Per una messa a nudo delle radici imperialistiche della Guerra del Golfo

La fine della guerra fredda

Il vasto repertorio dell'ideologia borghese, dal 1985 in avanti, ha giocato la carta della momentanea distensione tra i due blocchi in termini strategici. Giovandosi del crollo, economicamente verticale e politicamente devastante, della Russia e dei paesi dell'Est, le vestali della borghesia occidentale hanno alzato inni alla scomparsa del cosiddetto socialismo reale, sforzandosi di proporre ai rispettivi proletariati l'immagine di una economia capitalistica ben più salda ed efficiente di quella di oltre cortina. Un modo, sottilmente trionfante, per sottolineare l'assunto che all'Est non è crollato soltanto un esperimento economico e politico istituzionale, ma anche l'impianto teorico dell'antitesi marxista.

Dunque pace sociale, distensione e orizzonti di pace. Niente più guerre, le crisi economiche come anche l'imperialismo, in quanto costruzioni teoriche del comunismo, sarebbero scomparse sotto le macerie dell'Est.

Così come a rimanere sotto le macerie non è stato il programma comunista ma la sua camuffata caricatura, il capitalismo di stato, così l'imperialismo e le guerre continuano tragicamente a imperversare.

Nonostante la fine della guerra fredda, meglio sarebbe dire il ritiro unilaterale della Russia dalla scena internazionale, l'arroganza imperialistica e la guerra sono rimaste quali costanti dello sviluppo contraddittorio del sistema capitalistico mondiale, con una sostanziale differenza, la cornice entro la quale gli abituali meccanismi si esprimono.

Dal 1985 a oggi, dopo il ritiro di quasi 500 mila uomini dall'ex impero dell'Est, dopo le pressioni per il ritiro dell'armata vietnamita dalla Cambogia e di quella cubana dall'Angola e la fuga precipitosa dall'Afghanistan, con il relativo abbandono del Mediterraneo e del Golfo Persico, si è certamente posto il problema di una nuova ridefinizione nella gestione delle aree di interesse strategico, ma con il solo risultato di favorire l'imperialismo americano.

In questi anni l'arroganza degli Stati Uniti è cresciuta proporzionalmente al rinculo imperialistico della Russia. Dal bombardamento di Tripoli all'invasione armata di Panama sino all'operazione "scudo nel deserto", l'escalation militare è stata violenta, impressionante e devastante. In nessun altro periodo si è assistito a simili imprese di brigantaggio economico e politico.

Una prima ragione risiede certamente in quella sorta di monopolio imperialistico in cui gli Usa si sono venuti a trovare dopo il tracollo del tradizionale avversario. La seconda, non meno importante e determinante, è l'ondata recessiva che da qualche tempo si è abbattuta sull'economia e sul fondo della finanza americani.

Come la storia delle società divise in classi ci ha sempre insegnato, l'aggressività dell'imperialismo è sinonimo di crisi economica, così come questa è la necessaria conseguenza delle contraddizioni di un sistema economico capitalistico. Non esistono guerre giuste e guerre ingiuste, guerre sante o guerre necessarie al ripristino della pace e del diritto internazionale, esistono solo guerre di aggressione verso i mercati esterni o di difesa di privilegi economici e finanziari.

Dietro il blasfemo aggettivo "necessario" le guerre, comunque camuffate, comunque combattute, sia da piccoli che da grandi imperialismi, sono il tentativo di rispondere a una situazione di crisi interna con la conquista violenta di settori del mercato commerciale internazionale, con il dominio su quello finanziario, o su aree strategiche per la presenza di materie prime fondamentali come il petrolio. Questa guerra non fa eccezione, come non fa eccezione che a pagare in termini di fame, morte e disperazione siano i proletariati dei rispettivi fronti chiamati a combattere e a morire in nome dei voraci interessi delle borghesie da cui economicamente dipendono. Per il petrolio muoiono i proletari iracheni, gli sfruttati e i diseredati mediorientali, per il petrolio uccidono e muoiono i giovani proletari americani che in tempi non sospetti hanno creduto di sfuggire alla morsa della disoccupazione entrando nei ranghi dell'esercito. Per il petrolio non si è esitato a mettere a repentaglio non soltanto il Medio Oriente, ma l'equilibrio mondiale con tutti i rischi catastrofici che le guerre comportano.

Le ragioni dell'invasione del Kuwait

Undici anni fa il regime di Saddam Hussein non esitò a sacrificare un milione di proletari iracheni sull'altare degli interessi nazionali legati all'eterna questione del petrolio. Le rivendicazioni della borghesia di Baghdad nei confronti dello storico nemico iraniano riguardavano il controllo dello Shatt el Arab e le isole Tomba collocate all'ingresso dello stretto di Ormuz. Se le cose fossero andate in porto l'Iraq si sarebbe garantito il monopolio commerciale e strategico di tutto il Golfo Persico relegando gli altri paesi al ruolo di comprimari.

Con lo stesso spirito espansionistico reclamava l'annessione del Kurdistan iraniano, non certo per una riunificazione etnica con il Kurdistan iracheno, quanto per entrare in possesso di un'area moderatamente ricca di giacimenti minerari ed estremamente importante da un punto di vista strategico.

Ma l'imperialismo d'area iracheno aveva posato gli occhi soprattutto sui giacimenti petroliferi iraniani della zona compresa tra Abadan e Khoramshar. Tutte queste rivendicazioni non erano nuove, il contenzioso tra i due paesi durava da quasi quarant'anni, ma più il petrolio andava assumendo caratteri di importanza e di insostituibilità nell'apparato produttivo mondiale, più la borghesia irachena, legata alla rendita petrolifera, esercitava i suoi appetiti al di là del confine.

