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Home ›Sul brodo di coltura della guerra imperialista
Premessa
Torniamo nuovamente sulla questione della guerra ossia della tendenza verso un conflitto generalizzato, ricollegandoci a ciò che avevamo scritto un anno fa1, quando provavamo ad inquadrare il rischio crescente di uno scontro su scala mondiale nelle condizioni dell'economia internazionale, vale a dire della crisi in cui si dibatte il capitale da oltre mezzo secolo. Un crisi che, lo ripetiamo ancora una volta, non solo non passa, nonostante le contromisure messe in atto dalla borghesia – i fattori contrastanti o controtendenze – ma si incancrenisce, al di là degli alti e bassi momentanei, indebolendo ogni volta di più le tradizionali modalità di gestione del sistema da parte del personale borghese, fino ad annullarle. Il sistema viene così incanalato nell'unica “soluzione” che il capitale ha a disposizione per risolvere – diciamo così – le proprie contraddizioni insanabili: la guerra mondiale, appunto. Solamente in questo modo, distruggendo capitale in eccesso, sia costante (macchinari, materie prime ecc.) che variabile (forza lavoro), può porre le basi per un nuovo ciclo di accumulazione in cui i profitti attesi, e poi realizzati, siano soddisfacenti rispetto agli investimenti, nel quadro di una determinata composizione organica del capitale stesso.
La ripresa di argomentazioni e dati non va quindi considerata come un mera ripetizione, quanto l'ulteriore puntualizzazione di un discorso che punta a individuare le radici di un orizzonte che si incupisce ogni giorno che passa e che si avvicina con una velocità impensabile (dai più) anche solo tre anni fa. La puntualizzazione è tanto più necessaria, crediamo, in quanto la guerra, sull'onda della giusta indignazione per la carneficina non ancora finita a Gaza, è identificata dalle masse scese in piazza tra settembre e i primi di ottobre, nello scenario palestinese, dimenticandosi o mettendo in ombra l'altro massacro – con l'inevitabile seguito di distruzione e devastazione ambientale – che prosegue da oltre tre anni in Ucraina, o gli altri macelli perpetrati da contrapposte fazioni borghesi in diversi angoli del mondo, non ultimo, per le sofferenze e i fiumi di sangue versati, in Sudan. Ma, soprattutto, dimenticandosi o, piuttosto, ignorando sia le cause della guerra in Palestina, così come in ogni altra area, ignorando cioè le radici di classe della guerra: non sono i popoli, genericamente intesi, a volersi combattere, ma le loro classi dominanti, che si servono dei “popoli” - in primo luogo della loro componente maggioritaria, il proletariato – per difendere e imporre i propri interessi, spingendo i rispettivi proletariati al massacro reciproco.
Ha radici di classe perché la guerra è radicata in quello che è la base della società borghese, il rapporto tra capitale e lavoro salariato, giunto alla fase inevitabile in cui la quantità di plusvalore estorto nel processo produttivo (lo sfruttamento) non è più sufficiente per assicurare la riproduzione allargata del capitale o, detto in altri termini, per fornire carburante sufficiente alla macchina dell'economia mondiale. Per citare una frase celeberrima, se la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, si può aggiungere senza sbagliare che è la prosecuzione della guerra sociale alla classe lavoratrice, perché, come è stato appena detto, l'assalto pluridecennale lanciato dalla borghesia ai suoi danni non è stato in grado, e non è, di rianimare, se non in maniera temporanea, il processo di accumulazione. Si potrebbe obiettare che la borghesia muove sempre guerra al proletariato, il che è vero, ma, per usare una metafora, ci sono momenti in cui il fronte si stabilizza e altri in cui si scatena l'offensiva. Ecco, dall'inizio degli anni Settanta del secolo scorso la situazione è questa: la borghesia mondiale ha mosso un attacco globale contro il lavoro salariato per metterlo all'angolo.
Il sindacalismo e la passività della classe
Abbiamo analizzato molte volte – e continueremo a farlo – le cause della passività “operaia”. Qui, senza trascurare altri fattori, sottolineiamo il ruolo di primo piano interpretato dal sindacalismo, oltre che della cosiddetta sinistra parlamentare (e anche extraparlamentare...), da molto, molto tempo diventato la cinghia di trasmissione della borghesia nella nostra classe, per piegarla agli interessi supremi del “Paese”, vale a dire dell'economia capitalista; vale per l'Italia come, nella sostanza, per qualunque altro paese, anche in quelli in cui la borghesia pensa o tenta di fare a meno del sindacalismo e lo perseguita. La lotta economica, tradeunionistica o sindacale, per semplicità di discorso, si è sempre mossa – banale osservarlo – dentro limiti invalicabili: quelli delle compatibilità capitalistiche. Se le richieste sindacali intaccano i profitti oltre una certa soglia, da compromettere cioè la continuità del processo produttivo-economico, vengono respinte, magari anche con l'intervento repressivo dello stato. E' evidente dunque che le rivendicazioni salariali devono oggettivamente tenere conto dello “stato di salute” dell'economia in generale e poi della singola azienda2, per cui è scontato che nella crisi, soprattutto quando è crisi di un'intera fase storica, i margini rivendicativi si restringano fino a sparire o quasi. Ma è anche vero che la lotta di classe proletaria ha il potere di strappare quote di plusvalore – sempre nel rispetto delle famigerate compatibilità – o di limitare, per quanto è possibile, l'aggressione padronale. Engels, in scritti poco noti sul sindacato3, faceva notare come nella Londra del suo tempo, a parità di condizioni lavorative, settori di classe operaia “godessero” di salari più alti rispetto ad altri, perché i primi erano organizzati in sindacati e lottavano, mentre i secondi, disorganizzati e per questo inerti, erano in balia di un padronato protervo e arrogante “più del dovuto”, per così dire, proprio per l'estrema debolezza della “sua” classe operaia. La storia del movimento operaio è piena di situazioni simili; ultimo esempio, in ordine di tempo e restando in Italia, è quello dei facchini della logistica, un segmento operaio sostanzialmente trascurato dal sindacalismo confederale, nonostante la sua rapida crescita quantitativa. Qui, il padronato, di fronte alla disorganizzazione della forza lavoro, ha imperversato – e in parte imperversa ancora – imponendo condizioni di lavoro (cioè di sfruttamento) vicine allo schiavismo. L'entrata in scena del sindacalismo “di base”, in primo luogo del SiCobas, ha riempito il vuoto lasciato dai confederali e, grazie a lotte determinate - non senza costi anche molto alti – ha tendenzialmente e parzialmente ristabilito condizioni di sfruttamento “medie” e qui si è necessariamente fermato. Questo non significa, va da sé, che i padroni non cerchino costantemente di alzare quella “media”, lì come in ogni altro settore, ma solo, appunto, che se la classe non lotta, a cominciare dalla difesa delle condizioni immediate di lavoro, la borghesia si prende non solo il dito, ma la mano e tutto il resto.
