La guerra fa bene, ma non a tutti

In attesa di vedere se e come la bozza di accordo sull'Ucraina proposta dal Nobel mancato Trump si concretizzerà – con gran gioa di Putin, nel caso – ci è caduto l'occhio su di un articolo del Corriere della Sera1, in cui si dice che, nonostante i quasi quattro anni di guerra, l'economia russa non se la passa poi così male, a dispetto delle previsioni fatte nel 2022.

La questione ha perlomeno diverse sfaccettature, perché se è vero che le sanzioni, finora, sembrano fare male (e molto) più alla UE che alla Russia, è anche vero che se l'apparato economico-produttivo russo non è crollato, i “fondamentali”, come dicono gli economisti borghesi, cioè i fattori che tengono in piedi l'economia, non sono affatto smaglianti; lo stesso ministro dello sviluppo economico, a giugno, aveva espresso timori sullo stato di salute dell'economia2. In sostanza, soffrono degli stessi mali che affliggono i “fondamentali” delle altre economie, cioè la scarsa “propensione” agli investimenti dovuta, nella sostanza, a un saggio del profitto insoddisfacente o, detto in altre parole, a una redditività del capitale stagnante, se non in calo. Il tutto è aggravato dalle sanzioni che, se hanno deluso le aspettative di molti “analisti” occidentali, problemi però ne creano, per esempio, la difficoltà di reperire pezzi di ricambio e tecnologia più o meno avanzata sia per l'industria che, di conseguenza, per la macchina bellica; in tal senso, Cina, Iran e Corea del Nord non bastano a soddisfare le esigenze russe.

Il tasso di interesse di riferimento fissato dalla banca centrale, benché abbassato, in ottobre, dal 17% al 16,5%, rimane molto alto, tale da scoraggiare ulteriormente la richiesta di credito da parte delle aziende – e delle “famiglie”, per restare nel lessico borghese – senza risolvere realmente il problema dell'inflazione, che viaggia ufficialmente attorno al 9%. Per farla corta, senza il denaro ricavato dalla vendita, a prezzi scontati, di gas e petrolio – introiti che rappresentano un terzo delle entrate statali – Putin avrebbe problemi seri a continuare la guerra, così come il “democratico” Zelensky senza l'appoggio, in primis, della UE e in subordine degli USA. Grazie a tutto questo, il macello continua3 e, apparentemente, i cannoni non vomitano solo morte e disperazione, ma anche burro, a sentire certi istituti di ricerca borghesi. Secondo l'articolo citato del Corriere, la guerra sta realizzando grosso modo la “piena occupazione” - effetto per altro tipico della guerra o di molte guerre – e addirittura anche un aumento dei consumi, indotti, secondo il classico schema keynesiano, dai risarcimenti statali nei confronti delle famiglie dei caduti o feriti al fronte. Sentiamo: «il mercato dei risarcimenti ha rappresentato una manna per le classi popolari russe: comprare un appartamento o un'automobile è diventato possibile grazie alla morte di un proprio caro […] Oltre alla mobilitazione obbligatoria, c'è appunto il reclutamento commerciale. Il primo anno di contratto vale 55.000 rubli»4. Si tratta di una “manna” molto discutibile, per così dire, visto che presuppone, appunto, la perdita di una persona cara o la sua menomazione più o meno permanente a causa delle ferite subite.

Questo “bengodi” è pagato dalle casse statali, che per sostenere i costi della guerra avrebbero impegnato finora «l'equivalente di oltre cinque bilanci della Federazione o, più semplicemente, un appartamentino sulle spalle di ogni famiglia russa». Beh, proprio di ogni famiglia no; sicuramente sì per le famiglie proletarie – e di settori più o meni ampi di piccola borghesia – le quali, come in ogni parte del mondo plasmato dalla borghesia, sono obbligate a fornire i corpi da buttare nel tritacarne della guerra e a pagarne le spese attraverso l'imposizione fiscale. Solo per una parte molto molto piccola di “famiglie” la guerra è veramente una manna: per la grande borghesia che controlla oligopoli e monopoli, strettamente intrecciati allo stato, da cui riceve aiuti, sovvenzioni e commesse di ogni tipo. Tutto normale, tutto regolare: lo stato non è un organismo neutrale al di sopra delle parti (delle classi), ma lo strumento che tutela e promuove gli interessi di una sola classe: quella dominante, la borghesia.

La spesa per gli armamenti è un enorme sciupio di risorse, in sostanza di plusvalore, che indubbiamente arricchisce certi settori del capitale, quelli degli armamenti, ma a spese del plusvalore complessivo, prelevato tramite le imposte e il debito pubblico. Solo una guerra vittoriosa può ripagare la borghesia nel suo insieme, perché offre la possibilità di rifarsi in vari modi sugli sconfitti.

Intanto, però, settori della borghesia russa di grosso e persino di medio calibro – se le informazioni corrispondono al vero – hanno potuto accaparrarsi a prezzi stracciati gli “asset”, cioè le attività economiche, delle imprese estere che hanno lasciato il paese dopo il febbraio 2022. Un affarone o, detto altrimenti, la svalorizzazione di una quota del capitale presente in Russia, il che costituisce non solo una spinta ulteriore alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale stesso, ma, non da ultimo, un fattore contrastante la caduta del saggio del profitto, la principale contraddizione del modo di produzione capitalistico.

Invece, per il proletariato, di ogni fronte imperialista, la guerra è sempre una sconfitta, che qualche tragica “manna” temporanea non basta né a nascondere né tanto meno a lenire. Il sangue versato è servito solo a sostenere l'apparato di morte con cui il suo nemico di classe - non importa la bandiera impugnata – difende i propri interessi: qualunque sia l'esito della guerra, l'estorsione del plusvalore, cioè lo sfruttamento, continuerà come e più di prima da entrambi i lati del fronte. Il capitalismo di questo vive: di sfruttamento, oppressione e morte; non si può addomesticare, non si può “condurre alla ragione” pacifista, si può e si deve solo buttarlo fuori per sempre dalla vita dell'umanità.

cb

1Massimo Nava, Come sta davvero la Russia in guerra, Rassegna del Corriere, 17 novembre 2025.

2Mario Olivari, Mosca lancia l'allarme, il ministro russo dell'Economia: il Paese è vicino alla recessione, MilanoFinanza, 19 giugno 2025.

3Secondo fonti occidentali, dall'inizio del conflitto, le perdite complessive, tra morti e feriti, sarebbero 1.090.000: per la Russia, 200 mila morti e 400 mila feriti, per l'Ucraina 80.000 e 400.000.

4Non è specificato se sia al mese, perché al cambio ufficiale sarebbero circa 605 euro.

Domenica, November 23, 2025