Realtà agricola

Agricoltura e capitalismo

Il problema contadino è certamente quello che genera più dubbi ed incomprensioni tra i marxisti e ha dato e da adito a violenti attacchi contro il marxismo da parte degli economisti borghesi.

Ci proponiamo di prendere in esame alcuni aspetti di questo serio problema.

Benché la popolazione rurale vada continuamente diminuendo nei diversi Stati del mondo, in proporzione al loro sviluppo economico, l'agricoltura avrà sempre un posto preminente perché deve sopperire alle esigenze alimentari della cresciuta popolazione e perché condiziona, direttamente o indirettamente, altri settori economici.

Nei secoli passati, grandi avvenimenti storici hanno modificato il regime fondiario e in merito alla proprietà, della terra si è verificata la seguente evoluzione: proprietà collettiva, proprietà pubblica, proprietà privata. (signorile, borghese, coltivatrice). Si ritiene che la proprietà collettiva sia stata la forma primitiva di proprietà che una tribù o una comunità di villaggio esercitava sulle terre limitrofe. I singoli abitanti potevano esercitare il diritto di godere (lavorando la terra, facendo pascolare le bestie, sfrattando i boschi, ecc.), non quello di disporre.

La proprietà pubblica. Nel passato, l'imperatore dell'esercito vincitore diveniva proprietario della terra conquistata. Il feudo rappresentava una tipica forma economica di gestione della proprietà pubblica.

Al giorno d'oggi la proprietà pubblica si identifica col demanio statale. Il demanio statale in questi ultimi secoli ha incamerato dei beni ecclesiastici e comprende, inoltre, le espropriazioni per pubblica utilità.

Ma la terra è soprattutto proprietà di privati che la amministrano secondo la loro volontà, anteponendo i loro interessi a quelli della collettività.

Nei secoli passati erano per lo più le classi signorili che partecipavano al mercato della terra, cui erano connessi titoli nobiliari e diritti politici. Successivamente, con lo sviluppo delle attività secondarie e terziarie e a seguito del progresso della tecnica, fece la sua comparsa sul mercato fondiario la borghesia agricola, più preparata della nobiltà decadente.

Gli imprenditori borghesi seppero dapprima inserirsi fra le vecchie categorie dei lavoratori e dei nobili e poi si sostituirono a questi ultimi nella conduzione delle imprese agricole. La terrà cominciò così a trasferirsi dalle mani dei signori a quelle dei nuovi imprenditori più aperti al mercato e maggiormente animati nell'abbracciare le tecniche allora sconosciute. Essi provenivano dai commerci e dalle industrie e da questi settori produttivi portarono nelle campagne i capitali e lo spirito nuovo di impresa.

Così la terra venne a perdere alcune caratteristiche proprie del passato (di privilegio e di preminenza) per assumere quelle comuni alle imprese commerciali e industriali. E mentre nei secoli passati poteva rappresentare una comoda forma di possidenza nobiliare, ora cominciò ad essere considerata come una possibile forma di investimento di capitale. Fu specialmente durante il periodo che va dalla prima attività industriale e commerciale del secolo scorso fino alla vigilia della prima guerra mondiale, che il mercato fondiario si fece più attivo e venne esercitato dalle classi benestanti.

La mentalità produttivistica della classe borghese influì particolarmente sul mercato fondiario di allora; dandogli un orientamento mercantile; nel senso che l'investimento di capitali sulla terra doveva risultare fruttuoso come qualsiasi altro investimento. Dopo la prima guerra mondiale, ed ancor più dopo la seconda, è andato accentuandosi un notevole movimento nelle classi lavoratrici che ha incrinato alcuni tradizionali rapporti fra l'impresa, la proprietà e la mano d'opera e che ha favorito l'ascesa alla proprietà e, quindi, all'impresa delle stesse classi lavoratrici. Pertanto, il mercato fondiario assume, al giorno d'oggi, un aspetto nuovo. Infatti i nuovi acquirenti lavoratori - che guardano alla terra come ad una possibile fonte di reddito di lavoro, più che di capitale, per la propria famiglia - sono disposti a pagare valori sostenuti per i fondi, in modo da vincere nella concorrenza gli acquirenti capitalistici.