Non ci dilunghiamo nella critica al sindacalismo “combattivo” o “di base” - per questo rimandiamo alla nostra abbondantissima pubblicistica – qui vogliamo solo sottolineare una volta di più che nella lotta di classe permanente tra borghesia e proletariato, se questo rimane sostanzialmente passivo o reagisce in maniera insufficiente, la prima può condurre indisturbata i propri giochi, fino alle manifestazioni più estreme, fino alla guerra. Ma la passività della nostra classe, per riprendere il discorso, si spiega anche e non secondariamente con il ruolo di quinta colonna borghese interpretato dal sindacalismo, in primo luogo confederale. Il sindacato, soprattutto quando “il Paese chiama”4, per quanto gli compete ha affiancato il capitale nella sua offensiva contro la classe salariata, accompagnandola al macello sociale come un pastore conduce le pecore alla macellazione, predicando – e mettendo in pratica – la pace sociale, riportando alla disciplina padronale episodi di lotta sfuggiti o passibili di sfuggire al controllo sindacale: in breve, cingendo di reticolati la classe per bloccarla dentro il rapporto di sfruttamento e spegnerne l'antagonismo rivendicativo.
In sintesi, e ricapitolando, è il capitale a scrivere e a dirigere la musica che il sindacalismo deve eseguire, e non c'è azione sindacale, anche “combattiva”, che possa invertire questo stato di cose. Ciò non significa, lo ripetiamo per l'ennesima volta, che la lotta “economica” sia morta, che ci si debba rassegnare, al contrario, solo che deve seguire un percorso diverso da quello sindacale5.
Quanto è stato detto finora serve per ribadire che il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice è stato sì accelerato negli ultimi tre anni e continuerà a peggiorare, ma è solo l'ultima tappa, in ordine di tempo, di un percorso cominciato mezzo secolo fa, con la fine del ciclo economico ascendente post-bellico e l'inizio di una nuova fase storica segnata dalla caduta non più tendenziale del saggio di profitto. Crediamo sia importante sottolinearlo, anche e non da ultimo per mostrare l'inconsistenza del rivendicazionismo e delle parole d'ordine del riformismo in tutte le salse, compreso l'arcipelago del sindacalismo “alternativo”. A questo proposito, uno degli slogan più in voga è “Giù le armi, su i salari!”; di per sé non fa una grinza: chi tra la “gente normale” vorrebbe la guerra e una diminuzione dei salari? Il punto è che oggi (da decenni) il capitale è spinto dalle sue leggi genetiche in direzione contraria: sempre meno salario e più armi. Quello slogan, perché non rimanga un desiderio inevitabilmente frustrato, deve essere inserito in una critica complessiva al sistema capitalistico e sostenuto da una lotta di classe che miri necessariamente ad andare oltre e, di fatto, contro la prassi sindacale, compresa quella più “radicale”. Questa, nella sostanza, per certi aspetti è una ripresa dell'azione sindacale “di una volta”, quando il sindacato, benché già incorporato nella gestione borghese della forza lavoro, era costretto dalle circostanze – per es., la guerra fredda – a intraprendere lotte incomparabilmente più dure e persino drammatiche – per la classe - di quelle attuali, benché politicamente sterili o, per meglio dire, controrivoluzionarie6.
La crisi scrive il copione
Ormai c'è una letteratura sterminata sull'impoverimento, se non immiserimento, del proletariato e persino di settori significativi di piccola borghesia in corso da cinquant'anni in qua, per non dire prima, se partiamo dagli Stati Uniti d'America, perché, come notava Marx, il paese più avanzato - in questo caso, dove si è aperta la crisi storica – indica la via agli altri. Non c'è studio, non c'è statistica – ovviamente di provenienza borghese o riformista, il che è lo stesso – che non registri questo andamento. Solo i più beceri rappresentanti della “intellighenzia” borghese e, va da sé, le bande di politicanti che si alternano nei governi, negano l'evidenza, visto che, in quanto agenti del capitale, le danno forma. Se, strumentalmente, impugnano le difficoltà crescenti del proletariato, è solo per usarle come oggetto contundente nella lotta per la poltrona ministeriale. Giusto per citare uno studio tra i tanti, secondo l'ultima edizione del “Barometro europeo sulla povertà e la precarietà”7 «Un europeo su cinque (20%) afferma di non riuscire a chiudere il mese con le proprie entrate. In Grecia il dato sale al 33%, in Moldavia al 31%, in Germania al 22% (in netto aumento rispetto al 2024)». Potrebbe stupire quest'ultimo dato, considerando le statistiche citate spesso dal riformismo nostrano e non solo, secondo le quali dal 1990 al 2022 i salari in Germania sarebbero cresciuti del trenta per cento, contro un arretramento del tre per cento circa qui in Italia. In realtà, come abbiamo osservato altrove8, quei dati, dell'OCSE, relativi alla Germania vanno come minimo presi con le molle, visto che – altro dato rilevato in parecchie ricerche «Il paese ha sbaragliato la concorrenza con un forte contenimento salariale […] Ciò significa che gli aumenti di produttività sono andati a vantaggio dei profitti più che dei lavoratori, intrappolati in un mercato del lavoro duale: alcuni molto garantiti, attorniati da un esercito di minijob a poche centinaia di euro al mese»9.
