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Nel regno della disinformazione totale delle vulgate correnti, vere e proprie armi di distrazione di massa, tre sono gli oppiacei approcci alle cause che generano la inumana barbarie delle guerre. Disinformazione che gli interessi imperialistici confezionano per procurarsi quelle giustificazioni senza le quali non avrebbero il consenso delle masse e la possibilità di muoverle, come vittime sacrificali sul sanguinante altare degli imprescindibili obiettivi di un sistema sociale in profonda crisi economica.
Le prime vittime di questa disinformazione, “I più ottimisti”, si limitano a dire che le guerre in atto, ed eventualmente quelle a venire, sono solo il prodotto ideologico delle decisioni politiche prese dei governi implicati o il frutto di ambizioni personali di personaggi senza scrupoli e senza remore umanitarie. Ovvero le guerre sarebbero soltanto la conseguenza della volontà umana che, in quanto tale, si esprimerebbe come atto di libero arbitrio. E’ pur vero che la storia la fanno gli uomini, ma non come scelta autonoma, indipendentemente dalle condizioni oggettive, quelle economiche, di crisi sistemiche dei rapporti di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, che non vengono considerate, per lasciare lo spazio a interpretazioni di bassa antropologia. Per cui sarebbe sufficiente premere “democraticamente” sulle personalità paranoiche e guerrafondaie di alcuni uomini o di governi arroganti per scongiurare l’orrore delle guerre ed impedire la barbarie che inevitabilmente si trascinano dietro. Ovvero le guerre e l'opposizione ad esse sarebbero solo una questione di buona volontà.
I meno ottimisti partono dal presupposto che le guerre sono sempre esistite e continueranno ad esistere. Di conseguenza, l’unica postura da assumere è quella di discernere tra quelle “legittime” e quelle che ricadono nella categoria precedente formulata dagli ottimisti. In questo caso gli slogan non possono essere che: no alla guerra, se insensata (come se ce ne fossero di intelligenti). No alle guerre di rapina, di aggressione dove il più forte prevale sul più debole indiscriminatamente e con cieca violenza, avallando così il concetto di giusta guerra di difesa che fa il paio con quello di attacco preventivo, dimenticando che, in entrambi i casi, si tratta di scontri tra imperialismi e che per il proletariato internazionale non ci deve essere l’obbligo di scegliere tra il più forte e il più debole, né tra chi attacca e chi si difende. Secondo questa falsa visione consegue che le guerre “giuste”, quindi da appoggiare, siano quelle di difesa, anche se chi si difende in precedenza ha provocato l'aggressore. E sono da difendere anche tutte le guerre che si combattono in nome dell’attacco preventivo, ovvero della “necessaria” esportazione della democrazia o di qualunque ideologia che si presti al caso “pro domo sua”, come se le barbarie belliche fossero soltanto una questione di regime politico e di modalità di amministrazione della “cosa pubblica”. Comportamento, questo, tenuto dagli USA nella guerra contro Saddam Hussein sulla base di una narrazione falsa, come la presenza in Iraq di armi chimiche sotto gestione di un regime dittatoriale, in nome di una presunta supremazia della “democrazia”. O come la giustificazione del governo israeliano di impugnare la necessità di difendere l’unico paese “democratico” in Medio oriente contro gli attacchi jihadisti, per nascondere il vecchio obiettivo di un solo popolo, quello di Israele, in terra di Palestina. L’elenco potrebbe continuare con le guerre di liberazione nazionale, che oggi – e da tanto tempo... - non sono altro che lo strumento di cui si servono gli imperialismi per realizzare i propri interessi attraverso obiettivi bellici combattuti per procura. In sintesi, sono da salvare tutte quelle guerre combattute in nome dei sacri interessi nazionali, anche se questi interessi di patria sono, nei fatti, gli interessi di una parte della patria società, dimenticando la sua base classista, che in tempi di guerra è sempre più feroce e oppressiva che in tempi di pace. O quelle combattute in nome di un credo religioso quale principio trascendente che deve essere imposto anche, se non soprattutto, nella immanenza della vita quotidiana, pena la dannazione eterna. O giustificate dalle necessarie misure difensive preventive rispetto ad un pericolo reale o ipotetico, il secondo sempre strumentalmente impugnato per coinvolgere le masse nell’inferno della inumana barbarie bellica.