A questo punto si rendono necessarie alcune serie considerazioni.

La parola «piccola proprietà contadina al posto della grande proprietà» non ha alcun senso, è semplicemente reazionaria. Tutti coloro che esaltano i successi dell'agricoltura dei «lavoratori» sotto il capitalismo sono dei borghesi in malafede che ingannano i contadini. Costoro inneggiano all'«azienda del lavoratore» perché essa, dicono, elimina il dissidio fra capitale e lavoro dato che in un'unica persona fisica sono unite; tutte le figure economiche.

La borghesia si sforza di dimostrare che il contadino è un vero e proprio padrone, un elemento vitale e non uno schiavo del capitalismo.

Per valutare esattamente il grado di subordinazione dell'azienda contadina rispetto al capitale è necessario esaminare le condizioni di vita del lavoratore, la quantità di lavoro che esso deve fornire, quali problemi sorgono nella conduzione dell'azienda: Il problema dei sistemi di coltivazione, della concimazione della terra, della introduzione di macchine.

Se si trascurano questi problemi, come fa l'economia politica borghese, si ha una idea deformata dell'azienda contadina. Noi sappiamo bene che sotto il capitalismo la piccola produzione può esistere solo se la famiglia contadina si sovraccarica di lavoro, solo se vengono impiegate per 12 - 14 ore al giorno tutte le forze di .cui dispone la famiglia.

Il capitalismo condanna i contadini a un estenuante lavoro, a una riduzione dei bisogni, alla massima oppressione, costringendoli a lavorare più del lavoratore salariato, per compensare col proprio lavoro la mancanza di capitali e di attrezzi adeguati; e la piccola produzione si trova sempre in uno stato di arretratezza rispetto alla grande produzione agricola: ecco cosa apporta il capitalismo al contadino; questo e soltanto questo.

Purtroppo, i contadini sembrano non accorgersi di questa realtà. Anzi, i piccoli .contadini, sono da considerare, sotto certi aspetti, dei piccoli borghesi, padroni del loro pezzo di terra, che, quasi sempre, o vendono la loro forza-lavoro o assumono essi stessi dei salariati. Il contadino, finché rimane un semplice produttore di merci, non ha bisogno né di profitto né di rendita. Ma la produzione mercantile semplice tende ad essere sostituita dalla produzione capitalistica. Così, ad esempio, se egli ha ipotecato la sua terra, è costretto a ricavare dalla terra una rendita, la rendita dovuta al mediatore. Ed ecco che a questo punto egli non è più un semplice produttore di merci. È questo un esempio, e se ne potrebbero fare tanti altri, di come il contadino vende la sua forza-lavoro.

In un'altra fase il contadino finirà di vendere la propria forza-lavoro per assumere egli stesso dei salariati perché in una economia capitalistica, legata strettamente al mercato, la piccola produzione contadina non è possibile senza un impiego di salariati.

Il risultato di questa altalena nell'economia dell'azienda contadina, di questa continua lotta sotto ìl giogo ,del capitalismo, di ,questa continua oscillazione, da parte dei contadini, fra proletariato e borghesia è, da una parte, l'arricchimento di un numero esiguo di contadini e, dall'altra, l'immiserimento della maggior parte. Sono queste delle contraddizioni di fondo del capitalismo. da una parte, contadini che si arricchiscono, contribuendo, cosi, a tener oppressa la massa della popolazione rurale, e, dall'altra, contadini che vanno in rovina, diventando sotto proletariato. Queste contraddizioni non ci lasciano indifferenti, ma ci fanno trarre delle conclusioni ben diverse da quelle dei borghesi. Il capitalismo non può sanare queste contraddizioni, vive delle sue contraddizioni: nell'industria come nel commercio, come nell'agricoltura il capitalismo è regolato dalle medesime, inesorabili leggi. Queste leggi devono essere frantumate anche nel campo dell'agricoltura. I contadini non devono credere nelle parole ingannatrici degli economisti borghesi, ma devono convincersi che non vi è via d'uscita per loro in regime capitalistico. Devono convincersi che la loro unica via di salvezza è l'alleanza con quelle forze che vogliono trasformare l'attuale realtà agricola (coloni, mezzadri e, soprattutto, con i salariati) per una reale lotta di classe.