Che l'aumento della produttività vada a vantaggio dei profitti è la norma del sistema capitalistico; inoltre, per produttività, vale la pena ricordarlo, nel regno del capitale non si intende semplicemente la produzione di più “beni”, ossia merci, ma di più plusvalore: quando questo non avviene o avviene in misura calante e stentata, il sistema va in crisi. E' quello che succede, lo ripetiamo, da mezzo secolo, pur con tutti i rallentamenti e persino le inversioni, anche significative10, ma pur sempre momentanee, della tendenza. Il capitale si getta allora con foga esasperata nella speculazione finanziaria, per cercare di eludere la legge del valore, di saltare il processo produttivo in cui si estorce il plusvalore, per fare denaro dal denaro, sviluppando in maniera abnorme il capitale fittizio, che è solo una promessa, per così dire, di valori futuri, ma non ancora prodotti e che forse – o probabilmente - non lo saranno mai. Per citare un esempio molto “di moda”, basta vedere quello che succede nel settore dell'intelligenza artificiale (IA o AI), terra promessa del capitale (dicono). Ebbene, secondo fonti ovviamente borghesi, finora quella terra rimane solo una promessa e, anzi, si sta configurando una nuova gigantesca bolla speculativa, non inferiore a quella delle dot.com di inizio secolo11 o a quella dei subprime del 2007. Un noto commentatore paragona la corsa all'IA alla febbre speculativa sulle ferrovie inglesi della prima metà del XIX secolo, per affermare che nonostante i numerosi fallimenti finanziari, le ferrovie poi si imposero, come dire che le cose comunque si aggiustano, dimenticando però che allora si era nella fase giovanile del capitale, al contrario di oggi. Certamente l'IA è gravida di trasformazioni che interessano la società intera, forse anche radicali, ma resta il fatto che «un recente rapporto del Massachusets Institut of Technology calcola che il 95% delle imprese dell'AI oggi non è in utile; un recente rapporto di Bain Capital stima invece che mancano nel settore almeno 800 miliardi di crescita di ricavi entro il 2030 per rendere sostenibili gli attuali investimenti»12. Un'altra voce borghese è, ci pare, ancora più netta sulla redditività effettiva di questo settore: «Negli Stati Uniti, i multipli tra il valore dei titoli e gli utili delle magnifiche sette del Tech13 hanno superato quota 40, la stessa soglia che fece esplodere la bolla di Internet di inizio millennio. Le quotazioni sono stellari, ma il flusso di cassa di Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft è crollato del 30% negli ultimi due anni. Dal 2024 a oggi, Meta, Amazon, Microsoft, Google e Tesla hanno speso rispettivamente 560 miliardi di dollari in investimenti legati all'AI, generando però appena 35 miliardi di ricavi collegati all'intelligenza artificiale. Open AI e Anthropic crescono sì, ma restano lontane dalla redditività: valgono rispettivamente 300 e 183 miliardi di dollari, a fronte di ricavi stimati in 13 e 34 miliardi […] per coprire i costi dei data center, le Big Tech dovranno generare 2000 miliardi di dollari all'anno entro il 2030»14. Inutile sottolineare che si tratta di cifre enormi e che, per di più, se quanto ci insegnavano alle scuole elementari era corretto, i ricavi non sono la stessa cosa dei guadagni, cioè dei profitti. Questo dovrebbe essere sufficiente per spiegare l'ondata di licenziamenti che ha investito e investirà le Big Tech (ma non solo) e, allo stesso tempo, la protervia dell'imperialismo USA nella difesa delle stesse (come delle altre corporation giganti) esercitata contro nemici e “amici”: leggi UE. Anzi, “l'amica UE” è proprio tra le vittime principali della furia protezionista del “gangster in chief” della Casa Bianca che, con l'invasione russa dell'Ucraina, ha accelerato brutalmente la politica messa in campo dai suoi predecessori per assestare un colpo pesantissimo al suo “alleato” europeo, sulla carta, in realtà vassallo e pericoloso concorrente, potenzialmente in grado di oscurare la supremazia dell'imperialismo a stelle e strisce e quindi, non da ultimo, “l'esorbitante privilegio” del dollaro come moneta dominante nello scacchiere internazionale. Le sanzioni alla Russia, in primo luogo sugli idrocarburi, con la chiusura dei due gasdotti Nord Stream (uno persino fatto saltare), hanno privato il capitalismo europeo di un mercato importante e di una fonte energetica a buon mercato, costringendolo a comprare il gas da fracking americano, molto più costoso e inquinante. Tutto questo, com'è noto, ha provocato serissime difficoltà all'apparato produttivo europeo e, insieme all'inflazione15, alla classe lavoratrice del continente, per limitarci a quest'area. Anche, e non da ultimo, in questo senso la guerra ha cominciato a colpire il proletariato non coinvolto come carne da macello sul fronte ucraino.
La “locomotiva tedesca” sta pagando conti molto salati e con essa, per i legami esistenti, il settore manifatturiero italiano, ma, più in generale, è l'intera economia continentale a essere entrata in sofferenza più di quanto non lo fosse già. Imprese vanto, per così dire, del capitalismo tedesco hanno annunciato decine di migliaia di licenziamenti, seppure, per il momento, diluiti in qualche anno, per contenere il più possibile la rabbia sociale che, purtroppo, finora non si traduce in lotta di classe, ma nell'appoggio crescente al partito nazistoide dell'AfD. Per citare qualche nome, da qui al 2030, Lufthansa (-4000), Bosch (-22000), VolksWagen (-35000 uscite “volontarie”), ZF (produttore di componenti auto, - 14000 entro il 2028); inoltre, quasi 24600 aziende nel 2024 hanno chiuso e le insolvenze, nella prima metà del 2025, sono aumentate del 9,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno passato16.
Come s'è appena detto, per i rapporti economici tra Germania e Italia (ed Europa) la crisi dell'auto tedesca ha aggravato le difficoltà del settore manifatturiero italiano (in aumento la cassa integrazione, le “crisi industriali”, come si dice in gergo sindacal-politichese), già provato dall'incertezza e peggio dei dazi imposti dall'“amico americano”.
