Premesse per l'analisi della crisi cubana

Parte prima

In primo luogo, e soprattutto, dobbiamo capire che la ragione per cui abbiamo tanto scritto del vuoto teorico apertosi dopo la morte di Lenin e per cui abbiamo dispiegato la bandiera del marxismo umanistico solo dopo anni di lotta contro il trotzkismo e perfino contro il johnsonismo (cioè quelle teorie del Capitalismo di Stato che tagliano corto all'impulso positivo dei lavoratori stessi che chiedono la ricostruzione della società su fondamenti totalmente nuovi), è che noi abbiamo riconosciuto la validità non soltanto della spontanea attività dei lavoratori ma anche della loro richiesta di avere una risposta alla domanda «Che cosa avverrà dopo?», risposta che deve essere data prima che la rivoluzione sia tradita e prima che ci si trovi di fronte ad una nuova burocrazia, che noi deploriamo post-factum anziché prevenirla prima del suo consolidamento.

Nella specifica circostanza della rivoluzione cubana che avrebbe potuto aprire una pagina del tutto nuova nella storia, non solo a Cuba od anche nell'America Latina, ma nel mondo che è già stato testimonio delle Rivoluzioni Afro-Asiatiche come pure della repressione della Rivoluzione Ungherese, il nostro scopo è chiaro:

  1. Proprio nella prima edizione di «News and Letters» dopo la vittoria della Rivoluzione cubana (febbr. 1959) noi sottolineammo la nostra solidarietà con essa con il titolo: «La rivoluzione di Cuba getta luce sull'irrequietezza delle masse nell'America Latina».
  2. Quando, l'anno seguente, potemmo vedere i primi sintomi della perversione dalla spontaneità rivoluzionaria allo statalismo, noi tuttavia abbiamo continuato a dare il nostro fermo appoggio, specialmente a quello che riguardava l'espropriazione del capitalismo americano (gennaio 1960, «News and Letters»: «Cuba scuote il dominio del Dipartimento di Stato sull'America Latina»).
  3. Naturalmente noi non saremmo stati fedeli non solo alla nostra teoria ma alla stessa Rivoluzione Cubana se non avessimo indicato la involuzione di essa nel suo opposto che è implicito nella forma statalizzata, giacché il totalitarismo comunistico si annida nello stato centralizzato, non ne sente affatto nausea, perfino quando nulla fondalmentalmente cambia nelle condizioni di vita dei lavoratori dell'industria, nonostante la rivoluzione agraria, che d'altronde è similarmente assai limitata. Così:
  4. a) alla nostra Convenzione nella Risoluzione sulla Guerra e la Pace (agosto-settembre 1960) sottolineammo i pericoli insiti nell'avvio della rivoluzione mondiale, b) e questa fu seguita nel dicembre 1960 da una completa analisi della rivoluzione cubana, due anni dopo, nei due mondi, che ora desideriamo citare al fine di estrarne i nostri principi, prima di paragonarli agli odierni avvenimenti (T. W. 12-60):

«Dimentichiamo per un momento la Russia. Non ce n'era sentore quando Fidel Castro calò sull'Avana alla testa del movimento della guerriglia del 26 luglio... L'avvocato piccolo borghese che guidava questo movimento era così poco legato alla ideologia comunista da ottenere aiuto finanziario da parecchi borghesi sia cubani che liberali americani che non ne potevano più del corrotto Batista...
Non c'è dubbio che con il rovesciamento della dittatura sanguinosa di Batista, la rivoluzione ruppe decisamente con l'imperialismo statunitense che aveva saccheggiato l'economia cubana. Espropriando i proprietari capitalisti statunitensi realizzò una rivoluzione agraria e pose fine alle relazioni feudali che sussistevano fra i contadini cubani ed i proprietari cubano-americani delle piantagioni. Ma, nel contempo, comunque, il potere non veniva nelle mani dei consigli dei contadini ma allo Stato, che diventava il nuovo proprietario. Per quel che riguarda l'atteggiamento padronale di Castro rispetto agli operai dell'industria, esso scaturì già dal primo giorno del vittorioso ingresso all'Avana, quando chiese che gli studenti ed i lavoratori rivoluzionari deponessero le armi. Quando poi i proletari sollevarono alcune questioni economiche al nuovo governo al primo congresso sindacale, Castro uscì correndo dal congresso chiamandolo un ricovero di pazzi.
È a questo momento che si stabilisce una parentela fra il nuovo regime ed i Comunisti locali.
Insieme al comunismo mondiale Fidel Castro condivise la concezione della " arretratezza delle masse" che debbono essere guidate. D'ora innanzi lo Stato avrebbe dovuto emettere ordini, i lavoratori dell'industria ed i contadini avrebbero dovuto continuare a lavorare sempre più duramente: i dirigenti avrebbero guidato, avrebbero stabilito loro la politica verso l'estero.»

Il mese dopo (gennaio 1961) riproducemmo un articolo di anarchici dell'Avana che indicava il peggioramento del livello di vita dei lavoratori che si verificava parallelamente al fatto che nessuna voce era loro concessa né alla stampa né nei sindacati né in alcuna sorta di consigli di lavoratori. Ammonimmo contro il vezzo di considerare tutti i profughi come appartenenti ai consigli operai. Ed ammonimmo pure contro la tendenza a considerarli tutti come fautori di Batista. Era evidente che dopo la prima ondata della borghesia che scappava, erano giovani e lavoratori - la chiave della rivoluzione - che scappavano o si nascondevano nella clandestinità o venivano fucilati dalle squadre di Castro come «sovversivi» della rivoluzione che egli aveva trasformato nel suo opposto.