La classe operaia industriale rivoluzionaria conosce le esigenze e le difficoltà delle masse rurali e ritiene che la situazione si può risolvere solo se avanzeranno, idi pari passo, verso la costruzione del socialismo per eliminare quegli squilibri esistenti tra città e campagna, per eliminare riso. lamento di milioni di abitanti della campagna, isolamento che Marx ha definito «idiotismo della vita rustica».

Indubbiamente gli ordinamenti agricoli non si prestano ad essere modificati tanto facilmente. La causa della resistenza che oppongono gli ordini agricoli, fenomeno che si è sempre manifestato, è duplice: una morale, l'altra economica. Prima di tutto gli usi, le consuetudini, i pregiudizi del mondo agricolo, sono eccezionalmente tenaci. Nelle campagne si sono sempre avvertite di meno le rivoluzioni politiche, sociali, economiche che hanno sconvolto, nei secoli, determinati rapporti. Bisogna ammettere che nel mondo agricolo vi sono delle condizioni psicologiche speciali che non si riscontrano nelle altre manifestazioni della vita economica. Questa è la causa morale della resistenza che oppongono gli ordini agricoli a subire modificazioni. Ora vediamo la causa economica.

In quasi tutti i paesi del mondo esiste un forte divario fra percentuale di popolazione attiva rurale e percentuale di reddito nazionale afferente alla stessa. Ciò si ripercuote sul reddito «pro capite» che, per gli addetti all'agricoltura, oscilla intorno alla metà di quello afferente alle forze operanti negli altri settori produttivi. La causa va ricercata nella crescente forte richiesta di prodotti industriali, i cui prezzi si mantengono sempre sostenuti, e nella rigidità, invece, della domanda di prodotti agricoli, i cui prezzi possono subire delle oscillazioni notevoli. È risaputo che lo sforzo dei coltivatori, mirante a produrre di più, viene spesse volte frustrato dalla caduta dei prezzi dei prodotti, la cui domanda è anelastica (cioè anche notevoli variazioni nel prezzo fanno variare di poco la domanda).

Ciò si deve al fatto che mentre la richiesta dei prodotti agricoli è per lo più in funzione dell'incremento demografico di un Paese, quella dei prodotti industriali dipende tanto dall'incremento demografico che dal benessere economico dello stesso Paese. Si sa che in una famiglia, avente già un discreto tenore di vita, quando aumenta il reddito dei suoi componenti, ci si preoccupa di acquistare non più derrate alimentari agricole, bensì più beni che vengono forniti dagli altri settori produttivi (elettrodomestici, automobili, ecc.) e che rendono più comoda la vita. Pertanto, le attività secondarie e terziarie, più che la primaria, favoriscono maggiori posti di occupazione e assicurano più alti redditi alla persona in esse occupate. Inoltre, l'indice della natalità è sempre più alto presso le popolazioni agricole e pertanto, è inevitabile che avvenga uno spostamento di forze lavorative dalla agricoltura alle altre attività.

Va detto subito che l'esodo rurale non preoccupa quando è fisiologico, cioè quando è in funzione dell'espansione dell'economia che fa aumentare i posti di occupazione prevalentemente nei settori industriali, commerciali, ecc.; esso è allarmante quando è di natura patologica, cioè quando l'abbandono della terra è dovuto a disgusto e sfiducia motivati dai suoi bassi redditi.

I contadini sono lenti nelle loro decisioni e non abbandonano facilmente la terra per cercare lavoro in altri settori. Ma ogni giorno essi sono costretti a subire da parte delle classi dirigenti soprusi e ingiustizie e cosi molti abbandonano le campagne sperando in un avvenire migliore.

Sotto il regime capitalistico si stanno verificando in agricoltura dei mutamenti nelle diverse sfere economiche in modo da arginare le forze disgregatrici dell'economia capitalistica, Questa affermazione si può dimostrare prendendo in esame una delle tante forme di conduzione esistenti in agricoltura: la mezzadria.

Fino agli inizi dello scorso secolo il contratto di mezzadria è stato un contratto di locazione di opera; cioè nella mezzadria dominava il signore che pagava il lavoro della famiglia colonica, anziché con una quota fissa giornaliera ,di denaro, con la metà dei prodotti vendibili, variabili di anno in anno in funzione dell'andamento stagionale.

