapporto ad una progressiva diminuzione del costo del lavoro (salari e stipendi) che non riesce a supportare la domanda. Lo sviluppo delle forze produttive ha come scopo quello di produrre di più a costi inferiori, dove i costi inferiori sono proprio i salari e gli stipendi che concorrono a formare la domanda. Quindi meno domanda equivale a meno profitti per l'apparato produttivo, e i capitali non vanno più prevalentemente all'investimento produttivo ma verso la speculazione che, nel breve periodo, può produrre dei vantaggi per il capitale, ma che alla fine crea bolle speculative sempre più grandi sino a farle scoppiare, inceppando ulteriormente sia il sistema finanziario che quello produttivo sottostante.
    In aggiunta, la crisi strutturale attuale è il frutto di una cronica mancanza di valorizzazione dei capitali produttivi dovuta alla legge della caduta del saggio del profitto. Detto in termini semplici, lo sviluppo delle forze produttive, cioè i maggiori investimenti in capitale costante (macchinari, materie prime ecc..) rispetto agli investimenti in forza lavoro, toglie posti di lavoro e, contemporaneamente, restringendo il campo della estrazione di plusvalore e quindi della formazione del profitto, finisce per restringere ulteriormente la domanda, diminuendo il numero dei percettori di reddito. Ecco perché la speculazione è direttamente proporzionale alla diminuzione del saggio del profitto, sino a creare una massa enorme di capitale speculativo internazionale pari a 13 volte il prodotto mondiale lordo.
  2. Ciò nonostante, per i “guru” la soluzione a questa crisi è semplice: ancora nuovo danaro pubblico (Q.E.) che viene dato gratuitamente alla Banche, le quali, a loro volta, lo dovrebbero dare alle imprese per riprendere il ciclo “normale” di finanziamento-produzione-distribuzione (iniqua, come da precedente richiamo al rapporto capitale-forza lavoro). Solo che le imprese nella situazione del “coronavirus” sono costrette a chiudere o lavorano al 50%. Il commercio subisce la stessa situazione, così come la logistica e tutto l'indotto produttivo-distributivo, compresa una parte dei servizi. Il che comporta inevitabilmente un aumento della disoccupazione, l'ennesima politica dei sacrifici già invocata da Confindustria con il placet dei sindacati. E certamente a salvare il sistema creditizio non sono sufficienti le forme assicurative di cui si doterebbero le Banche per non correre il rischio di fallire come nel 2008. Per cui il sistema creditizio, come è già avvenuto in questi ultimi dieci anni senza grandi successi, prende dallo Stato soldi a costo zero, se non sotto costo, solo in parte li investe produttivamente sotto forma di crediti esigibili nei confronti di imprese “garantite”, il resto va alla speculazione sui mercati delle azioni più appetitose o verso il mercato monetario (dollaro in primis, non esclusi però renminbi, yen e rublo, a seconda degli andamenti imperialistici monetari mondiali), ma anche verso il mercato obbligazionario, se garantisce tassi di interesse congrui alla massa degli investimenti speculativi e affidabilità dell'Ente, ovvero dello Stato che li emette. Conclusione, con simili politiche finanziarie ci sarà un aumento del debito pubblico, una diminuzione per il 2020 di 10 punti del Pil mondiale, chiusura di quelle fabbriche che non reggeranno le difficoltà di un mercato sempre più ristretto e competitivo e una speculazione spaventosa che rischia di ripetere, nonostante le nuove instillazioni di capitale finanziario, una crisi finanziaria maggiore di quella da cui non siamo ancora usciti.