Burro attraverso i cannoni? No, solo cannoni
In questo quadro, non poteva mancare la voce di tanti esponenti della borghesia – nell'Accademia, nel giornalismo, nella politica – che credono, o vogliono far credere di vedere nell'aumento verticale delle spese per gli armamenti un'occasione d'oro per dare slancio all'economia europea, anzi mondiale: si potrebbe sintetizzare dicendo che producendo più “cannoni” si avrà più “burro” per tutti. Gli esempi sono numerosi, c'è solo l'imbarazzo della scelta; ne prendiamo uno che per il modo esplicito con cui pone la questione – e la falsa coscienza che lo permea – è appunto esplicativo. Sul Wall Street Journal del marzo scorso, è uscito un articolo dal titolo che non lascerebbe dubbi: “Perché solo la corsa agli armamenti può salvare l'economia europea”17. Secondo l'autore, il piano quadriennale ReArm Europe, poi ribattezzato con classica ipocrisia borghese PreservePeace-Defending Readiness Roadmap 2030, da 800 miliardi di euro – di cui 150 in prestiti Safe, e gli altri a carico dei singoli stati – potrebbe dare uno scossone al sistema economico del Vecchio continente. In effetti, è quello che “pensa” anche il personale politico europeo, visti gli aumenti annunciati, e in parte già effettuati, sulla spesa militare (ci arriveremo fra breve). Ma l'estensore dell'articolo, da buon borghese, è indulgente con le contraddizioni della propria coscienza, anche se cerca di non farlo vedere: «La spesa militare influenza l'economia in modi molteplici, a volte contraddittori […] A lungo termine […] l_a spesa militare può aumentare l'efficienza dell'economia più ampia. I contratti di difesa governativi possono promuovere economie di scala e stimolare innovazioni nelle industrie civili_». E' una mezza verità, perché lo stesso borghese matricolato aggiunge, quasi en passant, che «Di sicuro, produrre munizioni e testate non ha lo stesso beneficio economico di investire in macchinari o in infrastrutture di fabbrica. Le armi sono destinate a essere immagazzinate o distrutte, piuttosto che utilizzate per accelerare la produzione o accorciare i tempi di percorrenza». Esatto: dal punto di vista dell'economia in generale gli stanziamenti nelle armi rientrano nel capitolo delle spese improduttive, sono uno sciupio di plusvalore, una sottrazione di plusvalore, perché gli armamenti vengono pagati dagli stati attraverso le imposte che gravano sulla classe lavoratrice (in primo luogo) e sulle imprese, oltre che sulle mezze classi che vivono del plusvalore primario estorto nel processo produttivo. Ma in tal modo si distolgono capitali che potrebbero essere indirizzati ad investimenti realmente produttivi, aggravando così la malattia – la crisi – che si vorrebbe curare. La spesa statale è un palliativo parziale e momentaneo, che garantisce sì grandi profitti alle imprese collegate al militare, ma a spese del plusvalore complessivo, quindi di altri settori del capitale. Così facendo, si inaspriscono ulteriormente i contrasti tra capitali, quindi tra fronti imperialisti, dando nuovo alimento alla spirale che punta verso la guerra generalizzata. L'estensore di quell'articolo, dunque, sposa la teoria keynesiana sul ruolo positivo dell'intervento statale in economia, come fa il mondo del riformismo pacifista. La differenza è che quest'ultimo, nella sua ingenuità ideologica, vorrebbe spostare lo stimolo statale verso quei settori che effettivamente migliorerebbero la qualità della vita (il “burro”: sanità, scuola, ambiente, salari più alti ecc.) e aumenterebbero l'occupazione ben più che il settore militare. Ora, ripetendo l'ovvio, le armi sono indispensabili alla classe dominante per assicurare il proprio dominio di classe e affermare i propri interessi contro la concorrenza (economica e geopolitica, cioè imperialista): la scuola, gli ospedali possono aspettare - oppure pagare per le prestazioni/visite -, così come l'ambiente non è certo una priorità. Inoltre, è vero che il denaro speso nei “servizi sociali” genera molti più posti di lavoro che nell'industria militare, ma perché questo è un settore “capital intensive”, cioè ad alta composizione organica (tanto macchinario, poca forza lavoro), molto più alta di quella dei servizi, ammesso che qui si possa parlare di composizione organica. In ogni caso, le armi, come tutte le merci, si devono pagare e quindi dove prendere i soldi, soprattutto in una fase storica come questa, condizionata dalla crisi strutturale del capitalismo? La risposta, per noi, è scontata e che il nostro non sia un preconcetto ideologico lo confermano gli agenti stessi del capitale posti ai vertici delle istituzioni borghesi.
Ancora una volta, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Si può cominciare col cancelliere Merz, secondo il quale «Il welfare così com'è non è più finanziariamente sostenibile»18 per passare all'ineffabile Rutte, segretario della NATO, cagnolino da compagnia del presidente americano: «So che spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità se non vuoi aumentare le tasse […] in generale spendere di più per la Difesa significa spendere meno per altre priorità, ma può fare una grande differenza per la nostra sicurezza futura»19. Ancora più chiaro è un editorialista del Financial Times, citato dall'economista Michael Roberts: «L'Europa deve ridimensionare il suo welfare per costruire uno stato bellico [lo stato sociale] era il prodotto di strane circostanze storiche, prevalenti nella seconda metà del XX secolo e che non esistono più […] i governi devono essere più avari con gli anziani […] l_o Stato sociale come lo abbiamo conosciuto dovrà ritirarsi in qualche modo: non tanto da non poter più chiamarlo con questo nome, ma abbastanza da far male_»20. Ora, posto che il welfare è salario indiretto e differito e che un taglio a questo “istituto” è una rapina pura e semplice di salario, da anni la borghesia è impegnata a “far male” al proletariato e sempre più vi si impegnerà. Da un certo punto di vista, concordiamo col borghese, anzi, lo diciamo da un pezzo: sono finite le “strane circostanze”, cioè l'eccezionale periodo ascendente del ciclo di accumulazione post-1945, in cui il capitale, per i margini più ampi di cui disponeva, poteva “concedere” più salario a fronte di una classe lavoratrice molto più combattiva e ancora animata dalla prospettiva di un'alternativa alla società borghese – per quanto stravolta dallo stalinismo – tutte cose che oggi non ci sono. Il giornalista del FT, non avendo la preoccupazione di raccontar balle per vincere le elezioni, può esprimere con sincerità brutale ciò che pensa – e fa – la borghesia, illustrando la tabella di marcia dei suoi governi, nessuno escluso.
