A che punto siamo

Siamo nel bel mezzo del guado. Il capitalismo italiano, al pari di quello internazionale, può faticosamente riguadagnare margini di profitto inserendosi nel solco della ripresa economica, da altri capitali tracciato, solo a condizione di portare a compimento un ulteriore processo di concentrazione delle forze produttive e di centralizzazione del capitale finanziario ad alto contenuto tecnologico, accompagnato dal più feroce attacco normativo, salariale e occupazionale, dal secondo dopoguerra ad oggi.

È la legge capitalistica di sempre, con la sola differenza che nelle fasi di ripresa i danni sociali creati dalla precedente crisi economica non possono essere riassorbiti, se non in parte, e con costi per la classe lavoratrice, al limite della sopportabilità. Sarà ripresa cioè, solo a patto che la macchina di estorsione di plus valore si sappia rimettere in moto a colpi di ristrutturazione tecnologica, di ulteriore concentrazione produttiva e finanziaria, e che la classe operaia sopporti il peso dell'ennesima politica dei sacrifici, di una tecno-disoccupazione cronica e di contratti e salari degni soltanto di una società schiavista, accoppiati ad una qualità della vita sempre più degradata e barbarica.

In questo processo il governo Berlusconi sta facendo la sua parte. Come il "Polo del buon governo" si è insediato ai vertici del potere politico, una raffica di decreti legge, normative, proposte di legge si sono abbattuti sul tessuto socio economico italiano, dando seguito alle premesse dei sue governi precedenti, quelli di Amato e di Ciampi, ma con una enfasi ed una virulenza inusitate, pari solo alla gravità e alla devastazione lasciate sul campo dalla crisi precedente.

Innanzitutto con le privatizzazioni delle imprese e degli istituti di credito statali o parastatali. L'idea di "purificare" l'economia dalla presenza invadente dello Stato non deriva, come molto spesso si sente argomentare, dalle risorte tesi neo liberiste, di cui il presidente del Consiglio ama definirsi seguace, ma dal fallimento dell'intervento della stato nell'economia quale elemento anticiclico, ovvero quale panacea in grado di risolvere tutti i mali del sistema produttivo capitalistico. Come se le insanabili contraddizioni del capitalismo potessero essere contenute o addirittura superate dalla presenza di una entità "superiore", lo stato, o da un ritorno al concetto privatistico della economia, o dall'alternarsi dell'una sull'altra. Eventualmente il neo liberismo e la prassi delle privatizzazioni sono la conseguenza al fallimento dell'intervento dello stato nell'economia e non viceversa. In più la destatalizzazione è la conseguenza di un indebitamento statale che ha raggiunto livelli storici per dimensioni e per sopportabilità da parte dell'intero sistema economico. Due milioni di miliardi di debito pubblico sommati al deficit statale non potevano che imporre, nella testa e nella prassi dei neo governati, l'idea della smobilitazione forzata, anche perché uno stato così indebitato non sarebbe stato in grado di svolgere nessuna operazione positiva nei confronti del capitale imprenditoriale e speculativo se non quella di accumulare debiti su debiti con il rischio di travolgere tutto, l'economia reale compresa. In aggiunta il ritorno a concetti privatistici dell'economia ha creato il terreno favorevole alla potatura dei rami secchi, al programmato diminuito esborso di capitale da parte dello stato per pensioni, sanità e scuola e, non ultimo, ridefinizione dei contratti da pubblici a privati, con l'evidente obiettivo di avere mano libera nei meccanismi contrattuali per i licenziamenti.

Ma lo "storico" passaggio da una struttura economica a larga presenza dello stato ad una caratterizzata dalla assenza dello stato, non significa in nessun caso che venga meno il processo di concentrazione dei mezzi di produzione e del capitale finanziario, anzi il meccanismo ne viene potenziato. lo smembramento dello statalismo economico e finanziario, IRI-ENI-STET, Comit e BNL, per limitarci ai casi più importante, si presenta come la condizione per i vari Agnelli, Pirelli, De Benedetti e Cuccia per attuare la più mastodontica opera di acquisizione mai determinatasi nella storia economica italiana.

Tanto doveva fare il governo Berlusconi e tanto ha fatto. Ovviamente il tutto in nome del solito interesse generale, dell'azienda Italia, della ripresa economica e, perché no, del mondo del lavoro, inteso come lavoro dipendente.

