Aspettative e realizzazioni dell'imperialismo americano

È dagli inizi degli anni novanta che l’imperialismo americano rincorre una serie di obiettivi che, di volta in volta, vengono dettati dalle condizioni economiche di crisi, dalle precarie posizioni competitive sul mercato commerciale, dal ruolo che esso si è attribuito sul mercato finanziario e monetario. Complice la scomparsa dell’imperialismo sovietico, le varie amministrazioni che si sono succedute alla Casa Bianca hanno ritenuto di poter fare il bello e il cattivo tempo per ogni questione che ha riguardato da vicino i loro interessi strategici. Lo hanno fatto con l’arma della pressione politica, della corruzione economica, con i falsi ideologici o, più spesso, con l’uso indiscriminato della forza, ogni volta che l’obiettivo era impellente in termini di tempo e determinante da un punto di vista economico.

Nonostante che l’economia americana, dalla metà degli anni ottanta alla fine di quelli novanta, abbia riguadagnato significativi margini di profitto, pesantemente pagati dal proletariato interno e da quello internazionale, i fondamentali della sua economia sono rimasti deboli, se non addirittura malati. Per di più, dal 1999 in poi, la caduta del saggio medio del profitto americano è ripresa con celerità inserendosi in un tessuto sociale ed economico che la fase “positiva” precedente non era riuscita a risollevare adeguatamente. Ormai da tempo gli indici economici più importanti dell’economia statunitense sono contraddistinti da un gravissimo deficit. Quello americano è il paese più indebitato al mondo. Fatto 10 il suo Pil, per produrlo, il suo debito ha dovuto ingigantirsi sino ad arrivare a quota 35. Oltre al debito pubblico, a quello commerciale e federale, ci sono i mastodontici debiti delle imprese, pari a 16 mila miliardi di dollari, e quelli delle famiglie che arrivano a 14 mila miliardi di dollari. La dilagante povertà negli Usa (36/38 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà) è un fenomeno che data ormai quasi un ventennio.

Gli obiettivi da raggiungere

Col perdurare della situazione di grave crisi sinteticamente sopra descritta, gli Usa si sono posti innanzi tutto l’obiettivo del mantenimento del dollaro quale unità di misura di tutti gli scambi commerciali internazionali, quelli petroliferi in primis, e quale strumento di drenaggio di plus valore altrove prodotto. Di questo abbiamo ripetutamente detto quando con la nostra analisi dei processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica, caratteristici dell’attuale fase storica, abbiamo mostrato come attraverso il predominio del dollaro a scala mondiale gli Usa riescano ad appropriarsi quotidianamente di enormi ricchezze prodotte nei più disparati punti del globo in modo da compensare gli enormi deficit che caratterizzano la loro economia. Si tratta di una rapina assolutamente indispensabile alla sopravvivenza dell’asfittica economia americana senza la quale i deficit di cui sopra avrebbero da tempo provocato crolli devastanti e incontrollabili. Rinviamo il lettore agli approfondimenti della complessa materia riportati sui numerosi articoli di questa rivista e in questo stesso numero l’articolo L’impero del debito e la lunga notte di New Orleans. Qui diciamo solo che il controllo del mercato petrolifero è indispensabile per realizzare quanto appena detto.

Perciò, come secondo obiettivo funzionale al primo, gli Usa dovevano assolutamente perseguire il controllo del mercato petrolifero per avere concretamente a disposizione la possibilità di concorrere maggiormente alla determinazione del prezzo di vendita del greggio e, quando necessario, di poter porre il veto all’esportazione verso paesi pericolosamente concorrenti o non allineati. Inoltre si trattava di diversificare i mercati di approvvigionamento per poter affrontare da posizioni di forza lo scontro economico sui mercati globali. Negli anni settanta gli Usa erano quasi autosufficienti in termini energetici; oggi invece dipendono dal petrolio estero per quasi il 70%. Da soli consumano annualmente l’equivalente dell’intera produzione Opec. Del petrolio e del gas naturale importati l’economia americana non può più farne a meno; essa li deve ottenere a tutti i costi, pena lo spauracchio di un declino ancora più veloce di quello che gli indici statistici stanno evidenziando. Di conseguenza, in quindici anni le cinque amministrazioni americane, due di Clinton e tre della famiglia Bush, hanno provocato ben tre guerre per il petrolio, quella del Golfo, quella in Afghanistan e quella ultima in Iraq a cui si aggiungono gli attuali focolai di tensione in Nigeria, nel Golfo della Guinea e nel centro Asia, aree in cui la risorsa petrolifera è abbondantemente presente.

