Crollo dell'Urss - Fine di una mistificazione, conferma dell'analisi marxista

Gli ultimi avvenimenti che hanno squassato l'Urss e il suo impero sollecitano alcune considerazioni, all'interno di un bilancio teorico-politico che nell'appropriato uso della metodologia e degli strumenti di analisi scientifica marxista ha trovato la valida chiave per una lettura classista dello stalinismo e del suo crollo, oltre che per una comprensione e valutazione della questione russa.

Nessuna presunzione in questa sicura affermazione, se non la convinzione che dal lungo e approfondito lavoro critico svolto dalla sinistra comunista italiana si è resa possibile la decifrazione della immane tragedia storica rappresentata dalla controrivoluzione stalinista, demolendo in sede teorica la mistificazione e il tradimento della cosiddetta costruzione del socialismo in un solo paese. Se le conseguenze della sconfitta in campo internazionale ancora non hanno consentito al proletariato rivoluzionario il passaggio dall'arma della critica alla critica delle armi, è pur vero che la realtà dello stesso sviluppo del processo storico capitalistico ha confermato tutte le conclusioni, e in gran parte rispettato le previsioni, delle nostre battaglie e ricerche. Una resa dei conti iniziata ben oltre quei "ventidue anni- di contestazioni democraticistiche ad alcuni formalismi politici dello stalinismo, e di cui oggi tanto si vanta qualche anima bella del "rifondazionismo".

Ciò che i dogmi e i funambolismi dell'ideologia borghese, puntello della società divisa in classi e sottoposta al dominio assoluto capitalista, vogliono a ogni costo distruggere è l'utopia comunista che indica alla classe operaia il compito di "liberare gli elementi della nuova società dei quali è gravida la vecchia e cadente società borghese" (Marx, Indirizzo sulla guerra civile in Francia nel 1871).

Tradotta in programma di azione politica, questa utopia ha avuto con la Rivoluzione d'Ottobre la possibilità storica di una sua esistenza concreta e operante, forte della iniziativa rivoluzionaria del proletariato sotto la guida del partito bolscevico. Non "utopie belle e pronte da introdurre par decret du peuple", diceva ancora Marx, ma "una serie di processi storici" a carattere ed estensione mondiale, che sarebbe stato bestemmia definire "costruzione del socialismo- in Russia, stante la presenza di una forza sociale avanzata quale quella del capitalismo; una condizione oggettiva che alle illusioni del socialismo nazionale contrapponeva l'urgenza della lotta di classe, in grado di portare avanti provvedimenti economici e misure sociali di progressiva distruzione dei rapporti di produzione capitalistici e di avvicinamento al socialismo.

Soltanto il sostegno del proletariato più avanzato dell'Europa occidentale avrebbe reso inevitabile il passaggio effettivo della Russia, arretrata e isolata, al socialismo. Questi erano gli obiettivi dell'Ottobre rivoluzionario (altro che un golpe di pochi scalmanati!) e le risposte di Lenin e dei partiti comunisti della Terza Internazionale ai menscevichi della loro epoca. Il rientro dell'ondata rivoluzionaria nel primo dopoguerra; la natura capitalistica, a gestione statale, della società russa; la degenerazione della dittatura del proletariato, del partito bolscevico e dell'Internazionale stessa; lo stalinismo, cioè il totale stravolgimento del marxismo, e la destalinizzazione quale prima reazione alla crisi incombente, e infine la perestrojka: sono queste le principali tappe di un percorso storico sul quale sono scivolate con sonore cantonate, e spesso fra le interessate complicità borghesi, molte sedicenti opposizioni di sinistra, epigoni di Trotsky compresi.

Le forze impersonali del capitale che imperano sul mondo intero costringono i soggetti di turno del potere, quando i fatti materiali li contraddicono, a cambiare divise e bandiere, ma la sostanza rimane immutata.