Trasformarsi nel maggiore produttore di petrolio dell'area a spese dei paesi limitrofi era la condizione per conquistare, oltre all'evidente vantaggio economico, la leadership politica del mondo arabo. Ancor meglio se parte del mondo arabo e lo stesso occidente, Stati Uniti in testa, preoccupati dalla potenziale forza di destabilizzazione politica e sociale dell'integralismo islamico della "rivoluzione" khomeinista, avessero sorretto la borghesia irachena nelle sue mire espansionistiche.

Gli otto anni di guerra contro l'Iran sono stati otto anni di facili finanziamenti, di armamenti e di complici coperture politiche e diplomatiche. Il mini-imperialismo di Saddam Hussein ha potuto aggredire l'Iran di Khomeini, ha potuto iniziare la guerra delle petroliere, bombardare le popolazioni civili delle grandi città, usare a suo piacimento le armi chimiche sia contro i nemici esterni che quelli interni (curdi) senza che l'Onu e il mondo occidentale avessero qualcosa da ridire. In compenso chi ebbe a sopportare sotto forma di mozioni di condanna e di embargo commerciale le ire delle organizzazioni internazionali, fu il paese aggredito con buona pace del diritto internazionale e delle sue violazioni.

Ciò nonostante la plateale aggressione irachena non sortì gli effetti sperati, anche perché gli aiuti militari occidentali così come avevano lo scopo di favorire l'Iraq nello scontro diretto con l'avversario, non dovevano consentirgli di stravincere in quanto ciò avrebbe significato per i finanziatori altri problemi, forse superiori a quelli che si sforzavano di eliminare.

La conclusione fu che l'economia irachena, partita con un attivo di 40 miliardi di dollari, si ritrovò a fine guerra con un debito estero di 80 miliardi di dollari di cui 36 contratti con i paesi "fratelli" come l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, senza aver raggiunto nemmeno uno degli obiettivi che erano stati alla base della guerra di aggressione.

In condizioni ancora peggiori si trovava la struttura economica. Gli otto anni di guerra sono coincisi con un corso basso del prezzo del greggio, troppo basso per ricostituire le scorte finanziarie e prosciugate dalla guerra. Come se non bastasse i soliti paesi fratelli avevano estratto dai propri giacimenti più greggio di quanto loro spettasse sulla base delle quote Opec, con il risultato di gonfiare l'offerta rispetto alla capacità di assorbimento della domanda, indebolendo ulteriormente il prezzo del greggio.

Per un'economia legata quasi esclusivamente all'estrazione e alla commercializzazione del greggio e alle poche industrie di derivazione, il binomio guerra-basso corso del prezzo del petrolio ha sortito effetti disastrosi. Alla fine del 1990 i dati statistici riferiscono di una diminuzione del Pil dell'8%, un'inflazione del 45% e una disoccupazione del 35%. Ad aggravare la situazione si è aggiunta l'enorme difficoltà di inserire nell'apparato industriale prostrato un esercito di un milione e mezzo di soldati che, finita la guerra, chiedevano di essere reintegrati nella vita civile con un posto di lavoro e con un reddito sufficienti almeno alla sopravvivenza.

Il regime di Saddam Hussein non poteva garantire né l'uno né l'altro. Ai proletari che aveva mandato al fronte in nome dell'irredentismo petrolifero, imponendo sacrifici fame e morte, poteva solo proporre altri sacrifici fame e disoccupazione.

Da questo stato di cose al tentativo di annessione del Kuwait il passo è breve. Fallita ogni possibilità di rinegoziazione del debito con gli Emiri Al Sabbah, aggravatasi ulteriormente la condizione economica e con il non sotto-valutabile rischio di dover fronteggiare una situazione politica interna difficile, carica di sfiducia e di tensioni sociali sull'orlo dell'esplosione, per Saddam Hussein la conquista dei pozzi petroliferi kuwaitiani è apparsa la via più semplice per risolvere, almeno in parte, i problemi interni.

A dieci anni di distanza l'invasione del Kuwait avrebbe dovuto sostituire le ambizioni annessionistiche frustrate nella guerra contro l'Iran e contemporaneamente tamponare le falle economiche e sociali; una sorta di nota spese presentata al più piccolo, ma anche parassitariamente più ricco, tra i paesi dell'area petrolifera.

L'anti-occidentalismo, pur presente negli atavici meccanismi di scambio tra i paesi del sottosviluppo e quelli ad alta industrializzazione, l'antisionismo come l'appoggio alla causa palestinese, ben radicati nelle coscienze politiche delle masse arabe, sono stati utilizzati dalla borghesia di Baghdad come schermo dietro il quale nascondere i veri scopi dell'aggressione.

Le borghesie arabe, sia quelle legate all'economia del petrolio che quelle più diseredate, non hanno mai disdegnato alleanze con l'imperialismo occidentale, a condizione di poter risolvere vecchie vertenze territoriali con gli stati "fratelli" vicini o di ricevere finanziamenti e armi. Il cambio di campo non sta assolutamente a significare un rinsavito orientamento anti-imperialistico, ma più semplicemente l'emergere della coscienza che il proprio divenire capitalistico non sempre percorre strade parallele a quelle degli alleati o dei protettori.

