Crescono le tensioni in Kosovo

I confini imperialistici di una nuova realtà nazionale

Il 17 febbraio, alle ore 17, con decisione unilaterale da parte di Pristina, si è consumata la secessione del Kosovo dalla Serbia. Il distacco era annunciato da tempo. Favorito dagli Usa, è avvenuto contro la stessa risoluzione Onu 1244 che prevedeva una autonomia politico- amministrativa, ma non una vera e propria indipendenza.

La stracciona borghesia kosovara, che vive di traffico di armi, droga, riciclaggio di danaro sporco, collusa con le mafie di mezza Europa, è improvvisamente assurta ad un ruolo di dignità politica che non le compete. Il neo presidente Tachi, già capo militare dell’Uck e da sempre al soldo di Washington, è diventato a tutti gli effetti il referente del governo americano in un’area che continua ad essere importante per gli equilibri imperialistici.

Le ragioni che sono alla base della secessione dell’ultimo tassello di quella che è stata la Jugoslavia sono tutte interne al processo di ricomposizione imperialistico, di cui uno scenario è quello europeo, e che vede al confronto la Russia e gli Usa nel bel mezzo di una grave crisi economica e finanziaria.

La vicenda Kosovo chiude una recente fase storica e ne apre un’altra ben più complessa i cui contorni vanno al di là della decisione autonomistica di Pristina. Chiude quel processo di dissoluzione della Jugoslavia iniziato con la crisi dell’impero sovietico, fomentato dall’amministrazione Bush padre e proseguita dall’amministrazione Clinton, con lo scopo di togliere di scena l’ultimo alleato dell’allora morente Urss. La nascita di un Kosovo indipendente da Belgrado chiude quel processo di balcanizzazione durato oltre quindici anni, funzionale alle strategie imperialistiche americane nel cuore della vecchia Europa e, contemporaneamente, apre la fase del nuovo scontro con Mosca in un contesto economico e politico profondamente mutato, caratterizzato da una fase di pesante crisi, di tensioni belliche e di guerre guerreggiate.

La crescente tensione tra i due imperialismi nello scenario europeo ha una serie di applicazioni che vanno dal ruolo della Nato nei paesi dell’Europa dell’Est, dal tentativo degli Usa di agganciare nella sua orbita la Georgia e l’Ucraina, al posizionamento delle sue postazioni missilistiche in Polonia e Cechia. In nome della lotta contro il terrorismo e gli stati canaglia l’amministrazione Bush gioca la sua partita imperialistica a 360 gradi armando e finanziando l’opposizione cecena, i suoi partiti di riferimento in Ucraina e in Georgia e indebolendo la Serbia in chiave anti Russa favorendo la secessione del Kosovo. L’altro fronte imperialistico non sta certamente a guardare. Putin ha mosso prontamente le sue pedine. Innanzi tutto ha dichiarato nullo l’atto unilaterale d’indipendenza del Kosovo. Ha espresso solidarietà al governo di Belgrado e ha minacciato di ritorsione quei paesi europei che si sono affrettati a riconoscere il neo nato governo di Pristina. Il Kosovo è di per sé insignificante ma la partita che in suo nome si sta giocando ha contorni e contenuti ben più vasti.

La Russia non può permettere che la Serbia sia ulteriormente ridimensionata e che i suoi ex alleati europei, all’epoca satelliti dell’Unione sovietica, cadano sotto l’influenza americana.

Non può tollerare che vengano impiantate basi missilistiche ai suoi confini e che l’Ucraina entri a far parte della Nato, ovvero del sistema militare americano in Europa. Putin ha ufficialmente dichiarato che se ciò avvenisse il suo riarmo missilistico sarebbe puntato verso l’Ucraina, l’Europa occidentale e le basi militari americane. L’imperialismo russo non si è limitato alle reprimende diplomatiche e alle minacce di ritorsioni, ma con la Cina ha sottoscritto un accordo di demilitarizzazione dello spazio per impedire la sua monopolizzazione da parte degli Usa. In seconda battuta la secessione kosovara preoccupa Putin e il suo delfino Medvedev in chiave caucasica. Il rischio paventato dal Kremlino è che l’esempio di Pristina potrebbe rinvigorire le tensioni secessioniste in Ossezia, nel Nagorno Karabak e nella stessa Cecenia. Paesi questi, strategicamente importanti per il flusso petrolifero e gassoso proveniente dal centro Asia, ai quali, per nessuna ragione, Putin è disposto a rinunciare.

Ma lo scontro non riguarda soltanto l’accaparramento di paesi, aree e zone strategicamente importanti, ma anche la questione energetica e la battaglia monetaria. La Russia è diventata il primo paese esportatore d’energia se si sommano le esportazioni di gas e di petrolio. Con una legge, votata nel maggio del 2006, Putin ha imposto a tutti gli operatori economici russi, privati, statali e parastatali, di vendere petrolio, gas e oro in rubli rifiutando la divisa americana quale mezzo di pagamento delle risorse energetiche domestiche.

L’obiettivo non è soltanto quello di sottrarsi al dominio del dollaro che ormai non vuole più nessuno (i paesi Opec hanno dichiarato di voler sostituire il dollaro con un paniere di valute internazionali più affidabili, così si sono espressi sia l’Arabia Saudita che gli Emirati arabi uniti. L’Iran nell’attesa di inaugurare ufficialmente una propria Borsa petrolifera, vende già i due terzi del suo petrolio in euro, la stessa cosa la sta facendo il Venezuela di Chavez), ma l’obiettivo russo è anche quello di trasformarsi nel nuovo centro internazionale di drenaggio di plusvalore imponendo il rublo quale nuova divisa per gli scambi commerciali energetici partendo dal proprio dal suo gas e dal suo petrolio a scapito del dollaro. In questo processo di ricomposizione imperialistica mondiale la vicenda del Kosovo rientra quale tessera strategica di un preoccupante mosaico che disegna scenari di crisi energetica, economica e finanziaria.

In Kosovo e per il Kosovo non si aprirà, probabilmente, un nuovo fronte bellico ma non per questo vengono meno le ragioni della guerra permanente che la crisi del capitalismo propone quale unica soluzione alle sue contraddizioni con l’inevitabile corollario di devastazioni e di barbarie. Intanto il proletariato kosovaro, devastato dalla disoccupazione, dalla corruzione del governo, è diviso su quel terreno borghese nazionalistico che non gli appartiene.

I lavoratori della minoranza serba, quelli della maggioranza albanese non devono subire l’infausto suono delle sirene nazionalistiche, non devono continuare a soggiacere alle istanze nazionalistiche delle rispettive borghesie che, a loro volta, sono lo strumento di un gioco imperialistico che passa sopra le loro teste, ma lo forzo è quello di iniziare ad imboccare la strada dell’unità di classe per un percorso politico autonomo, fuori dalle gabbie ideologiche borghesi e dagli interessi imperialistici che quelle gabbie contengono.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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