Lo stato padrone e predone dell'Urss, rappresentante e gestore dell'imperialismo moscovita, ha svolto le sue specifiche funzioni esercitando il più spietato dominio autoritario, non soltanto sul proletariato, che i rapporti di produzione vigenti condannano alla subalternità di classe economicamente sfruttata, ma anche sulle repubbliche minori, sulle classi intermedie e le etnie più deboli. Ed ora questo totalitarismo, che costituisce parte dell'essenza stessa dell'imperialismo, gli si ritorce contro. All'accentramento più esasperato segue il decentramento, il moto centrifugo delle autonomie, l'agitarsi degli strati parassitari della piccola borghesia fin qui alimentati dal dirigismo statalista entro i limiti e le contraddizioni del suo espandersi.

La dittatura borghese si scontra sempre - e al contrario di quello che sarà il fine della contrapposta dittatura proletaria - con la necessità di difendere e conservare il modo di produzione che l'ha generata, rafforzando per questo la macchina repressiva dello stato. Ma quella libertà economica, di movimento e di iniziativa, contro ogni ostacolo e di cui il capitale ha bisogno a un certo punto del suo cammino di sviluppo... accentratore, evoca forze sociali e interessi parziali e locali che, fino a quel momento soffocati nello sforzo dell'accumulazione originaria, irrompono sulla scena dietro i vessilli del libero mercato e della iniziativa privata e le fanfare della massificazione del profitto.

Compiutosi, a tappe forzate, il processo di una gigantesca centralizzazione del capitale e della sua riproduzione attraverso l'intervento diretto e pressoché esclusivo dello stato, conseguentemente alle condizioni economiche e sociali presenti in Russia dopo i primi anni della conquista del potere da parte dei bolscevichi, quello che si è “costruito” dalla fine della guerra civile in poi non poteva essere altro che un mostruoso, reale capitalismo nazionale e statale; pronto in seguito a confrontarsi in guerre calde o fredde con gli altri imperialismi d'Europa, d'America e d'Asia.

Il potere dello Stato servì “quale violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi”. Così, nella analisi critica di Marx, era già accaduto con il formarsi delle grandi potenze dell'Occidente, dall'Inghilterra alla Francia. Nel caso storico del capitalismo russo la centralizzazione, con le sue peculiarità settoriali, veniva di fatto sottoposta a un oligopolio dei principali organismi ministeriali, e dando luogo a una accentuata verticalizzazione di finanziamenti, piani di produzione e distribuzione, prezzi e servizi. I risultati diffondevano ed evidenziavano, invece di eliminarlo, un intreccio di differenziazioni, sprechi e inefficienze dalle conseguenze alla lunga rovinose per l'insieme del sistema.

Successivamente, nella fase della concentrazione del capitale, cioè nella riproduzione su scala allargata e nella continua trasformazione dei processi di produzione semplici e consuetudinari in "processi di produzione combinati socialmente e predisposti scientificamente", e con i quali il capitale aumenta via via la propria grandezza, sarà allora che il capitalismo russo comincerà a perdere colpi, avvertendo i superiori livelli e le dinamiche potenzialità delle concentrazioni capitalistiche occidentali.

AI lancio del consumismo di massa, attraverso il quale le maggiori potenze industriali ridavano vitalità alla produzione e al mercato, faceva riscontro nell'Urss una bassissima concentrazione nell'industria dei beni di consumo, in una condizione di immobilismo del sistema finanziario e creditizio, di fatiscente stato delle infrastrutture, eccetera.

E questo sarebbe apparso ancor più evidente al momento di affrontare gli ulteriori processi di ristrutturazione e di riconversione industriale, in risposta al dilagare esplosivo delle contraddizioni e dei crolli del sistema. E la crisi generale del capitalismo, compresso dalla caduta del saggio medio del profitto e dal restringersi degli spazi dell'accumulazione allargata del capitale, che ha portato alla rovina il blasfemo "socialismo in un solo paese" e il suo impero.