C’è poi una terza posizione, quella dei finti oppositori alla guerra. Sono sì a parole contro le guerre, perché frutto delle insanabili contraddizioni capitalistiche, e perché l’imperialismo va combattuto sempre e comunque (ben detto!), ma che poi li ritroviamo schierati a difesa dell’estremismo jihadista, legato a sua volta ad un fronte dell’imperialismo internazionale (come Hamas armato e finanziato dall’Iran degli ayatollah che, a sua volta, è alleato di Russia e Cina). Ci sono anche i casi dell’appoggio all’ISIS, ad al Qaeda e a molte di quelle forme che assume il fascismo reazionario e oscurantista dell’integralismo islamico, cieco braccio armato, come detto sopra, di imperialismi d’area e non solo. Questi interpreti di un internazionalismo “par time” sono i più pericolosi, perché subdolamente ancorati ad una visione di appoggio a “certe guerre” in quanto presuntamente anti imperialiste, ma concretamente guerrafondai, perché scendono sullo scivoloso piano inclinato della scelta di un nazionalismo manovrato da settori dell’imperialismo internazionale che ha le stesse origini e caratteristiche dei secondi che si vuole a parole combattere. Rinunciando, così facendo, a qualsiasi azione o denuncia dell'unicità antiproletaria dell’imperialismo da qualunque parte lo si guardi o, peggio ancora, lo si giustifichi.
Per chi si muove sull’unico terreno possibile di analisi delle guerre, quello dell’internazionalismo proletario, esse sono sempre e solo il frutto velenoso dei fattori economici che, quando si incrinano nei loro meccanismi di vita “normale” o vivono di “eccezionali” momenti di sopravvivenza, diventano il carburante delle scelte più violente, con tutte le conseguenze devastanti del caso, sia sul piano della barbarie che sul terreno delle false giustificazioni che l'accompagnano. Al fondo della questione e per sbarazzare il campo da ideologie antropologiche, idealistiche, meccanicistiche o semplicemente opportunistiche sull’analisi delle cause delle guerre, tre sono i problemi. II primo è quello di identificare i presupposti delle crisi che sono alle base di tutte le guerre del capitalismo. Non delle guerre passate ma del capitalismo contemporaneo con tutte le sue specifiche e insanabili contraddizioni. Il secondo è di denunciare come le classi dominanti abbiano l’assoluta necessità di condizionare ideologicamente le classi subalterne per convincerle che quelle guerre sono necessarie alla loro sopravvivenza e al loro futuro benessere, sempre in nome della suprema unità nazionale, dell’interclassismo sociale, della solidarietà politica e del necessario sacrificio economico.
L’ultimo è la ferma, necessaria, ineludibile enunciazione, che le forze proletarie, possono e devono combattere le frange borghesi, i loro coscienti o inconsapevoli sostenitori, evitando preventivamente le guerre o, situazione più probabile, trasformare le guerre del capitale in guerra rivoluzionaria per il superamento di tutti quei fattori che le pongono in essere, compreso il “prius determinante”, ovvero il rapporto tra capitale e lavoro, per una alternativa sociale rivoluzionaria.
Per quanto riguarda la prima delle questioni, se è vero che le guerre ci sono sempre state, va comunque sottolineato che quelle moderne sono le guerre del capitalismo ed è all’interno di questa forma produttiva che vanno ricercate le cause degli episodi bellici che attualmente si moltiplicano su scala internazionale. Secondo le stesse fonti statistiche borghesi attualmente, su 186 paesi ben 59 danno vita ad episodi di guerre guerreggiate. A questo numero che comprende il conflitto Russia-Ucraina e quello medio orientale tra Israele-Iran e suoi tentacoli (Hamas, Hezbollah, Jihadismi in Siria e Iraq), vanno aggiunte le tensioni tra India e Pakistan e quelle tra Cambogia e Thailandia che, prima di un temporaneo quanto precario stallo, hanno dato vita a scontri militari sui reciproci confini. Tralasciando, per il momento, le reciproche provocazioni navali tra Usa e Cina nell’Indo-pacifico, nel canale di Taiwan e tra l’accoppiata India-Filippine nel mar cinese meridionale contro Pechino.
