Quando il socialismo è burletta - L'esperienza "socialista" cinese al vaglio della critica marxista

Da diverso tempo, oramai, quanto riguarda la Cina trova ampio spazio in quotidiani, settimanali e riviste.

Le sorprese procurate dal governo cinese attraverso le aperture a Stati Uniti, paesi europei, Giappone hanno suscitato, da un lato, maggior attenzione, per le possibilità di nuovi sbocchi offerte da quel paese a capitali e merci, dall'altro, imbarazzanti ripensamenti, comunque senza prosieguo, per larga parte di coloro che guardavano all'esperienza cinese quale vivente modello di società socialista (e che, data fuor di dubbio la buona fede, già erano rimasti un poco scossi dalle questioni Ceylon, guerra indo-pakistana, Sihanuk, Lin Piao, che forzatamente riportava a galla Liu Sciao-ci, ONU ecc.).

Ma le sorprese, a dirlo subito, non scuotevano noi, di cui avevamo fatto previsione e per non essere beccati dall'astuto cli turno riportiamo, senza andare molto indietro, anche se meriterebbe, alcune righe dal numero 3 del 1971 di Battaglia Comunista (stese però in precedenza) riguardanti ovviamente non la sola Cina:

Noi dobbiamo fare delle previsioni e, secondo noi, la Cina non può non seguire la strada dell'industrializzazione rapida perché a questo obbiettivo tendono tutte le forze sociali interne del capitalismo e tutte le forze sociali esterne - molto più potenti - del capitalismo occidentale. Da una parte premono gli interessi della accumulazione primitiva cinese e dall'altra quelli dell'imperialismo mondiale che deve incessantemente accrescere l'accumulazione pena la caduta del saggio di profitto e l'arresto su scala mondiale del processo di produzione e circolazione delle merci. [...] Concludendo questa breve premessa l'analisi porta a queste due soluzioni:
le forze sociali autarchiche (piccola e media borghesia) la spuntano; la super-produzione americana non ha sbocchi; arresto della produzione, disoccupazione su larga scala, radicalizzazione delle masse; situazione rivoluzionaria;
vincono le forze sociali di rapida industrializzazione; apertura del mercato cinese al capitale americano ed europeo; rilancio della produzione, esportazione di capitali, crisi generale rimandata; situazione controrivoluzionaria.

Così, anche noi dedichiamo, sia pure per fini chiaramente differenti da altri, un po' di spazio alla questione (1), considerando che ci compete in modo inevitabile smascherare agli occhi del proletariato quel sedicente socialismo, non solo e tanto per chiarire le mistificazioni delle quali è stato ed è ancora vittima quanto per restituire ad esso fiducia nelle obbiettive possibilità di crollo e superamento del capitalismo (che per i comunisti sono scientificamente certezza), per cercare di conferire più sicura volontà di lotta contro ogni ammorbamento opportunistico e riformistico, che lo imbavaglia e disarma a tutto vantaggio del capitale.

Galbraith racconta

Trarremo spunto da “un'interessante relazione di John K. Galbraith sulla economia cinese” (pubblicata nell'Espresso del 10-12-1972; ad altra volta un'analisi del materiale proveniente dalle colonne del settimanale Pekin information); alle significative parti estratte dalla relazione premetteremo, al fine di comprenderle correttamente, un brevissimo schema delle caratteristiche fondamentali del capitalismo, che - una volta comparate a quelle in Cina vigenti - ci consentiranno di sapere con buona esattezza quale sia il regime economico-sociale lì esistente (non temiamo l'accusa di essere schematisti o rimasticatori; ad altri i sottili distinguo o il creare).

La società capitalistica è contraddistinta dalla produzione di merci, destinate allo scambio ed aventi un proprio valore, a secondo della quantità di lavoro socialmente necessario in esse incorporato. Esse vengono precipuamente scambiate con la merce danaro (cioè, l'incarnazione sociale del lavoro umano, la reale misura del lavoro. il mezzo universale di circolazione nella detta società, come definì Engels il denaro), vale a dire vendute. Pertanto, la società capitalistica conosce soltanto la legge del valore. Qui, merce l'accumulazione primitiva (o espropriazione primitiva - come avrebbe preferito che la si chiamasse Marx), la massa dei produttori è separata, aliena dai mezzi di produzione. La produzione è sì un atto sociale, ma lo scambio e con esso l'appropriazione sono atti individuali; il prodotto socialmente avutosi se lo appropria il capitalista. I produttori, null'altro possedendo se non il corpo (e quindi la forza) per lavorare, sono costretti a vendere la propria forza-lavoro, che ha essa pure un prezzo (valore), determinato dagli oggetti d'uso necessari per la sua conservazione e riproduzione. Questa forza-lavoro è una merce particolarissima perché non riproduce solamente il proprio valore, bensì ne crea continuamente di _nuovo/.

Il salario è il valore (prezzo) della forza-lavoro e la differenza fra questo valore e quello creato dal lavoratore, di cui si appropria la classe che detiene i mezzi di produzione, è il plusvalore, che ininterrottamente scambiato con nuove forze-lavoro e con nuovi macchinari e materie prime (che sono prodotti del lavoro), si fa capitale. Questo processo (ripetuto svariatissime volte) si chiama accumulazione di capitale. In questo regime economico, ogni scambio, ogni acquisto, ogni vendita di merci si svolge pertanto tramite il denaro (ivi compresa - e soprattutto - la forza-lavoro).

Galbraith, Presidente dell'American Economic Association, dimostra di muoversi con certa sicurezza all'interno della materia (e vedremo come ciò che proviene direttamente da fonti cinesi lo conferma); infatti, dopo aver premesso che:

dall'8 al 22 settembre i cinesi ci hanno fornito un numero eccezionale di dati e ragguagli sulla loro economia,

così esordisce:

Lo sviluppo parte da un livello di produzione pro-capite molto basso, e il prodotto nazionale è ancora basso. Ma vi sono prove massicce di uno sviluppo: nuove abitazioni, nuovi impianti industriali, nuovi edifici nei vecchi impianti [...].

Quindi, passa ad aspetti più caratteristici:

Da noi (in USA) gli incentivi pecuniari e principalmente il desiderio di far soldi, vengono ampiamente celebrati. I cinesi non hanno rifiutato gli incentivi pecuniari. Circa l'ottanta per cento della popolazione è ancora collegato all'agricoltura: le squadre di produzione, che costituiscono le unità di base delle comuni popolari, vengono pagate per ciò che guadagnano, detratti i costi e le imposte, e la produzione viene suddivisa tra i membri a seconda delle ore di lavoro prestate, computo che viene modificato da un sistema di punti basato sull'abilità, la forza fisica e l' "attitudine al lavoro" ossia sul quanto sono diligenti o pigri. Chiaramente i cinesi si fidano fortemente, più fortemente che nelle altre economie socialiste, dell'organizzazione. Il sistema economico è un grande battaglione nel quale alcuni conducono, molti rispondono e viene dato grande rilievo al senso di motivazione dei soldati. L'organizzazione è per sua natura gerarchica, contenendo in sé un sistema di classi in cui alcuni comandano e molti assentono.

A parte la perla delle varie economie socialiste o la non chiarezza nella questione sistema di classi, d'altronde ad economisti di più è difficile chiedere; possiamo proseguire:

I cinesi si sono messi all'opera per eliminare i loro tre tipi di disoccupazione. La disoccupazione ricorrente e quella nascosta costituiscono l'obbiettivo delle imprese industriali ed artigianali nelle comuni. Esse impiegano le persone che sono stagionalmente inattive o che non possono essere usate efficacemente o non sono necessarie per la produzione del raccolto.

Quali le esigenze all'ordine del giorno dell'economia cinese per l'interno? La prima:

è quella di far fronte alla richiesta di grano e abbigliamento: il riso o il cereale suo equivalente sono i due beni che sono razionati...

l'altra riguarda:

le abitazioni, specialmente nelle città (che) sono molto al di sotto delle necessità.