Nessuna briciola di socialismo poteva esser presente in una formazione economico-sociale determinata e caratterizzata da un compiuto capitalismo di stato. E, rispettando tutti i modi, le relazioni e le categorie della produzione e della distribuzione capitalista (merce, denaro, salario, plusvalore), gli orientamenti e le motivazioni di un interesse materiale, economico e sociale, presenti nella struttura di base venivano conseguentemente trasferiti al movimento della sovrastruttura, dando vita e consistenza a una classe predominante con funzioni, guadagni e privilegi storicamente definiti e riconducibili, al di là del possesso privato dei mezzi di produzione, al sistema organizzativo della gestione centralizzata della economia e del potere. Chiaramente, i rapporti di produzione capitalistici non comportano solo l'esistenza della classe operaia, quale unica classe che produce tutto il valore, ma contemporaneamente la presenza della classe borghese, unica beneficiaria di questi specifici rapporti, e che si appropria del plusvalore esercitando il controllo e l'amministrazione dell'intero sistema produttivo e distributivo.

Il complicato e tormentato processo economico col quale i maggiori paesi capitalistici hanno vissuto, nel precedente secolo, il passaggio dalle fasi dell'accumulazione primitiva a quelle dell'accumulazione allargata, si è inoltre aperto e si va svolgendo in Russia alla presenza su scala internazionale di due condizionamenti particolari: l'avvenuto passaggio del capitalismo, e la sua permanenza, nella fase parassitaria dell'imperialismo; la crisi prolungata del ciclo di accumulazione seguito al secondo conflitto mondiale. Il fenomeno complessivo non riguarda fra l'altro la sola Russia, ma si prepara a esplodere in aree tuttora economicamente e socialmente arretrate, quali la Cina e l'India.

Un altro non trascurabile fattore di relativa novità, per alcune sue momentanee e secondarie conseguenze, è la perdurante assenza - in termini di coscienza e di movimento politico autonomo di classe, e non certo di presenza fisica ed economico-sociale - del proletariato. Risultato delle sconfitte subite in campo internazionale sotto i colpi della controrivoluzione stalinista. Questa virtuale assenza del movimento proletario classista si presenta come elemento favorevole al primo avvio dei processi di ristrutturazione e delle misure anticrisi adottate dalla borghesia; salvo il manifestarsi nei comportamenti delle più giovani borghesie di qualche effetto di rilassamento del proprio senso unitario di classe, sul quale in alcune circostanze sembra prendere il sopravvento lo scontro interno di interessi di fazione e di particolarismi esasperati di gruppi e ceti.

E il caso della Russia dove assistiamo, più che a un'azione politica fortificata dalla coesione e dal programma di una classe sociale egemone, al confuso agitarsi di un insieme di legami locali e di identità di interessi differenti e particolaristici, tale da rendere ancor più travagliata quella unità organizzativa dell'ordine sociale borghese e l'esercizio del suo potere esecutivo richiedono, dietro la mistificazione dell'interesse generale.

Il mastodontico organismo statale costruito dallo stalinismo, gestito e controllato dall'apparato del partito unico e dalle sue gerarchie politico-amministrative, non si è limitato a opprimere e a privare dei più elementari diritti civili il popolo russo; ha gettato e consolidato le fondamenta del capitalismo e del potere sociale borghese.

I Gorbaciov e gli Eltsin, come in parte lo stesso Krusciov 35 anni fa e poi Kossighin, altro non fanno che proseguire l'opera del loro padre spirituale e materiale, ampliandola secondo la inesorabile, contraddittoria logica interna, e adattando le sovrastrutture del diritto e delle istituzioni politiche alle sopravvenute esigenze di una conservazione riveduta e corretta.

Non è certamente l'esistenza dello stato, che era e rimane stato reale, legittimo difensore di un interesse di classe che nulla ha da spartire col comunismo (e la sua stessa sopravvivenza oppressiva ne è la dimostrazione), a esser messa in discussione dai liberai-radicali, ma quella formale dei suoi precedenti apparati e impalcature ester ne, cominciando dalla superata copertura ideologica.

