Il regime di Islamabad al centro delle tensioni imperialistiche

Partiamo dalla cronaca. Il 27 dicembre 2007 Benazir Bhutto viene uccisa in un attentato durante la campagna elettorale del PPP (Partito popolare pachistano) dopo essere scam­pata ad un altro attentato nell'ottobre dello stesso anno. Prima della fase Musharraf, che dura tutt'oggi, l'imperialismo americano si era ap­poggiato ai due governi presieduti dalla Bhutto. Nelle strategie di Washington degli anni novan­ta il Pakistan rivestiva un ruolo di primo piano. All'ordine del giorno, nella regione dell'Asia entrale, c'era il problema di mettere le mani sul gas (Turkmenistan) e sul petrolio (Kazakistan), sulle vie di commercializzazione delle materie prime energetiche, sulla costruzione delle neces­sarie pipeline che avrebbero dovuto portare gas e petrolio dai luoghi di estrazione a quelli di consumo. Il progetto americano prevedeva tre condizioni irrinunciabili.

  1. Che dopo il crollo dell'Urss l'area in questione diventasse terra di conquista dei suoi interessi economici attraverso una serie di accordi e di alleanze con i governi delle ex repubbliche sovietiche.
  2. Che il percorso dell'oleodotto non passasse attraverso i territori della Russia e dell'Iran. Se ciò fosse accaduto, come da progetti presentati da Mosca e Tehran, il controllo dell'operazione e i conseguenti vantaggi energetici ed economi­ci, sarebbero sfuggiti alla Unocal ( Union oil of California, all'epoca una delle maggiori com­pagnie petrolifere americane) e alle ambizioni di Washington nell'area.
  3. Occorreva inoltre che l'oleodotto attraversas­se territori amici ed alleati quali il Turkmenistan, l'Afghanistan e il Pakistan, per gettarsi nell'Oce­ano indiano all'altezza del porto di Karachi. In questo quadro erano fondamentali il ruolo e l'affidabilità dell'Afghanistan, che dovevano essere perseguiti ad ogni costo con la collabora­zione del governo pachistano.

Il tutto avrebbe consentito agli Usa, oltre che ad estendere alla zona del Caspio la sua influenza in termini di controllo e commercializzazione del secondo bacino energetico mondiale, di continuare a mantenere il dollaro quale unità di misura degli scambi internazionali con tutti i vantaggi del caso. A partire dal 1994, quando apparve chiaro che il governo afgano di Rabbani e Shà Massud, già alleati degli Usa in chiave anti Urss, non dava nessuna garanzia, perché inviso alla popolazione, incapace di contenere la guer­ra civile innescata dai Pahstun, scavalcato poli­ticamente ed economicamente da signori della guerra, il governo di Washington giocò le sue carte a favore dei Talebani. Per organizzare, armare ed addestrare gli studenti coranici, pre­valentemente presenti nelle città pachistane di Questa e Peshawar, il governo americano usufruì dell'apporto incondizionato dell'allora premier pachistano Benazir Bhutto.

Nell'operazione il Pakistan avrebbe tratto vantaggio dai diritti di transito, avrebbe esteso la sua influenza al vicino Afghanistan e, grazie al suo terminale di Karachi, si sarebbe inserito a pieno titolo nel business della rendita petrolifera. Per Washington era assolutamente indifferente che i Talebani fossero il peggio del peggio in quanto a integralismo e che il governo della Bhutto fosse corrotto, reazio­nario e feroce contro le opposizioni. Secondo un rapporto di Amnesty International, le cosid­dette libertà democratiche non esistevano, le opposizioni politiche venivano annientate e la tortura era la prassi nelle galere di Islamabad. L'importante era che l'operazione talib andasse in porto e che il governo pachistano, grazie all'operatività della sua intelligence (ISI), colla­borasse senza riserve. Durante il secondo man­dato della Bhutto (1993-96) l'obiettivo venne raggiunto con la temporanea soddisfazione dell'imperialismo americano.

Nel 1996, proprio quando i Talebani conqui­stano il potere, la Bhutto perde il suo a causa di uno scontro interborghese, travolta dagli scan­dali per corruzione che vedevano imputati lei stessa e il marito Asif Ali Zardari. Successiva­mente le vicende afgane prendono una piega non prevista (anche il governo dei Talebani si dimostra inaffidabile al punto che la Unocal rinuncia alle prospettive petrolifere) ma il gover­no americano ripropone, di lì a poco (1999), la lunga ombra della sua ingombrante presenza allacciando rapporti con il governo golpista del generale Musharraf.

