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Home ›Verso una guerra generalizzata
Nel regno della disinformazione totale delle vulgate correnti, vere e proprie armi di distrazione di massa, tre sono gli oppiacei approcci alle cause che generano la inumana barbarie delle guerre. Alla base c’è la sempre più scientifica disinformazione che gli interessi imperialistici confezionano per procurarsi quelle giustificazioni senza le quali non avrebbero il consenso delle masse e la possibilità di muoverle, come vittime sacrificali sul sanguinante altare degli imprescindibili obiettivi di un sistema sociale in profonda crisi economica.
Le prime vittime di questa disinformazione, “I più ottimisti”, si limitano a dire che le guerre in atto, ed eventualmente quelle a venire, sono solo il prodotto ideologico delle decisioni politiche prese dei governi implicati o il frutto di ambizioni personali di personaggi senza scrupoli e senza remore umanitarie. Ovvero le guerre sarebbero soltanto la conseguenza della volontà umana che, in quanto tale, si esprimerebbe come atto di libero arbitrio. E’ pur vero che la storia la fanno gli uomini, ma non soltanto come scelta autonoma. Scelta che la si vorrebbe indipendentemente dalle condizioni oggettive, da quelle economiche, di crisi sistemiche dei rapporti di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, che non vengono considerate, o sottovalutate, per lasciare spazio ad interpretazioni di bassa politica antropologica. Per cui sarebbe sufficiente premere “democraticamente” sulle personalità paranoiche e guerrafondaie di alcuni uomini o di governi arroganti, per scongiurare l’orrore delle guerre ed impedire la barbarie che inevitabilmente si trascinano dietro. Ovvero le guerre e l'opposizione ad esse sarebbero solo una questione di buona volontà.
I meno ottimisti partono dal presupposto che le guerre sono sempre esistite e continueranno ad esistere sulla base di interessi economici e strategici. Di conseguenza, l’unica postura possibile da assumere è quella di discernere tra quelle “legittime” e quelle che ricadono nella categoria precedente formulata dagli ottimisti. In questo caso gli slogan non possono essere che: no alla guerra, se insensata (come se ce ne fossero di intelligenti). No alle guerre di rapina, di aggressione dove il più forte prevale sul più debole indiscriminatamente e con cieca violenza, avallando così il concetto di giusta guerra di difesa che fa il paio con quello di attacco preventivo, dimenticando che, in entrambi i casi, si tratta di scontri tra imperialismi e che per il proletariato internazionale non ci deve essere l’obbligo di scegliere tra il più forte e il più debole, né tra chi attacca e chi si difende. Secondo quella falsa visione ne consegue che le guerre “giuste”, quindi da appoggiare, siano quelle di difesa, anche se chi si difende in precedenza ha provocato l'aggressore. E sono da difendere anche tutte le guerre che si combattono in nome dell’attacco preventivo, ovvero come nel caso della “necessaria” esportazione della democrazia o di qualunque ideologia che si presti al caso “pro domo propria”, come se le barbarie belliche fossero soltanto una questione di regime politico e di modalità di amministrazione della “cosa pubblica”. Comportamento, questo, tenuto, ad esempio, dagli USA nella guerra contro Saddam Hussein sulla base di una narrazione falsa, come la presenza in Iraq di armi chimiche sotto gestione di un regime dittatoriale. Un “iustum bellum” in nome di una presunta supremazia della “democrazia” contro tutte le dittature. O come la giustificazione del governo israeliano di impugnare la necessità di difendere l’unico paese “democratico” in Medio oriente contro gli attacchi jihadisti, per nascondere il vecchio obiettivo di un solo “popolo”, quello di Israele, in terra di Palestina. L’elenco potrebbe continuare con le guerre di liberazione nazionale, che oggi – e da tanto tempo... - non sono altro che lo strumento di cui si servono gli imperialismi per realizzare i propri interessi attraverso obiettivi bellici combattuti per procura. In sintesi, sarebbero da salvare tutte quelle guerre combattute in nome dei sacri interessi nazionali, anche se questi interessi di patria sono, nei fatti, gli interessi di una parte della patria società, dimenticando la sua base classista, che in tempi di guerra è sempre più feroce e oppressiva che in tempi di pace. O quelle combattute in nome di un credo religioso quale principio trascendente che deve essere imposto anche, se non soprattutto, nella immanenza della vita quotidiana nel solito rapporto tra capitale e forza lavoro, pena la dannazione eterna. O giustificate dalle necessarie misure difensive preventive rispetto ad un pericolo reale o ipotetico, il secondo sempre strumentalmente impugnato per coinvolgere le masse nell’inferno della inumana barbarie bellica.
C’è poi una terza posizione, quella dei finti oppositori alla guerra. Sono sì a parole contro le guerre, perché frutto delle insanabili contraddizioni capitalistiche, e perché l’imperialismo va combattuto sempre e comunque (ben detto!), ma che poi li ritroviamo schierati a difesa dell’estremismo jihadista, legato a sua volta ad un fronte dell’imperialismo internazionale (come Hamas, armato e finanziato dall’Iran degli ayatollah che, a sua volta, è alleato di Russia e Cina). Ci sono stati anche i casi dell’appoggio all’ISIS, ad al Qaeda e a molte di quelle forme che assume il fascismo reazionario, oscurantista e anti comunista dell’integralismo islamico, cieco braccio armato, come detto sopra, di imperialismi d’area e non solo, e, loro stessi, apprendisti stregoni di imperialismi minori ma non meno feroci. Questi interpreti di un internazionalismo “par time” sono i più pericolosi, perché subdolamente ancorati ad una visione di appoggio a “certe guerre” in quanto presuntamente anti imperialiste, ma concretamente guerrafondai, perché scendono sullo scivoloso piano inclinato della scelta di un nazionalismo manovrato da settori dell’imperialismo internazionale che ha le stesse origini e caratteristiche dei secondi che si vorrebbe a parole combattere. Rinunciando, così facendo, a qualsiasi azione o denuncia dell'unicità antiproletaria dell’imperialismo da qualunque parte lo si guardi o, peggio ancora, lo si giustifichi.
Per chi si muove sull’unico terreno possibile di analisi delle guerre, quello dell’internazionalismo proletario, esse sono sempre e solo il frutto velenoso dei fattori economici che, quando si incrinano nei loro meccanismi di vita “normale” o vivono di “eccezionali” momenti di sopravvivenza, diventano il carburante delle scelte più violente, con tutte le conseguenze devastanti del caso, sia sul piano della barbarie che sul terreno delle false giustificazioni che l'accompagnano. Al fondo della questione e per sbarazzare il campo da ideologie antropologiche, idealistiche, meccanicistiche o semplicemente opportunistiche sull’analisi delle cause delle guerre, tre sono i problemi. II primo è quello di identificare i presupposti delle crisi che sono alle base di tutte le guerre del capitalismo. Non delle guerre passate, ma del capitalismo contemporaneo, con tutte le sue specifiche e insanabili contraddizioni. Il secondo è di denunciare come le classi dominanti abbiano l’assoluta necessità di condizionare ideologicamente le classi subalterne per convincerle che quelle guerre sono necessarie alla loro sopravvivenza e al loro futuro benessere, sempre in nome della suprema unità nazionale, dell’interclassismo sociale, della solidarietà politica e del necessario sacrificio economico, nonché umano.
