Contro la guerra per la guerra di classe.

Un compagno ci scrive le considerazioni che seguono a proposito della guerra, della lotta di classe e del partito rivoluzionario.

E' molto positivo che l'urgenza di una lotta contro la tendenza verso la guerra imperialista generalizzata sia percepita come uno dei compiti fondamentali da chi non vuole stare a guardare, mentre il capitalismo sta spingendo il mondo verso la catastrofe.

Il capitalismo è per sua natura intrinsecamente orientato alla guerra. Non si tratta solo di scontri geopolitici tra imperialismi rivali, ma di una dinamica funzionale anche al rilancio del processo di valorizzazione nel breve termine, specialmente in settori ad alto valore aggiunto, anche se richiedono elevata professionalità. La spinta verso il riarmo, imposta ai paesi della NATO con l’obiettivo di raggiungere presto il 5% del prodotto interno lordo in spesa militare, è solo un segnale chiaro di questa inevitabile corsa bellica. Nessuna potenza capitalista può permettersi di restare indietro, perché rischierebbe di diventare preda facile quando scoppierà la guerra generale del capitale.

Un esempio lampante è il piano europeo da 800 miliardi per la cosiddetta “difesa comune europea”, varato nel marzo scorso dal Consiglio Europeo. Questo programma, battezzato sinistramente “Readiness 2030” – essere pronti nel 2030 ad affrontare una guerra su vasta scala – rappresenta non solo un investimento, ma una preparazione sistematica alla catastrofe. Nei prossimi anni, prima ancora che le bombe cadano, i lavoratori vivranno ancora di più un inferno fatto di sacrifici, tagli, lacrime e... sangue. Perché il capitalismo è questo: morte, sofferenza, barbarie.

Le tensioni imperialistiche si espandono e si complicano, interessando aree sempre più vaste del pianeta, con economie sempre più intrecciate in una rete di conflitti finanziari, dazi e riarmo bellico. La crisi economica che alimenta tutto ciò non dà segni di cedimento: le industrie belliche sono gli unici settori in cui il capitale riesce a investire con qualche aspettativa di profitto “interessante” sia, di fatto, una sottrazione al plusvalore complessivo estorto all'intera classe lavoratrice. Per sopravvivere, l’economia capitalista taglia pensioni, sanità e previdenza sociale, mantenendo salari bassi e condizioni di vita precarie. Ma questo non basta: serve finanziare la guerra per espandere i propri spazi economici, conquistare materie prime, controllare le rotte commerciali, dominare mari, cieli e persino lo spazio.

In questo contesto, il proletariato internazionale resta una duttile arma nelle mani di chi detiene il potere, sacrificabile e manipolabile. La domanda è: quando il proletariato rialzerà la testa per fermare questa follia? Quando si organizzerà politicamente e strategicamente nel suo partito di classe? Quando la barbarie capitalista farà esplodere le sue contraddizioni sociali? Nulla accade per caso o per volontà divina, e per vedere un cambiamento reale bisogna lavorarci ogni giorno, anche controcorrente, senza illusioni.

I comunisti in guerra sono quelli che ricevono le picconate sulla testa: “spie”, “sabotatori”, “disertori”. Sono quelli che rifiutano di arruolarsi, non per “equidistanza”, ma perché riconoscono entrambi i fronti in conflitto come espressioni della stessa oppressione di classe. La guerra non è altro che una resa dei conti tra dominatori, in cui i lavoratori diventano carne da macello, vittime e strumenti di un massacro inutile. Morire per cambiare padrone non è rivoluzionario, è pura follia.

Ancora più infame è chi propaganda la propria guerra nazionale come “giusta” e “progressista”, dipingendo il proprio padrone come il migliore. Questa è la via sicura verso il genocidio, la vendetta, la perpetuazione di una partita in cui a perdere sono sempre i proletari, carne da sfruttare e macellare. È ora di smascherare questi inganni e di ribellarci.

Chi oggi si definisce comunista ma si limita a seguire pedissequamente i dettami di vecchi apparati, come gli eredi del DIAMAT di staliniana memoria, scambia la dialettica rivoluzionaria per la ripetizione acritica di dogmi ormai svuotati di significato. La loro “fedeltà” a Lenin è solo un velo retorico che nasconde il tradimento del metodo dialettico e della storia reale. Lenin stesso ci ha insegnato che il capitalismo non è un cadavere immobile, ma un sistema in continua trasformazione, che richiede una critica vivente e dinamica.

Parlare oggi di autodeterminazione dei popoli, come si faceva all’inizio del Novecento – visione controversa e già allora da maneggiare con molta cautela - è diventato un inganno letale. A quel tempo, la Russia rivoluzionaria e alcune aree del mondo non ancora o non del tutto inglobate nel modo di produzione capitalista, ma già artigliate dall'imperialismo, potevano forse dare un senso strategico a questa lotta, ma le osservazioni critiche di Rosa Luxemburg e altri compagni non erano affatto campate per aria... Oggi invece, quando l’intero globo è sussunto al capitale, l’autodeterminazione promossa da borghesie locali complici dell’imperialismo è solo un modo per trascinare il proletariato nel pantano nazionalista, quindi nel collaborazionismo con i propri oppressori.

La lezione è chiara: il proletariato deve lottare per la propria autodeterminazione, non per quella dei popoli o delle borghesie locali. La sua emancipazione passa necessariamente per la soppressione delle classi sociali, delle istituzioni statali e di tutte le strutture ideologiche che perpetuano lo sfruttamento.

Dobbiamo ripulire le macerie di una storia segnata dalla tragedia dello stalinismo e dalla perdita di coscienza di classe. L’operazione di trasformazione del proletariato in elettorato passivo è riuscita ormai da tempo. Ora tocca a noi rimettere in moto la lotta rivoluzionaria autentica, con il coraggio di denunciare i complici, di smascherare le menzogne e di costruire un’opposizione di classe che ponga fine a questa barbarie.

Solo così potremo opporci davvero alle guerre in corso e al prossimo ciclo di guerre imperialiste generalizzate, evitando che i lavoratori vengano sacrificati ancora una volta in nome di falsi patriottismi, ideologie reazionarie e interessi di pochi privilegiati. La guerra non è mai la soluzione: è la causa della sofferenza e della morte. La vera lotta è quella di classe, e su quella dobbiamo concentrarci senza tentennamenti.

CM

Lunedì, August 25, 2025