LINEE DI TENDENZA CHE STANNO PER ESPLODERE (e il secondo attacco all'Iran)

LINEE DI TENDENZA CHE STANNO PER ESPLODERE. A CHE PUNTO SIAMO CE LO DIRÀ L’INTENSIFICARSI DELLA CRISI STRUTTURALE DEL CAPITALISMO E LA RISPOSTA DELLA CLASSE SE USCIRÀ DALLE TENAGLIE DEGLI INTERESSI DEL CAPITALE E DELLE BORGHESIE CHE LI GESTISCONO.

Mentre l’imperialismo internazionale diviso e opposto nelle sue progressioni belliche si interroga ipocritamente sul significato di democrazia, come se fosse una questione semantica, la pressione della crisi sistemica del capitalismo fa piazza pulita di ogni equivoco. E’ sotto gli occhi anche del più sprovveduto osservatore che la “democrazia”, pur rimanendo la migliore forma politica di amministrazione della società capitalista (pace sociale, gli schiavi salariati non alzano la testa e il capitale pompa profitti come una idrovora), in tempi di crisi economica e di fibrillazione competitiva tra imperialismi è costretta a cambiare faccia, assomigliando sempre di più ad un regime totalitario o, come li chiamano adesso, ad un regime sovranista, se non apertamente dittatoriale. Gli esempi incominciano ad essere molti, troppi! Si parte dal regime che il paranoico e narcisista Trump sta tentando di instaurare negli Stati Uniti. In America latina abbiamo un percorso simile in Argentina con Milei e, potenzialmente, con personaggi come Bolsonaro. In Giappone si propone la presidentessa di estrema destra Sanae Takaichi, in Venezuela è ancora tutto da decidere, ma, se anche non fosse Corina Machado perché giudicata troppo filo americana e, quindi, poco spendibile per le strategie di Trump, salirebbe comunque un esponente della destra “dura e pura”. In Europa le cose non vanno meglio. A parte i regimi già consolidati come sovranisti di Orbàn in Ungheria e di quello slovacco, prendono forma quello tedesco del guerrafondaio cancelliere “Generale Merz” e della ineffabile “madre e donna cristiana” Meloni.

Il malefico trasformismo della cosiddetta democrazia - che non vale più nemmeno nei rapporti tra le forze sociali borghesi, figuriamoci nei rapporti di produzione e distribuzione della ricchezza prodotta tra borghesi e proletari (ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri e numerosi) - può avvenire in sordina, progressivamente o per atti violenti e perentori. Nel caso americano, Trump ha dichiarato, in più di una occasione, che la legge, il diritto interno ed internazionale, la tradizionale interpretazione della democrazia borghese non contano più nulla. Vale solo il suo di diritto, unico e insindacabile. Vale la “democrazia” del più forte, altrimenti cala la mannaia della vendetta sui reprobi che si azzardano a contraddirlo. La manovra - o dichiarata pubblicamente con arroganza e giustificata dai soliti supremi interessi nazionali, o proposta subdolamente strisciante - ha come obiettivo la medesima conclusione. La cancellazione della fasulla tripartizione dei poteri, da sempre considerata come l’unica garanzia di una altrettanto fasulla democrazia. Il “giochino” nei suddetti paesi, ma non solo, consiste nel raggiungere con espedienti legislativi o nei fatti il cosiddetto presidenzialismo o, se si preferisce, “un uomo solo al comando”. A seguire, il secondo intento è quello sottomettere la magistratura al controllo dell’esecutivo. Terzo passo, ridurre il potere legislativo a mero organo di facciata imponendo che le leggi, quelle importanti per il sistema politico, vengano decise dal potere esecutivo e approvate, se necessario, attraverso il perverso istituto della “fiducia”, dal presidente stesso o dall’uomo solo al comando, quando entrambi abbiano l’assoluta maggioranza nelle due Camere. Come si può notare sembra di essere in Italia, tali e tante sono le similitudini delle fasulle democrazie. Inoltre, gli altri organi repressivi come la polizia, o in caso di estrema necessità l’esercito, vengono coperti dalle loro azioni contro le opposizioni, soprattutto quelle aventi una caratteristica politica di classe, con una sorta di scudo giuridico come vorrebbe (di nuovo) il governo Meloni, o rese impunibili, come avviene di fatto per l’ICE (strumento repressivo federale, ma costituito da personale scelto dal presidente stesso). Oppure, ancora, com'è avvenuto nel recente passato, con la sanatoria concessa alla feccia di Capitol Hill da parte del sempre aspirante premio Nobel per la pace e luminoso esempio di democrazia “ad personam”, l’ineffabile Donald Trump.