L’ultimo è la ferma, necessaria, ineludibile enunciazione che le forze proletarie possono e devono sempre combattere le frange borghesi, i loro coscienti o inconsapevoli sostenitori, evitando preventivamente le guerre o, situazione più probabile[realistica], trasformare le guerre del capitale in guerra rivoluzionaria per il superamento di tutti quei fattori che le pongono in essere, compreso il “prius determinante”, ovvero il rapporto tra capitale e lavoro, per una alternativa sociale rivoluzionaria.
Per quanto riguarda la prima delle questioni, se è vero che le guerre ci sono sempre state, va comunque sottolineato che quelle moderne sono le guerre del capitalismo avanzato ed è all’interno di questa forma produttiva che vanno ricercate le cause degli episodi bellici che attualmente si moltiplicano su scala internazionale. Secondo le stesse fonti statistiche borghesi attualmente, su 186 paesi ben 59 danno vita ad episodi di guerre guerreggiate. A questo numero che comprende il conflitto Russia-Ucraina e quello Medio orientale tra Israele-Iran con i suoi tentacoli (Hamas, Hezbollah, Jihadismi in Siria e Iraq), vanno aggiunte le tensioni tra India e Pakistan e quelle tra Cambogia e Thailandia che, prima di un temporaneo quanto precario stallo, hanno dato vita a scontri militari sui reciproci confini. Tralasciando, per il momento, le infinite provocazioni navali tra Usa e Cina nell’Indo-pacifico, nel canale di Taiwan.
Il motore che muove tutti questi episodi di guerra va ricercato all'interno delle insanabili contraddizioni del capitalismo che lo hanno portato ad una crisi strutturale e permanente da cui può tentare di uscirne solo con la conflittualità sui tutti i mercati internazionali. Da quello delle materie prime strategiche ai fini della produzione civile e militare, a quello energetico (gas e petrolio) a quello del controllo della grandi vie di comunicazione commerciale (Suez e Panama su tutti) a quello della tecnologia e a quello, non meno importante, della sfera finanziaria (lotta tra le divise per la supremazia nel ruolo di intermediario commerciale e bene di rifugio per la speculazione internazionale. Ovvero una lotta senza quartiere per il drenaggio di capitali internazionali da usare produttivamente, oggi con particolare intensità nel settore bellico). Per non parlare della lotta sui dazi minacciata e praticata dell’Amministrazione Trump. La crisi strutturale del capitalismo diventa un motore anomalo che spinge in una direzione contraria al sistema capitalistico stesso. E’ il tentativo di massimizzare i profitti attraverso lo sviluppo delle forze produttive e l’uso del plusvalore relativo, una contraddittoria miscela che aumenta sì lo sfruttamento della forza lavoro attraverso il progressivo contenimento di quanto il capitale concede alle necessità di riproduzione della forza lavoro stessa, riducendone i tempi. Ma per ottenere questo risultato il capitale abbisogna di maggiore tecnologia e di sviluppare al massimo le forze produttive (robotizzazione, algoritmi, Intelligenza Artificiale ecc.) in questa unica e insostituibile direzione. Seguendo questa strada, obbligata, però, mette in atto una modificazione del rapporto tra lavoro morto (macchine sempre più tecnologicamente avanzate) e lavoro vivo (proletari) da cui ricava la massa dei profitti. Detto in altri termini, più il capitalismo si sviluppa sulla base della modificazione di questo rapporto (modificazione della composizione organica del capitale), più contrae il campo da cui attinge il plusvalore relativo e quindi i profitti che, pur aumentando come massa, diminuiscono come saggio. Come ci insegna Marx, nel capitalismo – a maggior ragione in quello maturo - è la caduta del saggio medio del profitto la maggiore delle contraddizioni che fanno del sistema economico stesso un fenomeno sociale in crisi strutturale. Che accelera la sovrapproduzione, che esaspera la concorrenza tra capitali, che acuisce le loro tensioni sino allo scontro bellico. Inoltre favorisce la speculazione in progressiva dilatazione, impone l’ulteriore aumento dell’intensità dello sfruttamento nel mondo del lavoro, e smantella i welfare nei soliti settori improduttivi come la scuola, la sanità e le pensioni. La crisi strutturale del sistema capitalistico esibisce come contraddizione primaria la difficoltà sempre maggiore per i capitali produttivi di ottenere una soddisfacente remunerazione. Il capitale internazionale tenta di uscire da questa morsa mortale attraverso espedienti di controtendenza che non funzionano a lungo termine, per cui si arriva alla guerra di tutti contro tutti. Ciò non significa che i capitali non producano più profitti, significa “soltanto” che il capitalismo internazionale, soprattutto quello più avanzato, ha sempre più problemi di valorizzazione che, pur aumentando la massa dei profitti, ne penalizzano il saggio. Un esempio è dato proprio dalla sviluppata economia americana, primo paese capitalista al mondo, che prendiamo ad “illuminante” esempio. Dove, secondo i dati relativi al periodo che va dal 1963 al 2008, si dimostra che negli Usa il saggio del profitto è diminuito del 21%, sulla base di una composizione organica del capitale aumentata del 51% e di un incremento del plusvalore relativo del 5%. I dati successivi, 2008 - 2023 si esprimono con modesti recuperi, non significativi, che non alterano la tendenza di lungo periodo, se non provvisoriamente e che, a partire dal 2023, con l’introduzione massiccia dell’alta tecnologia, coadiuvata dall’assurda politica dei dazi di Trump, ha ripreso a scendere.
Ovvero i saggi del profitto presentano una diminuzione tendenziale che possiamo definire inversamente proporzionale all’incremento della composizione organica del capitale e del saggio di plusvalore relativo impiegato. Più si incrementa lo sviluppo tecnologico delle forze produttive, più aumenta la massa dei profitti, più cade il saggio del profitto. E più questa crisi da saggio del profitto avanza, più l'intero sistema ne soffre in maniera sistemica e più le guerre appaiono come l’unica soluzione per un capitale ansimante (combattere per dominare tutti i mercati, per eliminare la sovra accumulazione e distruggere per ricostruire). Per dirla con Marx, “Insieme alla progressiva diminuzione relativa del capitale variabile nei confronti del capitale costante, tale tendenza dà luogo a una più elevata composizione organica del capitale complessivo, ciò che ha per immediata conseguenza il fatto che il saggio del plusvalore (relativo ndr), ove il saggio di sfruttamento del lavoro rimanga costante e anche aumenti, viene espresso da un saggio generale del profitto che decresce continuamente… La progressiva tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto è dunque solo una espressione peculiare al modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro” (Il Capitale, III, cap. 13°, pag. 301, Einaudi). La dimostrazione di questo la si deduce da una serie di fattori: dai tassi di decremento del PIL, dall’indebitamento strutturale degli Stati e delle imprese produttive, dall’abnorme sviluppo dei capitali che fuggono la produzione reale per correre alla speculazione in cerca di profitti più remunerativi, dalla progressiva compressione dello “stato sociale” e dall’incremento dello sfruttamento con significativi aumenti dell’orario di lavoro.