Il terzo obiettivo da conseguire prevedeva l’attacco politico a tutte quelle situazioni che, potenzialmente, avrebbero potuto arrestare il cammino imperialistico degli Usa o anche soltanto essere una potenziale minaccia sui suoi più importanti mercati finanziari o energetici di riferimento. La minaccia costituita dalla possibilità che l’euro si affiancasse al dollaro nelle più importanti transazioni commerciali e finanziarie mondiali, il revanscismo russo nell’Asia centrale, l’affacciarsi veemente della Cina a scala mondiale come nuova potenza produttiva e commerciale, i pericoli di riarmo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord, ognuna di queste situazioni ha scatenato la reazione allarmata statunitense che non ha lesinato mezzi per contrastare questi potenziali rischi. Gli Usa hanno fatto capire chiaro e tondo che o si è con loro, nel senso che si è disposti ad accettare le regole e la preminenza dei loro interessi economici e strategici sperando solo nelle briciole del loro bottino, o gli si è contro. Questo è ora l’imperativo che grava sullo scenario mondiale. Bush padre prima, Clinton poi e Bush figlio non hanno cessato un attimo di perseguire questi obiettivi primari portando la guerra in tutte le aree di loro interesse strategico ed economico e anche la prossima amministrazione dovrà fare altrettanto. Nonostante il dissesto dei conti pubblici e i deficit faraonici di cui soffre l’economia americana, la linea di condotta prossima è già stata tracciata dato che le leggi dell’imperialismo non ammettono deroghe o tentennamenti, soprattutto nelle fasi di crisi.

Ripercorrendo sinteticamente gli ultimi eventi, si vede che gli Usa hanno operato a tutto campo. Hanno affrontato la questione petrolifera nell’area del Golfo con due guerre, di cui una è ancora in atto. Dell’Afghanistan, paese arretrato ed economicamente insignificante, hanno fatto per anni l’ombelico del mondo perché di lì avrebbero dovuto passare le pipeline e i gasdotti che dal Kazakistan e dal Turkmenistan, sotto il controllo delle compagnie petrolifere americane, avrebbero dovuto portare l’oro nero sulle sponde pachistane dell’Oceano Indiano. Inoltre, con o senza Talebani, con o senza regimi fondamentalisti e dittatoriali, l’asse Islamabad - Kabul doveva anche servire da cuneo tra la Cina e la Russia per separare politicamente ed economicamente i due paesi nell’area centro-asiatica. Accanto a tutto questo, dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, l’imperialismo americano ha operato perché i cosiddetti paesi ex comunisti entrassero a far parte della Nato in modo da contrastare nell’est Europa sia le ambizioni espansionistiche tedesche, sia i possibili ritorni imperialistici di una Russia economicamente rinfrancata dopo lunghi anni di dissesto economico.

Contemporaneamente a queste vicende, i governi di Washington si sono impegnati a convincere, obbligare e/o ricattare i paesi orbitanti nella loro sfera di influenza perché rifiutassero qualsiasi forma di pagamento che non fosse il dollaro mettendo sul libro nero tutti quei governi che non si fossero attenuti al mandato americano. Di conseguenza, ne hanno immediatamente fatto le spese il vecchio regime di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi e l’Iran; è noto infatti che una della ragioni che ha accelerato l’invasione dell’Iraq è stata proprio la dichiarazione di Saddam di accettare come forma di pagamento del petrolio iracheno, per i contratti già stipulati e per quelli a venire, l’euro al posto del dollaro. Con l’Europa e la sua moneta gli Usa hanno invece ingaggiato direttamente una pesante battaglia a colpi di tassi di sconto. Come si capisce, si è trattato di una strategia a tutto campo dispiegata geograficamente nel mondo intero.