Sembra di essere tornati agli anni 1920-30, quando in Europa dilagavano governi fascisti e totalitari, da quello di Salazar in Portogallo a quello spagnolo di Franco. Da quello di Mussolini a quello di Hitler, ai quali si potrebbero aggiungere personaggi come Ante Pavelic, fondatore del movimento Ustascia nella Croazia di quegli anni, o del feroce re di Bulgaria Boris III o del re-dittatore della Romania Carol II. Per non parlare del dio imperatore del Giappone Hirohito. Ovviamente siamo in fasi storiche diverse, ma non mancano per questo delle tragiche similitudini. La similitudine più evidente consiste nella identica fase di crisi del capitalismo che poi ha portato alla guerra mondiale. Ciò non toglie che le preoccupazioni borghesi, da Roma a Washington, siano rivolte ad una possibile ripresa della lotta di classe contro la guerra, contro l’economia di guerra che imprime un'accelerazione alla contrazione dei salari, allo smantellamento del welfare (pensioni, sanità ecc..) e mette proletari contro proletari, costringendoli a combattere per interessi che non sono i loro, ma esclusivamente dell’avversario di classe. Quello stesso avversario di classe che li sfrutta in tempo di pace e li riduce a carne da macello in tempo di guerra.

Se è vero che la storia, per certi aspetti, si ripropone, ma in termini diversi, è anche vero che nel capitalismo moderno i modi diversi rimangono relegati alla superficie delle tecniche di guerra, sempre più devastanti, mentre le cause rimangono sempre le stesse. Ovvero l’estrema difficoltà di trovare impossibili soluzioni alle inconciliabili contraddizioni del sistema capitalistico che ha come unica via d’uscita dalle sue crisi le sempre più devastanti guerre, per distruggere valore capitale e dare il via ad un nuovo ciclo di accumulazione con le solite leggi del capitale che le ha causate. Questo non vuole essere una descrizione di quanto sia barbaro, decadente e antistorico il capitalismo contemporaneo, esercizio piuttosto facile per chi mastica di determinismo e di dialettica degli avvenimenti economici e sociali, ma vuole essere una voce di allarme diretta alle masse proletarie di tutto il mondo, affinché escano dalle gabbie dell’ideologia nazionalistica borghese per riprendere nelle proprie mani lo storico programma che “un mondo diverso non solo è possibile ma assolutamente necessario”. L'alternativa, per così dire, è cadere nell’abisso della più barbara devastazione delle guerre, con il rischio di annichilire il già precario stato del nostro pianeta, con la certezza di continuare nella condizione di un precario schiavismo salariale sino alla successiva crisi mondiale, con il suo funebre fardello di morti ammazzati in nome del più avido dio, il dio del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Intanto gli eventi precipitano. La mattina del 28 febbraio, alle ore 7,26, è partito l’annunciato attacco israelo-americano contro l’Iran. I motivi sono noti, hanno come base giustificativa che il regime di Khamenei non ha voluto accettare le richieste di Trump per una soluzione negoziale della crisi e che l’intervento - peraltro già preparato altrimenti non si spiegherebbe l’enorme spiegamento di forze militari con tanto di due portaerei - avrebbe come obiettivo quello di appoggiare le opposizioni al regime di Teheran, per favorire la caduta del regime. La solita storiella dell'esportazione della democrazia - di cui Netanyahu, criminale di guerra, è alto rappresentante - a suon di bombe. Come è accaduto in Iraq, Afganistan, Libia ecc. col solito fardello di centinaia di migliaia di morti e regimi totalitari. Nei fatti, la caduta del regime è sempre stata la priorità sia di Washington che di Tel Aviv, come di irrinunciabile importanza è sempre stata la più che decennale lotta dei due