Detto questo, passiamo al secondo punto. Se le guerre sono la necessaria condizione di sopravvivenza delle contraddizioni del capitalismo, le borghesie, che ne amministrano i destini mettendo le guerre stesse in atto, hanno il “delicato” e prioritario compito di coinvolgere i rispettivi proletariati. Non si è mai vista una guerra che al fronte avesse i rappresentanti fisici della borghesia, se non ai posti di comando. Al contrario, si è sempre assistito alla messa in atto di tutti quei meccanismi sociali di condizionamento da parte delle borghesie sulle coscienze proletarie per trascinarle sul terreno conservatore e reazionario di quelle ideologie che sono funzionali alla salvaguardia dei loro interessi. Se è vero che in tempo di pace il pensiero dominante è quello della classe dominante, in tempo di guerra la pressione ideologica si deve fare ancora più pressante. Oggi le classi dominanti hanno a disposizione strumenti molto sofisticati che sono in grado di trasformare le tradizionali ideologie in virus contaminati le coscienze più di quanto non avvenisse prima. Le tradizionali ideologie conservatrici sono quelle che fanno leva sullo spirito nazionalistico, sull’oppiaceo ruolo della religione, sulla necessità della difesa della “democrazia” quale massimo valore etico da esportare con la violenza nei confronti delle dittature laiche o confessionali. Di nuovo – o meglio in misura ben maggiore - e particolarmente penetrante, c'è la disinformazione, le false notizie che vengono veicolate in “corpore vili” con scientifica efficacia. La produzione di fake news è diventata un’arma di distrazione di massa il cui livello di condizionamento, grazie ad un sofisticato uso dei “media”, sta avendo un disastroso successo, così che assistiamo al tragico scenario di proletari che combattono altri proletari, obnubilati dalle ideologie menzognere delle borghesie, dimenticando che chi recita quelle narrazioni è l’avversario di classe, che deve essere combattuto per primo e mai sostenuto dal costo del sangue proletario.
L'ultimo punto è quello relativo al come le masse proletarie possono uscire da questo infame scenario che l’imperialismo mette in atto tutte le volte che le crisi economiche impongono la soluzione della guerra come panacea di tutti i suoi mali. Un primo approccio è quello relativo alla presenza radicata nel tessuto sociale, di una organizzazione politica che sia di riferimento della classe per quanto riguarda le prospettive strategiche su cui muoversi e per sottrarsi alla devastazione fisica e morale delle guerre. Cioè la presenza operante di un partito che abbia chiaro il senso dell’assoluta immediatezza della necessità di una alternativa rivoluzionaria della società capitalista. Che denunci che tutte le guerre sono il frutto delle contraddizioni del capitalismo. Un capitalismo che, in tempo di pace, basa il suo esistere, come forma produttiva e come privilegio sociale, sullo sfruttamento della forza lavoro, e che, in tempo di guerra, usa la stessa forza lavoro come carne da macello da mandare al fronte, convincendola che sta combattendo anche per i suoi interessi, mettendo in atto la perfida mistificazione che nasconde l’esatto contrario.
La seconda denuncia riguarda il ruolo dell’imbelle pacifismo che pretenderebbe di combattere le barbarie della guerra con manifestazioni “di sapore gandhiano”. Ma le manifestazioni, anche se fossero più determinate e violente perché esasperate dalle inumane crudeltà che le stesse borghesie sono costrette ad ammettere, pur mistificandone i contenuti a seconda delle proprie esigenze di propaganda, non supererebbero la soglia di un ingenuo idealismo che finirebbe solo per pretendere dall’imperialismo un impossibile comportamento di autodistruzione, che mai e poi mai è presente nel suo DNA. In ultima analisi, il pacifismo, ben che vada, in una fantomatica quanto impossibile ipotesi di fermare le guerre, avrebbe come risultato quello di annullare gli effetti devastanti delle crisi del capitalismo, lasciando inalterate le profonde cause economiche che le pongono in essere e che si riproporrebbero comunque sulla spinta di quelle crisi destinate ad accompagnare la vita di una forma produttiva in decadenza. Nemmeno le oceaniche manifestazioni che si sono prodotte su scala mondiale, Usa compresi, contro la guerra del Viet Nam hanno sortito effetti positivi. Solo la guerra alla guerra è l'unica possibilità di fermare la barbarie dell’imperialismo. Guerra alla guerra significa contrapporsi ai disegni criminali dell’imperialismo con la diserzione, con il disfattismo rivoluzionario, i cui contenuti vanno dagli scioperi, a cominciare dalle fabbriche di armi, al rifiuto di sottostare ad una economia di guerra che toglierebbe al proletariato e all’intera società quel poco di welfare che ancora rimane, perché tutte le risorse economiche devono andare all’industria bellica sottraendole ai bisogni dell’intera società. Significa che “non un soldo e non un uomo” devono subire il ricatto della “patria” e che le masse proletarie devono uscire da tutte quelle ragnatele nazionalistiche che la borghesia ha tessuto attorno alle loro coscienze. Significa che di fronte ad un processo di riarmo, come quello europeo, nonché internazionale, occorre opporre fermamente l'assoluto rifiuto. Prendiamo un esempio su tutti. Il riarmo delle borghesie europee che devono investire il 5% del PIL nel settore delle armi, significherebbe, ancora una volta, far pagare alla forza lavoro, in termini di blocco o arretramento dei salari, di rischio che la sanità, le pensioni e in generale il tenore di vita sprofondino nel buco nero dell’impoverimento generale. Essere contro l guerra vuol dire anche operare concretamente sul territorio con il boicottaggio della produzione di armi. Con il blocco delle navi e aerei cargo che li trasportano sui campi di battaglia dove le guerre divampano. Solo in questo modo si dà un senso allo slogan “guerra alla guerra, no alla sua barbarie umana ma lotta di classe”. Inoltre, per tutti i proletariati europei e internazionali, non opporsi al riarmo nazionale significa favorire un percorso verso la guerra, un sostegno alla propria borghesia, sfruttatrice e guerrafondaia, quando quest’ultima dovrebbe essere il primo bersaglio da colpire. E non da ultimo, accettare una politica dei sacrifici in funzione della costituzione di un terzo polo imperialistico sarebbe come alimentare, con altro fuoco l’incendio, che l’imperialismo internazionale ha già appiccato in punti vitali del mondo sia contro l’umanità che contro l’ambiente. Come abbiamo già detto tutto ciò non basta. Occorre la presenza di una forza politica (il partito rivoluzionario) che dia il senso dell’alternativa al capitalismo con la necessaria rottura dell’infame rapporto tra il capitale, che deve ottenere profitti, e la forza lavoro che deve essere sempre più sfruttata per realizzarli. Tutto ciò non basta se la lotta di classe non ricomincia ad esprimersi sul terreno dell’antagonismo sociale. Mentre l’imperialismo prepara altre guerre aprendo voragini di inumana barbarie, i rivoluzionari ne devono favorire la ripresa. Questa, e solo questa, è l’unica soluzione all’immane tragedia che ci aspetta.
