Venezuelani vittime della lotta per il petrolio

L’ Attacco degli Stati Uniti al Venezuela

Il tenore di vita della classe lavoratrice mondiale sta precipitando, mentre il peso della crisi internazionale del capitale viene riversato sulle nostre spalle. Questo fardello è avvertito in modo ancora più acuto dalle persone costrette a soffrire per il “crimine” di vivere in un territorio conteso. Le sanzioni statunitensi contro il Venezuela hanno contribuito al crollo totale delle condizioni di vita. Il venezuelano medio ha perso 11 kg di peso, raggiungendo livelli di semi-carestia, dato che anche i fondi per l’agricoltura scarseggiano sempre di più. La natura redditiera dello Stato venezuelano, estremamente dipendente dal petrolio, a cui si aggiungono le sanzioni, ha portato a entrate sempre più in calo e ad una crescita vertiginosa dei partecipanti all'economia informale e dei beneficiari di assistenza sociale. Le esenzioni umanitarie non sono riuscite a invertire l'effetto paralizzante delle sanzioni sulla sanità, ostacolando gravemente l’accesso a vaccini, insulina e altri farmaci. Più di 7 milioni di persone sono fuggite da questo brutale assedio diventando rifugiati, affrontando condizioni infernali nel tentativo di raggiungere un minimo di sicurezza, per poi essere condannati a un'esistenza simile alla schiavitù all'estero, perseguitati dai burocrati e sfruttati da capitalisti senza scrupoli che non vedono l'ora di sottopagare e spremere all’osso queste persone sfruttandone la vulnerabilità. Negli stessi Stati Uniti, una recente repressione dei migranti guidata dai teppisti in uniforme dell'ICE, che ha visto l’impiego delle consuete tecniche di schedatura razziale, scomparse forzate di individui e separazioni violente delle famiglie, ha dato luogo a diffuse proteste. I contrasti con l'ICE hanno portato non solo a morti durante la detenzione, ma ora anche all'assassinio spudorato dei manifestanti.

Le radici della crisi

Le tensioni tra Stati Uniti e Venezuela non sono una novità, ma sono andate a intensificarsi assieme alla crisi economica globale e l'attuale esplosione è, in ultima analisi, un'espressione di questa crisi. La storia recente di questa contesa inizia nel 2017, quando gli Stati Uniti vietarono allo Stato venezuelano e alla sua compagnia petrolifera statale, PDVSA, l'accesso ai mercati finanziari occidentali. Nel 2018 vietarono l'uso dei petrol- token (azioni digitali legate al mondo delle criptovalute, nota del traduttore) venezuelani e nel 2019 gli Stati Uniti, congiuntamente con la Banca d'Inghilterra, sequestrarono asset venezuelani, imponendo un embargo totale.

Le risorse naturali del Venezuela sono la sua principale attrattiva e merce di scambio. Il paese latino americano possiede le più grandi riserve di petrolio al mondo, pari a circa 303 miliardi di barili. Nonostante gli Stati Uniti producano principalmente petrolio leggero, negli anni '90 sono stati effettuati investimenti di ingenti somme in raffinerie che richiedono petrolio pesante per funzionare a pieno ritmo, petrolio pesante che il Venezuela ha. Inoltre, Caracas ha nel suo territorio circa 300.000 tonnellate metriche di minerali rari come neodimio, disprosio, cerio, lantanio e torio, per un valore complessivo di circa 200 miliardi di dollari. Alla luce di ciò, nel 2025 la Cina ha firmato un accordo da 18 miliardi di dollari con il Venezuela per ottenere gallio, antimonio e oro. Il Venezuela si è fortemente allineato al blocco imperialista cinese; dal 2000 al 2010, Pechino ha investito 62 milioni di dollari in Venezuela, somma da ripagare in petrolio greggio. Dal 2018 sono inziati gli acquisti di petrolio dal Venezuela con pagamenti interamente in renminbi, escludendo completamente il dollaro statunitense. Il Venezuela ha persino chiesto di aderire ai BRICS nel 2023, ma la richiesta è stata bocciata dal presidente brasiliano Lula.