A questo proposito, chi tratta con un sorrisetto di sufficienza la famosa constatazione secondo la quale le istituzioni statali sono il comitato d'affari della borghesia, dovrebbe considerare il curriculum vantato da non pochi elementi del personale politico borghese. Per esempio, Merz aveva occupato un posto di alto livello in Black Rock, Rutte era stato in Unilever, controllata da Black Rock e Vanguard21, Macron aveva ricoperto un incarico importante nella banca d'affari Rotschild &Co, per non dire degli stretti legami di Starmer e la sua banda governativa con la City di Londra, o di Crosetto, ministro della difesa, già in Leonardo, la principale industria italiana di armamenti22.
Da qualche anno, gli “enti” economici citati, così come tutto l'apparato militare-industriale, vedono lievitare i propri titoli in borsa con progressione inarrestabile, alimentati dall'aumento delle spese belliche, soprattutto, ancor di più dopo le decisioni prese nei mesi scorsi dalla NATO, dalla UE e via dicendo. Ecco perché il FT dice ruvidamente che bisogna tagliare lo “stato sociale”: se non si può aumentare l'imposizione fiscale sulle imprese e sui ricchi in generale (è un reato di lesa maestà verso il capitale) - anzi, da decenni i governi fanno a gara per diminuirla -, se la crisi riduce la “capacità contributiva” generale, chi deve pagare? Elementare: come e più di prima la classe lavoratrice. Lo si diceva più indietro: gli ospedali, le scuole, l'ambiente possono rimettersi in fila – ma da ancora più indietro – per far andare avanti, e di gran lunga, gli armamenti. L'ha detto Macron, lo ripetono in coro i suoi simili: «Ci sono settori in cui lo sforzo è un dovere repubblicano assoluto. La difesa è uno di questi»23. “In un mondo di tiranni la difesa è una necessità e non un'opzione”, titolava il Sole 24 ore+24, dove per tiranni si intendeva Putin, Xi Jinping e compagnia cantante, non certo Trump, noto campione di democrazia, che con il suo “Big Beautiful Bill”, la legge di bilancio, ha tagliato i già magri sussidi alimentari e sanitari per milioni e milioni di americani tra i più poveri. Contemporaneamente, coerentemente con se stesso e il proprio mandato, taglia le imposte per i ricchi, apparecchiando contratti miliardari con le famigerate Big Tech25 (e le aziende giganti dell'industria bellica), per sistemi d'arma tecnologicamente avanzati, tra cui il Golden Dome, riedizione in chiave moderna del programma “Guerre stellari” (Strategic Defense Initiative, 1983) di reaganiana memoria. Se poi tutto questo darà una spinta potente al debito pubblico (lo stesso vale per gli altri paesi...), annullando, con gli interessi, le maggiori entrate fiscali derivanti dai dazi, non è un problema, cioè il problema è sempre e solo del proletariato residente negli States e di quello su cui si scaricherà il contraccolpo del protezionismo della Casa Bianca.
D'altronde la UE, così rigida nell'imporre l'austerità di bilancio ai propri stati (cioè al loro proletariato), ha stabilito che i paesi che stanno sotto il 3% del deficit del Pil possono togliere togliere la spesa per le armi fino all'1,5% del Pil dal conteggio del bilancio e accedere al prestito Safe. L'Italia prevede di raggiungere l'obiettivo dal 2026; intanto, nel DPFP (Documento programmatico di finanza pubblica) il governo ha già annunciato uno stanziamento di 23 miliardi di euro in più fino al 2028. Ma è tutta la UE, come si sa, con la parziale eccezione della Spagna, che nel vertice NATO di giugno in Olanda si è inginocchiata al diktat di Trump e ha accettato di aumentare le spese militari fino al 5% del Pil da qui al 2035, di cui il 3,5% in armi e l'1,5% in spese collegate. In ogni caso, come si è già accennato, diktat o non diktat, da tempo gli stati hanno allargato la borsa ai mercanti di morte, proprio perché la guerra generalizzata è sempre meno un'ipotesi teorica, stante la crisi del capitale che esaurisce più o meno rapidamente le misure tentate per superarla, rendendo il quadro politico sempre più complicato e difficilmente governabile. E' la stessa UE a certificare la progressione pluriennale degli stati negli stanziamenti per la strage legalmente organizzata: «Secondo i dati ufficiali del Consiglio Europeo, dal 2014 al 2024 le spese militari e quelle specifiche per armamenti nei paesi Ue sono già aumentate, in termini reali, rispettivamente del 121% e del 325%»26. Nello specifico, «Nel 2021 la spesa militare complessiva dei Paesi Ue era di 218 miliardi di euro, nel 2024 è salita a 343 miliardi e per l'anno in corso si attestano sui 392 miliardi»27; a questo si deve aggiungere il piano Preserving Peace...