La velocità degli avvenimenti ha spinto le vacillanti menti del pluralismo culturale sulle onde delle più fantastiche congetture: via una rivoluzione, avanti un'altra! Ma con i colpi di scena del passaggio delle consegne fra bande rivali, le abiure e i furori iconoclastici, gli attori recitano a soggetto un vecchio copione storico di stampo bonapartista.

Immutati restano proprio quelli che sono gli elementi fondamentali delle cause e degli effetti concreti di una rivoluzione: il dominio e la lotta delle classi sociali fra loro antagoniste; il passaggio da un vecchio a un nuovo modo di produzione economica e di rapporti sociali.

E l'incalzare della crisi nella invariata struttura economica a esasperare lo stesso processo politico nel quale, se prima trovava ancora posto e tempo un tentativo riformatore del dispotico e arrugginito Pcus, ora si è imposta la sua definitiva sostituzione ed espropriazione ... patrimoniale, compresi i conti in divisa nelle banche svizzere. L'oligarchia monopartitica o pluripartitica (anche le associazioni a delinquere si aggiornano) è pronta a trasferirsi nella nuova Cosa fecondata dai successori democratici della precedente dittatura, poiché poteri, autorità e privilegi di classe che reggevano il passato ordinamento non sono andati distrutti. Sono quanto meno vacanti in un mercato sul quale si affacciano - e già con aspetti e contenuti di un dinamismo tanto più malavitoso quanto più liberaldemocratico - le domande e le offerte di centri decisionali; di amministratori di marchi e dollari; di tecnocrati per obsoleti impianti industriali, agricoli e militari; di manager, commercianti, bottegai, affaristi e incettatori di valuta e di beni di consumo. Attività ad alto reddito per quel 2% della popolazione russa, che detiene già il 60% dei depositi delle casse di risparmio del fu-socialismo reale, a spese di una massa di 71 milioni di cittadini costretti a vivere con meno di 100 rubli al mese.

Dietro l'ambigua e maldestra congiura della banda degli otto, e i compiacimenti dell'Occidente fondati su voluti e interessati equivoci, la situazione economico-sociale dell'Urss rimane gravissima. Gli ultimi dati parlano di una produzione industriale diminuita del 10%; reddito -2,5%; produttività media -1,5%; investimenti -1,8%; commercio estero -37%; produzione petrolio -6%. Nei primi sei mesi dell'anno il prodotto nazionale lordo è diminuito del 20%, e il servizio del debito estero ne assorbirà circa il 40%. Un debito estero che dai 54 miliardi di dollari del 1989 è salito ai 57 del '90 e raggiungerà i 64 miliardi alla fine del '91, mentre il defict pubblico si appresta a superare la soglia dei 500 miliardi di dollari.

Quanto all'agricoltura, l'ultimo raccolto di 195 milioni di tonnellate di grano è diminuito di ben 42 milioni di tonnellate rispetto all'anno precedente; le previsioni per l'autunno sono di circa 160 milioni di tonnellate, più 20 milioni in deposito nei silos di stato, e contro un fabbisogno di almeno 245 milioni di tonnellate.

Dopo sei anni e sei mesi di lancio ufficiale della perestrojka, con nove piani di riforma economica bruciati in tre anni, dal deterioramento dell'apparato produttivo soffocato dal burocratismo di una centralizzazione statale non più in grado di assicurare adeguate valorizzazioni del capitale si è passati alle incertezze delle privatizzazioni e delle iniziative di mercato. Non che prima non si scambiassero merci, non si trafficasse in capitali: oggi come ieri la posta in palio è il possesso e il controllo di questi meccanismi e il conseguente diritto legale di godere del plusvalore che continuerà a essere estorto, e si spera in quantità maggiori, dal lavoro salariato del proletariato. Lo scontro, tutto interno alla borghesia russa, fra gli schieramenti dei gruppi conservatori e riformisti, si colloca in una fase economica oltre che di crisi verticale anche di passaggio alla formazione del saggio medio del profitto non più fissato attraverso gli interventi dirigistici del piano centralizzato, ma derivante dai rapporti concorrenziali del mercato e dal libero movimento, interno ed esterno, di merci e capitali. Il processo non viene più governato dalle imposizioni dello stato e del partito senza tener conto delle capacità di sviluppo, e delle regole, della iniziativa privata. In questo senso le cooperative rette privatamente hanno già ammassato le loro offerte di beni e servizi, portandole da poche centinaia di migliaia a decine di miliardi di rubli.