Lo stesso dicasi della questione palestinese. Quante volte le borghesie del Medio Oriente si sono beffate delle miserie dei diseredati palestinesi, se non addirittura accanite su di loro sterminandoli! E successo in Giordania, in Siria, in Libano. Si contano più vittime palestinesi per mano dei paesi "fratelli" che per la repressione israeliana. Saddam Hussein non fa eccezione; il suo spirito pro palestinese fa il paio con la vocazione a soddisfare le esigenze del proprio proletariato, entrambi servono alla sua causa economica, alle sue mire espansionistiche; i primi come paravento giustificatorio, i secondi come carne da cannone.

In base al principio che il petrolio del vicino è sempre più nero, così come il mare del vicino è sempre più blu e profondo, l'invasione del Kuwait sarebbe servita egregiamente a un altro scopo: quello di creare un adeguato sbocco al mare. Ciò è stato per la borghesia di Baghdad un vero e proprio assillo che durava da decenni, dai tempi del disfacimento dell'impero ottomano. È ben vero che l'Iraq possiede in prossimità del delta dello Shatt el Arab uno sviluppo costiero di 160 chilometri, ma è anche vero che la zona è paludosa, i fondali troppo bassi, per cui l'unico porto di tutta la zona, quello di Bassora, non può essere praticato dalle maxi petroliere e dalle grandi navi da trasporto. Il che ha costretto l'Iraq a dipendere commercialmente dal porto giordano di Aqaba sul Mar Rosso e dai territori limitrofi per il passaggio dei suoi oleodotti verso il Mediterraneo.

Le coste kuwaitiane, come la prospicente isola di Bubiyan, sarebbero state un ottimo accessorio al già cospicuo bottino petrolifero.

Il tutto nella illusoria convinzione che l'arrogante atto di aggressione, pur non trovando estimatori tra i governi del Medio Oriente né difensori negli ambienti degli "amici" occidentali, sarebbe stato archiviato dopo qualche risoluzione di condanna dell'Onu e dopo qualche protesta, anche vibrante, da parte dei paesi maggiormente interessati.

In questo ambito e con queste determinazioni economiche è maturata l'operazione del 2 agosto con le devastanti conseguenze della guerra.

La menzogna dell'ideologia borghese

Come una molla compressa improvvisamente liberata, è scattata la macchina ideologica dell'imperialismo occidentale. Dai laboratori del Pentagono è stata prodotta la più grossa menzogna giustificatoria alla necessità dell'intervento armato che la storia del dopoguerra ricordi. In altri tempi l'imperialismo americano ha nascosto le sue trame interventiste dietro lo stinto drappo della difesa della "democrazia" dai tentacoli del "comunismo" russo. Cina, Corea, Viet-Nam sono gli episodi storicamente più rilevanti, ma non unici. Con la modificata situazione nei confronti dell'Urss, non poteva essere l'anticomunismo o la difesa delle libertà democratiche lo schermo dietro il quale muoversi. Occorreva altro per imbonire l'opinione pubblica internazionale e frenare preventivamente qualsiasi eventuale accenno di non allineamento del proletariato del mondo occidentale. All'uopo si è giocata la carta del diritto internazionale leso. Bush, e con lui l'Onu e il codazzo degli alleati di sempre e quelli di percorso, ha immediatamente posto il problema dell'intervento armato, e quindi della guerra, come unico mezzo per ripristinare l'ordine internazionale.

Guerra sì, ma giusta, doverosa, necessaria al ripristino del diritto internazionale leso come al rispetto dei confini e della sovranità di tutti i paesi.

Se il così alto e nobile pronunciamento fosse stato presentato da un qualsiasi paese la cosa avrebbe fatto sorridere, in bocca al presidente degli Stati Uniti acquista un tono di scherno se non di provocazione.

In questi tempi, per non andare eccessivamente a ritroso nel tempo, il diritto internazionale ha avuto il trattamento di una stuoia all'ingresso di un supermercato. E stato calpestato, stracciato, offeso e umiliato decine di volte. Nessuno, nemmeno il più ipocrita degli stati o delle istituzioni internazionali ha mai avuto il coraggio di ricorrere a simili argomentazioni senza avere il timore di essere smascherato.

A parte le ormai annose risoluzioni Onu 242 e 338 che imponevano allo stato di Israele di restituire i territori arabi occupati dopo la guerra del 1967, recentemente la Siria ha esteso una sorta di protettorato militare sul Libano senza che a nessuno sia venuto in mente di invocare sanzioni o embarghi di sorta. Il perché sta nel fatto che gli Usa, e per legge transitiva l'Onu, hanno ritenuto di dover gratificare in qualche modo l'allineamento di Assad alla politica di intervento americana nel Golfo.

Non si è posto il problema della violazione del diritto internazionale nemmeno quando l'amministrazione Reagan ha invaso Grenada e bombardato la città libica di Tripoli al solo scopo di dimostrare che anche nel Mediterraneo non si muove foglia che il governo americano non voglia.

Lo stesso discorso vale per la cosiddetta "operazione giusta causa" ovvero l'invasione di Panama al fine del controllo del canale, che è costata 6 mila morti tra i civili, la parziale distruzione di Panama City e un'occupazione militare che dura ancora oggi. Nonostante ci si trovasse di fronte a una grave quanto palese violazione del diritto internazionale con tanto di conclamata violenza, nessuno, tantomeno gli organismi internazionali, si sono preoccupati di votare delle risoluzioni di condanna, eliminando a priori l'eventualità di un embargo o dell'uso della forza che sarebbero apparsi ridicoli oltre che impraticabili all'interno dei rapporti di forza tra l'aggressore e la restante parte del consesso internazionale.