Ma forse queste cifre non sono veramente rappresentative delle intenzioni della borghesia europea, se è anche solo parzialmente realistico il quadro tracciato dal Commissario europeo alla Difesa Kubilius: «Noi europei investiremo entro il 2035 circa 6800 miliardi di euro nel comparto militare, con il 50% che confluisce nell'acquisto di armamenti: sarà un vero big bang finanziario»28. Ecco, appunto, i grandi fondi come Black Rock, i complessi industriali come Rheinmetall o Leonardo e tutta la trista compagnia ad essi intrecciata imprimono, tramite i governi loro fedeli esecutori, un'accelerazione alla pompa aspirante che risucchia denaro dalle tasche lise del proletariato per riversarlo in quelle senza fondo del capitale finanziario, inteso in senso leniniano. E il Green deal, e la difesa dell'ambiente? Suvvia, non siamo ideologici, dice infastidita la borghesia europea, gravemente in ritardo rispetto alle tecnologie “verdi” sviluppate dalla Cina, che rischiano di spazzare via diversi settori industriali europei. Prima, erano per lo più gli “orchi” sovranisti ad avercela col Green deal o “transizione ecologica” (benché assai blanda), poi ad essi si è aggiunta anche la borghesia “per bene”: la difesa della libertà, della democrazia e della competitività dell'economia europea val bene qualche foresta bruciata dalla siccità, qualche fiume esondato e qualche morto travolto dalle acque “impazzite” di un territorio sempre più fragile, perché violentato da decenni di cosiddetto sviluppo capitalistico.
Ma l'alternativa esiste
L'impoverimento progressivo della classe lavoratrice, e di settori di piccola borghesia, il degrado avanzante che intacca i più elementari rapporti di convivenza in ampi spazi urbani – conseguenza della mercificazione di ogni aspetto della vita – le malattie anche mortali provocate dalla devastazione dell'ecosistema, del cambiamento climatico, le guerre, fino all'apocalisse nucleare: questo è ciò che il capitale ci riserva, unica “soluzione” alle proprie insolubili contraddizioni.
Il quadro è quanto mai drammatico, ma un'alternativa esiste ed è nelle mani della classe sul cui sfruttamento si basa questo sistema sociale, che non può più dare niente di progressivo all'umanità, ma solo sofferenza e distruzione. E' il proletariato, la classe salariata, se si sveglia dai decenni di profondo torpore in cui è stata precipitata dalla borghesia e dalle sue espressioni ideologiche, non ultime la socialdemocrazia (in sintesi, il riformismo) e le eredità politiche, persino quasi “mentali” verrebbe da dire, dello stalinismo. Risalire questa china di fatto secolare, non è per niente semplice, ma è possibile. Per questo, assieme ad altre forze (o debolezze...) stiamo partecipando al tentativo di costruire comitati realmente internazionalisti29 che, come primo passo, mettano in collegamento chi si colloca sul terreno di classe proletario, contro ogni forma di nazionalismo, contro ogni espressione dell'ideologia borghese, per riportare nella nostra classe i principi elementari della contrapposizione inconciliabile tra noi e loro, tra il proletariato e la borghesia, con tutto ciò che ne consegue in termini di lotta di classe. Solo sulla base di questi presupposti “minimi” (si fa per dire), si può cercare di contrastare la guerra imperialista, frutto ineliminabile del modo di produzione capitalista.
Non ci facciamo illusioni, sappiamo bene quanto il percorso sia accidentato, ma crediamo che sia un tentativo importante e necessario. Necessario, sì, ma, per noi, insufficiente: finché il proletariato più combattivo e più sensibile non darà, dialetticamente, fiato e gambe all'organizzazione rivoluzionaria, il partito internazionale della rivoluzione comunista, il capitale potrà gettare l'umanità, anzi, il Pianeta intero, nella barbarie più efferata, ma in un modo o nell'altro riuscirà a perpetuare il proprio mostruoso sistema sociale.
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Appendici
Pubblichiamo un articolo di Lenin del 1913 sul rapporto stretto tra capitalismo, personale politico borghese e armamenti, a dimostrazione di come le cose, dopo oltre un secolo, non siano sostanzialmente cambiate.
L'articolo di Battaglia comunista del 1948 mostra come il sindacalismo non significhi automaticamente lotta di classe, se con questa si intende la lotta alla borghesia con la prospettiva del superamento rivoluzionario del suo sistema sociale.
Appendice 1
Gli armamenti e il capitalismo
Vladimir Lenin (1913)
Scritto il 21 maggio 1913. Pubblicato per la prima volta nella Pravda, numero 115.
L’Inghilterra è uno dei paesi più ricchi, più liberi e più avanzati del mondo. La febbre degli armamenti ha da molto tempo invaso la "società" inglese ed il governo inglese, proprio come quelli francese, tedesco, ecc.
Ed ecco che la stampa inglese - e particolarmente quella operaia - cita adesso dati interessantissimi che rivelano l’ "astuto" meccanismo capitalistico degli armamenti. In Inghilterra gli armamenti navali sono particolarmente ingenti. I suoi cantieri (Vickers, Armstrong, Brown e altri) godono di una fama mondiale. Essa e altri paesi spendono centinaia e migliaia di milioni per preparare la guerra; e tutto questo si fa naturalmente nell’interesse esclusivo della pace, della salvaguardia della cultura, della patria, della civiltà, ecc.
E tra gli azionisti e i direttori dei cantieri navali, delle fabbriche di polvere da sparo, di dinamite, di cannoni, ecc. vi sono ammiragli e famosissimi uomini di Stato inglesi di tutti e due i partiti, sia il conservatore sia il liberale. Una pioggia d’oro cade direttamente nelle tasche dei politici borghesi, che costituiscono una compatta cricca internazionale la quale incita i popoli a competere in fatto di armamenti e tosa questi popoli crudeli, stolti, ottusi e sottomesi come si tosano le pecore!
Gli armamenti sono considerati una questione nazionale, patriottica; si presume che tutti mantengano rigorosamente il segreto. Ma i cantieri navali, le fabbriche di cannoni, di dinamite e di fucili sono stabilimenti internazionali nei quali i capitalisti dei vari paesi, in buon accordo, ingannano e scorticano sino all’osso il "pubblico" dei vari paesi, costruendo navi e cannoni così per l’Inghilterra contro l’Italia, come per l’Italia contro l’Inghilterra.
Furbo meccanismo capitalistico! Civiltà, ordine, cultura, pace; e rapina di centinaia di milioni di rubli da parte di faccendieri e affaristi, del capitale destinato all’industria delle costruzioni navali, della dinamite, ecc.!