Perché tanta aggressività? Non è una scoperta d’oggi che l’aggressività dell’imperialismo sia direttamente proporzionale alle condizioni di crisi della sua economia. Più i profitti provenienti dall’ambito produttivo sono scarsi, più l’economia avanza con difficoltà di ogni genere e più esso si scaglia contro tutto e tutti; da una parte persegue internamente la strada dello smantellamento dello stato sociale e dell’aggressione alla forza lavoro in termini di salario e di precarietà lavorativa, dall’altra mette in atto il decentramento della produzione a latitudini economiche più convenienti, cancellando i vecchi posti di lavoro del mercato domestico e sostituendoli con nuovi all’estero basati sullo schiavistico sfruttamento del lavoro; dall’altra ancora rincorre sempre di più il miraggio della speculazione e della rendita finanziaria quali palliativi allo stato di crisi economica permanente. Insieme a questo, più la sua dipendenza energetica cresce e più frequenti sono gli episodi di guerra, comunque giustificati, con i quali esso tenta di arginare il preoccupante problema della crisi economica facendolo pagare alla sua periferia a colpi di centinaia di migliaia di morti quali effetti collaterali delle feroci priorità del capitalismo giunto nella fase della sua decadenza.

Il fallimento degli obiettivi

Nessuno obiettivo è stato raggiunto. L’imperialismo americano costruisce le pentole ma, sfortunatamente per lui, non sempre riesce a fare anche i coperchi. Negli ultimi quindici anni esso ha solo gettato le basi per il suo dominio nel campo finanziario e nel controllo dei maggiori mercati delle materie prime ma la piena realizzazione della sua strategia è ancora da venire. Il primo fallimento è quello relativo al ruolo che esso voleva attribuire all’Afghanistan. Nella sua strategia il paese asiatico doveva essere attraversato dalle pipeline di petrolio e di gas naturale sotto il controllo delle imprese americane del settore energetico. Allo scopo si sono creati e distrutti in rapida successione tre governi, tra i quali quello talebano, per garantire quella stabilità politica che sola avrebbe potuto giustificare gli ingenti investimenti della Unocal e di altre compagnie petrolifere. Il risultato è stato che l’ultimo governo, quello di Karzai, è ora assolutamente inoperante. Il primo ministro, uomo fortemente voluto dall’amministrazione Bush, già consulente petrolifero della Unocal, è assediato all’interno del suo palazzo e sopravvive politicamente solo grazie alla presenza militare americana. I signori della guerra hanno ripreso il ruolo di piccoli satrapi nelle loro province, politicamente lontani e in opposizione al governo filo-americano di Karzai, e i talebani si sono ricostituiti come forza militare ai confini con il Pakistan. Di conseguenza per l’imperialismo americano le cose stanno andando rovinosamente: il petrolio del Mar Caspio rimane completamente fuori dal loro controllo, nessuna compagnia petrolifera americana è riuscita ad avere gli appalti per l’estrazione del petrolio e le concessioni per le nuove prospezioni di ricerca e, men che meno, si è iniziato il lavoro di costruzione del famoso oleodotto. L’Unocal, che avrebbe dovuto gestire il business miliardario, ora è sull’orlo del fallimento ed è in svendita sul mercato in cerca del migliore offerente. Fallito l’obiettivo petrolifero, la presenza americana in Afghanistan ha dovuto ripiegare su un secondo livello: quello di contenere, in chiave difensiva, l’attacco congiunto della Russia e della Cina nella zona centro asiatica che, sino a pochi anni fa, sembrava essere d’esclusivo appannaggio del più vorace degli imperialismi. Anche in questo caso il governo di Washington ha fallito ed ha dovuto subire persino l’onta di vedersi recapitare una sorta di sfratto dalle sue basi militari di tutta l’area. In un documento congiunto della Russia, della Cina e di ben quattro delle cinque ex province sovietiche dell’area caspica, si è formalmente dichiarato che le concessioni militari al governo di Washington non sarebbero state rinnovate e che, in tempi tecnici adeguati, si sarebbe preteso il loro smantellamento. A suggello di questa iniziativa, nell’agosto scorso la Cina e la Russia hanno iniziato delle manovre militari congiunte con il dichiarato intento di avvertire l’amministrazione Bush che, da quel momento in avanti, il business del petrolio caspico e il controllo delle vie commerciali in direzione ovest - est, sarebbero state una questione riservata esclusivamente alle potenze asiatiche e che ogni interferenza sarebbe stata considerata come un atto di guerra contro di loro. Così, quella che doveva essere una brillante operazione di predazione energetica, si è trasformata invece in una pesante sconfitta che ha prestato il fianco all’accelerazione della ricomposizione imperialistica degli avversari asiatici, soprattutto la Russia e la Cina, che si ripresentano ora nell’area con rinnovate ambizioni economiche e d’egemonia politica. La Russia ha ripreso il controllo delle vie di commercializzazione del petrolio dall’Asia centrale verso l’Europa e la Cina ha siglato un accordo con il governo kazako per la costruzione di un oleodotto che dalla zona di Tenzgiz arriverà sino alle città che si affacciano sull’Oceano Pacifico. In aggiunta, e in altre aree strategicamente molto importanti dal punto di vista petrolifero, la crescente inaffidabilità dello storico alleato saudita e le note vicende venezuelane di aperta ribellione alla tradizionale influenza americana hanno completato lo scenario caratterizzato da una crescente difficoltà dell’imperialismo statunitense.