Ed ora, tutto d'un fiato:

Le decisioni riguardanti la produzione vengono prese in relazione alla domanda di consumi, riflessa tramite una grossolana approssimazione al sistema ordinario dei prezzi. I prezzi vengono stabiliti in linea con i costi medi con un supplemento (specifìcatamente non in relazione con i costi) per la qualità più elevata. Sui capitali in prestito vengono addebitati interessi. Attualmente i tassi sono del 5,04 per cento per gli stabilimenti industriali e commerciali; 4,56 per cento per le comuni; 1,216 per cento per lavori di costruzione ed irrigazione di basilare importanza. La Banca del Popolo paga il 3,24 per cento sui depositi vincolati. [...] Stabiliti i prezzi, ciò che la gente compra determina ciò che viene prodotto.

Nota: vecchia fesseria dei rappresentanti l'economia di mercato che va letta così: produzione di merci, loro prezzo, acquisto delle medesime, dove più forte sul mercato è la richiesta, sotto, per quanto possibile, ad investire capitali, a produrre, a vendere, a realizzare così il più alto profitto possibile; altro richiamo: produzione capitalistica di merci significa inequivocabilmente preesistenza di denaro e mercato (2), vale dunque qui pure...

la formula per il ciclo del capitale monetario: D - M ... P ... M' - D', dove i puntini stanno ad indicare l'interruzione del processo di circolazione, e M' e D' rappresentano M e D con l'aggiunta di plusvalore

Il Capitale, Libro II, Cap. I

Praticamente si voleva dire quanto da noi in seguito ordinato; comunque, ci sarebbe andato bene lo stesso.

I prezzi di circa trecento prodotti ricadono sotto la giurisdizione del governo centrale. Per gli altri, i prezzi vengono stabiliti dalle autorità della programmazione, statali o locali, ma i "bruschi cambiamenti" devono essere riferiti al governo centrale. Nell'agricoltura la produzione è organizzata dalle comuni popolari che, come i kibbutz israeliani, svolgono una attività industriale collaterale. Altrove Io strumento di base è la azienda familiare ed universale.

Galbraith

Data la notevole dimensione di queste unità produttive (in molte il numero dei membri è tra i 5-6 mila, in alcune tra i 30-40 mila)...

in misura crescente, l'unità produttiva è la squadra di produzione che conta 150-200 membri, che stabilisce i compiti di ciascun lavoratore. In essa, secondo il principio neo-socialista (per usare le parole di uno dei nostri interlocutori) per cui "ciascuno fa del suo meglio - ciascuno secondo il proprio lavoro", viene stabilita la misura del compenso individuale. Le imposte sulle comuni rimangono fissate in un ammontare stabilito e pertanto diminuiscono in proporzione all'aumento della produzione. Attualmente esse sono in media dell'8 per cento. Dopo le deduzioni dagli introiti dell'1 o 2 per cento per la conduzione, dal 5 al 7 per cento per spese di assistenza ed accumulazione di capitale, nonchè il costo dei fertilizzanti ed altre spese in denaro, le entrate vengono divise tra le squadre secondo la loro produzione; e all'interno delle squadre, come già detto, secondo la quantità e la qualità del lavoro dei singoli membri.

Con Galbraith basta così, benché tratti poco dopo delle “entrate ufficiali dello Stato”, dei “profitti delle imprese industriali e commerciali”, dei “prezzi” dei prodotti agricoli, industriali e al consumo ecc. ecc.

Lavoro salariato, condizione del capitale

Allora, già si sente qualcuno, come la mettiamo? Non è socialismo quanto di cui sopra? Basta non farsi fregare dalle parole e la risposta arriva puntuale e tagliente: no!

Prima però, riagganciandoci al brevissimo schema d'inizio, scrutiamo qualche fonte cinese con seguito di nostre osservazioni. In Cina i lavoratori ricevono un salario col quale acquistare oggetti d'uso necessari per la loro conservazione e riproduzione; pubblicazione ufficiale, Il grande decennale, Pechino 1959: esistono in Cina a tutto il 1957, 24 506 000 tra “lavoratori salariati e stipendiati”, dei quali 9 milioni sono “operai industriali”; sig. comp. Fong, “dirigente di fabbrica” e “responsabile del comitato rivoluzionario” della Fabbrica generale petrolchimica di Pechino con 13 mila operai (l'Espresso del 17-9-1972) alla domanda: “Quali sono i salari minimi e massimi in questa fabbrica?”, risponde:

Le categorie operaie sono otto. Il guadagno minimo mensile è di 34 yuan (ogni yuan equivale a 270 lire italiane), il massimo è di 108 ma cerchiamo di ridurre gradualmente il ventaglio salariale. I dirigenti di partito guadagnano 200 yuan al mese. I giovani apprendisti guadagnano 16 yuan al mese per i primi due anni. La media salariale in questa fabbrica è di 68 yuan.

A ulteriore riprova vedere, riguardo ai salari, La rivoluzione culturale in Cina di Joan Robinson e II socialismo in Cina (opera sufficientemente chiarificante che qui ancora ritroveremo) di Bettelheim-Charrière-Marchisio:

Partendo dall'osservazione di pochi casi è difficile fornire un quadro esatto dei salari. [...] La scala dei salari operai si compone di otto gradini che vanno da 40 a 120 yuan mensili, mentre il salario medio oscilla fra 70 e 80 yuan. Il ventaglio dei salari dei tecnici si apre fra i 60 ed i 100 yuan mensili. Tuttavia, in una grande officina di concimi di Shangai, l'ingegnere-capo riceve 250 yuan al mese e i direttori da 120 a 180. (3)

Ora, per i comunisti:

il capitale presuppone il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale. Essi si condizionano a vicenda; essi si generano a vicenda... [Per cui] il capitale può accrescersi soltanto se si scambia con forza-lavoro, soltanto se produce lavoro salariato. La forza-lavoro del salariato si può scambiare con capitale soltanto a condizione di accrescere il capitale, di rafforzare il potere di cui è schiava... [Quindi] il capitale ed il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto... [ed] anche il capitale è un rapporto sociale di produzione. Esso è un rapporto borghese di produzione, un rapporto di produzione della società borghese.

Marx, Lavoro salariato e capitale

E quindi ancora:

Condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato si basa esclusivamente sulla concorrenza degli operai fra di loro.

Marx ed Engels, Manifesto del Partito Comunista

Dal che si ricava la semplice tesi seguente:

Il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù e di una schiavitù che diventa sempre più intollerabile nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l'operaio sia pagato meglio, tanto se sia pagato peggio.

Marx, Critica al Programma di Gotha, condanna decisiva d'ogni fetentume opportunistico

Il denaro, permettendo l'acquisto di forza-lavoro (con tutte le ovvie ripercussioni), è qui pure imperante; anzi, della moneta nazionale si vanta la saldezza: “Quella cinese è una delle poche valute stabili al mondo”, commenta il Quotidiano del popolo del 6-7-1969. Le aziende statali che, a quanto dice la propaganda, apparterrebbero a tutti i lavoratori, per mezzo di prestiti ottenuti dalla Banca del Popolo o da altre banche, possono con il denaro acquistare forza-lavoro, trattenere la differenza (e ciò la succitata relazione ben dimostra) fra il valore prodotto dalla stessa e quanto le è stato versato e quindi reinvestire il plusvalore creato dall'utilizzo appunto della merce di cui sopra; il che significa trasformarlo in capitale, senza alcuna interruzione.

É un principio fondamentale della produzione capitalistica che il denaro si contrappone alla merce quale forma autonoma del valore, ossia che il valore di scambio deve assumere nel denaro una forma autonoma, e ciò è possibile unicamente quando una merce determinata diventa la materia al cui valore si devono commisurare tutte le altre merci, così che proprio per ciò diventa la merce universale, la merce par excellence in contrapposizione a tutte le altre merci. Ciò si deve manifestare - soprattutto (e quindi non lì solo) presso le nazioni capitalistiche sviluppate, che sostituiscono il denaro in grande quantità - in due modi: da un lato mediante operazioni di credito, dall'altro mediante moneta di credito.

Marx, Il Capitale - Libro III - Cap. XXXII

A conferma, riportiamo:

L'esistenza della moneta significa che esistono egualmente problemi finanziari e problemi di credito nelle economie socialiste attuali e, in particolare, in quella cinese. Essi implicano in pratica l'esistenza di un sistema bancario destinato a raccogliere le liquidità eccedenti delle aziende e, eventualmente, anche dei privati (risparmio), e a ripartire tali liquidità secondo i bisogni della economia, soprattutto mediante prestiti accordati alle aziende produttrici del settore statale, o del settore cooperativo. L'esistenza della moneta, o più precisamente l'esistenza stessa delle condizioni che rendono la moneta indispensabile nella sfera della produzione, significa infine che è indispensabile l'intervento di organismi commerciali nelle relazioni tra le aziende produttrici e fra queste e gli enti di distribuzione.