L’Inghilterra fa parte della Triplice Intesa, nemica della Triplice Alleanza. L’Italia fa parte della Triplice Alleanza. La celebre ditta Vickers (Inghilterra) ha succursali in Italia. Gli azionisti e i direttori di questa ditta (per mezzo dei giornali venduti e dei "faccendieri" corrotti dal parlamento, poco importa se conservatori o liberali), tentano di scagliare l’Italia contro l’Inghilterra e viceversa. Quanto al profitto, lo riscuotono sia dagli operai inglesi che dagli operai italiani, e scorticano il popolo dei due paesi.
I ministri e i deputati conservatori e liberali partecipano quasi tutti a queste ditte. Una mano lava l’altra. Il figlio del "grande" ministro liberale Gladstone è direttore della ditta Armstrong. Il contrammiraglio Bacon, noto specialista navale e alto funzionario di quel "dipartimento", passa al servizio della fabbrica di artiglieria di Coventry con uno stipendio di 7.000 sterline (più di 60.000 rubli), mentre il primo ministro inglese ne riceve 5.000 (45.000 rubli).
Lo stesso, naturalmente, avviene in tutti i paesi capitalistici. Il governo è un comitato di commessi della classe dei capitalisti che viene pagato bene. I commessi sono essi stessi degli azionisti. E tutti insieme tosano le pecorelle al frastuono di roboanti discorsi sul "patriottismo"...
Appendice 2
Scioperi a catena, niente lotta di classe
da Battaglia Comunista, n. 20 – 10-17 giugno 1948
L’ondata di scioperi che da circa un mese si è riversata su tutta la valle padana, a prescindere da quelli del palermitano e da quelli di migliaia di filandiere in diverse province d’Italia, affonda indubbiamente le sue radici storiche nella cronica situazione di disagio economico in cui versa l’intera classe lavoratrice italiana e in particolare la categoria dei braccianti e salariati agricoli, e i suoi motivi immediati risiedono nell’offensiva generale in atto della classe padronale, risultante dalla consapevolezza della sua riconsolidata posizione egemonica nella società italiana. È in funzione del profondo disagio economico di cui sopra e dell’aggressività del padronato e del suo Stato che i proletari agricoli realizzano in un’ammirevole coesione una lotta non priva anche di episodi sanguinosi.
Infatti, nella battaglia che divampa dalla provincia di Cremona e quelle di Modena e di Bologna, si possono cogliere aspetti esteriori paragonabili alle gigantesche battaglie di classe dell’altro dopoguerra; ma si deve da ciò dedurre che gli scioperi in corso sono orientati verso una soluzione rivoluzionaria dei parossistici antagonismi di classe che caratterizzano l’attuale momento storico? Evidentemente no. Una corretta analisi di classe degli scioperi in corso deve tener conto del momento politico in cui viviamo, delle forze politiche che li controllano, della tecnica colla quale queste forze li conducono e degli obiettivi che esse si prefiggono.
Ora, è fuor di dubbio che la sconfitta subita dal Fronte[Fronte Popolare, cartello elettorale formato da PCI più PSI, ndr] del 18 aprile ha determinato un clima particolarmente propizio allo scontro della forze sociali antagoniste su di un piano apparentemente economico ma che in realtà continua a svolgersi, esattamente come prima, sui temi della politica predominante che è quella dei due blocchi imperialisti.
I proletari, i quali credono di aver perso in aprile una battaglia per il socialismo, attaccano e rispondono oggi sul piano per loro particolarmente più sensibile, quello rivendicativo, affidando la direzione delle loro agitazioni alle forze politiche del fronte democratico che le piegheranno ai fini di una politica di ricatto e a sostegno delle filippiche sciorinate in parlamento dai deputati frontisti sulla incostituzionalità del Governo De Gasperi…
Poiché, ammesso che nel momento storico attuale le lotte rivendicative possano ottenere una qualunque soddisfazione indipendentemente dal loro inquadramento nella lotta generale del proletariato per la distruzione del regime di sfruttamento del capitalismo e del suo Stato e in quella parallela contro le forze politiche e sindacali dominanti sulla classe operaia, bisogna affermare che la tattica adottata dai frontisti è stata quella di allontanare le possibilità di successo degli scioperi e dare armi ai padroni per una maggiore resistenza e alla polizia la facoltà di rompere indisturbata il maggior numero di teste proletarie possibili. Ad esempio nel Cremonese, prima si è permesso di falciare il fieno, poi si è dichiarato lo sciopero dei mungitori; in altri termini si è fornita agli agricoltori un’ulteriore possibilità di resistenza e tutto il tempo di organizzare, sotto la compiacente protezione della Celere, le squadre autotrasportate dei crumiri (in fatto di «perfezionamento tecnico» la borghesia non scherza!). Episodi di questo genere ne potremmo citare parecchi, ma ricorderemo solo quello delle mondine, in cui i dirigenti sindacali frontisti hanno concordato un patto semicapestro con la subdola giustificazione che esigere di più avrebbe significato determinare un aumento del prezzo del riso.
Ed è qui che entriamo nel nocciolo della questione.
Evidentemente, quando agli interessi permanenti di classe si sostituiscono quelli di categoria, si deve necessariamente formulare soluzioni che apparentemente salvino capra e cavoli, ma che di fatto mirino soltanto alla difesa della attrezzatura economica e politica dello Stato capitalista. In proposito, la nozione fondamentale di classe è quella che suggerisce che non vi può essere soluzione vittoriosa di rivendicazioni di categoria senza che questa si risolva a danno della classe; e non vi può essere soluzione vittoriosa dei problemi di tutta la classe senza beneficio di tutte le categorie, ragione per cui le agitazioni che scaturiscono spontanee e inevitabili dalla struttura economica della società capitalistica e dai suoi rapporti di classe, o vengono coordinate in una azione generale e unitaria sul piano politico portando in tal modo con sé la possibilità del successo, o rimangono slegate e parziali e saranno condannate a fallire con danno generale di tutti i lavoratori.