Ora che finalmente ogni cittadino ha "la possibilità di guadagnare quanto più può, autorizzando la formazione del capitale privato e stabilendo il diritto della sua protezione per via legale" (così il primo ministro Silaev), sono proprio il mercato e il profitto tanto osannati che - nel nome della redditività della impresa privata - stanno gettando sul lastrico milioni di lavoratori, fra l'altro a spese delle etnie più deboli, e imponendo salari e pensioni a livelli di fame. Gli stipendi mensili sono fermi sui 240-300 rubli, pari a 7-9 dollari, mentre il costo della sopravvivenza supera ormai i mille rubli.

E la libera iniziativa del commercio e degli imboscamenti che ha già portato al 120% l'inflazione dichiarata. Il mercato nero dilaga (è in grado di fornire persino bazooka e carri armati); la speculazione, la corruzione e la criminalità organizzata prosperano a tutti i livelli; tonnellate di derrate alimentari vengono nascoste e fatte marcire affinché i prezzi salgano alle stelle. Nel marasma generale e nella progressiva omologazione degli invidiati valori occidentali, con priorità al mito del facile arricchimento personale, ciascuno pensa per sé, dal singolo cittadino alle amministrazioni locali, fino alle repubbliche pronte ad usare l'arma a doppio taglio dell'indipendentismo pur di strappare qualche temporaneo vantaggio.

Come è emerso nell'estremo tentativo di riportare le leve di comando nelle mani dei vecchi apparati, sulla scena si sono mossi - più che forze sociali in grado di esprimere indirizzi politici ed economici all'altezza della grave situazione - personaggi screditati e visceralmente legati alle più conservatrici concezioni e alle consunte poltrone del potere e della greppia del Pcus. E dietro di loro, i ceti maggiormente legati a privilegi e rendite della nomenklatura burocratico-amministrativa non sono andati oltre una sotterranea azione di quotidiano boicottaggio della glasnost. Di contro, una piccola borghesia alla ricerca di quote di plusvalore da spartire con le componenti più radicaleggianti della nuova borghesia; sullo sfondo, scena muta per la stragrande maggioranza del popolo libero e sovrano, e con una classe operaia paralizzata e che in ridottissima parte (i dannati deve miniere) ha risposto all'appello di Eltsin per lo sciopero generale.

Gorbaciov e le componenti della classe borghese costituenti la frazione più moderata in quanto maggiormente legate alle strutture più responsabili dello stato (finanze, esercito, rapporti con l'estero, eccetera), sono apparse nelle prime mosse del putsch di mezz'agosto in una sfumata posizione di opportunistica attesa; un golpe più volte annunciato, fin nella composizione degli autori ("il gruppuscolo stalinista influente, accanto all'apparato del complesso militare, industriale e alle alte sfere dell'esercito e delle forze dell'ordine" - così prevedeva da settimane A. Jakovlev, ex consigliere di Gorbaciov e padre della glasnost).

A trarre un immediato vantaggio, dagli ambienti occidentali non sempre visto di buon occhio, è stato il gruppo dirigente esteriormente più radicaleggiante e capeggiato da Eltsin, il quale sta democraticamente raccogliendo ampi ed autoritari poteri alla testa di una repubblica Russa che si presenta favorita e quindi egemone sul fondamentale piano dei rapporti e vincoli economici dell'Unione, a fronte delle autonomie politiche di facciata delle Repubbliche orientali e baltiche. E sarà essa alla fine a fare da centro garante per un successivo ampliamento spaziale del potere nazionale, e quindi imperialistico.