Il socialismo in Cina

E, per i marxisti, già ne cresce, ma proseguiamo, pure se la voglia a chiudere è forte. Ma le banche, in Cina, come stanno?

Dal 1952 i depositi delle banche cittadine si sono moltiplicati per sette, mentre i depositi delle banche rurali si sono centuplicati. Attualmente il totale dei depositi delle banche cittadine e rurali supera l'ammontare della valuta in circolazione. Questi sono i fattori che danno prestigio sul piano internazionale alla valuta cinese, nel momento in cui il sistema monetario della maggior parte del mondo capitalista è sull'orlo del crollo.

Lettera dalla Cina, nr. 66, Pechino, 20-7-1969

Testardi come siamo, apriamo al cap. XXV del Libro III, Il Capitale:

Una banca rappresenta da un lato la concentrazione del capitale monetario, cioè di coloro che danno a prestito, d'altro lato la concentrazione di quelli che prendono a prestito. Il suo profitto consiste generalmente nel fatto che essa prende a prestito a un tasso meno elevato di quello con cui dà a prestito. Il capitale di cui le banche dispongono per il prestito affluisce loro in modi diversi.

La lunga marcia nelle citazioni prosegue:

Per sette anni (più tardi il termine fu spostato a dieci; "conforme decisione del Congresso nazionale del popolo del 16 aprile 1962", Peking review, 16, 20-4-1962) lo Stato versa ogni anno il 5 per cento ai capitalisti - così si chiamano durante quel periodo gli ex-proprietari; perciò il Signor Schao (un capitalista) fino a tutto il 1962 aveva diritto ogni anno al 5 per cento di 700 mila yuan, vale a dire a 35 mila yuan. Egli spiegò:

Di questa somma noi spendiamo annualmente circa 20 mila yuan; noi, vale a dire la nostra famiglia; [...] con i rimanenti 15 mila yuan compriamo azioni statali, che fruttano un interesse del 4 per cento.

Se la famiglia segue questo sistema per sette anni possiederà circa 100 mila yuan di azioni statali e ne ricaverà ogni anno 4 mila yuan di interessi. (Pechino e Mosca di Klaus Mehnert)

Il tutto si traduce: lunga vita al denaro socialista! Sempre in questo paese, attraverso prestiti bancari, un determinato gruppo più o meno numeroso di individui, purché dia sufficienti credenziali, può ripetere il medesimo scherzetto (di cui parlavamo) delle aziende statali, la qual cosa vale proprio per le comuni popolari, dove si prende col denaro forza-lavoro stagionale e si dà salario alle varie categorie ivi lavoranti.

“Comuni”, imprese, interesse, salario; classici connotati della produzione mercantile

Una breve parentesi si rende necessaria. Programma di Erfurt, 1891, con Engels a magnificamente correggere, correzioni ben distinguibili nella stesura definitiva:

Trasformazione delle proprietà capitalista in proprietà sociale e trasformazione della produzione di merci attuale in produzione socialista, da parte della società intera e per la società intera.

Questa, la netta soluzione marxista dello storico enigma! Al contrario, quella delle comuni rimane intera nella produzione per lo scambio con necessaria esistenza dell'equivalente generale, vale a dire il denaro misura di tutti gli scambi, agile sostitutore da secoli e secoli del primitivo ed ingombrante bestiame (cfr. Considerazioni supplementari al Libro I de II Capitale). Nel modello non socialista delle comuni popolari la produzione non è svolta “da parte della società intera per la società intera”, bensì da parte delle comuni per le comuni e il mercato in quanto produzione di merci bisognosa, a ripetere, dell'equivalente generale. In tali condizioni non può non esistere il sistema del salario:

nelle comuni popolari - ormai in numero di 26 mila; siamo al 1960 - più produttive era possibile anche la distribuzione di pasti gratuiti, mentre il salario veniva corrisposto in denaro.

E dunque:

in pratica, il salario è pagato in denaro, vale a dire in ciò che è l'espressione pura del valore; così pure l'interesse e la rendita... [Ma] il denaro non è una cosa, non è che una forma determinata del valore, quindi pre suppone di nuovo il valore.

Marx, Cap. L del Libro III

Nella patria del Maotsetungpensiero, sviluppata, da quanto visto, è la sperequazione dei salari e l'operaio, come nell'Italietta, acquista col denaro quei prodotti che gli sono indispensabili per vivere sul mercato, di cui subisce - voglia o no - i prezzi. E come è il mercato in Cina? “Il mercato è fiorente”. E i prezzi? “I prezzi sono stabili”. (Vecchie storielle propagandistiche ad uso gonzi, udite ormai da un secolo e mezzo buono e in questo caso tratte dal Quotidiano del popolo, ma anche da Lettera dalla Cina; citati sopra).

Non casualmente si vanta la produzione di acciaio, giunta, nel 1969, a quasi 20 milioni di tonnellate, inferiore sì di quattro volte quella russa e di quasi cinque volte quella degli USA, ma non lontana da quella inglese (26 milioni di tonn.) e addirittura superiore a quella italiana (17 milioni); mentre nel 1972, “con un aumento del 9,5 per cento rispetto al 1971”, ne sono stati prodotti 23 milioni di tonnellate, dal Genmingibao del 3-1 c.a. Sotto, per quanto si può, a sviluppare il settore producente beni di produzione; sotto, a rendere secondario quello producente beni di consumo! Accumulazione, e non consumo sociale: è la logica parola d'ordine. (4)

Come nettamente indicano gli ultimi sviluppi politici, la Cina apre i suoi mercati a capitali e merci dei paesi a capitalismo avanzato e nel contempo cerca di accedere competitivamente, per quel che può, al mercato mondiale, subendone così - prendere o lasciare - le fluttuazioni e le esigenze (1970: 2165 milioni, in dollari USA, le importazioni; 2060 milioni le esportazioni).

Ma, a rimasticare un po' il mercato è propriamente contraddistinto dallo scontro concorrenziale di merci, e la merce è fenomeno tipico di un certo modo di produrre, certamente non socialista (infatti, la merce è caratterizzata da un valore di scambio, oltre che d'uso ed esattamente per questa attitudine essa è la forma elementare di ricchezza della società capitalistica). Marx così presentò la questione:

A un primo sguardo la ricchezza borghese appare come una enorme raccolta di merci e la singola merce come sua esistenza elementare.

Dunque, non una società in cui vengano prodotti valori d'uso, vale a dire prodotti destinati ad essere consumati dai produttori, bensì un'altra, nella quale la gran massa dei prodotti del lavoro umano ha come proprio scopo l'essere scambiata sul mercato (o venduta): e questo è la merce. Nella società capitalista la produzione mercantile (cioè la produzione di valori di scambio) conosce il suo più vasto sviluppo ed il capitalismo è proprio quella società in cui la maggior parte della produzione è produzione di merci. Ma la produzione di merci implica la creazione continua di plusvalore (che necessariamente ha quale destino il trasformarsi in capitale) ed allora, per quanto si è visto, anche la quasi totalità della produzione cinese è produzione con e per l'estorsione di plusvalore al lavoratore salariato - più precisamente, è produzione per il profitto, inteso marxisticamente. Ed ancora dov'è socialismo se lì, come altrove, il denaro rende, frutta interesse; sia sotto forma di interesse diretto che lo stato esige per i prestiti concessi alle imprese, statali e no, ed alle comuni popolari, sia sotto forma di prestiti emessi dalla Banca del Popolo, i cui titoli procurano interesse ai possessori? Se lì, come altrove, domina socialmente la legge del valore, da cui profitto, accumulazione, sfruttamento; se tutto si può scambiare col denaro, si può acquistare; se riscontriamo economia di mercato ed economia di impresa, allora sulla strada del capitalismo la Cina vi è già; avanti a tutta forza, dunque, per calcarla fino in fondo!