Ma c’è di più: non è possibile oggi concepire sciopero generale senza che questo superi interessi particolari e immediati e senza che abbia per parola d’ordine centrale la distruzione dello stato capitalista; per cui sarebbe assurdo pensare che dagli scioperi in corso possa risultare per gli interessati alcun beneficio. Essi sarebbero scioperi di classe solo se si dirigessero, con una volontà ben chiara di distruzione, e contro la classe padronale, e contro lo Stato che ne è il presidio, e contro la stessa forza sociale borghese che li dirige e che lancia i proletari in una situazione di inferiorità paurosa contro le armi repressive di cui è stata la prima ad invocare la ricostruzione ed il potenziamento. Lo sarebbero solo se si svincolassero dal totalitario controllo dei partiti della ricostruzione capitalistica, e fossero manifestazioni di forza contro tutto lo schieramento della classe avversa, dello Stato, dei partiti e delle organizzazioni sindacali. E invece non lo sono.
Malgrado l’ammirevole spirito di lotta e di sacrificio di cui danno prova i braccianti, i mezzadri, i salariati della Valle padana, ciò che li attende non sarà dunque un miglioramento reale delle loro condizioni di vita, ma un ribadito stato di servitù; per uscire da questo stato essi affrontano gli sfollagente, i mitra e le autoblinde della polizia agli ordini del ministro Scelba lasciando sul terreno della lotta anche dei morti; e ciò li incita ad una più decisa volontà di lotta contro il governo De Gasperi protettore dei padroni, abilmente guidati in questa battaglia dai dirigenti del Fronte, i quali, se riuscissero nei loro piani, offrirebbero agli scioperanti della Valle del Po e al proletariato italiano in genere una non meno grave schiavitù, e altri poliziotti, ed altre autoblinde contro cui battersi; da dirigenti che, malgrado le apparenze esteriori, continuano ad essere, come sono stati ieri e saranno domani, i carcerieri della classe operaia, i ricostruttori della sua prigione, i salvatori della sacra e intangibile «produzione nazionale».
Per evitare che ciò avvenga è necessario che i proletari italiani si sgancino dalla influenza del frontismo, orientando la loro attenzione verso il partito di classe, l’unica forza che potrà, in situazioni mutate, fare di ogni agitazione un colpo di maglio diretto a frantumare lo stato capitalista ed il suo regime di sfruttamento.
È sarà, allora, davvero una battaglia di classe.
M. C.
2Quest'ultimo caso valeva soprattutto per il capitalismo ottocentesco della “libera concorrenza”, prima della sua trasformazione in capitalismo monopolistico, quando poche aziende giganti tracciano le coordinate in cui si devono muovere le altre imprese.
3Engels, Scritti inediti sulle lotte operaie (tratti dal Labour standard, maggio-luglio 1881), Edizioni Prometeo, 1978.
4Per limitarci al secondo dopoguerra, durante la Ricostruzione, durante l'Autunno caldo, durante gli anni della “Solidarietà nazionale”, con gli accordi sul salario del 1992-93 e via dicendo.
5Per citare uno scritto, fra i tanti, sulla questione, vedi leftcom.org
6Illuminante, in tal senso, un articolo di Battaglia comunista di molti anni fa, perché la questione di fondo è sempre quella: Scioperi a catena, niente lotta di classe, Battaglia Comunista, n. 20 – 10-17 giugno 1948.
7A cura del Secours populaire Français, con la collaborazione dell'Arci, in Roberto Ciccarelli, Promesse contro la povertà investimenti nella guerra, il manifesto, 11 settembre 2025.
9Matteo Bortolon, Germania anno zero (ma non per le armi), il manifesto, 6 settembre 2025.
10Delocalizzazioni, attacco frontale alla classe operaia mondiale ecc.
11Fra il 1997 e il 2000, lo sviluppo di Internet stimolò la speculazione finanziaria che si getto su questo nuovo settore, creando una “bolla” - i profitti attesi erano di gran lunga superiori a quelli realizzati o realizzabili - che scoppiò di lì a poco, provocando fallimenti a catena.
12Federico Fubini, Il miracolo in borsa, Corriere della Sera, 20 ottobre 2025.
13Di solito si indicano, come Big Tech, Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Amazon.
14Giuliano Noci, Europa e USA: le due “bolle” dell'intelligenza artificiale, Il Sole 24 ore+, 15 ottobre 2025.
15L'inflazione era già in atto prima del febbraio '22, ma è stata potenziata, oltre che dalla solita speculazione, dalla guerra stessa.
16Gianluca Di Donfrancesco, Aerei, automotive, componentistica: per l'industri tedesca è l'ora dei tagli, Il Sole 24 ore+, 7 ottobre 2025.
17Tom Fairless, The Wall Street Journal, riportato dal sito di MilanoFinanza visitato il 13 marzo 2025.
18M. Bortolon, il manifesto, cit.
19Citato da Giorgia Bonamoneta, Per aumentare la spesa militare si taglia salute e pensioni, QuiFinanza, 19 luglio 2025.
20Michael Roberts, Dal welfare al warfare; il keynesismo militare, in www.prospettivameti.org, 11 maggio 2025.
21Com'è noto, assieme a State Street, costituiscono i più potenti fondi di investimenti, con partecipazioni (e controllo) in moltissime imprese.
22Vedi Marco Revelli, Cinque per cento in armi... Forse “solo un dio ci può salvare”, in www.volerelaluna.it, 10 luglio 2025.
23Massimo Nava, Più armi, meno cure, meno vacanze (la Francia dà l'esempio), Corriere della Sera, 16 luglio 2025.
24Sergio Fabbrini, 6 luglio 2025.
25A.D. Signorelli, La Silicon Valley è pronta ad andare in guerra, Wired on-line, 30 giugno 2025.
26Gianni Alioti, Il nuovo complesso militare-industriale UE, il manifesto, 17 giugno 2025.
27Francesco Vignarca, Economia di guerra permanente, il manifesto, 17 ottobre 2025. L'Italia, nel 2025, dovrebbe arrivare a quasi 34 miliardi di euro, in aumento, va da sé, rispetto all'anno precedente.
28Vignarca, cit.
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