Il motore che muove tutti questi episodi di guerra va ricercato all'interno delle insanabili contraddizioni del capitalismo che lo hanno portato ad una crisi strutturale e permanente da cui può tentare di uscirne solo con la conflittualità sui tutti i mercati internazionali. Da quello delle materie prime strategiche ai fini della produzione civile e militare, a quello energetico (gas e petrolio) a quello del controllo della grandi vie di comunicazione commerciale (Suez e Panama su tutti) a quello della tecnologia e a quello, non meno importante, della sfera finanziaria (lotta tra le divise per la supremazia nel ruolo di intermediario commerciale e bene di rifugio per la speculazione internazionale. Ovvero una lotta senza quartiere per il drenaggio di capitali internazionali da usare produttivamente, oggi con particolare intensità nel settore bellico). Per non parlare della lotta sui dazi minacciata e praticata dell’Amministrazione Trump. La crisi strutturale del capitalismo è un motore anomalo che spinge in una direzione contraria al sistema capitalistico stesso. E’ il tentativo di massimizzare i profitti attraverso lo sviluppo delle forze produttive e l’uso del plusvalore relativo, una contraddittoria miscela che aumenta sì lo sfruttamento della forza lavoro attraverso il progressivo contenimento di quanto il capitale concede alle necessità di riproduzione della forza lavoro stessa. Ma per ottenere questo risultato il capitale abbisogna di maggiore tecnologia e di sviluppare al massimo le forze produttive (robotizzazione, Intelligenza Artificiale ecc.) in questa direzione. Seguendo questa strada obbligata però mette in atto una modificazione del rapporto tra lavoro morto (macchine sempre più tecnologicamente avanzate) e lavoro vivo (proletari) da cui ricava la massa dei profitti. Detto in altri termini, più il capitalismo si sviluppa sulla base della modificazione di questo rapporto, più contrae il campo da cui attinge il plusvalore e quindi i profitti che, pur aumentando come massa, diminuiscono come saggio. Come ci insegna Marx, nel capitalismo – a maggior ragione in quello maturo - è la caduta del saggio medio del profitto la maggiore delle contraddizioni che fanno del sistema economico stesso un fenomeno sociale in crisi strutturale. Che esaspera la concorrenza, acuisce le tensioni tra capitali, favorisce la speculazione in progressiva dilatazione, che impone l’ulteriore aumento dell’intensità dello sfruttamento nel mondo del lavoro, smantella il welfare nei soliti settori improduttivi come la scuola, la sanità e le pensioni. La crisi strutturale del sistema capitalistico esibisce come contraddizione primaria la difficoltà sempre maggiore per i capitali produttivi di ottenere una soddisfacente remunerazione. Il capitale internazionale tenta di uscire da questa morsa mortale attraverso la guerra di tutti contro tutti. Ciò non significa che i capitali non producano più profitti, significa “soltanto” che il capitalismo internazionale, soprattutto quello più avanzato, ha sempre più problemi di valorizzazione che aumentano la massa dei profitti ma ne penalizzano il saggio. Un esempio è dato proprio dalla economia americana, primo paese capitalista al mondo, che prendiamo ad “illuminante” esempio, dove, secondo i dati relativi al periodo che va dal 1963 al 2008, si certifica che negli Usa il saggio del profitto è diminuito del 21%, sulla base di una composizione organica del capitale aumentata del 51% e di un incremento del plusvalore relativo del 5%. I dati successivi sono altalenanti ma senza recuperi significativi che non alterano la tendenza, se non provvisoriamente. Ovvero i saggi del profitto presentano una diminuzione tendenziale che possiamo definire inversamente proporzionale all’incremento della composizione organica e del saggio di plusvalore relativo impiegato. Più si incrementa lo sviluppo tecnologico, più aumenta la massa dei profitti, più cade il saggio del profitto. E più questa crisi da saggio del profitto avanza, più l'intero sistema ne soffre in maniera sistemica e più le guerre appaiono come l’unica soluzione per un capitale ansimante (distruggere per dominare tutti i mercati, eliminare la sovraccumulazione e ricostruire). La dimostrazione di questo la si deduce dai tassi di decremento del PIL, dall’indebitamento strutturale degli stati e delle imprese, dall’abnorme sviluppo dei capitali che fuggono la produzione reale per correre alla speculazione in cerca di profitti più remunerativi, e dalla progressiva compressione dello “stato sociale”.