L’impasse irachena

Anche nella campagna militare irachena le cose non stanno andando bene. Il primo obiettivo degli Usa era quello del controllo del petrolio nelle due principali zone petrolifere, a nord nel territorio curdo e a sud nel territorio sciita. Il secondo riguardava la ricerca e l’attivazione di nuovi pozzi nella zona centrale, quella sunnita. Il terzo obiettivo era quello di calmierare in parte il prezzo del petrolio aumentando l’offerta di greggio cioè facendo raggiungere alla produzione irachena, sotto il controllo della Hallibarton e delle aziende ad essa consociate, i sei milioni di barili al giorno. La crescente dipendenza energetica americana, oltre ai motivi di predominio finanziario più sopra richiamati, ha imposto la necessità dell’invasione dell’Iraq e la priorità di concorrere alla determinazione del prezzo del greggio al di fuori o anche contro le eventuali decisioni dell’Opec. Va da sé che per l’economia americana, più il prezzo del petrolio aumenta, più aumenta la rendita parassitaria conseguente al surplus di richiesta di dollari che ne consegue. Al contempo, però, gli Usa sono oggi costretti ad importare il 70% del loro fabbisogno petrolifero per cui il loro punto di equilibrio diviene quello di favorire la crescita del prezzo del greggio, per continuare a garantire una sufficiente rendita parassitaria, ma non eccessivamente per non ingigantire oltremodo i costi di importazione. Nonostante l’aggressione bellica, l’uso di armi chimiche e non convenzionali, le decine di migliaia di morti e la formazione dei governi collaborazionisti, nessuno degli obiettivi che gli Usa si erano prefissati in Iraq è stato raggiunto. Attualmente il greggio estratto è pari a 1 milione e mezzo di barili al giorno cioè la stessa quota di prima della guerra, quando l’Iraq era sotto embargo. Ora funzionano solo 13 pozzi sui 75 esistenti e i continui attentati nelle zone di Kirkuk e Bassora mettono in discussione anche le forniture di queste zone. Inoltre è naufragata anche la prospettiva di evitare la guerra civile nella speranza di coinvolgere l’ala sunnita nei perversi meccanismi della pax americana. Ovviamente l’obiettivo di rendere pacifico il passaggio al dopo Saddam, rispondeva all’esigenza di controllare anche l’area centrale dell’Iraq, zona di tradizione sunnita, che vede il transito degli oleodotti da nord a sud e da sud a nord ovest. Inoltre, la stessa area è quella più interessante per il futuro per la presunzione dell’esistenza di giacimenti le cui scorte sarebbero simili a quelle dell’Arabia Saudita. Il risultato finale però è stato quello dell’innesco della guerra civile tra sunniti e sciiti, tra sciiti moderati e radicali, tra kurdi, arabi e turcomanni. L’ultimo governo, nato da elezioni false quanto la democrazia che si doveva instaurare, vive solo grazie alla presenza militare delle truppe della coalizione, esattamente come in Afghanistan.

