Fra i “rimbalzi” del Pil, la crisi avanza

Il governo Draghi esulta nell’annunciare, con il NADEF (Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza - settembre 2021), una crescita del Pil pari al 6,1%. Un rimbalzo, fra i crolli provocati poi dal Covid, ma per ritornare sui livelli a malapena raggiunti prima che l’epidemia si diffondesse, sarà un obiettivo raggiungibile solo fra qualche anno e comunque continuerà a peggiorare la strisciante crisi che attanaglia il capitale. Le indicazioni (ottimistiche!) non vanno oltre il 4,2% nel 2022, il 2,6% nel 2023 e l’1,9% nel 2024: sono la conferma di un’agonia che si sta avvicinando alla resa finale dei conti il modo di produzione capitalistico. A scanso di equivoci, qesto non significa che il capitalismo cadrà da solo, se non ci sarà l'intervento cosciente del proletariato rivoluzionario, politicamente diretto dal suo partito di classe.

L’ottimismo del governo Draghi si concentra sul Piano Nazionale di Ripresa che illustra la destinazione delle risorse in arrivo dall’Europa: all’Italia 191,5 mld di euro (68,9 mld a fondo perduto e 122,6 come prestiti a tassi agevolati). Le sirene borghesi intonano canti per una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, dove reddito e occupazione figurerebbero come variabili macroeconomiche esposte al vento delle tante contraddizioni che scuotono il sistema capitalistico.

Intanto si enfatizza la previsione di un rapporto deficit/PIL il quale si dovrebbe ridurre dall’11,8 al 9,4% per l’anno in corso. Nel prossimo triennio gli “esperti” vedono nella loro sfera di cristallo un ulteriore calo fino al 2,1% nel 2024. Scenderebbe anche il rapporto debito/PIL: 153,5% quest’anno e 146,1% del 2024. In aumento però l’inflazione, ufficialmente denominata “una fiammata inflattiva”: permetterebbe – nelle aspettative del governo – “un risparmio ulteriore sulla spesa per il debito”. Evviva! E Christine Lagarde, numero uno della Bce, dichiara che «il periodo di alta inflazione durerà più di quanto ci aspettassimo, ancorché rimanga di natura transitoria»…

E così l’inflazione aumenta oltre l’attuale + 2,5, fra le soddisfazioni della Bce che - in fase di drogature monetarie - parla di una fantasiosa ripresa economica che, in uno stato di collasso produttivo di merci - sta subendo ora un’altra crisi nei trasporti mercantili, che reagiscono inevitabilmente con un aumento dei costi. Per quelli dei trasporti marittimi, si allunga la coda delle navi costrette a pagare noli che raddoppiano di settimana in settimana: portacontainer e navi per trasporto del petrolio, metano, minerali vari, granaglie. Nel complesso, aumenti dei costi addirittura del 500%! E poiché i costi alla produzione delle merci salgono (e di conseguenza il “giusto profitto” va garantito!), i prezzi al consumo aumentano del 5,5% su base annua. Colpo su colpi ad un fantomatico potere di acquisto di salari e pensioni (per chi ancora li riceve)…

Questi sarebbero i segnali della “ripresa” in arrivo, considerando l’inflazione solo come fenomeno “temporaneo”: vedi gli aumenti dei prezzi del gas naturale e della elettricità, in parte motivati anche dalle mai sopite tensioni internazionali. Un “quadro macroeconomico” che sarebbe in miglioramento, alimentando la speranza di un facile “respiro” per la finanza pubblica e ignorando gli effetti negativi che sconvolgeranno le rosee previsioni. Si stende un velo pietoso su quelle illusioni iper-produttive che alimentano la speranza del capitale di contenere la allarmante caduta del saggio di profitto.