Via la Bhutto, Musharraf diventa il nuovo punto di riferimento per l'imperialismo americano e il Pakistan continua ad essere l'asse portante della strategie di Washington nell'area. Il regime del generale inizia a ricevere milioni di dollari, armamenti pesanti, appoggi politici per i contenziosi internazionali (kashmir e non solo) e l'avallo, oltre che il sostegno, per la politica repressiva nella strategica regione del Balucistan, ricca di gas naturale, prospiciente l'Oceano indiano con la presenza del porto di Gwadar e territorio di transito di progettati gasdotti come quello Iran-Pakistan-India (Ipi) e quello Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan (Tap). Inoltre, il territorio del Pakistan è servito come base per gli attacchi militari americani all'Afghanistan (2001) e all'Iraq (2003).

Tutto bene, dunque, nel rapporto tra Musharraf e la centrale imperialistica di riferimento? Non proprio.

Gli effetti perturbatori

Fermo restando il principio che il controllo dell'Afghanistan e di tutto il centro Asia passava dal rigido allineamento del Pakistan, le due amministrazioni Bush hanno dovuto correre ai ripari per una serie di motivi che rendevano il governo di Musharraf sempre meno affidabile. Dopo gli avvenimenti dell'11 settembre sembra­va che per l'imperialismo Usa le cose si mettes­sero al meglio, per ciò che riguardava il posizionamento militare e politico in tutta l'area di interesse energetico. Washington era riuscita a stabilire buoni rapporti con il Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan. Aveva chiesto e ottenuto di posizionare una serie di basi aeree in tutti questi stati. Gli alleati nuovi e vecchi sembravano essere definitivamente en­trati nell'orbita americana, ovviamente, Pakistan compreso.

Ma nel giro di pochi anni, dal 2006 in avanti, i rapporti di forza si sono rovesciati e le alleanze hanno cominciato a vacillare. La Russia, ed in modo particolare la Cina, hanno cominciato a far sentire il loro peso. Nell'estate del 2006 le due potenze hanno, per la prima volta nella loro storia, fatto una esercitazione militare congiunta nella zona centro-asiatica con il chiaro intento di avvertire gli Usa che quella non era più una loro terra di conquista. Nell'estate successiva il Quartetto di Shanghai ha firmato una richiesta ufficiale di smantella­mento delle basi militari americane. Russia e Cina hanno formalizzato accordi commerciali e petroliferi con il Kazakistan e il Turkmenistan, rendendo le prospettive americane sempre più complicate. Quattro delle cinque repubbliche centro-asiatiche si stanno riallineando a Mosca e intrattengono rapporti stretti con Pechino.

L'Iran, prima ancora di inaugurare la borsa petrolifera nell'isola di Kish, vendeva da un paio di anni il suo petrolio prevalentemente in euro, contribuendo all'indebolimento del dollaro sul mercato energetico. Inoltre, il regime di Ahmadinejhad arma e sostiene finanziariamente una parte della componente sciita della società irachena, l'esercito del Mahadj di Moqtada al Sadr, che combatte nel sud dell'Iraq, nella zona di Bassora, per il controllo del secondo bacino petrolifero del paese. Per di più l'Iran si propo­ne come punto di partenza e di transito per una serie di gas - oleodotti verso l'India e la Cina, stravolgendo le già precarie ambizioni ameri­cane nella zona.

Per questo l'importanza strategica del Pakistan aumenta in misura esponenziale. Non è più solo il controllo dell'Afghanistan ad essere in gioco, ma anche quello dell'Iraq e dell'Iran.