Dopo la seconda guerra mondiale, a seguito della forte spinta all'emancipazione .di cui sono attori tutti i rurali, la mezzadria è andata assumendo sempre più la fisionomia di un contratto di locazione di cosa. Con esso il lavoratore corrisponde al concedente, anziché un canone fisso in denaro o in natura, un canone variabile rappresentato dal 47% dei prodotti lordi vendibili annui.

Oggi la mezzadria, pur coprendo il 12% della superficie produttiva italiana è in crisi per i mutamenti che si stanno verificando nelle sfere economiche di entrambi i contraenti. Infatti, da una parte la famiglia mezzadrile, con la scomparsa del patriarcalismo, non è più in grado di fornire tutto il lavoro necessario ad un podere; dall'altra il concedente non è propenso ad introdurre più macchine al solo scopo di diminuire la fatica del lavoratore dal momento che il riporto della produzione rimane invariato o, potrebbe variare a vantaggio della famiglia colonica. E ,così si sostiene che il contratto di mezzadria arresta il progresso, dato che non consente ai fattori produttivi di combinarsi nelle proporzioni più consone alle cangianti situazioni economiche. È problema assai complesso stabilire in che misura il contratto di mezzadria abbia avuto nei decenni passati degli aspetti ,concreti, in che misura abbia svolto un ruolo importante e in che misura abbia favorito il progresso nelle campagne.

A noi interessa, soprattutto, l'aspetto sociale. I mezzadri, questi semi-proletari, non hanno mai costituito un vero potenziale rivoluzionario, non hanno mai avuto una vera coscienza di classe, non hanno mai avvertito veramente il problema della lotta di classe: il capitalismo, con le sue piccole concessioni, è riuscito a illuderli, ingabbiandoli nel suo gioco. Vale per loro lo stesso discorso fatto per i contadini o padroni»: potranno risolvere il loro problema sociale solo in una società socialista, che li libererà dalla schiavitù della terra e del padrone abolendo il sistema dell'occupazione privata della terra, favorendo il prevalere delle forme associative di lavoro, concentrando la piccola azienda in aziende più vaste e tecnicamente più avanzate. L'agricoltura sotto il capitalismo non ha vita facile, langue, soffocata dall'economia capitalistica. Essa è in ritardo nel suo sviluppo rispetto agli altri settori economici: questo fenomeno è comune a tutti i Paesi capitalistici ed è il fattore principale dello squilibrio fra le diverse branche dell'economia. Il capitalismo ha strappato l'agricoltura all'immobilità medioevale, ma non ha eliminato quelle forme ,di oppressione e di sfruttamento in cui giacevano le masse, anzi le ha ricreate sotto nuove forme, in una veste «moderna», sotto forme più ambigue.

L'esperienza passata ha chiaramente dimostrato l'inutilità, anzi la perniciosità degli interventi pubblici parziali nel settore agricolo in regime capitalistico. Si pensi, ad esempio, alle difficoltà sorte dalla fissazione dei «prezzi di sostegno» per certi prodotti. D'altra parte non si può ritenere possibile che la soluzione dei problemi agricoli scaturisca dal semplice meccanismo del mercato.

Le masse contadine devono capire questa realtà. Devono abbandonare le illusioni di cui si sono pasciute fino ad ora, devono prendere chiaramente coscienza che nell'intero periodo storico del capitalismo sussiste la lotta tra proletariato e borghesia e che i loro problemi sociali si possono risolvere solo allorquando il proletariato avrà il sopravvento sulla borghesia.

I salariati, il vero potenziale rivoluzionario, i coloni, i mezzadri, i piccoli contadini «proprietari», nel momento che portano avanti la difesa dei loro interessi nella dinamica di quelli generali del capitalismo, mettono in evidenza le sue contraddizioni, le sue incongruenze e approfondiscono la sua crisi portando un valido contributo alla lotta per il socialismo. La via del Socialismo è l'unica via possibile luminosa posta oggi dalla storia. Altra via per la conquista di un mondo senza proprietà privata e sfruttamento, non esiste.

