Il ruolo del dollaro e lo scontro imperialista

Uno dei pilastri che ha consentito il predominio statunitense nella storia recente è rappresentato indubbiamente dalla centralità del dollaro nel mercato internazionale; il biglietto verde costituisce la principale valuta di scambio e di riserva internazionale, conferendo agli USA una capacità significativa di controllo sui flussi finanziari.

Il dominio del dollaro si esprime nello scambio di merci, materie prime e servizi, nei mercati del debito pubblico, delle azioni e obbligazioni, ossia nel commercio internazionale e nel mondo della finanza; essere esclusi dal sistema finanziario e dalla possibilità di interagire con le aziende statunitensi rappresenta pertanto un rischio elevato sia dal punto di vista economico che tecnologico (accesso al know-how).

La guerra economica che gli USA da ormai diversi anni stanno combattendo contro i principali avversari (Cina, Russia e Iran, in primo luogo) si basa su queste premesse, ossia che la maggior parte delle nazioni non siano disposte a correre il rischio di finire nella lista nera del ministero del Tesoro, ad essere escluse dal sistema del dollaro, per aver intrapreso rapporti economici e finanziari con paesi sottoposti alle sanzioni americane.

Le ultime amministrazioni (Obama, Biden e Trump) hanno perseguito, con sempre maggior determinazione, la guerra economica, tentando di indebolire gli avversari a suon di sanzioni e controlli sull’export.

Come in ogni conflitto che si rispetti, le controparti non sono rimaste inerti ma hanno tentato in tutti i modi di aggirare le sanzioni e le limitazioni imposte dagli USA; la de-dollarizzazione, ossia la riduzione dell’utilizzo del dollaro nelle transazioni commerciali e finanziarie, rappresenta il tentativo più evidente di sottrarsi alle direttive di Washington. Non adottare la divisa americana e le piattaforme occidentali d’interscambio delle valute (in primo luogo di Swif) vuol dire privare gli Stati Uniti degli strumenti principali per l’attuazione delle sanzioni.

Il processo di de-dollarizzazione in Russia si avvia anni prima dell’invasione dell’Ucraina (bisogna ricordare che già dall’annessione della Crimea, nel 2014, Washington aveva comunque imposto pesanti sanzioni): tra il 2013 e il 2020 sono state più che dimezzate, da parte della Banca centrale russa, le riserve di dollari; fra il marzo e il maggio del 2018 viene avviata una decisa politica di disinvestimento dei buoni del Tesoro americani, che passano da oltre 96 miliari di dollari a meno di 15 miliardi. L’utilizzo della valuta statunitense nell’export verso gli altri paesi del BRICS viene drasticamente ridimensionato, passando dal 90% nel 2013 al 10% nel 2020 (1).

Un ulteriore impulso al processo di de-dollarizzazione avviene con l’invasione Russa dell’Ucraina nel 2022 e l’esproprio, da parte del governo americano, di oltre 300 miliardi di dollari della Banca centrale russa; la fiducia nei confronti della moneta di riserva a livello mondiale viene inevitabilmente incrinata. Le importazioni russe, che fino al 2022 erano pagate per l’80% in dollari e in euro, nel 2023 avvengono per il 40% mediante lo yuan (superando il dollaro – 39% - e l’euro) (2); le esportazioni Russe in yuan passano dallo 0,4% nel 2022 al 34,5% nel 2024 (3).

Diversi accordi commerciali bilaterali, utilizzando le valute nazionali ed escludendo il dollaro, sono inoltre stati raggiunti fra il governo di Pechino e l’India, il Brasile, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita e il Giappone. Il governo cinese, principale avversario degli USA, sospinge le aziende private e statali a utilizzare lo yuan nelle transazioni commerciali internazionali; i principali successi nell’adozione della moneta cinese sono stati conseguiti nel mercato africano.

La Cina propone l’adozione dello yuan nella transazioni commerciali delle materie prime, in primo luogo del petrolio, oltre che nei progetti infrastrutturali legati alla Via della Seta, mentre la Russia promuove il rublo come mezzo di pagamento del gas naturale; nel 2023 la quota del commercio globale del petrolio espressa utilizzando divise differenti dal dollaro ha raggiunto il 20% (4).

La de-dollarizzazione non è tuttavia un fenomeno limitato alla Russia ed alla Cina, ma interessa differenti realtà, esprimendo anche l’emergere di nuove potenze e il modificarsi delle relazioni commerciali e finanziarie a livello internazionale; il Brasile sta diversificando le proprie riserve valutarie, con una maggior incidenza dell’oro e dello yuan, mentre l’India sta promuovendo l’utilizzo della rupia, la moneta nazionale, negli interscambi commerciali.