Gli stessi Stati Uniti e l'Onu non hanno assunto nessun atteggiamento di condanna quando Saddam Hussein ha tentato di invadere l'Iran. Un paese di 36 milioni di abitanti e non di due come il Kuwait, con un'estensione geografica pari alla metà dell'Europa occidentale e secondo produttore di greggio dell'area mediorientale e non quarto come l'emirato degli Al Sabbah. Continuando nel paradosso, pur essendo stato l'Iraq a iniziare la cosiddetta guerra delle petroliere ed i bombardamenti missilistici contro le popolazioni civili delle grandi città, chi ha subito il peso delle sanzioni e dell'embargo è stato l'Iran. Lo stesso dicasi per l'uso criminale dei gas contro i nemici iraniani come contro la popolazione curda. Anzi, il mondo occidentale con alla testa gli Stati Uniti ha armato, finanziato e politicamente coperto i misfatti mini imperialistici di Saddam Hussein senza nessuna remora per le "sacre" norme del diritto internazionale. Allora le borghesie arabe, come gli Usa, avevano tutto l'interesse ad appoggiare l'Iraq perché così facendo pensavano di arginare il pericolo dell'integralismo islamico, che se avesse preso politicamente piede al di fuori dei confini iraniani sarebbe risultato una probabile minaccia politica per l'intera regione e per gli interessi occidentali all'interno di essa.

L'imperialismo piccolo e grande si è sempre fatto beffe del diritto internazionale salvo ripescarlo strumentalmente quando fa comodo.

Così è stato per la crisi del Golfo. Con inusitata velocità e determinazione, gli Usa e la loro succursale per gli affari internazionali, l'Onu, hanno prodotto una escalation di dodici risoluzioni contro l'Iraq. In nome del ripristino del diritto internazionale leso (qui e adesso e non negli altri casi) si è passati dalla prima risoluzione di condanna dell'invasione del Kuwait a quella dell'uso della forza in men che non si dica. In questo caso non si è voluto lasciare scampo. I tempi sono stati serrati, si è percorsa sin dall'inizio della crisi la strada dell'intervento armato, cioè si è voluta la guerra. Non solo, doveva presentarsi come una guerra che avesse il crisma politico americano, la tecnologia bellica americana, il comando militare americano, l'avallo degli organismi internazionali e il consenso degli alleati.

Mentre Bush preparava la guerra, gestiva i fronti interni e internazionali e iniziava, a partire dal 7 agosto, l'escalation militare, che peraltro è partita con largo anticipo rispetto a quella delle risoluzioni dell'Onu, l'opinione pubblica mondiale sedeva attorno alle tavole rotonde sulla necessità di dare un'esemplare risposta a chi aveva osato violare l'ordine internazionale. L'imbelle pacifismo cadeva tragicamente nella trappola, disquisiva sulla opportunità di imporre sanzioni meno drastiche della guerra come ad esempio l'embargo meglio organizzato e protratto a oltranza. Il proletariato è rimasto immobile, solo poche frange hanno posto il problema di opporsi alla guerra in quanto espressione della crisi dell'imperialismo, e non come fatto morale legato alla nozione del diritto internazionale.

In tutti i casi la menzogna è passata. All'esordio della crisi come ora, si sono presentate le cose in modo tale da far credere che gli Stati Uniti sono intervenuti nella crisi del Golfo loro malgrado, quasi trascinati da un ineludibile destino, rappresentato dalla imprescindibile necessità di ripristinare il bene collettivo più importante: il diritto internazionale leso e la sovranità di un piccolo stato. In realtà le cose stanno diversamente. Agli Usa la difesa del diritto internazionale interessa come ad un ubriaco una bottiglia vuota. Bush voleva la guerra, la voleva a tutti i costi, intendeva essere presente militarmente nell'area a qualunque titolo e con qualsiasi scusa, e Saddam Hussein gli ha servito tutto questo su di un piatto d'argento.

Non è azzardato dire che la guerra del Golfo non è scoppiata il 17 febbraio 1991, ma molti mesi prima, come è verosimile che da parte americana dal 2 agosto in avanti, nonostante una lunga serie di cattive recite, l'amministrazione Bush non ha mai perseguito un solo tentativo di soluzione negoziale. Guerra doveva essere e guerra è stata, petrolio e recessione non potevano aspettare.

Scorrendo i dati ci si accorge facilmente che il lupo non ha perso il pelo, che continua a crescergli rigoglioso sullo stomaco, né il vizio. La storiella che l'invasione del Kuwait sia avvenuta come un fulmine a ciel sereno, fa parte della solita ignobile pastura. Era ampiamente noto alla diplomazia ufficiale e ai servizi segreti americani il lungo contenzioso tra Saddam Hussein e gli Al Sabbah sulla rinegoziazione dei debiti, la controversia sulle quote di estrazione di petrolio dalla falda comune di confine, e la polemica sul basso prezzo del greggio. Era altresì noto che l'intransigenza dimostrata dagli Emiri del Kuwait aveva portato i due paesi alle soglie dello scontro.