Schema della questione agraria

La questione agraria non ha avuto, dal nostro partito, né l'attenzione né la trattazione che merita, data l'economia del nostro paese in cui sono profondi, per non dire insanabili, gli squilibri che sono andati determinandosi con l'avanzata del capitalismo monopolistico, con le sue trasformazioni di strutture imposte dalla rivoluzione tecnologica in contrasto con lo stato di arretratezza dell'agricoltura in generale; e nello stesso settore dell'agricoltura gli squilibri tra la padana capitalistica e il sud colonico; tra la grande proprietà terriera parassitaria e la piccola proprietà sempre indebitata e senza prospettive; tra la mezzadria e il bracciantato, ecc.

È implicito alla dottrina marxista che la rivoluzione proletaria debba trascinarsi, tra i residui del passato, anche e soprattutto vaste zone di economia agricola tuttora allo stato precapitalista; ma il problema è di sapere in che misura il settore capitalista. basato sulla moderna azienda agricola-industriale, le avrà superate ed eliminate per mole produttiva, per entità di affari e per estensione.

Ai dati, sempre prevedibili, dell'ulteriore sviluppo della conduzione agricola si lega la strategia dello stato socialista nella prima fase della sua edificazione.

Va notato a questo proposito che non vi può essere una espansione nel settore industriale, come quella in atto in Italia, a cui non si affianchi la tendenza ad un nuovo assetto strutturale nell'agricoltura. A ciò si aggiunga che l'integrazione economica europea con paesi ad elevata produttività agricola, viene a favorire spontaneamente un processo di modernizzazione nel suo complesso della nostra agricoltura, aumentando la tendenza all'eliminazione progressiva delle arretrate sopravvivenza.

Quale la forza motrice di questa politica di concentrazione degli investimenti a favore dell'azienda capitalistica per una soluzione capitalistica della politica agraria in Italia? È la forza economica della grande impresa capitalistica sostenuta dal monopolio e dall'intervento dello stato attraverso i canali del capitale finanziario. Nel quadro della trasformazione capitalistica dell'agricoltura, l'intervento dello stato sarà sempre più impegnativo e determinante, ed è quindi da prevedere che all'atto della conquista del potere da parte del proletariato l'area dell'economia agricola, da ritenersi come matura alla socializzazione, prevalga decisamente su quella della grande proprietà tradizionale, e sul latifondo feudale destinati alla spartizione perché «ogni famiglia contadina abbia tanta terra e attrezzi di lavoro da investire utilmente tutta la sua potenzialità razionale di lavoro».

Ai fini del consolidamento della rivoluzione, nella fase più delicata del suo sviluppo, ciò potrà significare da una parte la saldatura del settore industriale con quello delle aziende agricolo-industriali che garantirebbe quel processo di integrazione di prodotti dei due settori dell'economia su cui potrà strutturarsi e dispiegarsi il più ampio e totale esercizio della dittatura proletaria, e dall'altra parte saranno ridotti in proporzioni relativamente modeste i pericoli insiti in ogni politica di graduale avviamento alle forme socialiste di produzione delle zone agricole rimaste allo stato di conduzione parcellare, tipiche del precapitalismo e ancora così largamente presenti in certe regioni dell'Italia meridionale insulare.

Qualche esempio. Nel Molise, una delle zone depresse più tristemente note, è tuttora largamente in uso l'aratro di legno che esprime, anche troppo chiaramente, lo stato di arretratezza di quella economia agricola. In Sicilia il feudo e ancora nella proporzione del 20% e gli ex feudi lottizzati dalla riforma agraria del 1936 sotto p regime fascista, sono rimasti tali e quali li ha lasciati il fascismo con in peggio il deterioramento degli stabili resi in buona parte inabitabili per incuria, e la disuzione degli uomini abili al lavoro che ha dimezzato la popolazione agricola di questi ex feudi in cui l'impoverimento progressivo e la fame male ricompensano la dura fatica su pochi, insufficienti ettari di terra bruciata dal sole e senz'acqua.

La Lucania infine, questo «fasciame geologico», come pittorescamente la definì uno dei suoi figli, Giustino Fortunato, riproduce a tinte più fosche ed estremizzate le caratteristiche di depressione comuni a tanta parte del Mezzogiorno e delle isole.