Anche gli Emirati Arabi, formalmente alleati degli USA (che sono presenti nel paese con importanti basi militari), stanno consolidando rapporti strategici con la Cina, intrecciando sempre più fitte relazioni commerciali (ultimamente è stato concluso un accordo fra la compagnia nazionale emiratina ADNOC e le società cinesi, in particolare la statale Zhenhua Oil). (5). L’obbiettivo di Abu Dhabi è quello di promuove stretti legami con i mercati energetici asiatici, in particolare con la Cina, percepiti come stabili e con ulteriori margini di espansione (malgrado la tanto decantata transizione energetica); gli accordi riguardano in primo luogo il petrolio ma anche di gas naturale liquefatto. E’ stata creata una piattaforma “blockchain” fra i due paesi per realizzare pagamenti istantanei nelle rispettive divise nazionali, prescindendo del tutto dal dollaro (6).

Un fattore chiave nella de-dollarizzazione è rappresentato dalla creazione di infrastrutture finanziarie per i pagamenti interbancari che non facciano capo alla rete Swift, domiciliata in Belgio ma sotto il controllo degli Stati Uniti. L’introduzione, nel 2020, del renmimbi digitale (e-Cny), ossia della prima criptovaluta pubblica emessa da una Banca centrale di una grande potenza economica, è stato il primo passo compiuto da Pechino in tale direzione. Nel 2021 nasce la piattaforma mBridge (grazie alla collaborazione fra la banca centrale della Cina, della Thailandia, degli Emirati Arabi, di Hong Kong e della Banca per i regolamenti internazionali) finalizzata a effettuare pagamenti e scambi valutari transfrontalieri. Il rafforzamento del sistema renmimbi digitale e mBridge avviene nel 2022, con l’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina (7). Nel 2025 la Banca centrale cinese integra il proprio sistema di pagamento transfrontaliero con i paesi membri dell’ASEN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) e con alcuni stati del Medio Oriente, consentendo ad un’area che rappresenta quasi il 40% del commercio mondiale di effettuare pagamenti senza passare dal sistema Swift (8).

Un ulteriore stimolo alla de-dollarizzazione, in particolare dal 2008 (anno della crisi dei mutui subprime), è stato determinato dai bassi tassi di interesse nei paesi del cosiddetto capitalismo avanzato, che rendevano poco allettanti le valute e le obbligazioni delle economie “mature” rispetto a quelle “emergenti”.

La guerra commerciale e le modificazioni degli equilibri economici e finanziari a livello globale sono pertanto alla base del progressivo indebolimento della moneta statunitense; attualmente il 57% delle riserve valutarie delle Banche Centrali è espresso in dollari, rispetto al 65% nel 2016 e al 71% del 2000 (9).

La divisa statunitense conserva tuttavia un ruolo ancora centrale nel sistema economico mondiale, considerando che rappresenta ancora la moneta maggiormente utilizzata per le transazioni valutarie (88% dollaro USA; 33% euro; 17% yen; 13% sterlina britannica – la percentuale supera il 100 perché alcune transazioni si effettuano con più valute -) e le transazioni commerciali (53% dollaro USA; 30% euro; 4% yuan cinese). (10).

Difficilmente il ruolo del biglietto verde verrà scalzato nel breve periodo; la potenza del dollaro si basa su un’ampia base economica (che gli Stati Uniti possiedono ancora, sebbene risulti decisamente ridimensionata rispetto al secondo dopoguerra), sul mercato finanziario più grande del mondo, sulla relativa stabilità politica (che qualcuno, negli ultimi anni, potrebbe mettere in discussione) e sulla preponderante forza militare (più volte utilizzata in passato per difendere gli interessi della divisa americana).

L’euro sicuramente non può rappresentare una seria minaccia alla supremazia del dollaro, data la scarsa coesione politica del vecchio continente e la relativa debolezza militare (che pure si vuole ridurre).

Il governo di Pechino, come osservato da molti analisti, volendo esercitare un’azione di controllo sul mercato dei capitali (funzionale anche alla gestione del potere da parte del PCC), non consente uno sviluppo finanziario commisurato a quello industriale e commerciale; il controllo sui flussi di capitale in entrata e in uscita dal paese, associato alla scarsa libertà di azione degli operatori stranieri del settore, non permette di gettare le basi che pongano in discussione il predominio del mercato finanziario statunitense (e quindi della valuta statunitense). Inoltre la potenza militare cinese, seppure in rapida ascesa, appare ancora inferiore a quella americana sotto diversi aspetti.

Altri attori internazionali (Giappone, Inghilterra, ecc.) non presentano una forza economica e militare che possa minacciare il predominio statunitense.

Il processo di de-dollarizzazione appare pertanto rallentato dal fatto che non esistono divise nazionali che attualmente possano subentrare al dollaro nel ruolo di principale valuta di scambio e di riserva a livello internazionale.

La centralità stessa che il dollaro riveste nel mercato globale ne rallenta inoltre il ridimensionamento; bisogna infatti considerare, come segnalato precedentemente, che il 57% delle riserve valutarie delle banche centrali è ancora espresso in dollari. Il declino della divisa statunitense comporterebbe pertanto la riduzione di valore dei depositi che i diversi paesi hanno accumulato nel tempo (nel caso estremo di bancarotta si arriverebbe alla cancellazione di quasi il 60% delle riserve mondiali).