Detto questo, passiamo al secondo punto. Se le guerre sono la necessaria condizione di sopravvivenza delle contraddizioni del capitalismo, le borghesie, che ne amministrano i destini mettendo le guerre stesse in atto, hanno il “delicato” e prioritario compito di coinvolgere i rispettivi proletariati. Non si è mai vista una guerra che al fronte avesse i rappresentanti fisici della borghesia, se non ai posti di comando. Al contrario, si è sempre assistito alla messa in atto di tutti quei meccanismi sociali di condizionamento da parte delle borghesie sulle coscienze proletarie per trascinarle sul terreno conservatore e reazionario di quelle ideologie che sono funzionali alla salvaguardia dei loro interessi. Se è pur vero che in tempo di pace il pensiero dominante è quello della classe dominante, in tempo di guerra la pressione ideologica si deve fare ancora più pressante. Oggi le classi dominanti hanno a disposizione strumenti molto sofisticati che sono in grado di trasformare le tradizionali ideologie in virus contaminati le coscienze più di quanto non avvenisse prima. Le tradizionali ideologie conservatrici sono quelle che fanno leva sullo spirito nazionalistico, sull’oppiaceo ruolo della religione, sulla necessità della difesa della “democrazia” quale massimo valore etico da esportare con la violenza nei confronti delle dittature laiche o confessionali. Di nuovo – o meglio, in misura ben maggiore - e particolarmente penetrante, c'è la disinformazione, le false notizie che vengono veicolate in “corporee vili” con scientifica efficacia. La produzione di fake news è diventata un’arma di distrazione di massa il cui livello di condizionamento, grazie ad un sofisticato uso dei “media”, sta avendo un disastroso successo, così che assistiamo al tragico scenario di proletari che combattono altri proletari, obnubilati dalle ideologie menzognere delle borghesie, dimenticando che chi recita quelle narrazioni è l’avversario di classe, che deve essere combattuto per primo e mai sorretto dal costo del sangue proletario.
L'ultimo punto è quello relativo al come le masse proletarie possono uscire da questo infame scenario che l’imperialismo mette in atto tutte le volte che le crisi economiche impongono la soluzione della guerra come panacea di tutti i suoi mali. Un primo approccio è quello relativo alla presenza radicata nel tessuto sociale, di una organizzazione politica che sia di riferimento della classe per quanto riguarda le prospettive strategiche su cui muoversi, per sottrarsi alla devastazione fisica e morale delle guerre. Cioè un partito che abbia chiaro il senso della necessità di una alternativa rivoluzionaria della società capitalista. Che denunci che tutte le guerre sono il frutto delle contraddizioni del capitalismo. Un capitalismo che, in tempo di pace, basa il suo esistere come forma produttiva e come privilegio sociale sullo sfruttamento della forza lavoro, e che, in tempo di guerra, usa la stessa forza lavoro come carne da macello da mandare al fronte, convincendola che sta combattendo anche per i suoi interessi, mettendo in atto la perfida mistificazione che nasconde l’esatto contrario. La seconda denuncia riguarda il ruolo dell’imbelle pacifismo che pretenderebbe di combattere le barbarie della guerra con manifestazioni “di sapore gandhiano”. Ma le manifestazioni, anche se fossero più determinate e violente perché esasperate dalle inumane crudeltà che le stesse borghesie sono costrette ammettere, pur mistificandone i contenuti a seconda delle proprie esigenze di propaganda, non supererebbero la soglia di un ingenuo idealismo che finirebbe solo per pretendere dall’imperialismo un impossibile comportamento di autodistruzione, che mai e poi mai è presente nel suo DNA. In ultima analisi, il pacifismo, ben che vada, in una fantomatica, quanto impraticabile ipotesi di fermare le guerre, avrebbe come risultato quello di annullare gli effetti devastanti delle crisi del capitalismo, lasciando inalterate le profonde cause che le pongono in essere. Nemmeno le oceaniche manifestazioni che si sono prodotte su scala mondiale, Usa compresi, contro la guerra del Viet Nam hanno sortito effetti positivi. Solo la guerra alla guerra è l'unica possibilità di fermare la barbarie dell’imperialismo. Guerra alla guerra significa contrapporsi ai disegni criminali dell’imperialismo con la diserzione, con il disfattismo rivoluzionario, i cui contenuti vanno dagli scioperi, a cominciare dalle fabbriche di armi, al rifiuto di sottostare ad una economia di guerra che toglierebbe al proletariato quel poco di welfare che gli rimane, perché tutte le risorse economiche devono andare all’industria bellica sottraendole ai bisogni dell’intera società. Significa che “non un soldo e non uomo” devono subire il ricatto della “patria” e che le masse proletarie devono uscire da quelle ragnatele nazionalistiche che la borghesia ha tessuto attorno alle loro coscienze. Significa che di fronte ad un processo di riarmo, come quello europeo, nonché internazionale, occorre opporre fermamente l'assoluto rifiuto. Prendiamo un esempio su tutti. Il riarmo delle borghesie europee che devono investire il 5% del PIL nel settore delle armi, significherebbe, ancora una volta, far pagare alla forza lavoro, in termini di blocco o arretramento dei salari, di rischio che la sanità, le pensioni e in generale il tenore di vita sprofondino nel buco nero dell’impoverimento generale. E non da ultimo, per tutti i proletariati, non opporsi al riarmo nazionale significa favorire un percorso verso la guerra, un sostegno alla propria borghesia guerrafondaia quando quest’ultima dovrebbe essere il primo bersaglio da colpire.
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