Non avremmo compreso, in termini dialettici, la realtà cinese? Sentiamo chi, al contrario, l'ha compresa:

Le imprese contribuiscono in gran parte a dare al sistema delle comuni la sua specificità e il suo dinamismo. Tratti principali di tali imprese sono i seguenti: l'impresa comunale copre settori molto vari: strumenti per aratura, cementifici, cave di pietra, officine meccaniche, vetrerie [...]; ogni impresa possiede autonomia contabile e finanziaria; i prodotti fabbricati sono venduti ai prezzi standard fissati dallo Stato, mentre i prezzi dei prodotti originali sono fissati dalla comune; il personale comprende mano d'opera permanente e stagionale [...]; la remunerazione è costituita da un salario a tempo (un trattorista guadagna 30 yuan al mese ...); ogni impresa viene creata sulla base di crediti concessi dalla cooperativa di credito, all'interesse annuo del 3 per cento.

Per cogliere, subito dopo, un farfallone in volo:

Un economista cinese, ad esempio, ha sottolineato il fatto che "l'azienda non esiste isolatamente. Essa non è che una parte dell'economia nazionale, ed esercita un'azione sulle altre aziende". Di conseguenza, secondo quell'economista, può succedere che un'azienda giunga ad accrescere i suoi profitti compiendo azioni, sia pure legali, che incidono sul buon funzionamento delle altre aziende e nuocciono allo sviluppo globale dell'economia.

Il tutto tratto da Il socialismo in Cina, paese in cui:

il concetto di contratto ha un ruolo ancora più importante nella scelta e lo smercio dei prodotti fabbricati dall'impresa, soprattutto quando si tratta di beni di consumo. È questo un campo in cui i dirigenti cinesi si sforzano visibilmente di riformare il sistema di produzione e di distribuzione, centralmente pianificato, che viene adottato nei paesi socialisti d'Europa. Alle direttive obbligatorie essi hanno preferito una larga iniziativa dell'impresa.

E bravi! A chi di volontà più tenace della nostra regaleremmo volentieri una serie di numeri di pagina di questo libro “interessante”, onde svolgere quanto da noi non svolto; nelle tabelle ivi riportate si possono benissimo riscontrare le sperequazioni in reddito esistenti fra comune e comune, non soltanto, ma fra famiglia e famiglia all'interno della stessa comune; il che si dimostra da sé - riguardo questo aspetto, vedere anche Dove va la Cina? di Guillain. Per parte nostra abbiamo svolto i dovuti computi, troppo lunghi per essere qui ripresi.

Ma, non dialettici come siamo, prendiamo per buona un istante la merce propagandistica secondo cui l'impresa (o l'azienda) ha sciolto al proprio interno ogni nodo di privilegio e sfruttamento, distribuendo in denaro ai suoi membri tutto il valore del lavoro svolto; si verrebbe ad avere che questa impresa (o azienda) dai connotati autonomi, limitata settorialmente e localmente, vedrebbe pur sempre presenti ai suoi limiti ben ristretti il mercato e lo scambio (non negati) per i quali conseguentemente si produrrebbe, dandosi così inevitabilmente un sistema in termini economici anarchico, nel quale tutto verrebbe a muoversi e innanzi tutto (dunque non solo e tanto) l'accumulazione come accumulazione di denaro con cui acquistare nuovi mezzi di produzione e quindi reintrodursi il più competitivamente possibile nel meccanismo sociale, al fine di ottenere per i propri membri la migliore condizione di agiatezza economico-sociale (in una parola: il massimo arraffo). Allora, in un sistema di tal fatta, quando in base alla differente produttività del lavoro un'impresa (o un'azienda) viene a svilupparsi più velocemente di un'altra, ingigantendosi, come si ovvierà al soggiogamento reale e non fittizio della seconda da parte della prima? Si racconti. Un tale sistema sociale, anziché egualitario, si ritroverebbe competitivo ed oppressivo, con fior di privilegi, sperequazioni e sfruttamento, quanto l'attuale.

Fesserie di questo genere non a noi sono da addebitarsi, abbiamo soltanto svolto quanto necessario svolgere. Possiamo invece scrivere con ben altra lucidità:

Il fatto che gli operai vogliano creare le condizioni della produzione collettiva alla scala sociale e, prima di tutto, nel loro paese, dunque su scala nazionale, significa semplicemente che essi lavorano al mutamento delle odierne condizioni di produzione e non ha alcun punto di contatto con la fondazione di società cooperative protette dallo Stato!

Marx, Critica al Programma di Gotha

Le società cooperative di cui parlava il Programma Socialdemocratico si ponevano comunque, almeno teoricamente, ad un livello più avanzato che non le aziende o le imprese della Cina attuale.

Nel quadro fin qui mostrato possono allora magnificamente inserirsi furbate stantie tipo quella presentata ai primi del 1970 da Bandiera Rossa “pubblicazione teorica dei comunisti cinesi” (non manca coraggio), che afferma:

Se la pianificazione fosse basata sulla legge del valore, lo Stato non potrebbe sviluppare l'industria della difesa, che non è redditizia, costruire un'industria pesante o industrie nell'interno, impiantare un sistema industriale diversificato in una determinata area, provincia o città, al fine di essere preparati contro la guerra, nè sviluppare in appoggio all'agricoltura aziende destinate ad avere un basso rendimento; lo Stato non potrebbe neppure rispondere alle crescenti esigenze quotidiane del popolo, che vanno sovvenzionate, così come gli sarebbe impossibile produrre le merci necessarie per appoggiare la lotta rivoluzionaria dei popoli del mondo, che è quanto richiede l'internazionalismo proletario.

Ma, di grazia, dove mettiamo l'accumulazione? Altrimenti, a questa stregua, USA, URSS, CEE, Giappone ecc. sarebbero paesi socialisti, non soltanto, ma anche -fedeli applicazioni dell'internazionalismo proletario!

O anche l'altra furbatina, approvata il 14-4-1969 al IX Congresso del P.C.C., secondo la quale:

Dobbiamo sviluppare appieno l'iniziativa e la creatività rivoluzionaria delle masse popolari delle varie nazionalità, fare con fermezza la rivoluzione [s'intende, quella democratico-borghese - ndr] e stimolare con vigore la produzione, e adempiere e superare il piano di sviluppo dell'economia nazionale.

Stato popolare o stato proletario?

Ora, per ragioni di spazio, tralasciamo le questioni inerenti il contesto internazionale, da cui è scaturita la realtà cinese attuale, l'era imperialistica, l'ideologia, la funzione del partito ecc., d'altronde già da noi esattamente affrontate nei nr. 9, 13/14, 16/17 della III serie di Prometeo, tanto per citarne alcuni (ma si vedano pure le apposite raccolte di Battaglia); ci soffermeremo - invece -un momento sulle ormai rancide storielle riguardanti il popolo, genere “Popoli di tutti i paesi, unitevi”, “Fare tutto nell'interesse del popolo”, “Dittatura democratica popolare”, “Stato popolare” ecc., anche in riferimento ai due ultimi brani citati e vedremo prestamente come il tutto sia non tanto premarxista quanto antimarxista. A vari brani tratti da fonti ufficiali cinesi faremo seguire, accusi chi vuole, brani scelti dalla schietta linea marxista.

Tanto per iniziare, ci sorbiamo il Preambolo della Costituzione, da sé già delucidante:

Il regime democratico popolare nella Repubblica Popolare Cinese, vale a dire il regime di nuova democrazia, assicura al paese la possibilità di liquidare in modo pacifico lo sfruttamento e la miseria e di edificare una società socialista prospera e felice.

E chi consente tutto ciò? La “dittatura democratica popolare”, che significa “dittatura per i reazionari” e “democrazia per il popolo”; reazionari sono “la borghesia compradora e la classe dei proprietari fondiari”, mentre il popolo “sono le classi degli operai, dei contadini, della piccola borghesia urbana e della borghesia nazionale”.

La liquidazione pacifica dello sfruttamento e della miseria è garantita dallo “Stato Popolare (che) protegge il popolo” in quanto:

il nostro Governo Popolare rappresenta veramente gli interessi del popolo, è un Governo al servizio del popolo... [e dunque] nel nostro paese, le contraddizioni tra la classe operaia e la borghesia nazionale fanno parte della categoria delle contraddizioni in seno al popolo.

Perciò:

nelle condizioni concrete della Cina, questa contraddizione di classe di natura antagonistica può essere trasformata, se trattata nel modo giusto, in contraddizione non antagonistica ed essere risolta con metodi pacifici.

