Il nuovo mercato del lavoro in Australia

Contratti individuali libertà di licenziamento e scioperi dichiarati fuorilegge

Il governo conservatore, presieduto dal primo ministro John Howard, sta attuando una serie di modifiche alla legislazione sul lavoro di tale portata da far parlare di una nuova “rivoluzione industriale”. Al di là dei peana dei prezzolati giornalisti locali, è comunque chiaro come il governo australiano stia imprimendo una forte accelerazione al processo di smantellamento di ogni vincolo ancora presente nella legislazione sul lavoro nazionale. L’obiettivo è chiaro, non si tratta certamente come ha dichiarato Howard, di impedire all’Australia (oggi al minimo storico di disoccupati) di “finire con lo stesso tasso di disoccupazione della Germania”, ma piuttosto di un’altra mossa per rendere il lavoro sempre più precario e quindi erodere quote di salario a favore del profitto.

Il primo provvedimento, già entrato in vigore, è quello che permette ai datori di lavoro di stipulare contratti individuali con i propri dipendenti. Con più di 4.000 contratti di lavoro diversi su una popolazione di 10 milioni di occupati, il mondo del lavoro australiano era già molto frammentato, per “ovviare” a questa situazione eccessivamente confusa il governo ha varato una normativa contrattuale standard valida per tutti i settori. In realtà questo tipo di contratto individua solo requisiti minimali, tutto il resto, dalle ferie aggiuntive ai compensi per gli straordinari fino al reale trattamento salariale, è demandato alla libera trattativa tra singolo lavoratore ed impresa: come se il peso contrattuale delle parti in causa fosse anche solo lontanamente paragonabile.

Gli altri provvedimenti che, se approvati, si aggiungeranno alla riforma non sono meno rilevanti, riportano anzi la legislazione australiana ai tempi della prima rivoluzione industriale quando i lavoratori potevano essere incarcerati se non si presentavano al lavoro perché colpevoli di rottura di contratto. In questo caso non si parla ancora apertamente di carcere, resta il fatto che un elemento cardine della nuova normativa risiederà proprio nel potere del governo di dichiarare illegali gli scioperi qualora questi provochino un danno grave all’economia del Paese. Seguendo l’interpretazione più favorevole agli interessi padronali, il governo potrà bloccare, dichiarandoli fuorilegge, gli scioperi in tutti i principali settori produttivi da quello minerario a quello automobilistico, da quello dei trasporti a quello delle costruzioni. L’approvazione di questa norma comporterebbe un passo avanti enorme nel processo di limitazione del cosiddetto diritto di sciopero e porrebbe l’Australia all’avanguardia rispetto alle comuni tendenze in atto nei Paesi maggiormente industrializzati. Già in molti Stati, tra cui l’Italia, l’esercizio dello sciopero nel settore dei servizi pubblici si è fatto negli anni sempre più difficile ed è stato sempre più limitato da vincoli normativi volti a rendere inefficace questo importante strumento di lotta; l’estensione di tali vincoli al settore industriale rappresenta però un elemento di novità che potrebbe però estendersi rapidamente anche agli altri Paesi industrializzati dove la necessità del capitale di far fronte alla crisi colpendo sempre di più il lavoro salariato si fa sempre più impellente.

Non meno importante è la norma che porterà alla totale libertà di licenziamento nelle aziende con meno di cento dipendenti e che ricorda molto da vicino la proposta del governo italiano per riformare l’art. 18 dello statuto dei lavoratori.

Non meno aggressiva appare la politica antisindacale del governo, al sindacato verrà, infatti, proibito di entrare in quei luoghi di lavoro dove non siano in vigore contratti stipulati attraverso accordi sindacali e potranno essere portati facilmente in tribunale per i danni provocati dalla loro attività alle aziende.

La riforma della legislazione del lavoro in Australia è in definitiva un’ulteriore dimostrazione di come la crisi strutturale che affligge da decenni il capitalismo stia provocando un continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari anche nei Paesi economicamente più forti. La passività della classe operaia di fronte a questi continui attacchi sta enormemente facilitando il lavoro dei governi in carica, in Australia poi la grande stabilità politica sta rendendo possibile un vero e proprio azzeramento delle tutele previste dalla precedente legislazione. L’attacco al sindacato non deve farci credere che questa istituzione rappresenti realmente gli interessi del proletariato, semplicemente il padronato australiano non trova più particolarmente conveniente una gestione dei conflitti sociali attraverso la contrattazione collettiva e questo proprio a causa della mancanza di una reale lotta di classe.

Tom

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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