La seconda frontiera del governo Berlusconi è rappresentata dalla manovra anti operaia di cui la finanziaria, con il suo penalizzante contenuto della politica dei sacrifici a tutti i livelli, è soltanto una parte, iniqua ed abbietta quanto si vuole, ma non così devastante come le normative che hanno inchiodato il proletariato alla ridefinizione dei contratti di lavoro e alla ristrutturazione del salario. Da oggi in avanti, per la classe operaia italiana, sul modello giapponese e americano, non ci sarà più la sicurezza del posto di lavoro. Dai meccanismi produttivi si entrerà e uscirà a seconda dell'andamento economico della fabbrica o dell'impresa. I contratti andranno via via subendo quella flessibilità necessaria all'alternarsi delle situazioni di mercato, ovvero alle crisi economiche, senza che contratti di sorta possano interferire in questi automatismi di sostegno e di salvaguardia degli interessi del capitale d'investimento. Gabbie salariali, di fatto già esistenti a Melfi, contenimento del costo del lavoro, cancellazione di ogni residuo di scala mobile, contratti di solidarietà, interinali, d'ingresso o di apprendistato, inferiori del 30-40% rispetto ai salari normali sono fin da adesso, grazie alla collaborazione e al senso di responsabilità dei sindacati, il terreno sul quale intende muoversi la borghesia.

E la risposta operaia? C'è stata, eccome. C'è voluta l'arroganza del governo Berlusconi per riempire le piazze italiane di quasi un milione e mezzo di lavoratori. C'è voluta la stupidità politica del "polo del buon governo" per ridare ossigeno agli spiazzati sindacati, sino a farli apparire alle masse lavoratrici per quello che non sono, i difensori degli interessi di classe all'interno dei meccanismi economici capitalistici.

Nei fatti lo "storico" sciopero, se da un lato ha visto finalmente la classe operaia scendere in piazza a difesa dei propri interessi, anche se in maniera confusa, istintiva e politicamente debole, dall'altro l'ha gettata, e non poteva essere altrimenti, tra la braccia del sindacalismo più fetentemente "riformista" e conservatore. La triplice, mai unita come in questa occasione, strumento cosciente o inconsapevole di uno scontro tutto interno alla grande borghesia italiana, di cui il governo Berlusconi è l'obiettivo da abbattere o da difendere, ha chiamato a raccolta il mondo del lavoro, non contro la finanziaria che accettano nella sua struttura fondamentale, non contro la politica dei sacrifici, che considerano necessaria anche se iniqua e non ben distribuita, non contro una società capitalistica ferocemente intenta a succhiare plus valore ad oltranza, che si guardano bene dal mettere in discussione. Non contro la ristrutturazione del salario di cui sono stati a loro tempo tra gli artefici, non contro la totale sterilizzazione della scala mobile che hanno sottoscritto come atto dovuto al capitalismo nostrano, non contro la valanga normativa dei nuovi contratti di lavoro che è scivolata via senza che venisse organizzato uno straccio di sciopero, ma contro la volontà del governo di non stralciare dalla finanziaria la questione delle pensioni e della riforma della previdenza sociale. In pratica lo sciopero del secolo, fermo restando il quadro generale e il devastante attacco della borghesia alle condizioni occupazionali e di vista di milioni di lavoratori, si è quasi per intero proposto quale scontro tra i sindacati e il governo sulla differenza che passa tra il 2% e l'1,75% per le rendite pensionistiche, sullo stralcio della riforma pensionistica, ben inteso, accettata dai sindacati con il solito senso di responsabilità. Non male come involucro entro il quale arginare la naturale rabbia delle masse lavoratrici, ben centrato l'obiettivo di recuperare credibilità presso il mondo del lavoro incanalandolo tra le forche caudine della compatibilità del sistema economico nel più assoluto rispetto delle leggi del profitto, trasformando una delle più gravi sconfitte del movimento operaio, in una giornata di lotta e di vittoria.

È tempo che, nei profondi meandri della depressione politica in cui è da tempo sprofondata la coscienza di classe, complici il crollo dell' ex falso impero sovietico e il ruolo nefasto delle variegate forze dell'opportunismo riformista, non da ultimi l'insulsaggine politica dell'autonomia e l'endemico riformismo democraticistico di Rifondazione, le avanguardie del proletariato, sorrette nel loro sforzo dalle sparute avanguardie politiche del residuale bastione rivoluzionario, trovino la forza di riproporsi in termini di antagonismo di classe, non democraticistico, non riformistico, al di fuori delle compatibilità del sistema, ma orientato sul troppo presto dimenticato principio dell'inconciliabilità di interessi tra proletariato e borghesia.