Ma, in pratica...

chi deve esercitare la dittatura? Naturalmente la classe operaia e il popolo da essa diretto. Non si applica la dittatura in seno al popolo. Il popolo non può esercitare la dittatura su se stesso, una parte del popolo non può opprimere l'altra... [Infatti] in circostanze normali, le contraddizioni in seno al popolo non sono antagonistiche. [...] In un paese socialista, questo sviluppo (cioè quello antagonistico) è generalmente solo un fenomeno localizzato e temporaneo. La ragione è che il sistema di sfruttamento dell'uomo sull'uomo è stato abolito e che gli interessi del popolo sono fondamentalmente gli stessi... [Così] in Cina, la trasformazione socialista, per ciò che concerne la proprietà, è stata fondamentalmente completata; le vaste e tempestose lotte di classe condotte dalle masse in periodo rivoluzionario sono sostanzialmente terminate.

Infine, a ribadire, data 1956:

il sistema socialista è stato instaurato nelle sue linee essenziali.

Vedere “La dittatura democratica popolare” e “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”

-

[Lo stato popolare, di cui sopra] si avvale delle qualità positive dell'industria e dell'economia privata che servono al benessere nazionale e alle condizioni di vita del popolo; pone un freno alle loro qualità negative che non sono utili al benessere nazionale e alle condizioni di vita del popolo; incoraggia e dirige la loro trasformazione in diverse. forme dell'economia statale-capitalistica, per cui i beni capitalistici vengono progressivamente sostituiti dalla proprietà di tutto il popolo [ed anche] garantisce l'aumento graduale dei lavoratori occupati, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l'aumento del salario reale.

artt. 10 e 91 della Costituzione Cinese

Insomma, in questo paese, gli interessi del proletariato “sono fondamentalmente gli stessi” della borghesia, in quanto si ha sì “contraddizione di classe” ma risolubile “con metodi pacifici” poichè “contraddizione in seno al popolo” e “una parte del popolo non può opprimere l'altra”. Ribattendo i vecchi chiodi marxisti, andiamo a demolire l'antica canzone borghese.

Innanzi tutto, parlare di popolo...

è un'astrazione, se tralascio ad esempio le classi da cui esso è composto. A loro volta, queste classi sono una parola priva di senso se non conosco gli elementi su cui esse si fondano. per es., lavoro salariato, capitale ecc. E questi presuppongono scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Il capitale, per es., senza lavoro salariato, senza valore, denaro, prezzo ecc., è nulla. Quindi se cominciassi con la popolazione, avrei una rappresentazione caotica dell'insieme.

Marx, Introduzione a Per la critica dell'economia politica

E a chi o cosa giovino le rappresentazioni caotiche ben conosciamo. Questo, a gradire, il metodo. Voce ancora a Marx - 1871:

Prima di realizzare la trasformazione socialista. è necessaria la dittatura del proletariato, della quale è primaria condizione l'armata proletaria. (5)

E Lenin di rimando:

Una via di mezzo tra dittatura borghese e dittatura proletaria non c'è e non ci può essere. Tutti i discorsi sull'indipendenza o sulla democrazia in generale, con qualunque salsa siano conditi, sono un immenso inganno, il maggior tradimento del socialismo.

Altro che “dittatura democratica popolare”! Si passa poi ai “metodi pacifici”:

la sostituzione dello stato proletario [e non popolare] allo stato borghese è impossibile senza rivoluzione violenta.

Ed allora, ovviamente:

i democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta delle classi le loro fantasticherie sull'intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la trasformazione socialista come una fantasticheria; non come l'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma come la sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri compiti. Quest'utopia piccolo borghese, indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di sopra della classi, praticamente non porta ad altro che al tradimento degli interessi delle classi sfruttate. (6)

Lenin, Stato e rivoluzione; altra precisa condanna d'ogni fetentume opportunistico; opera che andrebbe totalmente riportata e continuamente rimasticata

Ma con le altre classi facenti parte del popolo, come poniamo la questione? Manifesto, non di pinco o pallino, ma del Partito Comunista:

Di tutte le classi che stanno oggi di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe realmente rivoluzionaria. [...] I ceti medi, il piccolo industriale, il negoziante, l'artigiano, il contadino, tutti combattono la borghesia, per salvare dalla rovina la loro esistenza di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari in quanto tentano di far girare all'indietro la ruota della storia. [...] Quanto al sottoproletariato... per le sue stesse condizioni di vita è disposto piuttosto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie.

E “le condizioni concrete della Cina”, “particolari”, per lo meno al sorgere del regime attuale, non rendevano torse ineluttabili alleanze di classi? Non dimenticate le “condizioni concrete”, “particolari”! II proletariato doveva allearsi per vincere, per andare al socialismo.

Schema marxista ad ordinare

Lo schema marxista sovviene a mettere le cose a posto:

Il proletariato attraversa diversi gradi di evoluzione storica. Ma la sua lotta contro la borghesia incomincia con la sua stessa esistenza.

Dunque, in una prima fase,

gli operai formano una massa dispersa per tutto il paese e sparpagliata dalla concorrenza. La solidarietà di maggiori masse operaie non è ancora la conseguenza della loro propria unione, ma è dovuta alla unione della borghesia, che per raggiungere i suoi propri fìni politici, deve mettere in moto tutto il proletariato ed è per il momento in grado di farlo. In tale fase i proletari non combattono dunque i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali (compradores), i piccoli borghesi. Tutto il movimento storico è così concentrato nelle mani della borghesia.

Manifesto del Partito Comunista

E non del proletariato, come invece vorreste dare a bere, comunisti cinesi!

Come svolto, lo schema marxista comprende perfettamente anche le pretese “condizioni particolari” e si fa boccone delle “realtà nuove”, falsamente definite “non previste”. È così giunto turno per Engels:

Dopo la sconfitta del 1849, noi non condividemmo in alcun modo le illusioni della democrazia volgare... [mentre] essa contava in una vittoria rapida, decisiva una volta per tutte, del "popolo" sugli "oppressori", noi, invece, su una lunga lotta, dopo l'eliminazione degli "oppressori", tra gli elementi antagonistici che si nascondevano appunto in questo "popolo".

Engels, Prefazione a Karl Marx, Le lotte di classe in Francia

È dire marxista che lo stato più è popolare (o anche libero, vedere a proposito Critica al Programma di Gotha e la summenzionata opera di Lenin) e più soffoca il proletariato, difendendo il capitale. Per converso, al proletariato occorre uno stato non per la libertà né per il popolo, bensì per la repressione più conseguente, imprescindibile misura per quel processo di estinzione dello stesso a passo unito con l'abolizione delle classi sociali. Di conseguenza uno “stato popolare” nazionale, che rappresenta “l'unificazione del nostro paese, l'unità del nostro popolo e l'unità di tutte le nostre nazionalità” (Sulla giusta soluzione ecc.; citata sopra) si trova ad avere nell'arena internazionale un suo preciso ambito.

Ma l'ambito dell'odierno stato nazionale, per esempio del Reich tedesco [della Repubblica Popolare Cinese], si trova, a sua volta, economicamente nell'ambito del mercato mondiale, politicamente "nell'ambito del sistema degli stati". Il primo commerciante che capita, si rende conto che il commercio tedesco [cinese] è contemporaneamente commercio estero e la grandezza del sig. Bismark [del sig. Mao] consiste per l'appunto nella sua specie cli politica internazionale. E a che cosa riduce il Partito operaio tedesco [il Partito comunista cinese] il suo internazionalismo? Alla consapevolezza che il risultato della sua lotta "sarà l'affratellamento internazionale dei popoli" [sarà appunto "popoli di tutti i paesi, unitevi"], una frase presa in prestito dalla Lega borghese per la libertà e la pace [dall'ONU], che dovrebbe passare come equivalente per l'affratellamento internazionale della classe operaia nella lotta comune contro le classi dominanti e i loro governi. Delle funzioni internazionali della classe operaia tedesca [cinese] neppure una parola, dunque!