Solo se si vuole ostinatamente sostenere che i satelliti spia hanno come unico scopo quello di rassicurarci sulle condizioni meteorologiche del prossimo weekend, e che i loro schermi video riceventi erano fuori servizio, è spiegabile come non si siano registrati movimenti di truppe irachene al confine con il Kuwait. Anzi è legittimo il sospetto che l'amministrazione Bush non solo fosse al corrente di tutto, ma che abbia lasciato credere a Saddam Hussein che l'eventuale annessione del Kuwait non avrebbe comportato sanzioni di sorta se non la rituale risoluzione di condanna da parte dell'Onu, una sorta di tacito benestare all'invasione quale velenoso tranello funzionale all'intervento "riparatore" americano. Gli Usa avevano bisogno di un pretesto per intervenire militarmente nell'area, tanto quanto al regime di Saddam necessitava un benestare all'invasione del Kuwait.

E nel mondo dei fatti e non in quello delle interpretazioni più o meno fantasiose che il 25 luglio del 1990, al culmine dei fallimenti delle trattative tra l'Iraq e il Kuwait, l'ambasciatrice americana a Baghdad ha ricevuto formalmente la comunicazione da parte di Saddam Hussein che da lì a poco si sarebbe organizzata la spedizione "punitiva" contro il Kuwait. Dichiarazione tanto formale quanto esplicita che non lasciava nessuno spazio alle possibilità interpretative dell'interlocutore. Saddam non chiedeva né minacciava, ma rendeva semplicemente noto all'interlocutore americano l'intenzione di mettere in atto qualcosa su cui le rispettive diplomazie avevano convenuto. Non altrimenti si spiega il silenzio americano, e se si deve dar credito alla norma che chi tace acconsente, o fa finta di acconsentire, mai come in questa occasione gli organi competenti americani si sono cuciti la bocca. La notizia sull'informativa ufficiale è stata oggetto di occultamento prima e di scarsa pubblicizzazione poi. Apparsa fugacemente all'inizio della crisi, è stata successivamente messa in formalina sia dai commentatori americani che europei. L'invasione del 2 agosto doveva apparire come proditoria, repentina e inaspettata, solo così l'imperialismo americano avrebbe potuto brandire le armi per correre in soccorso del diritto internazionale leso e del Kuwait.

Ecco perché la data del 2 agosto segna contemporaneamente il momento dell'invasione dell'Emirato e quello della guerra contro l'Iraq anche se la sua formalizzazione avverrà sei mesi più tardi.

Sin dall'inizio l'obiettivo americano è stato quello di servirsi della situazione di crisi per perseguire l'opzione bellica contro il regime di Baghdad, unico modo, o comunque il modo più sbrigativo, per ribadire che l'unica grande potenza in grado di gestire qualsiasi situazione era la sua, che da quel momento in poi i prezzi e le produzioni del greggio avrebbero dovuto fare i conti con le esigenze americane più di quanto non fosse avvenuto prima e che il post-guerra avrebbe ridisegnato il M.O. secondo gli schemi di Washington e dei suoi alleati.

Agli analisti del Pentagono era chiaro che qualsiasi soluzione che non fosse stata quella della distruzione del regime di Baghdad, distruzione fisica, militare e politica, non avrebbe consentito all'imperialismo americano di incidere sui meccanismi della rendita petrolifera. Non solo, ma in fase di aperta recessione era necessario che la gestione della guerra fosse esclusivamente nelle mani americane, perché questa sarebbe stata la condizione affinché nelle stesse mani fossero poi passate le direttrici economiche e politiche della pace. Detto questo, tutto ciò che si è sviluppato a partire dal 25 luglio 1990 sino a oggi, pur evolvendosi in maniera non sempre lineare e a volte apparentemente contraddittoria, fa parte di un piano precostituito, pervicacemente inseguito e realizzato con la più feroce delle determinazioni.

A parte l'irriducibilità, più esteriore che reale, del regime di Baghdad - finalizzata alla strumentale necessità di uscire dall'isolamento politico puntando sull'appoggio militante delle masse arabe e palestinesi, illuse per l'ennesima volta, sul falso terreno dell'antisionismo e sul falsissimo piano del presunto anti-imperialismo - ogni azione americana si è prodotta per evitare la soluzione negoziale della crisi prima del 17 gennaio, e per evitare la fine della guerra dopo la sua esplosione.

Solo così è possibile spiegare la protervia e l'arroganza con le quali Bush, già il 7 agosto, quando solo due delle dodici risoluzioni Onu erano state votate, dava inizio alla escalation militare, ammassando in territorio saudita la più potente e sofisticata macchina da guerra messa in campo dopo la seconda guerra mondiale. Lo stesso dicasi per tutti gli accadimenti successivi.

Il 12 agosto Saddam Hussein dichiara di essere disposto a lasciare il Kuwait a condizione che altrettanto facciano Israele dai territori arabi occupati e la Siria dal Libano. La risposta americana è negativa. Nessuna trattativa è possibile in quanto i due problemi sono completamente diversi e quindi non equiparabili.

Alla fine di agosto la diplomazia saudita in accordo con gli stessi governanti kuwaitiani stava per addivenire a una soluzione pacifica con il governo di Baghdad, quanto l'ulteriore sviluppo delle trattative è stato bruscamente inibito da Bush. In compenso, due mesi dopo (29 novembre) gli Usa impongono al consiglio di sicurezza dell'Onu la risoluzione 678 che prevedeva l'uso della forza dopo la scadenza dell'ultimatum del 15 gennaio.

La pantomima negoziale ha raggiunto il massimo quando, il 9 gennaio, il segretario di stato Usa Baker si è recato a Ginevra non per trattare con Aziz, ministro degli esteri iracheno, ma per ribadire perentoriamente i termini dell'ultimatum. Il veto americano a qualsiasi iniziativa negoziale ha colpito persino lo squalificatissimo Perez De Cuellar e Mitterand, che rispettivamente il 13 e il 16 febbraio hanno tentato di risolvere la crisi pacificamente.