Politicamente e amministrativamente esso non funziona e ogni giorno la sua milizia è oggetto di attentati da parte delle varie opposizioni. Dure sono anche le faide interne per il potere politico nei posti chiave dell’amministrazione e la corruzione è l’unica sua realtà operativa. Per il resto è morte, fame e miseria che rendono la quotidianità degli iracheni simile ad un inferno. A complicare le cose ci si è messo anche il nuovo governo collaborazionista di Talebani e Al Jaafari che ha firmato un accordo con l’Iran per un interscambio petrolifero nella zona di confine tra Abadan e Khoramshar, contravvenendo pesantemente alle direttive di Washington.

Le cause di una simile debacle risiedono essenzialmente nella divaricazione a forbice tra la gravità della crisi interna, la vastità geografica del piano imperialistico messo in atto e l’intensità dello sforzo economico necessario a sorreggere quest’ultimo. Le aree d’interesse vitale dell’impero sono troppe e troppo vaste: vanno dall’Europa orientale all’Asia centrale, dal sud America al Golfo persico. Attualmente sono circa mezzo milione i soldati americani che controllano i territori e che sorvegliano i limes dell’impero e di conseguenza il governo Usa, da solo, è costretto a sostenere il 50% di tutte le spese militari mondiali andando a gonfiare a dismisura il proprio deficit federale. Se si aggiunge che la guerra in Iraq costa all’amministrazione Bush 3 miliardi di dollari al mese, che ha prodotto quasi 2500 morti tra i militari americani e che l’indice di gradimento del presidente tra la popolazione statunitense è sceso al 30%, il quadro è completo. Non per questo però assisteremo ad una retromarcia, assolutamente incompatibile con le necessità di sopravvivenza della stessa economia americana. La contraddittoria strada è stata imboccata e sarà percorsa sino in fondo.

La natura delle opposizioni in Iraq

Lo stallo iracheno dell’imperialismo statunitense è dovuto anche alla durezza e all’ampiezza della resistenza delle opposizioni. Gli analisti militari americani non si aspettavano una simile reazione dopo la caduta del regime di Saddam. La capacità di contrasto della resistenza alle truppe d’occupazione e alle milizie del governo collaborazionista è tale da rendere inefficienti le seconde e di impegnare strenuamente sul territorio le prime, non consentendo lo svolgimento normale della vita economica e politica e, quindi, il perseguimento degli obiettivi che sono stati alla base della guerra d’invasione.

Le opposizioni, sia di matrice borghese laica come quella sunnita, sia borghese integralista come quella sciita, hanno in comune l’istanza ideologica nazionalistica come mezzo per perseguire i loro interessi e combattere contro il nemico invasore per una soluzione politica che consenta lo sfruttamento in proprio delle risorse energetiche nazionali e della collegata rendita petrolifera e, insieme a questo, lo sfruttamento del proletariato legato all’estrazione, alla raffinazione e commercializzazione del petrolio e a tutte quelle imprese che gravitano attorno all’indotto chimico dei prodotti della raffinazione. In più ci sarebbe da amministrare il business della ricostruzione, in collaborazione, come per il petrolio, con alcune borghesie internazionali dando in garanzia la propria materia prima fondamentale e la locale forza lavoro sotto pagata. Proprio queste interessi mettono in contrasto l’opposizione sunnita a quella sciita, a testimonianza che, per i due tronconi della borghesia irachena che non sono caduti all’interno dello schema collaborazio-nistico, la questione più importante sia quella di regolare i rapporti di forza interni anche se, ovviamente, la lotta viene contemporaneamente condotta anche contro gli americani. Per i sunniti, la lotta contro la presenza militare e politica della coalizione, assume un carattere di rivincita dopo la caduta del regime di Saddam. Loro erano al potere, godevano dei vantaggi economici della rendita petrolifera, fornivano i quadri dirigenti al regime, sia nel settore amministrativo che in quello militare. Erano per antonomasia la borghesia irachena che per decenni ha controllato una delle maggiori potenze petrolifere dell’area. Per la borghesia sciita il discorso è diverso perché essa al potere non c’è mai stata. Le vicende degli ultimi anni, dalla guerra del Golfo in avanti, hanno consentito, ad una delle sue componenti, quella collaborazionista, di assurgere alla gestione del potere politico negli spazi lasciati vuoti dalla pesante tutela dell’imperialismo americano. Invece l’altra parte della borghesia sciita si è posta sul terreno dello scontro frontale con le forze d’occupazione, in termini nazionalistici e fondamentalisti, per la ricostituzione, in forma nuova, dell’antiquato ordinamento giuridico e amministrativo del sultanato del vecchio impero ottomano.