Ed anche se si fosse inteso, come scritto in qualche parte, “popoli oppressi” od anche terzo mondo, per cui la Cina...

sosterrà risolutamente la giusta posizione e le esigenze ragionevoli dei paesi in via di sviluppo di salvaguardare la propria sovranità statale e di sviluppare le proprie economie nazionali...

da Posizione di principio della Cina sul problema monetario

non avremmo che da aggiungere marxisticamente, con Lenin, se sia mai possibile ad...

un governo borghese dei giorni nostri negare nei fatti le annessioni e l'assoggettamento economico dei popoli stranieri, quando miliardi e miliardi sono investiti in ferrovie ed in altre imprese dei popoli deboli.

Vero? gentile governo cinese, che fai costruire: ferrovie Tanzania-Zambia di 1.600 km, mentre vi hai già costruito aziende agricole, fabbriche tessili ecc.; stazioni sperimentali per la coltivazione di riso e tabacco in Somalia; fabbriche di sigarette e fiammiferi, centrali idriche, oleifici in Guinea; strade, zuccherifici, fonderie in Pakistan; centrali idriche, fabbriche di mattoni, strade in Nepal; impianti per coltivazioni sperimentali di the, sei fabbriche ed un ospedale in Cambogia; e basta qui, molto tralasciando, ivi compresi i prestiti socialisti a bassissimo tasso di interesse o addirittura inesistente - ancora peggio!

Per poi subito aggiungere, sempre con Lenin:

in quanto la borghesia della nazione oppressa difende il "proprio" nazionalismo, noi comunisti siamo contro di essa.

Concludendo con altro classico testo:

Il nazionalismo piccolo-borghese riduce l'internazionalismo al riconoscimento dell'eguaglianza dei diritti delle nazioni e - a parte il fatto che questo riconoscimento è puramente verbale - lascia intatto l'egoismo nazionale, mentre l'internazionalismo proletario, in primo luogo, esige la subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese agli interessi di questa lotta in tutto il mondo e, in secondo luogo, esige che la nazione la quale ha vinto la propria borghesia sia capace dei più grandi sacrifici nazionali e disposta ad affrontarli per l'abbattimento del capitale internazionale.

Primo abbozzo di tesi sulla questione nazionale e coloniale, giugno 1920

Quindi giusta posizione in Trotsky (1919):

la classe operaia russa... se sarà necessario verrà in aiuto del proletariato ribelle di qualsiasi altro paese che voglia porre fine al regime della borghesia.

A dormire, marxisticamente, Stalin e stalinisti, Mao e maoisti, e fecciume consimile.

Tuttavia, ad ulteriore aggiunta, postilliamo: i comunisti - realmente tali -non hanno da prestare nulla, bensì devono indirizzare tutti gli aiuti direttamente al proletariato, devono dare un aiuto di classe, che sia di stimolo, in determinata situazione internazionale (ovviamente), allo sviluppo dell'antagonismo tra classi interne e non allo sviluppo della nazione, arretrata o meno. Quanto tempo è trascorso da quando i comunisti russi, appena dopo la rivoluzione d'ottobre, regalavano parte del già scarso grano agli operai tedeschi nel tentativo di aiutarli nell'assalto rivoluzionario al potere politico, di creare un'effettiva solidarietà internazionale di classe...

Ma torniamo a quanto di cui prima; antagonismi sociali, sperequazioni salariali, divisione del lavoro, mercato del lavoro, privilegi per pochi soltanto, sono tutte caratteristiche eli società divise in classi e che - vedi caso - si ritrovano in maniera puntuale in quella lieta società gabellata per socialista. Così lieta che ci consente a riprova la seguente citazione (Quotidiano del Popolo, 25-8-1968):

Nell'organizzazione delle comuni, al giorno d'oggi, i cosidetti "contadini poveri" vengono pagati per il loro lavoro,

specificando subito che...

il termine "contadini poveri e medi dello strato inferiore" comprende il 70 per cento di tutti i contadini della Cina.

Dal che velocemente si deduce che il rimanente 30 per cento appartiene allo “strato superiore” ed in parte, all'interno di quella percentuale, allo “strato ricco” tout court; si veda pure, riguardo i privilegi sociali, l'articolo La rivoluzione nel campo dell'educazione, apparso nei nr. 61-62 di Lettera dalla Cina.

“Principio neo-socialista” ovvero principio neo-opportunista

Si giunge infine al “principio neo-socialista” secondo il quale “viene stabilita la misura del compenso individuale”, dimenticando però di aggiungere “in denaro”; cosa che - ammesso pure che ignorassimo - si capisce d'altronde benissimo nel prosieguo del testo di Galbraith e proprio laddove si parla delle “altre spese in denaro”.

Al “principio neo-socialista” noi non abbiamo che da opporre e riproporre qualche passo della Critica al Programma di Gotha:

"Elevazione dei mezzi di lavoro a proprietà comune"! Deve senz'altro significare la loro trasformazione in "proprietà comune". Ma questo sia detto solo di passaggio. Che cos'è "reddito del lavoro"?

Peggio, come visto, nei testi cinesi, in cui si parla di progressiva costituzione "della proprietà di tutto il popolo".

Peggio, v. Costituzione Cinese e altri testi da noi citati, dove si narra non solo di redditi del lavoro ma pure di imposte sui redditi; anticipiamo, sempre dalla Critica:

Le imposte sotto la base economica della macchina governativa e niente altro. L'imposta sul reddito presuppone fonti differenti di reddito di differenti classi sociali, quindi la società capitalistica.

-

Il prodotto del lavoro o il suo valore? E, nel secondo caso, del complessivo valore del prodotto o soltanto la parte nuova di valore che il lavoro ha aggiunto al valore dei mezzi di produzione consumati? [...] Che significa "giusta" distribuzione? [Vantata pure in Cina]. Non sostengono i borghesi che l'odierna distribuzione è "giusta"? E non è essa infatti la sola distribuzione "giusta" sulla base dell'attuale modo di produzione? [...] Il socialismo volgare (e con esso anche una parte della democrazia) ha adottato dagli economisti borghesi la consuetudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e per conseguenza di rappresentare il socialismo come qualcosa che ruoti attorno alla distribuzione.

Così, orecchie ben aperte, giungiamo scientificamente alle linee distintive della società comunista:

All'interno della società collettivista basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro incorporato nei prodotti appare qui come il valore di tali prodotti, come una proprietà reale da loro posseduta, poiché ora, in opposizione alla società capitalistica i lavori individuali non esistono più come componenti del lavoro complessivo in modo indiretto, bensì in modo diretto. Il termine "reddito del lavoro" [siamo al 1875] anche oggi è da respingere per la sua ambiguità ed inoltre perde così ogni significato.

Marx, Critica al Programma di Gotha

Ma, e tagliamo ogni contestazione:

"quella con cui abbiamo a trattare è una società comunista, non come si è sviluppata sulle basi proprie, ma al contrario come scaturisce dalla società capitalistica; che reca ancora in ogni rapporto economico, morale ed intellettuale le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita. Perciò il singolo produttore riceve, dopo le ritenute, esattamente ciò che egli le ha dato. Ciò che ha dato alla società è la sua parte di lavoro individuale. Per esempio, la giornata di lavoro sociale è la somma delle ore di lavoro individuali. Il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale da lui prestata, la sua partecipazione ad essa. Egli riceve dalla società un buono da cui risulta che egli ha fornito un tanto di lavoro (dopo la ritenuta fatta del lavoro fornito per i fondi comuni) e con questo buono ritira dal fondo sociale tanti beni di consumo, pari al lavoro corrispondentemente prestato. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve come corrispettivo in un'altra." (Marx, Critica la Programma di Gotha))

Ed ancora, signori: è scienza!

è evidente che qui domina lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose che hanno valore uguale. Contenuto e forma sono cambiati, perché, mutate le condizioni, nessuno può dare qualcosa al di fuori del proprio lavoro e perché, d'altra parte, niente può diventare proprietà dell'individuo se non i mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti, una certa quantità di lavoro in una forma viene scambiata contro una stessa quantità in un'altra. L'"uguale diritto" continua ad essere - in linea di principio - il diritto borghese, quantunque principio e prassi non contrastino più, mentre oggi lo scambio di equivalenti nello scambio delle merci esiste soltanto nella media, non per il caso singolo. Malgrado questo progresso, questo ugual diritto continua a recare un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l'uguaglianza sta nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale: il lavoro [umano]. [...] Questo diritto uguale è diritto diseguale per lavoro diseguale. Esso non riconosce distinzioni di classe, perché ognuno è soltanto operaio come chiunque altro, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale e pertanto la capacità di rendimento degli operai come privilegi naturali. Esso è perciò - per il suo contenuto - un diritto della diseguaglianza, caccie ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per la natura che gli è propria, nell'uso di una uguale misura; ma individui dissimili... sono misurabili con ugual misura solo in quanto li si sottomette a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati da un lato ben preciso [...] Con uguale produttività e quindi con uguale partecipazione al fondo comune sociale, l'uno riceve, dunque, più dell'altro, l'uno è più ricco, cioè sta meglio, dell'altro, e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto dovrebbe essere, invece che uguale, ancora più disuguale. Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, così come è nata dopo lunghi travagli dalla società capitalista. Il diritto non può mai essere superiore alla configurazione economica ed allo sviluppo, ad essa corrispondente, della società.