A guerra iniziata l'atteggiamento americano non è mutato opponendo sistematicamente il rifiuto ai tentativi di interrompere il conflitto. Si è detto no, definendola un tragico inganno, la proposta di ritiro dal Kuwait del 15 febbraio. Si è risposto negativamente alla timida proposta sovietica del 19 febbraio articolata su sei punti ed avente alla base l'accettazione da parte di Saddam Hussein della risoluzione 660 e del ritiro senza condizione dal territorio kuwaitiano. La risposta è stata che non era sufficiente che ci si dichiarasse disposti ad osservare la risoluzione 660 se poi non si dava inizio all'effettivo ritiro, per cui "la guerra continua". La feroce determinazione americana giunge al punto di iniziare l'offensiva di terra nello stesso giorno in cui Aziz vola a Mosca per concertare con Gorbaciov i termini della resa. Il 22 Saddam accetta di arrendersi alle condizioni della proposta sovietica, ma ancora una volta la risposta americana è negativa, "la guerra continua". Anche quando le truppe irachene, il 25 gennaio, hanno iniziato il ritiro, Bush ha avuto il coraggio di dire che non era sufficiente, occorreva che Saddam ufficializzasse l'atto con una formale dichiarazione di accettazione di tutte e dodici le dichiarazioni Onu. A nulla sono valsi gli estremi tentativi della diplomazia di Gorbaciov, "la guerra continua" sino alla distruzione completa dell'Iraq e della sua rappresentanza politica.

Al 28 mattina, dopo che nella notte Baghdad aveva subito il più pesante bombardamento di tutta la guerra, tutte le condizioni per la cessazione del fuoco si erano determinate. L'Iraq era stato completamente raso al suolo, le sue più importanti città distrutte, l'esercito in rotta senza nemmeno aver avuto la possibilità di combattere, decine di migliaia di prigionieri e di disertori che si offrivano spontaneamente alle truppe di occupazione. La stessa Guardia repubblicana, già abbondantemente decimata dai bombardamenti precedenti, è stata distrutta. Sul campo sono rimasti decine di migliaia di morti civili, fame e distruzione.

L'unica cosa che l'imperialismo americano ha deciso di non fare è stata l'eliminazione fisica di Saddam Hussein, non per un atto di magnanimità ma per mero calcolo. A Washington sono convinti che la disfatta militare sia la premessa della disfatta politica e che entrambi favoriscano il nascere di forze di opposizione che si incarichino, magari con l'aiuto della Cia, di liberarsi dell'incomoda figura politica del Rais; lavori di cesello, ormai il grosso era fatto.

Le ragioni dell'intervento americano

Agli esordi degli anni novanta, pur con una situazione internazionale nuova, dovuta al "vuoto" lasciato dal momentaneo ritiro dell'Urss dalla scena mondiale, l'imperialismo non ha cessato di riproporsi e di riproporre le sue necessità di esistenza, accentuando la sua pressione sui soliti tre cardini: produttività, finanza e controllo delle materie prime, ovvero petrolio.

Da ormai vent'anni gli Stati Uniti hanno perso la leadership produttiva nell'area del capitalismo occidentale. Pur essendo ancora, in termini di Pil, il maggiore produttore di merci e servizi, la bassa produttività degli impianti industriali nei settori produttivi tradizionali ha pesantemente penalizzato la sua competitività con i partner occidentali, soprattutto con la Germania e con il Giappone. Da vent'anni a questa parte la bilancia commerciale americana ha registrato deficit mai inferiori ai 100 miliardi di dollari e molto vicino ai 200 miliardi nei momenti meno favorevoli.

Anche la leva della finanza, che sino a cinque anni fa, e in modo particolare nel periodo del doppio mandato reaganiano, ha rappresentato il fiore all'occhiello dell'economia americana, oggi sembra essere completamente inefficace. Con un basso tasso di sconto, il più basso degli ultimi decenni, con tassi di interesse altrettanto bassi e quindi scarsamente remunerativi per la speculazione finanziaria interna e internazionale, con un corso del dollaro bassissimo, tornato ai livelli della fine degli anni settanta, con sempre meno sottoscrittori del debito pubblico, la Federal Bank e i grandi istituti di credito americani si sono visti superare dalla potenza finanziaria di Bonn e Tokyo.

In simili condizioni l'imperialismo americano non poteva permettersi il lusso di non intervenire nella gestione del controllo della rendita petrolifera nell'area del Golfo, con o senza l'occasione dell'invasione dell'Iraq, nel senso che, o la crisi si sarebbe creata da soia quale momento esplosivo di una delle tante contraddizioni socio economiche dell'area mediorientale, o sarebbe stata creata appositamente come in mille altri casi, dai Caraibi al Mediterraneo, dall'episodio del bombardamento di Tripoli all'operazione "giusta causa" a Panama.

Un dato è certo, se l'amministrazione Bush non avesse avuto a disposizione le mire espansionistiche di Saddam Hussein, la sua volontà di trasformarsi nel più esoso parassita da rendita petrolifera della zona, mettendo in contemporanea difficoltà le borghesie "sorelle" e i macro-interessi imperialistici degli Usa, avrebbe dovuto inventarsi un altro Saddam Hussein, un'altra violazione del diritto internazionale pur di precipitarsi nell'area petrolifera più ricca e più debole del mondo.