Agosto 2025
COSA SI STA PREPARANDO
Se queste sono le premesse vediamo nei fatti le possibili conseguenze che ci aspettano. ll massimo comandante americano in Europa della NATO, il Generale Alexus G. Grynkewich del Comando europeo degli Stati Uniti, intervenuto a un incontro di leader militari e di industriali delle imprese produttrici di armi per la difesa nazionale a Wiesbaden, riguardo la situazione di tensione bellica attuale così si è espresso “La Nato deve prepararsi alla possibilità che la Russia e la Cina possano lanciare guerre in Europa e nel Pacifico simultaneamente, e che il 2027 (data che secondo Xi segnerebbe il ritorno di Taiwan alla Cina continentale. ndr) potrebbe essere un anno potenzialmente critico”. Mentre Trump blatera falsamente di operare per la pace (voleva essere insignito del Nobel per questo), pur sapendo che nulla si risolverà pacificamente all’interno dei conflitti attualmente in atto, a meno di pesanti diktat da parte dei vincitori, i suoi massimi generali danno un veritiero, quanto preoccupante allarme, sulla possibilità di un allargamento dei fronti di guerra, che coinvolgerebbe direttamente l’Europa e gli Usa per colpa delle mire espansionistiche di Russia e Cina con il corollario dei loro alleati. “La NATO deve affrontare con urgenza la possibilità concreta di un’escalation militare simultanea su due fronti, in Europa e nel Pacifico”. Questa è la conclusione del Generale Alexus G. Grynkewich che, ovviamente non parla solo a nome personale.
Il 20/7/25 Il maggior generale delle Forze Armate tedesche, Christian Freuding, ha chiaramente dichiarato di essere disposto a colpire aeroporti e infrastrutture russe per supportare l’Ucraina e come deterrente militare ad un possibile attacco russo. Le sue dichiarazioni, apparse sul canale YouTube Bundeswehr, vengono riprese anche dalla stessa stampa russa, tra cui la Ria Novosti, che evidenzia lo scenario di «operazioni offensive» paventato dalla Germania. (fonte ISPI)
Il segretario alla Difesa del Regno Unito, John Healey, ha pubblicamente riferito che Londra è pronta a combattere nell'Indo-Pacifico se la cosa si rendesse necessaria. Ovviamente a fianco degli Stati Uniti, da sempre alleati della Gran Bretagna, anche se, con la insensata e ricattatoria politica dei dazi che Trump ha comminato anche a Londra oltre che al resto del mondo, i rapporti tra gli storici alleati non sono più quelli idilliaci di prima. La Polonia organizza nuove esercitazioni che si svolgono nel Mar Baltico in chiave anti Russa. In occasione di un “presunto” sconfinamento di 20 droni russi in territorio polacco, il primo ministro Tusk ha chiesto la convocazione di una sessione straordinaria della NATO lanciando un grido di allarme sul rischio di un terzo conflitto mondiale. Le forze speciali polacche dell'unità JW Formoza stanno testando un modello di droni navali di fabbricazione della società americana Havoc AI. In aggiunta, in seguito alla violazione dello spazio aereo polacco dei suddetti 20 droni russi nella notte tra il 9 e il 10 settembre, alcuni rappresentanti dell'esercito polacco si sono recati in Ucraina per partecipare ad un addestramento anti drone. La Finlandia, appena entrata nella NATO, sta ammassando truppe ai confini con la Russia paventando un attacco da Mosca. Sul fronte orientale il Giappone si muove con l’obiettivo di rafforzare i legami militari con i paesi del sud est asiatico e dell’Indo-pacifico per contenere l’espansionismo cinese e le sue manovre militari.(21/8/25, fonte ISPI)
Nei giorni precedenti le navi da guerra giapponesi hanno attraccato in Nuova Zelanda nel porto di Wellington. Primo significativo episodio di una escalation militare in quel settore del Pacifico. Poi due cacciatorpediniere con più di 500 membri di equipaggio a bordo sono arrivati nello stesso porto accompagnati dalla nave della marina neozelandese HMNZS Canterbury. Mentre il cacciatorpediniere JS Suzunami, facente parte di un dispiegamento navale “Indo-Pacifico”, è arrivato sino a Sydney, dove l'esercito del Sol levante aveva già preso parte ad esercitazioni militari insieme a Nuova Zelanda e Australia. Pochi giorni dopo, il 25/8/25, l'Indonesia e gli Stati Uniti hanno dato il via alle esercitazioni militari congiunte "Super Garuda Shield", che sono durate fino al 4 settembre e che hanno coinvolto alleati di 11 Paesi dell’area con l'obiettivo di garantire la “stabilità” nella regione Asia-Pacifico. Il tutto in aperta chiave anticinese. Washington mostra i muscoli a Pechino in risposta a quanto i cinesi, mesi prima, avevano organizzato con moderne portaerei, al largo di Taiwan. Sull’altro fronte imperialista si ha che il 4/9/25 la Russia e la Cina hanno dato il via a nuove esercitazioni navali congiunte nel Mar del Giappone*,* con l’evidente obiettivo di coordinare i rapporti militari e dimostrare una sinergia strategica in un contesto imperialistico sempre più pericolosamente teso. Queste manovre, chiamate “Sea-2025”, sono iniziate la domenica 3 agosto nelle acque vicine a Vladivostok (il maggiore porto russo sull’Oceano Pacifico), e hanno avuto la durata di tre giorni. La notizia è stata comunicata direttamente dal Ministero della Difesa cinese. Alla esercitazione con navi russe hanno partecipano quattro navi della Marina cinese, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Shaoxing e Urumqi, simulando operazioni antisommergibile, di difesa aerea e antimissilistiche, oltre a esercitazioni di combattimento navale e