Marx, Critica al programma...

Infatti,

tra la società capitalista e la società comunista sta il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, in cui lo stato non può essere che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Ibidem

A mare ogni “proprietà di tutto il popolo”!

Altro che “dittatura democratica popolare” e “proprietà di tutto il popolo”; altro che “denaro” e “mercato”; altro che “secondo... la qualità del lavoro dei singoli membri”! Niente denaro ne mercato, ma buoni del lavoro che non permettono alcuna accumulazione, in quanto aventi nel tempo loro precisa scadenza. Quanto ripreso ci consente di sgomberare la favoletta secondo cui in economia socialista permane il mercato, ma il lavoro non è più merce. Al contrario, è dire marxista che l'economia è socialista proprio allorché non esiste più mercato; ed in effetti nella prima fase “una sola quantità economica viene misurata come merce: il lavoro [umano]”. Così, proprio al fine dell'emancipazione del lavoro umano dalla qualità di merce, è necessario eliminare alla scala sociale il sistema del mercato, compreso quello del lavoro che significa, in parole, povere, compera e vendita di forza-lavoro, tipico appunto del sistema capitalistico, ed ha come diretta conseguenza ovvia occupazione e disoccupazione (conseguenze ben presenti in Cina; v. dalla Costituzione Cinese allo scritto del Galbraith; dalle Opere ufficiali di Mao Tse-tung a quelle dei vari filocinesi tipo Bettelheim, Charriere, Marchisio, Robinson, Collotti Pischel, Guillermaz, Masi, Jacoviello ecc. fino ai vari quotidiani, settimanali e riviste in quel paese stampati e pubblicati).

Eppure, come non bastasse, qualcuno più d'altri fesso ancora bela: ma siamo in periodo di transizione e già Lenin aveva visto con più realismo la questione. Sentiamolo allora, a voce postillante L'economia del periodo di transizione di quel Bucharin, che avete spedito sveltamente a fronte di un plotone di esecuzione:

La merce può essere una categoria universale solo in quanto ha un legame sociale continuo e non casuale nella base anarchica della produzione. Di conseguenza, nella misura in cui scompare l'irrazionalità del processo di produzione. cioè nella misura in cui al posto della spontaneità subentra un regolatore sociale cosciente, la merce si trasforma in prodotto e perde il suo carattere di merce.

[Dunque] più precisamente, essa si trasforma in un prodotto che va al consumo sociale non attraverso il mercato... [Per cui] il valore come categoria del sistema mercantile-capitalistico nel suo equilibrio, non è affatto adeguato al periodo di transizione, dove in grandissima misura scompare la produzione di merci... [e quindi] nel sistema della dittatura proletaria l' "operaio" non riceve più un salario, bensì una razione di lavoro sociale. Al medesimo modo scompare anche la categoria del profitto, così come la categoria del plusvalore, poichè si parla di nuovi cicli produttivi [di nuovi rapporti sociali di produzione].

Ci pare bastante. Trotsky scriveva che:

dopo la conquista del potere si pone il compito della costruzione, e prima di tutto quella della costruzione economica, come problema centrale e più arduo. L'adempimento cli un tale compito dipende da circostanze di diverso tipo e diversa importanza:
# il livello delle forze produttive e specialmente dei rapporti intercorrenti tra industria ed agricoltura;
2)
# il livello di organizzazione e cultura della classe operaia, che ha conquistato il potere dello stato;
# la situazione politica nazionale ed internazionale - se la borghesia è stata definitivamente battuta od oppone ancora resistenza, e si determinano interventi militari esterni; se i capi-tecnici delle fabbriche sabotano ecc. ecc.

Questo non è altro però che un ordine "logico". Praticamente i tre ordini di difficoltà si presentano tutti pressoché contemporaneamente davanti al proletariato ed al suo organismo politico, il Partito.

Per quanto riguarda una possibile “direzione esercitata dalla classe operaia” in Cina, dall'angolo visuale del socialismo, non diremo del comunismo, sia per ieri che per oggi possiamo rispondere positivamente ai tre quesiti? Seccamente no e no a tutti e tre; piaccia o no, sig. presidente e corifei!

Di conseguenza, riguardo gli sviluppi attuali ed ulteriori dell'organizzazione economica e sociale cinese, possiamo marxisticamente rammentare che non la semplice trasformazione in proprietà statale (o in società anonime), sopprime il carattere di capitale delle forze produttive, poiché lo stato, soprattutto oggi, è quell'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere e protrarre il modo capitalista di produzione e ciò, innanzitutto, per fronteggiare proprio la crescente socialità delle forze produttive stesse. Esso è decisamente “il capitalista collettivo ideale” (Engels), che quanto più s'impossessa delle forze produttive, tanto più diventa tale e tanto maggiore è, di pari passo, la quantità degli uomini sfruttati. In capitalismo di stato il proletario rimane proletario e quindi sempre costretto a vendere la propria forza-lavoro (e a creare sempre nuovo plusvalore, che tanto più lo incatenerà alla schiavitù salariata). Il rapporto capitalistico, invece che estinguersi, viene portato agli estremi termini (e lo stato, strumento d'oppressione di una classe sulle altre, al posto di “assopirsi” trova qui la maggiore espressione possibile alle sue tipiche funzioni).

Il socialismo, al contrario, si propone - se è realmente tale - di eliminare non solo e tanto l'economia (e il diritto) della proprietà privata, ma, di pari tempo, anche l'economia di mercato e quella d'impresa (altrimenti chiamata, furbi quali si è, “unità produttiva” od “operativa”) poichè - come scritto più volte - se l'una è il muscolo, l'altra è il cuore del sistema capitalistico. Senza pretendere di gettare in spazzatura tutto ciò non è possibile parlare di socialismo.

Allora, a quel qualcuno di poc'anzi, è la Cina dentro il socialismo? Non fregati dalle parole, possiamo in tranquillità rispondere con semplice monosillabo: no!

Per cui si conclude con questa tesi: chiunque, essendosi persuaso che socialismo significhi strappare a qualunque costo un paese dalla morsa dell'arretratezza economico-sociale (quale lo storico punto di riferimento?), affasci accumulazione di capitale a società socialista è da collocare politicamente all'interno di quella diffusa fauna sociale che reca scritto sulle terga opportunismo controrivoluzionario.

C. C.

(1) Anche al fine di distanziarci da taluni, che riducono il marxismo a semplici analisi di uomini, riproduciamo, con parole di Lenin, il metodo che seguiremo. classicamente marxista:

Sarebbe assurdo, antiscientifico, ridicolo ridurre il problema alle persone... Una spiegazione seria richiede l'analisi del significato economico di una determinata politica, e poi l'analisi delle sue idee fondamentali.

Ben fermo tenendo che:

non si può togliere nessuna premessa fondamentale, nessuna parte essenziale a questa filosofia (letteralmente!) del marxismo fusa in acciaio, tutta d'un pezzo. senza allontanarsi dalla verità oggettiva (qui pure letteralmente), senza cadere nella reazionaria menzogna borghese.

Materialismo ed empiriocriticismo

(2)

E insito nel concetto di capitale, come abbiamo visto. che, nel suo sorgere, esso proviene dal denaro, e quindi da patrimonio che esiste sotto forma di denaro. E pure insito in questo concetto che il capitale, in quanto proveniente dalla circolazione, appaia come prodotto della circolazione. La formazione del capitale, pertanto non deriva dalla proprietà fondiaria (in questo caso al massimo dall'affittuario in quanto egli commercia in prodotti agricoli) e neppure dalla corporazione (sebbene a quest'ultimo proposito ci sia una possibilità); ma dal patrimonio mercantile ed usuraio. Questo però trova le condizioni per comprare il lavoro libero solo quando quest'ultimo è staccato attraverso un processo storico dalle sue condizioni obiettive di esistenza. Solo allora questo patrimonio trova la possibilità di comprare queste stesse condizioni.