Questi calcoli non sono nuovi, già negli anni settanta l'amministrazione Nixon, dovendo fare i conti con l'incipiente crisi americana e con il primo deficit nella bilancia commerciale, ha operato per un aumento del prezzo del greggio nell'evidente tentativo di penalizzare le economie concorrenti tedesche e giapponesi. Ma allora si era soltanto agli inizi. La perdita di competitività americana sul mercato commerciale interno e internazionale, pur essendo un fattore preoccupante e non contingente ma di tendenza, muoveva i primi passi, eppure il governo della più potente centrale imperialistica del mondo non ha esitato un solo istante a operare con la leva del petrolio pur di combattere la concorrenza di Germania e Giappone.

Oggi, mutate in peggio tutte le componenti economiche e finanziarie del quadro americano, quello che negli anni settanta è apparso per essere un importante espediente tattico, assurge a fondamentale nodo strategico. Mai come in questi ultimi anni, dopo lo sfacelo della reaganomics che alle già gravi condizioni dell'economia tradizionale ha aggiunto la crisi del settore finanziario, la gestione della rendita petrolifera è diventata una condizione necessaria alla sopravvivenza dell'intero sistema economico americano. Più di ieri controllare le quantità estratte di greggio e concorrere alla determinazione del suo prezzo, significa organizzare il corso della materia prima strategica secondo le particolarità del proprio fabbisogno energetico e contro quelle delle economie concorrenti con modalità e ritmi che vengono decisi a Wall Street e non nella sede dell'Opec né tanto-meno a Tokyo o a Bonn.

Un alto o un basso costo del petrolio significa, per chi lo controlla, l'aumento o la diminuzione dei costi di produzione dell'intero settore dei paesi industrializzati, significa incidere sui saggi del profitto e sullo spostamento di ingenti masse di petrodollari tra l'area di produzione e quella di consumo, significa avere nelle proprie mani una formidabile arma di ricatto da usare contro alleati e nemici a seconda delle opportunità.

Il petrolio val dunque una guerra, ma tanto tempismo e una simile feroce determinazione poggiano su di un altro elemento che tutto ha tragicamente esasperato, la recessione. L'anno 1990 si è chiuso per l'economia americana in maniera disastrosa. Nell'ultimo quadrimestre del '90 il Pil è sceso del 2,1%, l'inflazione è salita a 6,2% e la disoccupazione al 6,6%, dati che fanno ripiombare l'economia americana agli esordi della depressione degli anni settanta.

Il deficit federale si è attestato sui 300 miliardi di dollari, quello commerciale sui 120, mentre il debito estero è salito a 600 miliardi di dollari. Interi settori della produzione industriale sono in gravi difficoltà. Accanto alla cronica crisi della siderurgia e della metallurgia, è esplosa quella della chimica e del settore automobilistico, non poca cosa se si tiene conto che il 16% dei beni durevoli prodotti negli Stati Uniti provengono da questo settore. La General Motors ha lamentato un calo dei profitti dell'8%, la Ford del 15% e la Chrysler del 18%. Nei parchi delle tre imprese giacciono più di due milioni di vetture invendute, si susseguono le chiusure di molti stabilimenti e si è già licenziato il 9% degli operai. Per il proletariato americano è iniziata la fase dei sacrifici.

Di contro il debito del mondo imprenditoriale americano è di oltre 4 mila miliardi di dollari in parte investi speculativamente nella folle rincorsa alle scalate. H debito pubblico è salito alla storica cifra di 3 mila miliardi di dollari, circa il 70% del Pil, e gli stessi analisti americani non vedono possibilità di uscita da questo stato di cose a breve termine. Per reggere in qualche modo Ia Fed è costretta ad emettere 10 miliardi di dollari al mese senza nessuna garanzia.

Puntuale, dopo un fittizio boom di qualche anno, gestito speculativamente sullo base degli alti tassi di interesse, è arrivata la crisi anche nel settore finanziario, proprio quello che, nell'ottennato reaganiano, avrebbe dovuto rappresentare il fulcro della nuova era americana del terziario avanzato e del postindustriale. Nel 1989 hanno chiuso i battenti qualche centinaio di casse di risparmio, nel '90 ben 400 banche di medio-alto livello sono fallite. Il fiato grosso della recessione non lasciava molti spazi all'amministrazione Bush. Non era pensabile che la leva del petrolio potesse essere lasciata libera o peggio ancora nelle mani di un personaggio difficilmente gestibile come Saddam Hussein. Oltretutto la disintegrazione dell'impero sovietico e la sua relativa scomparsa dalla scena imperialistica internazionale creavano delle condizioni irripetibili che dovevano essere sfruttate appieno e subito senza lasciare tempo a ricompattamenti politici o a ripensamenti nel campo degli alleati. Ecco perché dal 25 luglio in avanti la logica dell'atteggiamento americano è stata una logica di guerra, ecco perché la feroce determinazione bellica del Pentagono non ha lasciato nessuno spiraglio alla soluzione negoziale della crisi, ed ecco spiegato perché l'operazione tempesta nel deserto doveva portare l'impronta americana mentre le forze alleate dovevano fungere da simboliche comparse. L'inderogabile legge dell'imperialismo recita che le forze vincitrici della guerra sono quelle che determinano le condizioni della pace: a chi vince va il bottino, e se si vince da soli il bottino è più grosso, e un bottino come quello petrolifero, sulla scorta della pesante recessione economica non doveva essere diviso con nessuno, tantomeno con gli alleati occidentali tedeschi e giapponesi.