di pattugliamenti nel Pacifico. Il Mar Cinese Meridionale è sempre più drammaticamente affollato da navi da guerra degli opposti imperialismi. In questo teso scenario Trump, dopo il fallito tentativo di convincere Putin a sedersi al tavolo delle trattative per risolvere la “questione Ucraina”, ha deciso di abbandonare il fantasioso progetto di favorire Mosca in chiave anti Pechino (cosa che dimostra l’incompetenza del paranoico presidente americano) per continuare con la politica dei dazi e delle sanzioni contro Mosca. Con una postilla di non poco conto, si è espresso in termini chiari con i sudditi europei: “La questione Ucraina deve diventare esclusivamente un problema europeo per impegno finanziario e militare”. Il Pentagono continuerà a fornire armi di “difesa” a Kiev, ma soldi e uomini dovranno essere europei pagati con una tassa del 5% sul PIL. Il motivo non scritto ma palese sino all’evidenza è che le preoccupazioni di Trump, come quelle delle Amministrazioni precedenti, da Obama in su fino a Biden, erano e sono rivolte al pericolo N°1, la Cina. Cina che non vuol dire solo le forti tensioni su Taiwan, sull’egemonia nel Mar cinese meridionale e nell’Indo pacifico, pur sempre importanti e causa delle gravi tensioni con gli Usa. In gioco c’è anche la supremazia nell'alta tecnologia, nell'intelligenza artificiale, nella robotica (la Cina sta già usando circa un milione e mezzo di robot nell’industria civile e militare) . Le preoccupazioni americane sono centrate sul possibile, in parte già avvenuto, superamento della Cina in settori produttivi che non riguardano soltanto quello manifatturiero, ma anche quello dell’higt technology (microchip e semiconduttori), della produzione di metalli strategici come l’acciaio e l’alluminio e, inevitabilmente, sui progressi dell’imperialismo cinese in campo missilistico, navale (super portaerei), sistemi difensivi aerei e aumento delle potenzialità in campo atomico che, oltre tutto, sono già in parte realizzate. Ma non basta. Le preoccupazioni americane si spingono allo scontro anche sulle vie di commercializzazione marine (controllo dei canali che collegano gli oceani, Panama e Suez, o stretti di valenza strategica come Bad el Mandeb ecc.). Sulle isole, porti e aeroporti nell’Indo pacifico (isole Salomone e porto di Gibuti per fare qualche esempio) per non parlare, se non per accenni, delle tensioni in centro Asia con i paesi (quasi tutte le ex Repubbliche sovietiche) che aderiscono al progetto della nuova Via della Seta. E, non da ultimo, di tamponare la feroce concorrenza di Cina e Russia nell’Artico, ricco di minerali strategici. Poi c’è il problema dei problemi: la supremazia nella mortale lotta sul mercato delle divise. L’argomento l'abbiamo trattato più di una volta, ciononostante ne diamo una sintetica esposizione per ribadirne l’assoluta importanza. È dagli accordi di Bretton Woods che gli USA dominano il mercato delle divise senza avversari che possano mettere in discussione quello che viene definito il signoraggio del dollaro. Il signoraggio comporta che le materie prime energetiche come il gas, il petrolio, o l'acciaio, le terre rare e i minerali strategici sia in campo civile che militare, per essere comprati devono essere pagati in dollari. Lo stesso discorso vale per le derrate alimentari come il grano, il mais e le farine derivanti come quelle ad uso sia industriale che alimentare. Gli Usa sono i primi produttori al mondo di armi e, naturalmente, impongono che gli acquisti avvengano in dollari, come molti altri atti di compravendita che riguardano i mercati delle merci più importanti. Il che significa che la nazione o il privato imprenditore prima di comprare queste merci e servizi deve comprare dollari, trasformando la divisa americana in una merce che viene prodotta (stampata) e venduta con relativi profitti “finanziari”. Da questa prima condizione di superiorità del dollaro discendono altri irrinunciabili vantaggi che hanno consentito e consentono tuttora agli Usa di pagarsi il miglior esercito al mondo e di finanziare le guerre per procura che fanno fare ai loro subalterni alleati. Di sostenere i propri debiti interni e con l'estero e di sopportare gli enormi deficit economici e finanziari. Questi vantaggi vanno inoltre alla possibilità di attirare capitali speculativi sulla loro divisa in quanto bene-rifugio, sugli asset economici delle imprese (azioni ed obbligazioni) e sui Bond emessi dalla F. Bank di New York. In ultima analisi il signoraggio del dollaro consente agli Usa di drenare masse enormi di capitali in maniera parassitaria, ma assolutamente funzionale al loro ruolo di imperialismo dominante. Il problema però consiste nel fatto che in questi ultimi anni, nel bel mezzo di una crisi strutturale da caduta del saggio del profitto (al riguardo vedere il grafico 1) il biglietto verde ha cominciato a perdere il suo fascino. I programmi di robotizzazione e di impiego dell’intelligenza artificiale nei settori produttivi chiave, indispensabili all’interno di una esasperata concorrenza tra imperialismi sia nel settore civile che in quello militare, aumentano la disoccupazione e, quindi, il bacino di reperimento di plusvalore che è alla base della caduta stessa del saggio del profitto. Inoltre la politica dei dazi si aggiunge a queste cause strutturali rendendo più complicata la trasformazione in profitti del plusvalore contenuto nelle merci prodotte, che hanno meno spazio di commerciabilità sul mercato mondiale.