I passi iniziali di questa ripresa della coscienza di classe non possono che muovere da dall'angusto limite della lotta economica rivendicativa in cui il capitalismo costringe la classe operaia a dover fare quotidianamente i conti con condizioni di vita e di sfruttamento sempre peggiori. Pensare che una ripresa della coscienza di classe possa avere percorsi diversi significa collocarsi nel limbo della più banale stupidità interpretativa dei fenomeni sociali. E allora ben venga la mobilitazione ( finalmente!) di centinaia di migliaia di lavoratori, sia benedetto, si fa per dire, il rifiuto dell'attacco sulla questione pensionistica, ma attenzione .... Non bisogna cadere nel giochino dei sindacati ufficiali che hanno bellamente ignorato tutti gli altri attacchi alla forza lavoro, attacchi che vanno dal salario al massacro dei nuovi contratti, dalla generica politica dei sacrifici allo stillicidio quotidiano della disoccupazione. In altri termini occorre che all'interno della classe operaia si facciano strada due principi fondamentali della lotta di classe: il primo è che i lavoratori non sono dei cittadini al pari di altri, solo un pò più sfortunati e meno abbienti, ma i creatori della ricchezza nazionale i cui interessi immediati e futuri sono antitetici ed inconciliabili con quelli della classe borghese che di questa ricchezza si nutre. Il secondo è che la classe operaia, sorretta e spronata dalle sue avanguardie, non deve limitarsi a rintuzzare gli attacchi dell'avversario di classe, ma a proporsi in termini rivendicativi anche, se non soprattutto, al di là delle compatibilità del sistema.

Il che non significa sparare delle rivendicazioni che non stanno né in cielo né in terra, o peggio ancora, proporre in chiave rivendicativa ciò che il sistema economico capitalistico non sarebbe comunque in grado di accogliere, credendo o facendo credere alla loro realizzabilità, (lavorare tutti lavorare, lavorare meno a parità di salario, fermi restando i rapporti di produzione capitalistici) esempio di riformismo idealistico, nel migliore dei casi, di imbecillità politica in tutti gli altri, fermo restando la presunta buona fede di chi enuncia simili rivendicazioni senza porsi il problema dell'abbattimento dei rapporti di produzione capitalistici, unica condizione per l'attuazione di una simile proposta rivendicativa, con l'aggravante di considerarla realizzabili perché all'interno della compatibilità del sistema.

Significa più realisticamente mostrare al resto della classe operaia che le giuste richieste del mondo del lavoro quali la piena occupazione, la diminuzione dell'orario di lavoro, la percezione di salari che consentano un livello dignitoso di vita, una assistenza sociale degna di questo nome ecc.. nel momento in cui vanno al di là delle possibilità di accoglimento della classe dominante (il cosiddetto superamento delle compatibilità del sistema), pongono immediatamente il problema politico. Ovvero che la lotta economica, qualora si manifesti anche in termini di particolare determinazione, vastità e durata, o trascresce sul terreno politico o è destinata alla sconfitta, e che comunque non è all'interno della società capitalistica che si possono trovare le risposte che il mondo proletario va cercando. E con il salto politico della lotta la classe operaia imparerebbe ancora più velocemente che sul terreno dello scontro economico, che il suo avversario di classe non si esaurisce nelle figure "classiche" del padrone dell'impresa, del capitalista o di chi gestisce il capitale, ma si propone anche sotto le vesti dei sindacati, dei democraticisti di ogni risma, dei riformisti tenui o dei riformisti forti, di tutti coloro insomma che sotto le spoglie di una presunta sinistra, magari trascinandosi dietro lo "pseudonimo" di comunista più o meno rifondato, chiamano a raccolta il proletariato per un governo di sinistra, per una finanziaria di sinistra, per una politica dei sacrifici gestita da sinistra, il tutto sempre all'interno delle compatibilità del sistema capitalistico per la democrazia e il progresso.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

Abbonamento annuale: € 25,00 (2 numeri di Prometeo + 10 numeri di Battaglia Comunista)