Marx, Lineamenti fondamentali della Critica dell'economia politica

E dunque:

poichè tutte le altre merci sono soltanto equivalenti particolari del denaro e il denaro è il loro equivalente generale, esse si comportano come merci particolari nei confronti del denaro come _merce universale.
Il Capitale, Libro I, cap. II

E dato che, come ieri, oggi...

il denaro è merce universale del mercato mondiale

Il Capitale, Libro III, cap. XXVIII

la formula generale del capitale è D - M - D'; vale a dire una somma di valore è messa in circolazione per trarre da essa una maggiore somma di valore. Il processo che produce questa maggiore somma di valore è la produzione capitalistica; il processo che la realizza è la circolazione del capitale

Il Capitale, Libro III, cap. II

(3)

I salari saranno gradualmente aumentati in rapporto e in misura dell'espansione della produzione. Per il momento... la scala dei salari nelle regioni rurali si dividerà generalmente in sette od otto categorie.

Risoluzione su alcuni problemi concernenti le comuni popolari, comunicato ufficiale apparso alla fine del 1958, ripreso anche in Peking review

La scala dei salari va normalmente da uno a sette...; il salario mensile di un manovale parte da 45 yuan, quello di un impiegato è poco più elevato, e quello di un operaio qualificato varia da 80 a 120 yuan. (...) In genere, le categorie meglio pagate sono quelle dei medici. degli ingegneri. degli scienziati, e degli artisti...

V. La Cina alle spalle di Tibor Mende

Vi sono, mi è stato detto, 8 diverse categorie salariali. Esse sono fissate sulla base dell'anzianità nel lavoro, della capacità tecnica e della capacità politica.

V. In Cina due anni dopo di A. Jacoviello

(4)

I beni di consumo. che formavano più della metà della produzione industriale nel 1952, sono ridotti ora a poco più di un terzo: da ciò si ricava che l'aumento annuo dei prodotti dell'industria pesante è ancora più alto di quanto le medie percentuali lasciassero supporre... [però] in altri tempi, la Cina importava soprattutto beni di consumo, mentre oggi importa principalmente attrezzature industriali.
[Infatti nel commercio estero...] la proporzione dei beni di equipaggiamento è rimasta pressapoco costante (87% nel 1950 e 94% nel 1958), mentre quella dei beni di consumo, 13% nel 1950, è regolarmente diminuita tino a non oltrepassare il 6% nel 1958 (Dix Grandes Années, 1960).
[Così...] l'industria rappresentava, nel 1959 (?) meno di un terzo della produzione nazionale e, in questo terzo, il ruolo dell'industria pesante era scarso. Dodici anni più tardi, l'industria occupa i due terzi della produzione e quella pesante vi contribuisce per più della metà. Ancora pochi anni fa paese agricolo e arretrato, la Cina realizza il suo sogno: diventa potenza industriale.

Dal testo del Mende

Quanto sopra si legge, con Engels:

(Oggi) l'industria, certo, arricchisce un paese, ma crea pure una classe di non possidenti, di poveri assoluti senza alcuna riserva, che si accresce in modo tumultuoso; una classe che non può essere abolita in seguito, perché non potrà mai acquisire una proprietà stabile. [...] Il minimo intoppo nel commercio toglie il pane ad una gran parte di questa classe: una grande crisi commerciale lo toglie a tutta la classe. Che cosa testerà a costoro, se non ribellarsi, allorchè tali avvenimenti verranno a prodursi?.

Queste scarne note calzano a pennello i dati surriportati; altro commento non occorre; a tempo debito - siamo certi - la classe operaia cinese farà sentire la propria autentica voce, come già in passato d'altronde fece. (Cfr. La tattica del Comintern dal 1926 al 1940 in Prometeo)

(5) Marx scrive: “armata proletaria”. Lenin non si discosterà affermando che:

il nostro esercito è un esercito di classe, contro la borghesia. i nostri tribunali sono tribunali di classe, contro la borghesia.

Per converso, la dittatura democratica popolare così delinea i suoi compiti:

Il nostro compito attuale è quello di rafforzare l'apparato statale del popolo, principalmente l'esercito popolare, la polizia popolare e la giustizia popolare. per consolidare la difesa nazionale e proteggere gli interessi del popolo. A questa condizione la Cina, sotto la direzione della classe operaia e del Partito comunista. potrà svilupparsi gradualmente da paese agricolo a paese industriale, da società di nuova democrazia a società socialista e comunista, sopprimete le classi e realizzare la Grande Armonia. L'apparato statale - esercito, polizia, tribunali ecc. - è lo strumento con cui una classe ne opprime un'altra.

Ordiniamo queste vane chiacchiere tinte di rosso per i gonzi; è acquisito ormai per i comunisti che non rientra nella schietta linea marxista il semplice riconoscimento dell'esistenza della lotta fra le classi, scoperta fra l'altro dagli stessi borghesi. mentre lo consente soltanto il riconoscimento dell'inevitabile e conseguente dittatura del proletariato, alla quale si giunge attraverso...

la rivoluzione che è necessaria non soltanto perché non c'è altro mezzo per rovesciare la classe dominante, ma anche perché la classe che rovescia l'altra può riuscire solo con una rivoluzione a sbarazzarsi di tutto il vecchio sudiciume e a diventare così capace di effettuare una nuova fondazione della società.

Marx-Engels

Rivoluzione proletaria, dittatura del proletariato, stato proletario non entrano neppure di traverso in quanto più sopra riportato: è facile così arguire a vantaggio di quale classe e nei confronti di quale classe sia organo di oppressione lo stato popolare con i vari eserciti, polizie, tribunali permanenti. dato appunto che l'apparato statale del popolo. comprensivo a parole delle quattro classi, si presenta ufficialmente come elemento armonizzatore fra queste; parto mal riuscito dell'ideologia borghese in ogni tempo e luogo, almeno per i comunisti, i quali, al contrario d'ogni concezione populistica, mai dimenticano...

che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che l'estinzione dello Stato è l'estinzione della democrazia.

Lenin

Cade pertanto - grossolanamente - pure ogni preteso leninismo. E, nei fatti, a forma economica non socialista consegue necessariamente: organizzazione statale priva di contenuti politici proletari dichiaratamente di classe. dunque organizzazione interclassista a parole (o popolare): alleanze di pace (cioè in vista della guerra) e di guerra con stati borghesi; alleanze di potere all'interno di stati borghesi con partiti democratici e non (comunque controrivoluzionari); priorità, al proprio interno, agli interessi di classi piccolo-borghesi e contadine contro quelli del proletariato sia industriale che agricolo.

(6) A conclusione, non resta che rilevare come lo schema marxista sia totalmente differente da ogni schema nazional-popolare (altro che “svilupparsi gradualmente... da società di nuova democrazia a società socialista e comunista”!). Stabilito, limpide parole di Lenin, che:

Marx elaborò una tattica unica per la lotta proletaria della classe operaia nei diversi paesi [e che...] determinò il compito fondamentale della tattica del proletariato in rigoroso accordo con tutte le premesse della concezione materialistica dialettica del mondo...

che di lui prese il nome, si afferma che, se...

il potere politico in senso proprio è il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra [...] il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti [e che...] questa organizzazione dei proletariato in partito politico è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale ed il raggiungimento del suo fine ultimo: l'abolizione delle classi.

Dunque il proletariato solo...

mediante una rivoluzione può rendersi classe dominante, sopprimere con la violenza i precedenti rapporti di produzione [e nel contempo...] sopprimere, insieme a questi rapporti di produzione, anche le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe. [Vale a dire, esso...] sopprime le stesse classi e quindi il proprio dominio come classe.

In splendida adesione a ciò, basti leggere l'Art. I della Lega mondiale dei comunisti (1850) in cui è scritto:

Il fine dell'associazione è di abbattere tutte le classi privilegiate, di sottometterle alla dittatura del proletariato mantenendo la rivoluzione in permanenza fino alla realizzazione del comunismo.

E' quanto.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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