LA GUERRA DEI DAZI
Al riguardo un breve commento. Secondo l’arrogante strategia di Trump la guerra dei dazi, vero e proprio attacco alle condizioni commerciali mondiali comminati a tutti i paesi, alleati, concorrenti e nemici, avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi che travagliano l’economia americana. Una sorta di piattaforma del MAGA per riportare gli Usa ad essere la prima e incontrastata potenza imperialistica mondiale contro tutto e tutti. Avrebbe dovuto tamponare il buco nella bilancia dei pagamenti con l’estero (2 mila miliardi di dollari). Ridurre il debito pubblico (36 mila miliardi di dollari) e continuare a sostenere l’egemonia del dollaro, perno fondamentale che ha consentito a tutti i governi Usa di pagare debiti e sostenere deficit faraonici, drenando capitali da tutto il mondo vendendo la sua merce più importante, il dollaro, che le economie mondiali erano, e sono, costrette ad usare per comprare la merci strategiche per le proprie economie civili e belliche. Con il ricatto dei dazi si vogliono contrattare condizioni capestro per i contraenti avversari e costringerli ad investire nella asfittica economia americana. Si vuole convincerli ad acquistare i Bond emessi dalla Federal Bank a lungo termine, sino a 100 anni (Matusalem Bond). A comprare gas e petrolio americani anche se costano il 40% in più di quelli arabi e russi. A comprare con il ricatto, armi dal Pentagono, altrimenti i dazi verrebbero aumentati a dismisura. Nei fatti il demenziale piano della politica dei dazi ha avuto come effetto quello negativo di intasare i mercati commerciali di tutto il mondo. Di mettere in difficoltà gli scambi e la circolazione delle merci. Di rendere più difficile e costosa la realizzazione dei profitti contenuti nelle merci stesse, mettendo in difficoltà una delle leggi portanti del capitalismo mondiale. In più la cieca e insensata politica del “genio Trump” e dei suoi altrettanto geniali collaboratori ha sortito nei primi tre mesi gli effetti opposti a quelli desiderati. Quello che sarebbe dovuto essere il toccasana dell’ “America first”, si è risolto in un boomerang economico. In cifre si è avuto che il dollaro, invece di accrescere il suo potere, si è svalutato del 15%. Le esportazioni di gas e petrolio americani si sono abbassate rispettivamente del 30% e del 18%. Quelle delle derrate agricole, da sempre uno dei fiori all’occhiello delle esportazioni americane sono precipitate del 42%. A completare l’opera, nello stesso periodo, la crescita del PIL è scesa dal 3,8% al 2,8%, e per la fine del 2025 Morgan Stanley ha tagliato le previsioni sul PIL dall'1,9% all'1,5%, a causa delle politiche commerciali di Trump. Le imprese americane che, nonostante i dazi, devono comprare ugualmente le materie prime strategiche e tecnologiche (acciaio, alluminio e microchip) per continuare le loro attività, sono in profonda crisi per l’aumento dei costi di produzione dovuti alla politica dei dazi imposta dal proprio governo. Alcune sono state costrette a chiudere, altre a contrarre la produzione con relativa espulsione di forza lavoro. Risultato: aumento della disoccupazione e dell’inflazione che, secondo dati delle stesse agenzie americane, indicano che per ogni famiglia, solo per il 2025, ci sarà un rincaro delle spese di prima necessità di 3mila e 800 dollari. Inoltre si è determinata una fuga dai Bond emessi della Fed. e una progressiva sfiducia nei confronti del dollaro quale bene di rifugio, sostituito parzialmente da altre divise internazionali e soprattutto dall’oro. Esattamente il contrario di quanto il presidente, narciso patologico, aveva promesso. Questo per dire che il diavolo fa le pentole ma non sempre i coperchi e chi paga è sempre “pantalone”. L’insulsa mancanza di coperchi sta anche ridisegnando i rapporti di forza e di alleanze tra le due maggiori centrali imperialiste del mondo, Cina e Usa. L’aggressiva e paranoica politica dei dazi ha finito per incrinare i rapporti tra gli Stati uniti e i suoi tradizionali alleati sia nello scacchiere occidentale che in quello orientale. Messico e Canada si sono difesi praticando la stessa politica protezionistica statunitense con l’aggravante, per il “genio” Trump, di essere tra i maggiori esportatori di acciaio e alluminio negli Usa, materiali di cui l’economia americana non può assolutamente farne a meno. L’India di Narendra Modi, secondo colosso asiatico che, sino a prima dei dazi, aveva con Washington rapporti di ottima alleanza economica e politica, combattendo da sempre nella strategica area del Kashmir contro la Cina, oggi si trova nelle condizioni di dover trovare accordi economici e strategici con Mosca e Pechino. Modi ha stabilito recentemente un accordo per la costruzione di una pipeline che porterà petrolio russo in India boicottando quello americano. La suddetta pipeline Siberia 2, si accoppia al Siberia 1 che porta petrolio e gas in Cina, chiudendo così un nuovo triangolo che va a rafforzare la struttura imperialistica orientale con, oltretutto, la presenza militare del Pakistan con il suo bagaglio atomico che si sommerebbe a quello indiano e cinese.
Chiuso l’inciso, torniamo alle posture bellicose degli imperialismi, tenendo in debito conto che la guerra dei dazi, sia nelle intenzioni che nei danni prodotti, sta fungendo da pericoloso innesco di un tragico incendio che, come abbiamo visto, ha ben altre e più profonde cause. In prospettiva, le propensioni alla guerra generalizzata si materializzano, al momento, con una folle corsa al riarmo che investe l’Europa tutta, la Russia che in guerra c'è da tre anni e non accenna a retrocedere di un millimetro sino a quando non avrà portato a termine tutti i suoi obiettivi politici ed economici. Gli Usa che, come al solito, sono l’imperialismo che spende in armamenti più di tutti gli altri arrivando a cifre folli rispetto alla sue condizioni economiche. La Cina, anche se con volumi finanziari minori, sta producendo uno sforzo enorme allo scopo di rinnovare il suo apparato bellico. In cifre abbiamo che nella UE la sola Germania ha stanziato per il riarmo militare ben 800 miliardi di dollari da spalmare su di un decennio. Francia e il gruppo dei "volenterosi" si stanno muovendo nella medesima direzione, ma con livelli di stanziamenti finanziari meno importanti. Le stesse statistiche borghesi ci dicono che per il 2024 si sono stanziati complessivamente 2240 miliardi di dollari di cui 877 da parte degli Usa, mentre è di 292 il “contributo” internazionale della Cina al suo riarmo imperialistico, e non certamente solo per una questione di deterrenza.