Il dollaro non è ovviamente “solo” un’arma geopolitica che gli USA possono utilizzare contro gli avversari, ma costituisce un’architrave della potenza americana; la centralità del dollaro consente agli USA di emettere enormi quantità di moneta senza incorrere nel rischio di una svalutazione che affosserebbe l’economia di qualsiasi altra nazione. Il capitalismo americano è così nella condizione di far fronte ai propri consumi e debiti semplicemente stampando dollari.

Mettere in discussione il ruolo del dollaro significa quindi mettere in discussione la potenza finanziaria degli Stati Uniti e il loro ruolo di prima potenza globale. Non per niente Trump, già nel corso della campagna elettorale per il suo secondo mandato, minacciava i paesi tentati di abbandonare il dollaro di dazi fino al 100% sulle loro esportazioni.

Diversi intellettuali, spesso ospitati sui mezzi di informazione dell’ala sinistra della borghesia, vedono con favore il processo in atto d’indebolimento del dollaro e di rafforzamento di altre valute; a questo proposito l’economista James K. Galbraith afferma: “La multipolarità monetaria perseguita dal Brics potrebbe essere negativa per l’oligarchia, ma vantaggiosa per la democrazia, per la protezione del pianeta e per il bene comune. Da questo punto di vista non arriverà troppo presto. Le grandi trasformazioni dell’ordine economico mondiale sopraggiungono solo in occasioni di crisi estrema.” (11).

Affermare che i paesi che fanno parte del blocco Brics rappresentino un modello alternativo e migliore rispetto a quello delle nazioni “occidentali” costituisce un’operazione quanto meno spericolata, dal sapore squisitamente ideologico, visto che le categorie economiche e le dinamiche di sviluppo che li caratterizzano (seppure con le inevitabili peculiarità determinate dallo sviluppo storico) sono quelle proprie di ogni sistema economico capitalistico. La contrapposizione ideologica maschera allora la conflittualità d’interessi fra le diverse nazioni borghesi (o blocchi di nazioni) che con l’emergere di nuove potenze spinge alla riconfigurazione degli equilibri di potere nel contesto del mercato mondiale; la “giustizia” e il “bene comune” finiscono con l’identificarsi con il bene nazionale, ossia con il bene della classe dominante della nazione (essenzialmente con gli interessi economici e geopolitici della borghesia).

Totalmente diverse sono quindi le valutazioni politiche che le forze comuniste internazionaliste danno sull’argomento rispetto alla sinistra borghese, perché diverse sono le premesse teoriche da cui partono: “In complesso tutto il processo della vita economica mondiale contemporanea si riduce alla produzione di plusvalore e alla sua distribuzione fra i diversi gruppi e sottogruppi della borghesia sulla base di una riproduzione allargata continua dei rapporti fra due classi: il proletariato mondiale da un lato e la borghesia mondiale dall’altro.” (12).

La lotta fra gli stati nazionali altro non è che la lotta fra le rispettive forze borghesi per la spartizione del plusvalore prodotto dal proletariato mondiale; il conflitto sulle valute rappresenta uno degli aspetti, d’importanza strategica, della complessiva lotta inter-imperialista (che si gioca ovviamente su molteplici fronti – tecnologico, commerciale, di controllo delle materie prime e delle vie di comunicazione, sul piano militare ecc.).

L’affermarsi di un blocco imperialista non comporta alcun mutamento della struttura economica e sociale, ma solo una diverso equilibrio di forze nello stesso modo di produzione; solo la rivoluzione comunista, distruggendo i rapporti di produzione del capitale, può dare vita ad una forma di organizzazione della società differente, priva di sfruttamento e di confini.

La lotta ad ogni forma di nazionalismo e patriottismo e contro tutti i fronti della borghesia rappresenta quindi una premessa indispensabile per avviare un processo rivoluzionario di trasformazione sociale.

GS

“Il primato de dollaro non finirà domani.” Di Fabrizio Maronta. Limes 7/2022. “La guerra economica insabbia il nemico numero uno.” di Fabrizio Maronta. Limes 1/24

“La guerra economica insabbia il nemico numero uno.” di Fabrizio Maronta. Limes 1/24.

“La de-dollarizzazione e la fine dell’egemonia statunitense.” di Dario Tagliamacco. Centro Studi Eurasia e Mediterraneo cese-m.eu.

Ibidem.

“Eau. MBZ, la Cina e il futuro energetico del Golfo” di Giuseppe Gagliano. notiziegeopolitiche.net

“Il dollaro ingolfato.” di Cinzia Bianco. Limes 3/2024.

“Il gioco del tycoon. Ma l’Ue non morde il “dominatore senza egemonia”. Di Francesco Raparelli. Il manifesto 30/05/2025.

“La Cina e il nuovo ordine monetario. Senza avvisare-Econopoly.” Di Alessandro Magnoli Bocchi econopoly.ilsole24ore.com

“Il dollaro resta re.” di Milton Ezrati. Limes 7/25.

Ibidem.

“Il processo di de-dollarizzazione (II)”. di Andrea Vento. marxismo-oggi.it

“L’economia mondiale e l’imperialismo”di N.I. Bucharin. Samona e Savelli –Roma, pag. 112).

Martedì, September 2, 2025