Nella nuova Unione delle Repubbliche Sovrane Sovietiche saranno proprio ed ancora una volta le potenziali capacità industriali, l'incremento dei mezzi finanziari e

l'espansione dell'interscambio ai prezzi competitivi del mercato internazionale a dettar legge. In testa la repubblica di Eltsin, con i tre quarti del territorio complessivo e 148 milioni di abitanti (51.8%); il 91% delle estrazioni petrolifere; il 77% dei gas naturali; il 50,3% dei prodotti agricoli; un Pnl di 858 miliardi di dollari e l'unica bilancia commerciale in attivo di 15 miliardi di rubli con tutto il resto dell'Unione.

Intanto l'impero russo vacilla. L'ordine dei blocchi imposto dal secondo massacro imperialista con una spartizione del mondo, a Yalta e a Potsdam, in sfere d'influenza lascia il posto a una esplosione di sopite nostalgie patriottiche e religiose, alimentate dalla irrazionalità e dall'urto delle contraddizioni internazionali. Un movimento esasperato di frenesie secessionistiche e di spinte centrifughe separatiste e tensioni etniche, che il precipitare della crisi economica generale rischia di complicare ed estendere, ma che nello stesso tempo dovrà pur essere ricompattato nell'interesse dell'intera struttura capitalistica e formazione sociale borghese.

In caso contrario, l'aggravarsi e l'espandersi dei conflitti a carattere nazionale e interimperialistico, oltre le proclamate apparenze di ristabiliti ordini e legalità internazionali, non potrebbe che causare un peggioramento dei problemi, delle difficoltà e incertezze che già si accompagnano ai progetti della perestrojka. Le euforie dei primi tempi lasciano il posto a un misto di delusioni e paure, in una prospettiva di misure tanto urgenti quanto impopolari, e quindi, nonostante il costruttivo pragmatismo imposto dalle logiche del mercato e del profitto, tali da non garantire affatto stabilità e pace sociale interna.

Lo stato di emergenza, al limite del collasso, impone la ben nota serie di sacrifici, tagli delle spese, riequilibri e rigidità, ristrutturazioni e riconversioni con drastiche eliminazioni di mano d'opera.

Secondo una ricerca accademica di "studiosi" della Banca d'Italia, l'attuale divario degli standard di produttività dell'Urss con quelli ad esempio di Italia, Francia e Spagna, è del 39% e richiederà oltre due decenni (21 anni) per essere colmato. Il fabbisogno di importazioni nette, cioè investimenti, viene stimato allo scadere del ventunesimo anno attorno ai 700 miliardi di dollari a prezzi costanti 1989; potrebbe diminuire soltanto con forti riduzioni della spesa pubblica e un consistente aumento del risparmio in tutti i paesi dell'Est. Ammesso e non concesso che l'Occidente sia in grado di fornire così ingenti risorse, per lo meno nel medio periodo le conseguenze più probabili e insostenibili riguarderebbero le variazioni dei tassi di interesse, di cambio, di inflazione, con relativi "spiazzamenti" delle produzioni nazionali, della disoccupazione e via discorrendo. In ogni caso: un clima di escalation delle tensioni sociali, complicato ad Oriente dalla totale mancanza di un sistema di ammortizzatori sociali.

Dagli economisti di Mosca e di Harvard sono stati elaborati progetti (dal piano Javlinsky al piano Sachs) fondati su somme varianti da un minimo di 120 miliardi ad un massimo di 210 miliardi di dollari da investire nell'Urss in quattro o sei anni. Questo quando il piano Marshall nel dopoguerra distribuì non più di 65,6 miliardi di dollari, al valore attuale, in quattro anni.

A parte le dovute considerazioni d'ordine politico e militare e le esatte valutazioni dei pro e dei contro, la massima concessione di aiuti offerta dagli Usa ai russi è stata la clausola della "nazione più favorita", e della quale già godono almeno un centinaio di altri paesi. Nelle mediazioni degli organismi internazionali (Fondo Monetario, Banca mondiale, Ocse, Gatt, Banca europea per la ricostruzione) si parla dell'apertura di linee di credito per acquisti di medicinali e cibo; di team di esperti per organizzare la distribuzione di aiuti alimentari; si raccolgono dati sulle più urgenti necessità di assistenza tecnica; si studiano piani di riforme strutturali e modalità procedurali di adesione dell'Urss agli stessi organismi mondiali. Ma per il resto, tante parole e pochi fatti.

