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Home ›Sinceri democratici, sindacalismo “combattivo” e gli “ultimi” della classe operaia.
I primi di febbraio, la Procura di Milano ha emesso un provvedimento contro la Foodinho.s.r.l., società collegata alla Glovo, gigante internazionale nella consegna dei pasti a domicilio. La Foodinho è stata messa sotto amministrazione giudiziaria perché, secondo il magistrato che si occupa del caso, avrebbe agito in spregio dell'articolo 36 della Costituzione, che garantisce (così recita la Carta) “un'occupazione e un salario dignitosi” ai lavoratori. In pratica, sostiene l'accusa, sottopone i rider, o ciclofattorini, quelli che consegnano a casa il cibo ordinato al ristorante ecc., a condizioni di lavoro in cui i rider formalmente figurano come lavoratori autonomi, ma, di fatto, sono salariati a tutti gli effetti. Con tutti i non pochi svantaggi tipici del finto lavoro autonomo. Niente ferie, niente assistenza sanitaria, spese per il mezzo a carico del lavoratore; non da ultimo, ritmi e carichi di lavoro insostenibili, effettuati con qualsiasi tempo, e compensi – salari – ben al di sotto del contratto nazionale della categoria; oltre l'81% in meno, 2,5/3 euro al massimo per consegna, 12 ore al giorno, sette giorni su sette. E' stato calcolato che, in pratica, un ciclofattorino porterebbe a casa tra i 700 e i 1100 euro al mese.
Molti commentatori, compresi quelli di area riformista, parlano di “dittatura dell'algoritmo” ossia dei programmi delle applicazioni informatiche (app) con cui le imprese – leggi: i padroni – gestiscono la forza lavoro, app che, come abbiamo appena detto, impongono ritmi spietati nella più totale spersonalizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. La cosa, se non fosse drammatica, farebbe sorridere, perché non è una sequenza di numeri che schiaccia la vita di chi deve pedalare da mattina a sera (e oltre) per potere a malapena sopravvivere, ma è quel famoso “uso capitalistico delle macchine” di cui un tempo l'operaismo – versione radicale tardo novecentesca della socialdemocrazia – si sentiva in dovere di infarcire i propri discorsi. Detto più esplicitamente ancora, è il padrone che, da quando esiste il capitalismo, si serve della tecnologia per estorcere quanto più plusvalore possibile (lo sfruttamento) dalla forza lavoro accompagnando l'impiego del “macchinario” più moderno con l'allungamento, fino e persino oltre i limiti fisici, della giornata lavorativa, se nel perseguire questo obiettivo non trova ostacoli sul proprio cammino. Storicamente, è stata ed è la lotta operaia – non senza battaglie durissime – a porre un freno al dispotismo padronale, alla quale talvolta si sono accostate le istituzioni borghesi, spinte su questa strada dalla lotta di classe operaia, sostanzialmente per due motivi: 1) circoscrivere e addomesticare la lotta di classe dentro le compatibilità del sistema borghese, attenuando – in via sempre provvisoria – le forme dello sfruttamento (più bestiali); 2) tutelare i padroni dalla “concorrenza sleale” esercitata dai loro colleghi che, per vari motivi, riescono a imporre condizioni di lavoro molto più vantaggiose per i loro portafogli. Lo stesso presidente Mattarella, nei suoi appelli a un comportamento più corretto dei cosiddetti datori di lavoro verso i dipendenti, ha fatto cenno, oltre alla “dignità” dei lavoratori, alla concorrenza sleale cui fa ricorso la parte “malsana” dell'imprenditoria, in nome del rispetto del dettato costituzionale.
E' appunto con questo spirito che la Procura di Milano si è mossa contro Glovo/Foodinho, e non è la prima volta. A dicembre '25 aveva fatto scalpore – ma solo tra chi non conosce o finge di non conoscere la situazione della classe operaia... mondiale – l'azione della magistratura contro il caporalato nella filiera dell'alta moda, cioè l'appalto della produzione di prodotti di lusso (abiti, scarpe, borse ecc.) a una catena di laboratori dove la forza lavoro è sottoposta alle stesse condizioni di lavoro dei ciclofattorini. Inutile aggiungere che qui la quasi totalità, se non la totalità dei salariati è composta da immigrati – così come dei padroni – a differenza dei riders, dove la componete italiana è di circa la metà.