LO SCENARIO INTERNAZIONALE
Sul piano dei pronunciamenti catastrofici, da ambo le parti degli schieramenti imperialistici si generano dichiarazioni ufficiali che non lasciano spazio a interpretazioni che non siano quelle relative ad un futuro ancora più devastante di quello che sta drammaticamente svolgendosi in Europa (Russia-Ucraina) e in Medio oriente (Hamas-Israele), che vede l’eccidio di milioni di proletari, civili, donne e bambini inermi, nonostante che la “pax americana” del mancato Nobel per la pace, Donald Trump abbia, in 20 punti, messo nero su bianco un processo di pace che giova solo alle strategie imperialistiche di Washington e del suo feroce alleato di Tel Aviv. Le dichiarazioni di seguito riportate sono di personaggi che parlano a nome del proprio presidente e non certamente a titolo personale. Le prime sono del generale Shirref, responsabile della Sezione americana della NATO, in cui si dice che la tensione tra NATO e UE contro le mire espansionistiche russe sta arrivando al limite della collisione bellica. Le esternazioni del generale hanno il duplice scopo di indurre i paesi europei a considerare la Russia il loro principale nemico e a comportarsi di conseguenza. E contemporaneamente di mettere in atto la “ricetta Trump” del riamo al 5% del PIL lasciando all’Europa e alla NATO l’eventuale conflitto con la Russia, perché gli Usa hanno da risolvere il pesantissimo contenzioso imperialistico in Asia con la Cina. A questo proposito entra in gioco la dichiarazione di un altro generale Grynkewich, oggi in pensione, ma immediatamente arruolato nella equipe di Trump per le sue competenze militari e per la sua affidabilità. Il generale in questione si è espresso senza mezzi termini dicendo che, se la Cina dovesse attaccare Taiwan e pretendere di essere dominante nel settore dell’Indo pacifico, creerebbe le condizioni per uno scontro bellico frontale. A mo 'di chiusura del cerchio valgono le dichiarazioni del capo del Pentagono Pete Hegseth: “Le tensioni tra Usa e Cina sono arrivate ad un punto tale da configurare le premesse per un terzo conflitto mondiale” (fonte ISPI). Non solo ribatte il chiodo dello scontro mondiale con la Cina ma individua nel “paese del dragone” il vero bersaglio da abbattere per la sopravvivenza stessa dell’imperialismo americano. Gli Usa contro la Cina, come lotta senza quartiere. Lotta aperta fra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping dopo che la stretta di Pechino sulle esportazioni di minerali rari verso gli Usa ha avuto un impatto durissimo. Un atto "molto ostile" ha rabbiosamente dichiarato il tycoon . La risposta è stata altrettanto durissima: ovvero ulteriori dazi al 100% nei confronti del “nemico Dragone” a partire dal primo novembre, quando dovrebbero scattare anche i controlli all'export per i software essenziali con, ovviamente, il relativo tonfo delle Borse mondiali, prima fra tutte proprio Wall Street e Hang Seng (Hong Kong ). Il presidente ha anche chiarito che non ci sarà alcun incontro a ottobre con il presidente Xi Jinping in Corea del Sud come precedentemente pronosticato (1). Intanto, a completamento dell’opera Trump ha inasprito le tasse sul petrolio russo esportato in India e Cina dopo che solo a settembre, a Tianjin, i leader di Cina, Russia e India si erano incontrati per dare vita a un’idea comune di multilateralismo, sottolineando la volontà di cooperare su commercio, energia e sviluppo globale. Nonostante questi dazi, stando a fonti economiche americane, le compagnie petrolifere nazionali cinesi PetroChina, Sinopec, CNOOC e Zhenhua Oil si asterranno dal commerciare petrolio russo trasportato solo via mare, almeno nel breve periodo, mentre continueranno, come l’india, a riceverlo via terra con le pipeline Siberia 1 e 2. Per il momento non bombe, non missili ma duri scontri commerciali che potrebbero essere l’incipit di qualcosa di più catastrofico.
La Cina dal canto suo si esprime con le dichiarazioni di un pezzo grosso del Partito al governo «Se ciò che vogliono gli Stati Uniti è la guerra, che si tratti di una guerra tariffaria, commerciale o di qualsiasi altro tipo di guerra, siamo pronti a combattere fino alla fine», si legge su X già dal mercoledì 5 marzo. Successivamente, il primo ministro cinese Li Qiang ha annunciato che la Repubblica Popolare aumenterà nuovamente la sua spesa per la difesa del 7,2 per cento entro la fine del 2025, mettendo in evidenza che «cambiamenti mai visti in un secolo si stanno verificando in tutto il mondo a un ritmo più rapido» ( ANSA). Negli stessi giorni si sono tenute manovre navali congiunte tra Cina, Russia e Iran, denominate “Security Belt 2025”. Sono iniziate dopo che la flottiglia di Pechino è arrivata nelle acque vicino al porto iraniano di Chabahar, unendosi alle unità dispiegate dagli altri due Paesi. Inoltre Pechino ha dato luogo ad un summit della SCO (l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) come un necessario contrappeso al blocco imperialista guidato dall'Occidente e ha spinto per una più stretta collaborazione, anche militare, tra i suoi attuali 10 membri (Bielorussia, Cina, India, Iran, Kazakistan, Kyrgyzstan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). La SCO prevede anche la presenza di paesi osservatori (Afghanistan e Mongolia) e di partner di dialogo (Azerbaijan, Armenia, Bahrain, Egitto, Cambogia, Qatar, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia e Sri Lanka). Il tutto, come già più volte detto, preceduto da due dichiarazioni ufficiali di Xi per cui entro il 2027 ci sarebbe il ricongiungimento, con l’uso della forza se necessario, di Taiwan alla madrepatria, e che entro il 2035 la Cina supererà in tutti i settori produttivi, finanziari (obiettivo supremo la lotta al signoraggio del dollaro) e militari l’imperialismo americano per contenerne il peso e il ruolo internazionali. Ciliegina sulla torta, Russia e Cina stanno pesantemente finanziando l’economia di Cuba nel tentativo di mettere una spina nel fianco agli Usa nel mare di casa.
Per concludere, possiamo passare al clima di guerra che sia da parte cinese che russa si invoca contro l’arroganza di Trump riguardo ai recenti e aggressivi discorsi del Tycoon contro il Venezuela di Maduro che, di rimando, ha chiesto l’aiuto di Russia , Cina e Iran in caso di aperta crisi militare tra i due paesi. Ma per la Casa Bianca, in questo momento, occorre trasmettere l’idea che gli Usa siano sulla soglia di uno stato di guerra – peraltro esplicitamente evocato in un ordine esecutivo di Trump - secondo il quale sarebbe in atto un’invasione degli Stati Uniti da parte del Venezuela. Boom!!! Uno stato di guerra assolutamente centrale nella narrazione di Trump, tatticamente e rozzamente usato per denunciare sia le minacce – quelle che ritiene tali - esterne sia quelle interne, in particolare quelle rappresentate dalle città democratiche, dalle università, dalla Magistratura e persino del capo della N. Bank, che sarebbero infestate da elementi che operano contro il piano di rinascita degli Stati Uniti, come il novello sindaco musulmano di New York. Situazione dalla quale ne conseguirebbe una fase di emergenza che, a sua volta, giustificherebbe i poteri eccezionali voluti fortemente da Trump e la deriva autoritaria che, già in avanzato stato di realizzazione, ne concluderebbe drammaticamente il percorso.
CHE FARE?