I crediti accordati all'Urss nei primi 8 mesi del 1991 ammontano - secondo calcoli della "Solomon Brothers" - a 18,7 miliardi di dollari. Tolti i tre miliardi del credito tedesco per finanziare l'evacuazione dell'Armata Rossa, e i 4 miliardi promessi dall'Arabia Saudita e dal Kuwait, il resto fa parte di crediti all'esportazione dei mercanti del capitalismo occidentale.

Prendiamo, per esempio, l'agricoltura americana: le sue esportazioni verso l'Urss sono crollate dai 3,29 miliardi di dollari del 1989 ai 2,94 miliardi del '90 ed a 1,6 miliardi dell'anno in corso, grazie ai crediti concessi da Washington. Per i "farmers" americani questi cosidetti aiuti alimentari rappresentano una boccata d'ossigeno per la riduzione delle eccedenze e la lievitazione dei prezzi. Le quotazioni dei cereali al "Chicago board of trade", la Wall Street agricola, hanno seguito gli alti e bassi della situazione in Russia: in discesa all'annuncio del golpe, sono balzati in su col trionfo di Eltsin.

E mentre ai banchieri e agli affaristi occidentali ciò che preme innanzitutto è la definizione dei centri decisionali coi quali trattare (secondo le sempre valide regole staliniste del "reciproco vantaggio"), e di chi dovrà garantire responsabilmente gli impegni finanziari assunti fin qui dai russi, per le borghesie delle Repubbliche dell'Unione si tratta di definire la divisione degli oneri del debito estero assieme alla spartizione delle riserve di metalli preziosi e di valute pesanti.

Quanto alla gestione delle ristrutturazioni, si aprono problemi di non facile soluzione, e che vanno ben al di là di una modifica di principi giuridici e metodi contabili, e che investono i nodi cruciali dell'assegnazione di concrete autonomie finanziarie, la spartizione e l'impiego dei capitali di investimento, l'organizzazione e la specializzazione delle strutture commerciali, delle infrastrutture e dei servizi.

In questo contesto gravido di timori e tensioni nella stessa classe borghese, vanno aumentando i segnali di un aggravarsi delle condizioni di lavoro e di vita delle masse operaie, sulle quali si scaricheranno inevitabilmente gli effetti dirompenti della crisi e dei tentativi di un suo superamento, distruggendo le facili illusioni di un interclassismo democratico e pacifista.

Le prime e più probabili conseguenze potrebbero essere quelle di un ritorno delle proteste sociali e di un inasprimento delle lotte economiche nelle fabbriche, anche a seguito delle sicure repressioni del nuovo potere. Non diamo del tutto scontato l'esito delle contrapposizioni ai vertici del potere, né escludiamo un possibile ritorno dei nostalgici del Pcus.

Ma sulle maggiori, pur se relative, possibilità di movimento e di espressione all'interno dell'Urss e quindi di contatti internazionali, si fondano le prospettive di un fruttifero lavoro teorico e politico delle avanguardie di classe fedeli al marxismo. Un intervento sostenuto dalla certezza del non lontano ritorno di un ciclo storico classista e rivoluzionario, legato ai preziosi insegnamenti che il partito di classe ha saputo trarre dalle lezioni dell'ultimo mezzo secolo.

Abbiamo pagato e continueremo a pagare a caro prezzo i nostri precisi giudizi e i conseguenti atteggiamenti politici sul passato e presente dell'Urss. Persecuzioni, calunnie ed ostracismi continueranno; ma il futuro della emancipazione del proletariato e della rivoluzione comunista passa lungo la linea di difesa ad oltranza di questi esclusivi risultati della analisi critica marxista, patrimonio fondamentale della sinistra italiana ed internazionalista.

Davide Casartelli

Prometeo

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