Sulla classe lavoratrice cadranno a pioggia misure pesantissime, erogate in nome dell'emergenza e della necessità di sacrificarci tutti (?), perché la barca è una e va salvata, dimenticando di dire, come al solito, che in quest'unica barca c'è chi rema e chi batte il tempo. Inoltre, la crisi da virus sta mettendo in luce quanto il sistema capitalistico sia da anni alla frutta. Lo smantellamento del welfare , soprattutto nella sanità, mostra tutta la sua tragica criticità. Spagna, Inghilterra hanno già dichiarato di non avere i mezzi sanitari per affrontare adeguatamente l'emergenza. In Italia, negli ultimi dieci anni, sono diminuiti i finanziamenti alla sanità per 37 miliardi di euro. Si sono tagliati migliaia di posti di lavoro (medici, infermieri e reparti di ricerca). Si sono chiusi i presidi sanitari periferici con la perdita di 70 mila posti letto, arrivando al fatidico appuntamento con la “crisi virale” in condizioni di alta precarietà sanitaria. Questo è il tragico scenario se la crisi da “corona” durerà solo sei o otto mesi, perché se dovesse durare di più le cose andrebbero molto peggio. Gli effetti rebound che i soliti “guru” si aspettano già a partire dagli inizi del quarto trimestre del 2020 sono una pia illusione. Le statistiche fornite al riguardo sono una proiezione basata sul nulla, come le analisi dell'andamento positivo dell'economia mondiale prima della crisi del 2008, che nessuno degli analisti aveva preannunciato, fatte salve pochissime eccezioni. La ripresa economica, se ci sarà, avrà tempi lunghi e sarà solo temporanea e non risolutiva in questa fase di decadenza del sistema economico capitalistico. Non è che passato, ipoteticamente e sperabilmente, lo spettro del “corona”, dalla settimana successiva tutto riprenderà come prima. La Cina è economicamente in ginocchio. Gli ultimi dati sull'incremento del Pil davano un misero 2,8%. Gli Usa sono pieni di debiti e di deficit sino alla cima dei capelli e si basano solo sulla supremazia del dollaro e sull'esercito più potente del mondo per sopravvivere. Mezza Europa è in recessione tecnica, Germania compresa, e il futuro è sempre più grigio.

I nuovi soldi che la BCE (750 miliardi di euro) e la Federal Reserve (mille miliardi di dollari) starebbero erogando, andranno a gonfiare le casse delle Banche e le bolle speculative sino a quando i saggi del profitto delle imprese saranno così bassi da non giustificare nuovi investimenti, sempre fatte salve le solite eccezioni, quali le grandi Majors, che godono dell'intervento dello Stato quando i finanziamenti delle Banche non risultano essere sufficienti . Ma i saggi del profitto, al di là delle inevitabili fluttuazioni, non sono destinati ad aumentare se non, nel breve periodo, a costi immani di supersfruttamento del proletariato internazionale. Supersfruttamento basato sull'allungamento della giornata lavorativa, sull'aumento dei ritmi di produzione, sul contenimento dei salari e sul decurtamento delle pensioni. Operazioni già in atto, ma non ancora in termini sufficienti.

Rimanendo, però, all'interno della fase attuale, per i proletari che lavorano nelle strutture produttive strategiche (quelle che non possono essere sospese o rallentate) la situazione diventerebbe insostenibile. La mancanza di condizioni igieniche-sanitarie adeguate, la forzata vicinanza tra lavoratore e lavoratore, la scarsa reperibilità di mascherine e tute, per non parlare della necessità della costruzione ex novo di docce e di altri sistemi di decontaminazione, potrebbero favorire una epidemia interna ai luoghi di lavoro. Allora, ai sacrifici già in atto e a quelli che verranno, si sommerebbe la paura dell'infezione, con il rischio di perdere la vita e non più soltanto il posto di lavoro. Per cui la borghesia si troverebbe di fronte ad una probabile, quanto determinata, risposta di classe - fatta di scioperi, rivendicazioni economiche e di sicurezza - di difficile gestione. In questo caso la “militarizzazione” che oggi, in maniera soft, si presenta come necessario aiuto all'amministrazione dell'ordine comportamentale della popolazione in regime di emergenza sociale, si trasformerebbe immediatamente in militarizzazione vera e propria contro le rivolte operaie in nome della pace sociale. Altrimenti la soluzione delle soluzioni sarebbe una “bella” guerra che tutto distrugge per tutto ricostruire, dando al sistema capitalistico gli spazi economici per un nuovo ciclo di accumulazione. Se queste sono le reali prospettive che la crisi del capitalismo ci riserva, alla faccia delle “soluzioni “ finanziarie dei “guru”, solo la ripresa della lotta di classe su scala internazionale, guidata dal suo partito rivoluzionario, potrà salvarci dell'ennesima carneficina che l'imperialismo va criminalmente preparando.

FD
Lunedì, March 23, 2020