L'assoluto presupposto da cui partire è che le avanguardie politiche, il partito rivoluzionario hanno il compito imprescindibile di andare verso le masse, pur partendo dalle spontanee istanze economicistiche, per elevarne il livello politico, contro ogni forma di tradunionismo e di nazionalismo per una soluzione rivoluzionaria internazionalista. Se, al contrario, si va alle masse per rimanere sul terreno nel quale l’avversario di classe le costringe (nazionalismo, contrattualismo e riformismo all’interno delle compatibilità del sistema), non solo le lotte sono vane e destinare al fallimento, ma si muovono in una prospettiva che non può che essere controrivoluzionaria. Ovviamente non ci sono garanzie che consentano di percorrere strade sicure e senza ostacoli. Intervengono mille fattori, ma sono quelli oggettivi che determinano le condizioni sulle quali si possono esprimere le condizioni soggettive. In altri termini, una ripresa della lotta di classe può esprimersi solo in presenza di una crisi economica verticale, profonda, che scuota rumorosamente le catene con le quali il capitale tiene vincolato il proletariato. Ma non tutte le crisi pongono in essere automaticamente una ripresa della lotta di classe se manca un punto di riferimento politico, un partito che abbia la tattica e la strategia per indirizzare le lotte verso l’unico obiettivo possibile, la rivoluzione proletaria che rompa tutti i legami con le necessità economiche del capitale e con le leggi giuridiche del suo Stato. Oggi saremmo addirittura nelle condizioni di una presenza oppressiva delle condizioni oggettive, quali la crisi strutturale del capitalismo internazionale e le sue nefaste conseguenze sul mondo del lavoro. Oltretutto accompagnate dal crescere di guerre sempre più intense e sempre più dilatate nello scenario imperialistico mondiale. Ma drammaticamente manca il fattore soggettivo, sia in termini di avanguardie politiche strutturate nel corpo della classe, sia per l’assoluto predominio ideologico borghese all’interno della classe stessa. Allora, come pensano in molti della sinistra pseudo “rivoluzionaria”, tanto vale ripiegare su di una sorta di “programma minimo”, quello radical-rivendicativo? E per quanto riguarda lo scenario internazionale, dominato dalle tensioni belliche degli schieramenti imperialisti, il programma minimo prevederebbe che, piuttosto che rimanere indifferenti alle vicende belliche, sarebbe meglio prendere le parti degli imperialismi più deboli, vittime della insopportabile ferocia di quelli più forti? O, di fronte alle guerre in atto, percorrere la strada del pacifismo che, se non altro, avrebbe il merito di fermare le carneficine, ammesso che ci riesca e a quali condizioni (vedere per credere i 20 punti del progetto di Trump sulla Palestina: un lampante esempio di atto predatorio compiuto dall’imperialismo americano e israeliano sulla pelle del popolo palestinese)? La lista di simili esempi potrebbe continuare, ma saremmo sempre all’interno di una visione borghese, conservatrice e di fatto controrivoluzionaria. Il ruolo degli internazionalisti è l’esatto contrario. Se le condizioni soggettive non ci sono, o sono deboli, occorre lavorare per aumentarne la forza dentro il ventre della classe operaia per favorirne la crescita politica e il senso della necessità dell’alternativa sociale e non appiattirsi sull’opportunistico “meno peggio”. Siamo purtroppo ancora “all’arma della critica” necessaria, fondamentale ma a condizione che sia politicamente corretta e non contaminata da mille opportunismi.
Il “che fare” deve partire dallo scontro con l’infame rapporto tra capitale e forza lavoro su cui si regge tutto l’impianto del capitalismo. Contro le borghesie che sono le nere vestali del capitale e che si nutrono dei profitti estorti alla classe operaia. Entrambi devono essere il primo, imprescindibile obiettivo della ripresa della lotta di classe. La lotta alla propria borghesia, sia in senso economico che politico e militare, è l’indispensabile ambito di scontro che il popolo proletario deve affrontare sulla strada della sua emancipazione. Il che ha come corollario che qualsiasi tipo di nazionalismo, comunque venga presentato dalla borghesia, è la trappola nella quale il proletariato non deve mai cadere, pena la sua inevitabile sconfitta. In tempo di pace il nazionalismo significa subordinare gli opposti interessi delle due classi alla classe dominante all’interno di un involucro ideologico che altro non è che il pensiero dominante della stessa classe dominante. In tempi di guerra la trappola scatta sulla parola d’ordine della difesa della patria, meglio sarebbe dire di difesa degli interessi del capitalismo patrio che, a sua volta, ha come corollario lo scontro tra proletari che combattono gli uni contro gli altri per interessi che nulla hanno a che vedere con i loro, anzi sono mortalmente antitetici.
Rimanendo nel tragico scenario degli eventi bellici, un altro obiettivo borghese che può assumere dimensioni internazionali, come nel caso delle guerre in atto, è lo slancio pacifista che pretende di risolvere i mortali e devastanti problemi della guerra lasciando inalterate le cause che le hanno poste in essere. Sarebbe come curare una pesante malattia con i classici “pannicelli caldi” della nonna, quando bisognerebbe intervenire chirurgicamente per rimuoverne la causa prima che porta al decesso il paziente. Ne consegue che la lotta di classe deve muoversi contro la propria borghesia anche sul terreno del boicottaggio della produzione di armi bloccando le fabbriche che le producono e impedendo i trasporti nei luoghi del conflitto. Il boicottaggio può e deve essere politicamente sostenuto dalla indispensabile denuncia che la guerra, oltre ad essere fisicamente combattuta da proletari contro altri proletari, e non direttamente delle rispettive borghesie, è il sintomo della crisi economica permanente che opprime il capitalismo e ha come conseguenza la più feroce e inumana delle barbarie.
MA NON BASTA. La ripresa della lotta di classe perché possa rappresentare una vera alternativa all’attuale vessatorio sistema di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, deve avere nel suo programma, come primo comma, la rottura del rapporto tra capitale e forza lavoro. Solo così l’emancipazione proletaria potrà liberarsi delle catene che da secoli l’hanno impedita a colpi di sfruttamento in nome del nazionalismo, dell’impossibile riformismo, del tradunionismo sempre più allineato alle compatibilità del sistema e del pacifismo, che mette in discussione le guerre ma non il capitalismo che le genera. Emancipazione che nessuna soluzione interna al sistema consentirebbe di essere raggiunta e che solo un atto rivoluzionario può garantire. Ma tutto questo è possibile solo a condizione che la ripresa della lotta di classe contro il capitalismo e le sue guerre sia accompagnata dalla presenza attiva del partito rivoluzionario, senza il quale anche gli episodi di lotta più incisivi e determinati finirebbero per essere riassorbiti o repressi dai tentacoli della piovra reazionaria borghese. La classe senza il partito è come un corpo senza la testa, un partito senza la classe in movimento è un cervello che gira nel vuoto. È necessario che i due termini si uniscano perché la lotta di classe abbia l’efficacia che la situazione impone. Se mancasse uno dei due fattori, la storia insegna, nessuna proposta rivoluzionaria di cambiamento potrebbe avere successo, e le catene che vincolano il ferreo rapporto di sfruttamento tra capitale e forza lavoro, continuerebbero a tendersi senza il pericolo di spezzarsi, così come le guerre e le immani barbarie che ne conseguono continuerebbero a grondare di sangue proletario.
Una volta che le masse lavoratrici si saranno scrollate di dosso la paura e la rassegnazione e avranno riscoperto il proprio percorso di autentica lotta di classe, le piccole avanguardie rivoluzionarie di oggi saranno in grado di crescere e di legarsi ai settori più combattivi e coscienti del proletariato, per forgiare lo strumento politico indispensabile per il superamento di questa società sanguinaria e disumana: il partito della rivoluzione mondiale, la nuova Internazionale comunista.
Fd
finito di redigere tra ottobre e i primi di novembre 2025
1) L’incontro poi si è svolto e concluso con una sorta di tregua momentanea sugli interscambi commerciali, in attesa di riprendere le ostilità.
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