Se poi guardiamo la situazione del capitale a livello globale, c’è di che far tremare i polsi (e non solo) alla borghesia di ogni paese. Da 13 anni le Banche centrali non fanno altro che iniettare denaro nel sistema, ma presto arriverà il momento di saldare i debiti colossali: somme da capogiro, migliaia e migliaia di miliardi di dollari e di euro coi quali si è cercato di… ricapitalizzare gli “investimenti” in speculazioni di ogni tipo. Va subito detto che solo il permanere di bassi tassi di interesse fa da sostegno ad un volume di operazioni creditizie il quale da decenni si è ingigantito a livello globale cercando di ottenere uno sviluppo artificioso del mercato mondiale.

Si mostrano tutte le incoerenze e fragilità del capitalismo, sia nel settore produttivo sia in quello finanziario. Si starebbe avvicinando ai 250mila mld di dollari la catasta di debiti che gravita sul sistema globale. La realtà è quella di forze produttive che hanno fatto enormi balzi in avanti accelerando la caduta del saggio di profitto, un vero spettro di morte per il capitale. Lo sviluppo del credito, che non si è affatto verificato a favore dello sviluppo della produzione capitalistica come invece fu alle sue origini nell’Ottocento, sta provocando effetti devastanti. Basti guardare agli Usa e al mercato del loro debito il quale – dopo la stampa e ristampa in un anno e mezzo, di almeno 30 trilioni di dollari per fronteggiare il Covid – sta vedendo un abbassamento dei rendimenti per i Titoli di Stato a 20 e 30 anni. Si dà la colpa al virus, e la Cina vede aumentare i contagi anche a Pechino, il Regno Unito conta 50mila infettati al giorno e l’Est Europa è in ginocchio. Nei deliri monetaristi dei banchieri, si ipotizza – specie in Europa - anche un fondo di ammortamento per la sterilizzazione dei debiti.. Basterebbe stampare – finché c’è carta – pacchi di moneta!

Concludiamo osservando che, riguardo ai fondi del Mes, ai quali il governo si aggrappa, essi sono versati dagli Stati della UE, e l’Italia si è già per questo indebitata. Il denaro del Recovery Fund dovrà poi essere restituito al mercato finanziario che lo ha prestato: non solo le somme ricevute ma con i relativi tassi di interesse. Il denaro “a fondo perduto” fa parte di una raccolta unitaria fatta sul mercato dei capitali con un identico tasso di interesse che dovrà essere ripagato all’Europa assieme alla restituzione dei capitali ricevuti. Per quanto riguarda invece il denaro “prestato”, qui gli interessi subiranno l’aggiunta di quelli applicati dall’istituto del Recovery Fund, e saranno a tassi di mercato. Mai i soldi per questi “pagherò” da dove arriveranno? Uscite senza entrate?

E c’è un altro guaio in prospettiva e riguardante la proposta di portare la media del rapporto debito/Pil dei Paesi europei al 100%: 20 anni fa col Patto di stabilità e crescita era pari ad un limite formale del 60%. Oggi l’Italia è al 160% e indietro si andrebbe soltanto tagliando spese o aumentando le entrate.

Il futuro – sognato dal capitale – è quello costruito attorno ad un totale impiego di tutte quelle che per lui sono risorse produttive (di merci e quindi di profitti). Tenendo d’occhio sia la stabilità monetaria sia un certo equilibrio nei conti esteri. Torna in scena il debito pubblico e il Pil del paese. Tutt’attorno si alza quindi il coro dei benpensanti di turno: “risanare i conti pubblici” riducendo spesa e deficit. Va precisato che la sbandierata crescita del PIL reale al 6,1%, dovrebbe in teoria portare nel prossimo anno circa 25,5 miliardi di euro in più. Ma la cosiddetta spesa pubblica non andrebbe ridotta, altrimenti il Pil cala e il rapporto debito pubblico/PIL sale. Proprio quello che accadrà poiché, alla fine, si ritornerà ai tagli della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Naturalmente sulle spalle del proletariato.

DC
Sabato, November 6, 2021