Nel 2025, il Venezuela ha iniziato a esplorare la possibilità di utilizzare la valuta digitale “Unit”, un token lanciato dai paesi BRICS come strumento per facilitare i commerci di quest’ultimi. Il valore della “Unit” doveva essere determinato in parte da un paniere di valute dei paesi BRICS e in parte dall’oro fisico. Se Caracas avesse messo le proprie riserve auree in questo progetto, essa avrebbe evitato il ripetersi di una situazione simile a quella dei sequestri di beni da parte degli Stati Uniti del 2019. Tutto ciò è in linea con gli sforzi prioritari del Venezuela che hanno come obiettivo l’abbandono totale del dollaro statunitense nei suoi commerci internazionali, minacciando il petrodollaro e l'egemonia americana, il tutto mentre la guerra commerciale per le terre rare infuria da tempo. Per di più, le terre rare hanno assunto particolare importanza a partire dalla somma multimiliardaria che l'intera economia statunitense sta scommettendo sulla bolla dell'intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno cercato di assicurarsi sia il petrolio che le terre rare dall'Ucraina prima e ora anche dal Venezuela: Washington non può permettere a Pechino di rubargli Caracas.

La sfida della Cina agli Stati Uniti non si limita al Venezuela, ma si estende a tutto il Sud America grazie alla Nuova Via della Seta. Pechino è il primo partner commerciale di almeno quattro dei principali paesi sudamericani e ha costruito un imponente porto di mare a Chancay, in Peru, da cui far salpare materie prime. Gli Stati Uniti vedono queste mosse come una minaccia intollerabile al loro dominio nell'emisfero occidentale. In passato, agli Stati Uniti sarebbe bastato impiegare solo il proprio potere economico e le sanzioni sarebbero state sufficienti a creare un regime obbediente a Caracas. Il fatto che si sia dovuto ricorrere alla forza militare per tentare un cambio di regime in Venezuela rivela la debolezza economica e la disperazione americana. Tuttavia, non c'è dubbio che gli Stati Uniti considerino le loro azioni in Venezuela come una componente del più ampio processo di espulsione della Cina dal Sud America e di indebolimento dei suoi concorrenti.

Il “socialismo” bolivariano: un nemico dei lavoratori

La classe capitalista al potere in Venezuela non è estranea alle ambizioni imperialistiche. Lei stessa ha rivendicato il diritto sul petrolio straniero, con ambiziosi piani per impadronirsi di gran parte dei giacimenti petroliferi della Guyana. Dopo aver tenuto un referendum farsa nel 2023 per ottenere il consenso ad un’eventuale invasione e dopo aver assegnato un governatore militare alle zone che sarebbero state invase, il Venezuela è stato infine dissuaso dall’azione militare a causa del sostegno internazionale ricevuto dalla Guyana. Contemporaneamente alle sue avventure imperialistiche, la classe dominante venezuelana sostiene che il cosiddetto “socialismo” bolivariano, introdotto da Chávez con la nuova costituzione del 1999, abbia portato grandi benefici ai lavoratori venezuelani. Il cosiddetto “socialismo” bolivariano è una variante del capitalismo di Stato e ha comportato la nazionalizzazione di settori chiave dell'economia. Questa nazionalizzazione ha portato alla fuga di parte della classe capitalista privata. Ci sono stati alcuni benefici per la classe operaia grazie al miglioramento di servizi sociali come la sanità e l'istruzione, ma questi sono stati disfatti dalle sanzioni. La nazionalizzazione ha anche portato ad un aumento della corruzione, grazie alla quale alcuni settori dell'economia, in particolare quello petrolifero, sono finiti nelle mani di frazioni dell’esercito. Quest’ultime saranno riluttanti a cederli ai capitalisti statunitensi e ciò rischia di vanificare i piani di saccheggio redatti dagli Stati Uniti. Washington non è ancora riuscita a insediare un regime fantoccio al potere, di conseguenza i fantastici benefici per il capitale statunitense di cui Trump si vanta potrebbero essere illusori.

La classe capitalista di Caracas non fa altro che perpetuare questo sistema di totale sfruttamento internazionale. I lavoratori venezuelani si trovano nel mezzo di un conflitto imperialista proprio come i lavoratori iraniani dall'altra parte del mondo. Se gli Stati Uniti inviassero le loro truppe nel Paese, ai lavoratori venezuelani verrebbe chiesto di morire per il capitale nazionale venezuelano. Come in tutti i conflitti imperialisti che imperversano in tutto il mondo, la risposta che dobbiamo dare è il disfattismo rivoluzionario. Avanti la lotta di classe! Nessun sostegno a nessuna delle due parti della guerra imperialista. L'unica forza in grado di fermare la deriva verso la guerra e liberarsi dai vincoli del sistema capitalistico è la classe operaia. Un altro mondo è possibile e necessario, ma può essere costruito solo dalla classe operaia globale dopo la distruzione del capitalismo. Sarà un mondo basato non più sullo sfruttamento, ma sulla cooperazione mondiale e sulla produzione per il bisogno gestita dalla classe operaia stessa.

L'articolo sopra riportato è tratto dall'ultima edizione (n. 74) di Aurora, bollettino della Communist Worker’s Organization (CWO)

Domenica, March 1, 2026