Per concludere, il fronte borghese iracheno impegnato nella lotta contro l’occupazione militare americana in realtà esprime, sotto le vesti dell’ideologia nazionalistica, una lotta per la realizzazione dei propri interessi di tipo imperialistico (vedi in questo stesso numero Le origini economiche e ideologiche del terrorismo islamico). In sintesi, si tratta di un tentativo, tra l’altro trasversale a tutta l’area medio orientale, di costituire un polo capace di inserirsi con una propria forza nello scontro globale che si va delineando tra gli Usa e i diversi fronti imperialistici in via di costituzione, quello russo-cinese e quello europeo innanzi tutto. Dunque, lo sbandierato anti-imperialismo dalla borghesia irachena in lotta armata contro gli americani, in realtà è solo il tentativo di proposizione di un suo ruolo imperialistico, ovviamente limitato alla forza economica e militare a disposizione, nell’area petrolifera più importante del mondo, quella medio orientale. Il suo ulteriore obiettivo, sulla base di una totale adesione alle leggi del sistema economico capitalistico, è quello di interpretare coerentemente, sia sul terreno economico che su quello sociale, con tutte le implicazioni che ciò comporta contro il mondo del lavoro, un proprio neo liberismo in sintonia con quello dei tempi attuali.

Il nostro antimperialismo

Dopo aver visto la falsità del cosiddetto anti-imperialismo iracheno, vale la pena richiamare sinteticamente il nostro punto di vista su questo importante problema politico. Noi diciamo che l’unico vero anti-imperialismo possibile è quello che ha nel suo progetto strategico l’anticapitalismo, quello che non passa per il sostegno alle mire economiche delle borghesie nazionali in qualsiasi veste esse si presentino, quello che persegue una soluzione autonoma, rivoluzionaria, quello che pone i problemi sul terreno di classe. In Iraq, come in tutto il medio Oriente, come del resto in Europa e altrove, questo anti-imperialismo oggi è ancora tutto da costruire. In Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein, il vecchio partito stalinista, che rivoluzionario e comunista non è mai stato, ha pensato bene di far parte di tutti i governi collaborazionisti, compreso l’ultimo, che si sono succeduti. Di altre forze che si sforzino di porre i problemi in termini di ripresa della lotta di classe fuori e contro le strategie borghesi, che predichino la necessità della presenza di un’avanguardia politica rivoluzionaria che si organizzi per cercare di spostare le lotte e la guerra civile dal terreno nazionalistico, conservatore e reazionario, verso quello di classe non c’è traccia. La tragedia che viviamo in questa fase della storia è che, in presenza di un capitalismo in decadenza, le guerre imperialistiche si moltiplicano di giorno in giorno con i loro devastanti effetti senza che ci sia una avanguardia comunista sufficientemente organizzata e collegata al proletariato capace di operare nel concreto, insieme alla classe, per l’alternativa al capitalismo stesso. Oggi più che mai, all’ordine del giorno c’è la necessità di impedire ai rapporti di produzione capitalistici di continuare a produrre morte e barbarie quali uniche condizioni utili alla loro sopravvivenza. All’ordine del giorno c’è la necessità di impedire al capitalismo di trasformare l’umanità in un immenso effetto collaterale della violenza scatenata dalle sue insanabili contraddizioni. L’unica via percorribile è quella che passa attraverso la rimozione di queste cause e del loro tragico quadro di riferimento. Qualunque lotta di risposta all’aggressione imperialistica è destinata a rimanere sullo stesso terreno che l’ha generata se non interviene un evento rivoluzionario che rovesci i termini della questione economica e sociale. Questa via, che prevede la costruzione del partito della classe, la ripresa della lotta di classe in senso autonomo, che ha come obiettivo la soluzione rivoluzionaria per la modificazione dei rapporti di produzione, per difficile e tortuosa che sia, non potrà mai passare attraverso il fiancheggiamento dei partiti borghesi nella lotta contro l’ imperialismo, pena la sua totale sconfitta.

Fabio Damen

Prometeo

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