Dal rifiuto del nazionalismo all'iniziativa proletaria, a Gaza e ovunque

I renitenti alla leva israeliani che bruciano le cartoline di chiamata alle armi dovrebbero essere la testimonianza più evidente della distanza che passa tra essere sionisti, che è una posizione politica, e l'essere ebrei, che in sé vuol dire tutto e niente, in quanto ogni popolo visto nel suo insieme è comunque attraversato dall'unica divisione che ha sempre contato nella storia del genere umano, quella tra chi sfrutta e chi è sfruttato.

Ecco perché non ha senso identificare sé stessi con la propria nazionalità, quando la propria posizione nel mondo è determinata dalla collocazione che si ha nella società in cui si vive. Ecco perché l'appello a disertare va lanciato a tutti i proletari nello stesso modo, palestinesi compresi, con tutte le difficoltà che ci possono essere nella pratica. Va detto e basta, e dirlo non significa non essere abbastanza contro le politiche dello stato di Israele e del suo capo e boia Netanyahu.

Semmai significa identificarsi con la propria classe di appartenenza e non andare a braccetto alla propria borghesia, negandole in partenza il diritto di sfruttarti a “liberazione nazionale” avvenuta.

Ammesso che si possa parlare di vera liberazione finché il mondo sarà attraversato dai fossati chiamati confini, che mettono gli oppressi gli uni contro gli altri per motivi mascherati da religione, patriottismo e rivendicazioni territoriali, ma che sotto la maschera nascondono il solito putrido mostro, chiamato Profitto.

Aborrire il genocidio che la borghesia israeliana sta perpetrando ai danni della popolazione di Gaza non significa certamente vedere tutti gli israeliani come un corpo unico da odiare in blocco. E nemmeno vedere la fondazione di un nuovo stato come soluzione di tutte le contraddizioni , o che a pagare sulla propria pelle non è certo Hamas né la classe dirigente palestinese ma il proletariato di Gaza. Tutti i proletari schiacciati da una doppia oppressione: quella della borghesia straniera e della propria e poi “liberatisi” attraverso la lotta nazionale, non hanno fatto alcun progresso verso una società basata sull'uguaglianza: hanno semplicemente cambiato padrone, italiani compresi dopo il 1945.

Da comunisti, per quanto ci faccia schifo il sionismo, noi vogliamo che tutti i confini (eredità della forma statuale di oppressione della borghesia) vengano distrutti insieme alle bandiere e bandierine che sventolano su di essi.

Diserzione - organizzazione - Rivoluzione sono le parole da rilanciare ovunque, non quelle del nazionalismo di qualunque matrice esso sia. Dappertutto, dall'Ucraina al Donbass, da Gaza all'Euskadi alla Catalonia.

Tutte le altre soluzioni proposte finora vanno nel senso della conservazione e non del superamento di questa infame società.

Il proletariato non ha nazione

Internazionalismo, Rivoluzione!

La vespa rossa

Sabato, August 2, 2025