L'inchiesta sul caporalato nell'alta moda seguiva peraltro un'altra inchiesta, con relativa condanna, di Amazon, accusata di evasione fiscale per centinaia di milioni di euro e di mascherare il rapporto di lavoro salariato con lavoratori finti autonomi. Questi sono chiamati i corrieri dell'ultimo miglio, costretti a lavorare per imprese costituitesi con poche migliaia di euro che assumevano (o assumono?) autisti obbligati a lavorare alle solite brutali condizioni di sfruttamento mascherato appunto da lavoro autonomo. Ricordiamo però un fatto ampiamente noto, ma anche questo è forse inutile, che tale sistema non è confinato solo ai settori di cui si sta parlando, ma è ampiamente diffuso in tanti altri comparti, e che al vertice di una schiavitù salariale particolarmente dura, ci sono imprese “rispettabili”, veri e propri giganti della logistica e della grande distribuzione. Per esempio, «Solo negli ultimi anni sono più di trenta le aziende che hanno versato all'agenzia delle entrate oltre un miliardo di euro e hanno regolarizzato oltre 50 mila lavoratori nell'ambito di indagini analoghe a quest'ultima su Amazon. Parliamo di sigle importanti nei settori dei trasporti, della logistica e della vigilanza come Dhl, Gls, Shenker, Esselunga, Brt, Geodis, Sicuritalia, Ups, Rhenns, Kuene+Nagel e Fedex» (M. Di Vito, il manifesto, 5 dicembre 2025). Per regolarizzazione si intende l'assunzione o la stabilizzazione dei lavoratori prima totalmente precari e totalmente in balia dello strapotere padronale, senza nemmeno uno straccio di contratto che in qualche misura attenuasse l'oppressione e lo sfruttamento.
Ecco, lo sfruttamento. Un concetto, diciamo così, che in questi decenni di profondo arretramento della nostra classe, da ogni punto di vista, ha assunto un significato sempre più nebuloso, cioè falso e depistante. Per la legge borghese, per le schiere di riformisti che innervano il sindacalismo “ufficiale” e “combattivo”, lo sfruttamento non è mai l'essenza del rapporto di lavoro salariato, ma solo le sue espressioni più brutali, più esasperate, se vogliamo, quelle al di fuori della regolamentazione contrattuale e istituzionale (la Costituzione...). Ma rivendicare “un equo salario per un'equa giornata di lavoro” non fa fare un passo in avanti alla coscienza di classe, al contrario. Anche se può sembrare paradossale agli occhi di tanti, mantiene e incoraggia la falsa credenza secondo la quale il lavoro salariato, purché regolato da leggi e contratti, sia una condizione naturale, l'unico modo in cui l'umanità può produrre ciò di cui ha bisogno, che oltre il denaro, la merce e il profitto non ci possa essere niente, se non il caos. Sia chiaro, non ci dispiace se la legge borghese rende di tanto in tanto, (e sempre in seguito - o quasi sempre - a dure lotte) e in via sempre momentanea, meno penosa la condizione della classe lavoratrice, ma... ritorniamo al punto iniziale: la coscienza di classe, la coscienza della contrapposizione inconciliabile tra borghesia e proletariato può fare in questo modo passi in avanti? A costo di ripeterci, la risposta è no.
Questo vale, come s'è appena detto, anche e forse soprattutto per il sindacalismo “combattivo” (di quello “ufficiale” non vale neanche la pena parlarne). Quello che pur conducendo lotte anche decise contro un padronato abituato a tenere la propria forza lavoro in condizioni semi-schiavistiche – oltre la “normale” schiavitù salariale – non inserisce mai le lotte che dirige in una prospettiva di superamento del capitalismo. Certo, il settore più “radicale” (a caso, il SiCobas) si riempie la bocca di invettive contro il sistema borghese, ma, come per la socialdemocrazia di un tempo, il socialismo, proclamato a parole, è spostato in un futuro indefinito. Peggio: non fa nulla per contrastare - anzi, lo incoraggia – il veleno nazionalista e oscurantista di una fazione borghese esistente in quei paesi da cui proviene gran parte degli operai aderenti al sindacato stesso, spesso intossicati da quel veleno.
Che il sindacato “combattivo” abbia conquistato - non senza dure e persino sanguinose battaglie – condizioni di sfruttamento “normali”, “medie” in molti settori operai trascurati dal sindacalismo maggioritario, è un dato di fatto, benché mai definitive, lo ribadiamo per l'ennesima volta. Ma allora anche un magistrato “illuminato”, come quello di Milano, ha ottenuto risultati non molto diversi (i 50 mila stabilizzati) e la magistratura “democratica” in un certo qual modo ha persino realizzato in parte una delle rivendicazioni del SiCobas e compagnia cantante, cioè la tassazione al 10% del 10% più ricchi della popolazione (il miliardo di tasse recuperate...). Verrebbe da dire che quasi quasi un magistrato sinceramente democratico-borghese è più efficace, per la classe, di un sindacato “alternativo”, visto che, comunque, l'uno e l'altro, in ruoli e modi diversi, sono di ostacolo allo sviluppo della coscienza di classe, contribuendo a rendere “eterno e imperituro” l'ordine capitalistico-borghese.
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