imperialismi alleati contro quello iraniano, per evitare che Teheran potesse dotarsi di strumentazioni militari atomiche e di missili balistici. Per questo, come nella guerra dei dodici giorni del giugno scorso, gli obiettivi sono stati e sono tuttora i tre siti dove si nascondono le centrali nucleari iraniane. Ma secondo le trionfalistiche dichiarazione di Trump del giugno scorso non erano già state completamente neutralizzate? E allora c’è qualcosa d’altro da aggiungere alle ragioni che sono alla base dell’attacco. Questo qualcosa va ricercato in un ambito geopolitico ben più ampio e portatore di scenari bellici di elevata portata. Innanzitutto l’attacco, come previsto e calcolato, avrebbe spinto il regime iraniano ad attaccare le basi militari americane in Israele, nel Qatar, nel Bahrein, Dubai e persino in Arabia saudita, costringendo il mondo arabo sunnita a cooperare con Washington e Tel Aviv in chiave di ricomposizione di quell’accordo (Patto di Abramo), tanto caro alle strategie medio orientali di Trump, che era in fase di stallo. In sintesi, l’attacco deve avere come scopi quelli citati, ma con una strategica postilla che soddisfi gli obiettivi imperialistici di Israele e degli Usa. Per Israele colpire l’Iran significa togliere di mezzo il suo mortale avversario e i suoi tentacoli sciiti in tutto il M.O., ponendosi come unico referente occidentale in una delle aree energetiche più importanti del mondo e, contemporaneamente, ergersi a guardiano armato degli interessi occidentali, sia per gli approvvigionamenti energetici che per la sicurezza delle vie di commercializzazione, battendo anche la concorrenza della Turchia che punta ad essere l’hub petrolifero più importante nel Mediterraneo. Va ricordato che dallo stretto di Hormuz – al momento pare essere stato chiuso dall'Iran - passa oltre il 20% del traffico petrolifero mondiale e che sono stati scoperti nuovi giacimenti di gas e petrolio nel sud-est del Mediterraneo. Tanti interessi contrastanti tra Ankara e Tel Aviv! Per gli Usa, rendere inoffensivo l’Iran significa, anche come esportatore di petrolio, garantirsi una sorta di supremazia energetica mondiale (vedere gli attacchi al Venezuela di Maduro), ma soprattutto indebolire la triade imperialista opposta (Russia, Iran, Cina) che rappresenta il maggiore pericolo per l’imperialismo americano. Infatti Russia e Iran sono i maggiori fornitori energetici della Cina e la manovra militare alle porte del Golfo persico ha, indebolendo l’Iran, anche questo strategico scopo. In più, proprio in questi giorni le marine militari di Mosca, Teheran e Pechino hanno fatto esercitazioni navali all’esterno dello stretto di Hormuz, per cui i bombardamenti su Teheran sono un avvertimento non solo ai Pasdaran ma anche ai nemici più forti con i quali, prima o poi, si dovranno fare i conti per la supremazia nell’Indo-pacifico, oltre che per le note questioni sui mercati dell’alta tecnologia, sulle materie prime strategiche, su quelli delle divise: ambito in cui il dollaro sta perdendo punti a favore di altre divise internazionali tra le quali l’euro e lo yuan. Come vada a finire la nuova crisi bellica in M.O. non si sa, ma è prevedibile che la crisi economica del capitalismo mondiale stia costruendo, pezzo per pezzo, un conflitto sempre più generalizzato.

Sempre di queste ore è la notizia dell’apertura del conflitto tra Pakistan e Afghanistan con le interferenze di India e Cina.

Che fare? Proletari di tutto il mondo è il momento di uscire da questa IMMANE BARBARIE a cui ci sta conducendo la crisi del capitalismo mondiale. NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA SI ALLA LOTTA DI CLASSE!

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PS Sul primo attacco all'Iran, vedi: leftcom.org

Domenica, March 1, 2026