Ripasso per certi smemorati

Lenin ci ha mostrato che l’imperialismo è la fase suprema del capitalismo, quella in cui il capitale finanziario domina l’intero sistema produttivo, legandosi a doppio filo con lo Stato e spartendo il mondo tra pochi gruppi monopolistici internazionali. Non si tratta più, come nel capitalismo classico, di semplice concorrenza – anche se ovviamente la concorrenza non scompare - tra capitalisti, ma di un ordine mondiale fondato sull’esportazione di capitali, sulla formazione di cartelli e trust sovranazionali, e sul dominio coloniale (un tempo). Marx aveva già chiarito che il capitalismo, nella sua espansione, travolge ogni forma sociale precedente, trasformando tutto in merce e riducendo i rapporti umani a rapporti economici; “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” diceva, e questo vale anche per le mitologie nazionali e identitarie agitate dalle borghesie locali per mascherare il loro pieno inserimento nei meccanismi dell’accumulazione imperialista. Onorato Damen, coerente comunista internazionalista, ci ricordava che “ogni rivendicazione nazionale che non si accompagni a un processo rivoluzionario di classe si risolve in una diversione reazionaria al servizio del capitale”, perché l’indipendenza reale non si misura con la bandiera issata sopra un palazzo governativo, ma con la rottura dei rapporti di produzione capitalistici e del dominio del capitale finanziario. Damen non si stancava di ripetere che la lotta per la liberazione dell’umanità non passa attraverso la moltiplicazione degli Stati nazionali, ma attraverso l’unità internazionale del proletariato, che soltanto può abbattere le barriere imposte dal capitale. Lenin scriveva che “il proletariato non può dare il minimo appoggio a nessun tipo di sciovinismo, nemmeno sotto la forma della difesa della patria in quanto tale”, perché dietro ogni patria si nasconde una borghesia che opprime e sfrutta, e ogni volta che la classe operaia si lascia trascinare in guerre per la “libertà nazionale”, finisce per versare sangue a beneficio di interessi che non le appartengono. Oggi, come allora, tutte le guerre locali sono proiezioni di conflitti tra potenze imperialiste, e le classi dominanti che pretendono di parlare in nome dei popoli sono in realtà strumenti politici ed economici di quegli stessi conflitti. Non esiste una “Palestina libera” senza la liberazione congiunta dei lavoratori arabi ed ebrei dal giogo del capitale, così come non esiste popolo che possa autodeterminarsi sotto il dominio del capitale finanziario internazionale. L’unica autodeterminazione storicamente progressiva è quella della classe operaia, organizzata su scala internazionale, per l’abbattimento dello Stato borghese in tutte le sue forme. Ogni altra bandiera è una trappola, ogni altra causa una deviazione, ogni altra guerra una guerra del capitale.

cm

Domenica, August 31, 2025