La fine della guerra: un primo bilancio

Petrolio a parte, la conclusione della guerra ha fornito i primi risultati. A cadavere ancora caldo gli avvoltoi del deserto si sono buttati sulla preda inerme. Innanzitutto l'amministrazione Bush ha tenuto a precisare che le forze militari americane non abbandoneranno immediatamente l'area del Golfo. Formalmente la loro presenza è motivata dalla necessità di garantire il rispetto di tutte e tredici le risoluzioni Onu e di vegliare sulla riconquistata sovranità del Kuwait. In realtà il governo di Washington non ha nessuna intenzione di allentare la morsa. A garanzia dei suoi interessi immediati e soprattutto futuri, manterrà un contingente militare in permanenza, una sorta di vigile deterrente come a Panama o come in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Poi gli affari. Arabia Saudita e Stati Uniti hanno fatto le cose per benino senza lasciare nulla al caso e all'improvvisazione. Già al 25 febbraio, come riferisce il Wall Street Journal, si sono messi d'accordo su tre punti fondamentali. Il primo riguarda il ruolo americano nella determinazione del prezzo del greggio. E stato lo stesso governo di Riad a dare l'annuncio. In pratica l'Opec e I'Oapec da almeno 10 anni a questa parte sono operativamente inesistenti, ogni membro estrae e vende a seconda delle sue esigenze interne e non secondo le quote assegnategli dagli organismi centrali, con la conseguenza di avere un corso del prezzo del greggio instabile. Con la presenza Usa le cose dovrebbero cambiare nel senso che a questo punto ci sarebbe qualcuno in grado di far rispettare gli accordi sulle quantità estratte e sul prezzo.

Il secondo interessa un accordo finanziario tra il governo di Riad ed uno dei santuari della finanza americana, ovvero l'acquisto della Citicorp per 590 miliardi di dollari. La Citicorp è la più importante banca fra le trenta primarie di tutto il mondo. Ha mediamente un fatturato di 150 mila milioni di dollari ed un utile netto di 155 milioni di dollari, il triplo della Bankamerica e della Chase Manhattan Bank. L'accordo ha più letture, una è quella della crisi degli istituti di credito americani, un'altra riguarda la sete di capitale finanziario degli operatori economici in una fase di annunciata ristrutturazione, e infine, anche se in termini minori rispetto agli anni settanta, è dalla rendita petrolifera che nascono i grandi movimenti di capitali speculativi, dei quali Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti rappresentano da sempre le punte più avanzate.

A fronte di questo colossale affare finanziario la guerra ha potuto dare il via a un altro colossale affare, questa volta economico produttivo, la ricostruzione del Kuwait. Secondo gli esperti la torta dovrebbe constare di 200 miliardi di dollari per la parte civile, strade, acquedotti, edifici eccetera, 300 miliardi di dollari per la parte industriale petrolifera. La fetta più consistente deve toccare agli americani. Un bel 70% di 500 miliardi di dollari andranno nelle tasche dei vincitori sotto forma di commesse e appalti. Il 10% alla Gran Bretagna e le briciole agli altri paesi facenti parte della coalizione internazionale. Della ricostruzione dell'Iraq se ne parlerà a tempo debito, intanto il bottino di guerra, quello più immediatamente remunerativo, è stato individuato e spartito secondo le migliori tradizioni piratesche.

Le ambasciate di Riad e Kuwait City brulicano di operatori economici e di mediatori di tutto il mondo occidentale al seguito dei rispettivi ministri degli esteri. Come nelle migliori sceneggiate non sono mancate le risse e le accuse di accaparramento indebito e di brogli. Fatte le debite differenze, sembra di assistere a un affare "Irpinia" moltiplicato per un miliardo di volte, con l'unica differenza che a operare sul campo non è la solita mafia italiana, ma quella internazionale paludata di democrazia e accreditata dagli istituti del diritto internazionale.

In un simile contesto non ha importanza che a creare le condizioni di un simile processo di ricostruzione sia stata la più disastrosa delle guerre dopo quella mondiale. Ai becchini degli appalti non interessa che sotto le macerie da rimuovere sono rimasti 200 mila tra soldati e civili e che milioni di proletari con le loro famiglie sono ai limiti della sopravvivenza. La logica del profitto non conosce barriere e non riconosce altra legge di quella del più forte né altra moralità che non sia quella basata sulla violenza e sulla espropriazione.

Se per ricostruire bisogna distruggere ben venga la guerra, se per dominare imperialisticamente intere aree del mondo occorre seminare morte e distruzione, ridurre alla fame milioni di uomini e imporre sacrifici ai propri proletari, le società capitalistiche sembrano nate apposta. Nessun'altra organizzazione sociale ha mostrato di essere così scientificamente feroce e distruttiva. Abbiamo assistito con orrore ai disastri provocati in 45 giorni da questa guerra. Venti città completamente distrutte, morte fame ed epidemie dappertutto, il deserto arabico ridotto ad una specie di enorme discarica a rischio. Pozzi di petrolio in fiamme i cui fumi sono in grado di modificare il clima di tutta la zona. In Iran è piovuta acqua mista a petrolio, l'intero golfo Persico è diventato una cloaca nera che distrugge ogni forma di vita, beni vitali come l'aria e l'acqua sembrano essere diventati quasi inutilizzabili. L'unica cosa che da questo immane disastro esce potenziata è la barbarie del profitto che più è forte e più è aggressivo e più ferocemente uccide e distrugge, magari raccontandoci erudite storie di diritti internazionali lesi, di sovranità offese, come se tutto questo non fosse il suo repertorio preferito da sempre.

Fabio Damen

Prometeo

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