Peccheremmo tuttavia di faciloneria e di fatuo ottimismo se non avvertissimo come questa strada obbligata sia irta di ostacoli fortemente radicali nell'arretratezza economica, in certa caparbietà quasi superstiziosa e nella forza cieca della consuetudine a certa vita contadina, più che nella tenace resistenza degli elementi naturali.

Bisogna avere chiara coscienza del necessario lento processo di gradualità imposto da questo particolare settore dell'economia agricola che non può essere ignorato e che non è lecito pensare che possa essere «saltato» con un improvviso, miracoloso innesto di industrializzazione a cui la massa contadina resisterebbe come ad un affronto portato alla sua insostituibile conoscenza e capacita di lavoro tramandati per secoli, da generazione a generazione, come un retaggio di pena, di fatica e di onesta, sudata povertà da cui non è facile distaccarsi se non sotto la spinta e la comprensione di mutate condizioni obiettive.

Con gente che non vede al di là del possesso del piccolo pezzo di terra, che ignora o guarda con sospetto ogni iniziativa di carattere collettivo, che ritiene economicamente giusto allungare la meno sulla proprietà altrui o dello Stato per un deteriore concetto di proprietà e che per difendere i limiti della «sua» proprietà, non esita ad uccidere chi osasse Molarla, il problema del passaggio ad una fase superiore di conduzione sorretta da centri consorziali per la fornitura di macchinari, di concimi chimici e di sementi elette, se non è di facile soluzione in regime di proprietà borghese della terra, tanto meno lo sarò nella fase iniziale dello stato operaio che questa proprietà nega anche quando è preoccupato di portare fino in fondo la rivoluzione borghese nel quadro detta sua dittatura di classe. In questa battaglia, che è in definitiva la battaglia per la vittoria della rivoluzione, vincere l'uomo nelle sue incomprensioni ed egoismi è compito più arduo che vincere l'opaca ostilità delle cose su cui si esercita la sua quotidiana fatica.

Questo, in prospettiva, il prevedibile sviluppo dell'area capitalista dell'agricoltura fino alla rivoluzione proletaria e quello della stessa economia agraria nella prima fase della costruzione d'una economia socialista; ma intanto come il partito intende operare concretamente in difesa degli interessi dei lavoratori della terra stretti nella morsa della crisi delle vecchie strutture e sotto la costante pressione parassitaria del monopolio?

È certo che il monopolio dei grandi industriali, che mira alla totale, «pacifica» dominazione dell'agricoltura dalla produzione alla trasformazione industriale dei prodotti fino al controllo della distribuzione, si avverrà in questa impresa sia dell'accordo degli agrari come, e soprattutto, del sostegno del governo. Caratterizzerà questa fase di conquista monopolistica la costituzione di grandi unità produttive, l'investimento di enormi capitali, un impiego adeguato e razionale di macchinari e fertilizzanti. Tuttavia questo allargamento del fronte capitalista nelle campagne non bloccherà la disordinata fuga dalle campagne, ma la renderà ancora più drammatica perché la legge del profitto capitalista non terrà in nessun conto i fattori umani e sociali che sono alla base di questo esodo di giovani lavoratori della terra verso i grandi centri industriali, ma se ne servirà come componente, non occasionale e quanto mai efficace, della propria strategia di conservazione.

La marcia del rullo compressore del capitalismo monopolistico nella campagna provoca inevitabilmente squilibri che la rivolta dei contadini sensibilizza con azioni improvvise, anche se per ora localizzate, che aprono una pagina nuova nella storia delle lotte contadine soprattutto nel meridione d'Italia. Qui i salari sono ad un livello bassissimo, quasi coloniale in confronto al nord; l'esosità del profitto non solo impedisce qualsiasi serio sviluppo economico-sociale per i lavoratori, ma approfondisce, esacerbandolo il divario fra Nord e Sud.

È da prevedere quindi la ripresa di un vasto movimento di lotta per la piena occupazione, per un miglioramento dei salari, per un adeguamento della vita in genere dei lavoratori al clima storico del dominio industriale.

Spetta agli organi locali del partito di tradurre quanto sopra in termini di organizzazione e di lotta, creando legami non transitori ma permanenti con le masse contadine.

Franco Bilotta

Prometeo

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