Il capitalismo di Stato può essere un miglioramento rispetto al sistema feudale o a quello del capitalismo imperialistico e privato, ma tale miglioramento è, comunque, non rilevante (comprende la Legge 22 che ogni settimana fa pagare, dalla busta-paga del lavoratore, un contributo del 4% per «l'industrializzazione» come se il plusvalore già pompatogli non bastasse!).

La parte finale della nostra analisi prima degli attuali attacchi a Cuba riguardava l'apparizione di Krusciov alle Nazioni Unite abbracciato a Castro, che pure abbracciava il macellaio della rivoluzione ungherese, Kadar, e finalmente le idee del manifesto degli 81 Partiti comunisti (gennaio '61) che indicava qual era la nuova linea del comunismo russo riguardo ai mondi Afro-Asiatico e Latino-Americano, cui dovevano essere impartite lezioni di politica mondiale ed a cui doveva essere spiegata la linea comunista della guerra come non inevitabile:

«La guerra che "non è totalmente inevitabile" non significa che la Russia degli Sputnik e dei missili intercontinentali subordini in alcun modo la sua politica a quella dell'Occidente. Al contrario la Russia difende la "pacifica coesistenza" perché la guerra che "non è fatalmente inevitabile" significa che "l'Occidente" sta camminando sul vetro, a meno di fare di qualsiasi piccola guerra il punto d'avvio di un olocausto nucleare.»

Perciò le «democrazie indipendenti nazionali» possono andare molto lontano nello sfidare gli Stati Uniti e la Russia farà di tutto per aiutarle. In una parola la «pacifica coesistenza» è l'atmosfera che nutre ogni crisi dal Congo a Cuba.

Ed eccoci agli ultimi avvenimenti. Naturalmente Kennedy ha deciso che, nonostante il piacere che avrebbe indubbiamente Krusciov se la guerra partisse piuttosto da 90 miglia dalla costa americana che da 90 miglia dalla Russia o dalla Cina, non può tollerare la Cuba di Castro.

Appunto perché il ruolo di Kennedy è completamente controrivoluzionario ed imperialistico, la sua opposizione è totale dal principio alla fine. Ciò non significa che egli voglia dar vantaggio all'aspetto «popolare» di Krusciov; così noi siamo sia contro Castro che contro Cardona. O noi siamo per il regime dei lavoratori, in opposizione sia al regime capitalistico totalitario che a quello parlamentare, in stretta connessione con la rivoluzione del nostro tempo oppure noi dimostriamo di non aver nessuna fiducia circa la possibilità che i lavoratori costruiscano uno stato di lavoratori e di sostenere le "scorciatoie" sull'esempio delle "comuni" di Mao. Potremmo anche scrivere contro entrambi i poli del capitale ma poi non riconoscerli nella realtà effettiva: appunto perché uno di essi si camuffa con un certo successo e si mette in una posizione che sembra di difesa della rivoluzione, purché la rivoluzione non sia contro il suo regime.

Appunto perché i marxisti hanno sempre riconosciuto che non importa da «chi parta la guerra» e prendono invece nette posizioni di classe, essi rifiutano di avere alcun interesse a termini borghesi quale quello di «aggressore».

La ragione è ancora più chiara oggi che non quando noi ci opponemmo ad entrambi i contendenti nella guerra di Corea perché il pericolo è più grande, il pericolo che incombe sul vero umanesimo marxista proletario, come risulta chiaro dalla dichiarazione di Kennedy contro il «sovversivismo».

Il nuovo non è tanto l'ultimatum all'OSA (organizzazione degli Stati americani) che era da attendersi già da quando si era iniziata la rivoluzione cubana e Kennedy non era preso alla gola come lo era Eisenhower che si trovava al potere. Il nuovo non sta nella sua dichiarazione che la pazienza del Governo degli Stati Uniti «non è inesauribile». Il piano di un'invasione era prevedibile da quando il primo carro armato russo era arrivato. Il nuovo sta nel fatto che egli si oppone al «tradimento» di Castro della rivoluzione, che è la sua «nuova frontiera», il pericolo è la sovversione del linguaggio alla maniera di Krusciov, che usa il marxismo nella sua ben nota maniera ed insegna ai nuovi capitalismi di Stato la lezione del «neutralismo».

No, il nuovo, tremendamente nuovo per tutti i rivoluzionari in tutto il mondo, è la dichiarazione di Kennedy di una

«lotta nuova e più profonda, la lotta che ha luogo ogni giorno, senza armi o fanfare in migliaia di villaggi e centri ed aule in tutto il mondo (sottolineatura nostra).
Sovversione, infiltrazione ed un esercito di altre tattiche possono incessantemente avanzare, incrinando le aree vulnerabili, una dietro l'altra, in situazioni che non permettono il nostro intervento armato.»

Questo è quel che ci interessa. Questo: nessuna altra posizione che l'opposizione ad entrambi i poli del capitalismo e la specifica attenzione alla minaccia di ricorso alla lotta per la formazione ideologica degli uomini. Questo va ben oltre la lotta di Cuba. Questo è problema della rivoluzione americana. Questo è problema della lotta mondiale contro la guerra. Tutto quello che l'amministrazione Kennedy ha dichiarato sulla guerra, per quel che concerne i fronti di battaglia od i luoghi da essi distanti, i sindacati o le scuole, questa «nuova frontiera» verrà ad uccidere nei germi quello attorno a cui il maccartismo ha fatto solo rumore senza avere alcun potere di soffocarlo. Noi dobbiamo affrontare e sradicare questa minaccia alla nostra vera libertà prima che tutta la vita sia travolta in un olocausto nucleare.

Raya Dunayevskaya

Prometeo

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