Anche l'Equador vuole sottrarsi dalla morsa dell'imperialismo americano

Fermenti in America Latina

Una nuova sollevazione popolare, questa volta in Ecuador, ha rovesciato il governo gradito a Washington. Ormai da alcuni anni i due terzi dell'America Latina, dall'Argentina al Brasile, Uruguay, Cile ecc., sono guidati da maggioranze di "sinistra".

Quanto era nell'aria si è avverato, il capo del governo Lucio Gutierrez ha dovuto lasciare il paese e chiedere asilo al Brasile, portando a tre il numero di presidenti della Repubblica cacciati dal potere negli ultimi cinque anni. Si è concluso così il grande bluff di un personaggio salito al vertice con l'appoggio del movimento indigeno, dei sindacati e dei partiti di sinistra, che aveva promesso di combattere la povertà e invece è finito nelle grinfie statunitensi e del Fondo monetario internazionale.

L'Ecuador è uno dei paesi latino-americani più poveri, il reddito pro capite annuo è di 3.300 dollari, mentre gli indigeni che sono il 40% su una popolazione di poco più di 13 milioni di abitanti, tirano a campare mediamente con 2 dollari al giorno. Il Pil è di 27,5 miliardi di dollari, l'indebitamento estero ammonta a 16,9 miliardi di dollari, quindi un rapporto estremamente negativo che spiega perché il 70% della popolazione si trova sotto la soglia dell'indigenza.

L'economia ecuadoregna si regge sostanzialmente sul petrolio, la principale risorsa del paese. L'oro nero, scoperto agli inizi degli anni settanta, è in buona parte in mano alle compagnie straniere, americane in primo luogo, ma anche l'Italia, con l'Eni, fa la sua parte nell'opera di rapina. Dal 1999 l'Eni ha avuto in concessione lo sfruttamento di una regione dell'Amazzonia dalla quale estrae 15.000 barili al giorno. Per portare la produzione a 40.000 barili giornalieri, l'impresa italiana ha partecipato, insieme con altre alla costruzione di un oleodotto privato lungo 513 km, devastando le foreste, inquinando gravemente il territorio e facendo saltare l'equilibrio con l'ambiente delle comunità indigene che da sempre vivono in quei luoghi.

Il mega-oleodotto sponsorizzato energicamente dal Fmi, doveva garantire, inoltre, l'incrementare delle entrate statali per il pagamento degli interessi sul debito estero. In conclusione il petrolio invece di apportare un qualche miglioramento alle condizioni di vita del proletariato, al contrario ha acuito le discriminazioni e contraddizioni interne e fatto incamerare enormi profitti alle multinazionali.

Il precipitare della situazione odierna ha i suoi antecedenti intorno alla metà degli anni novanta, con la caduta del prezzo del greggio tutto il sistema economico e finanziario andò in crisi e l'inflazione salì alle stelle. Per tentare di salvare il salvabile si pensò, cosa non nuova in America Latina, di sostituire la moneta locale, il sucre, con il dollaro.

Malgrado negli ultimi anni il prezzo del petrolio sia schizzato in alto, la cura sino a oggi si è rivelata peggiore del male: i salari sono precipitati e la miseria si è enormemente diffusa, pure la piccola e media borghesia sono state pesantemente colpite. Ad avvantaggiarsene è stata una ricca minoranza interna, e soprattutto l'imperialismo americano che ha spogliato il paese dei proventi petroliferi e lo ha strozzato con gli interessi della speculazione finanziaria.

Bastava un pretesto per fare esplodere la situazione, e così è stato. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione di Gutierrez di sostituire i giudici della Corte suprema che lo stavano rinviando a giudizio per corruzione e di fare annullare le precedenti condanne, sempre per corruzione, di due ex presidenti in esilio. A questo punto, a metà aprile scorso, sono cominciate le proteste e la gente ha riempito le piazze, per cacciare il presidente, la nuova Corte suprema e il parlamento. Scaricato anche dai militari e dall'ambasciata Usa, per il momento Gutierrez è stato sostituito dal suo vice Alfredo Palacio.

Non è la corruzione o il liberismo sfrenato la causa di fondo che scuote il continente latinoamericano, qui come in tutto il mondo ciò che impoverisce il proletariato, che fa aumentare l'emargi-nazione, che assottiglia i ranghi della classe media, è la crisi del capitalismo, quale modo di produzione storicamente determinato che fa sempre più fatica ad andare avanti, a raggiungere saggi di profitto tali da contenere le sue contraddizioni entro una dinamica relativamente stabile. Da qui la necessità degli stati di adottare le cosiddette politiche neoliberiste, ovvero di scremare quanto più possibile risorse dal "sociale" per trasferirle al capitale.

Naturalmente la rabbia dei proletari nei paesi della periferia capitalistica per ovvi motivi è molto più palese e si scarica contro i primi e più evidenti obiettivi che incontra. Nei paesi dell'America Latina come l'Ecuador, ma potrebbe valere ovunque, è il liberismo il primo indiziato, quindi la protesta punta l'indice contro i vari trattati di libero scambio, contro le privatizzazioni ecc. Nel contempo anche il militarismo americano in particolare è preso di mira, e a volte anche con qualche temporaneo successo (vedi la chiusura della base militare americana di Manta, sempre in Ecuador) imposto dal movimento di lotta.

Rivendicazioni comprensibili, ma tutte sostanzialmente interclassiste, perché interessate a questi obiettivi sono soprattutto le borghesie nazionali che sentono il cappio alla gola dell'imperialismo americano, e magari sono attratte, perché no, dall'altra sponda dell'imperialismo, quella europea. Ciò che nettamente delimita la politica di classe proletaria da quella borghese è che questa ultima vuole preservare l'attuale organizzazione sociale capitalista, mentre traguardo della prima è il superamento del capitalismo quale condizione necessaria per la costruzione di un "nuovo mondo possibile".

cg

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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