Ma Musharraf, pur continuando a ricevere aiuti e sovvenzioni dal governo Bush, non riusciva a controllare lo strategico Waziristan, terra di confine tra il Pakistan e l'Afghanistan, dove la riorganizzata struttura talebana aveva messo radici. L'oppòsizione interna, piccolo borghese, composta dai tartassati avvocati e magistrati, ha alzato la testa mettendo in seria difficoltà il governo. Anche se poco pubblicizzati, negli ultimi tempi, molti sono stati gli scioperi di proletari super sfruttati, affamati e repressi da un reazionario mondo padronale abituato a tratta­re la forza lavoro come una pletora di schiavi

senza diritti e a salari tra i più bassi del mondo. La stessa borghesia imprenditoriale mal soppor­ta lo strapotere economico e finanziario della struttura stato - esercito che fa capo allo stesso Musharraf. I quadri dell'esercito, in attività e in pensione, gestiscono le più importanti banche del paese, sono nei consigli di amministrazione delle imprese che rappresentano la struttura portante dell'economia reale. Gli appalti per qualsiasi attività imprenditoriale, se non sono appannaggio dei soliti noti, devono passare sotto le forche caudine della concussione e del ricatto economico della struttura militare che è onnipresente. Il governo è inoltre impegnato in una durissima repressione nel Balucistan, l'unica provincia ricca ci gas e materie prime, che vede la maggiore povertà di tutto il paese, contro le tensioni di una borghesia secessionista che cavalca a suo uso e consumo il malessere della popolazione.

Le preoccupazioni del governo Bush erano che tutte queste situazioni messe assieme potessero destabilizzare Musharraf, il cui indice di gradi­mento all'interno della opinione pubblica pachistana aveva toccato i minimi storici da quando era salito al potere. Per di più il Pakistan è nel novero delle potenze nucleari e una sua destabilizzazione sarebbe stata ancor di più fonte di problemi per gli strateghi di Washington. In questo quadro è maturata la convinzione di richiamare dall'esilio la vecchia alleata Benazir Bhutto in vista delle imminenti elezioni politiche, in modo da bilanciare politicamente il meno affidabile Musharraf. Ovviamente non esistono riscontri a dimostrazione della manovra, ma tutto fa pensare che il ritorno della lady di ferro asiatica sia stato non solo auspicato, ma propo­sto e sostenuto dagli Usa, con tanto di finanziamenti al PPP (partito popolare pachistano) in funzione di un ridimensionamen­to del potere del generale, dando vita, magari, ad un governo di coalizione in cui la Bhutto avrebbe dovuto fungere da collante tra le varie forze sociali, per ridare, con maggiore sicurez­za al Pakistan, quel ruolo di gendarme degli interessi americani nell'area. Che la Bhutto sia stata uccisa da un integralista, che i servizi segreti pakistani sapessero e hanno lasciato fare, che ci sia stata la lunga mano dello stesso Musharraf, che ha inteso così riproporsi quale unico interlocutore degli Usa, poco importa, l'essenziale è rilevare che la partita è giocata con la durezza che la posta in palio consiglia e che la portata della crisi economica internazio­nale impone.

Il pericolo dell'imperialismo cine­se

Le vicende dei rapporti tra gli Usa e il Pakistan pur avendo una lunga datazione, si collocano attualmente in uno scenario complesso e per molti aspetti nuovo. La devastante crisi che è culminata nell'esplosione della bolla finanziaria dei mutui subprime, ma che covava da ben più lungo tempo, ha colto l'economia reale ameri­cana allo stremo. I fondamentali dell'economia americana, nonostante le reiterate affermazioni di Bush in cui sostiene il contrario, sono attraver­sati da una lunga crisi strisciante che è letteral­mente esplosa negli ultimi tempi. I bassi saggi del profitto nei settori che un tempo erano domi­nanti, l'indebitamento delle imprese e delle fa­miglie, il deficit federale e della bilancia dei pagamenti con l'estero, l'ipertrofia nella crea­zione di capitale fittizio sono alla base della crisi americana.

In aggiunta si deve sommare il progressivo indebolimento del dollaro che non riesce più a svolgere quell'opera di drenaggio di plusvalore sui mercati internazionali che ha consentito all'economia Usa di vivere parassitariamente alle spalle della forza lavoro mondiale. Sino a pochi anni fa gli scambi commerciali internazionali avvenivano per il 92% in dollari. Oggi solo per il 43%, mentre il resto avviene in euro (39%) e yen. Prima il petrolio veniva valutato e venduto al 100% in dollari, da due/tre anni a questa parte la mate­ria prima per eccellenza viene venduta in rubli (Russia), euro (Iran e Venezuela) mentre paesi come gli Emirati Arabi Uniti e altri all'interno dell'Opec stanno valutando di adottare un pa­niere di monete che vada progressivamente a sostituire il dollaro quale unico coefficiente di scambio per le materie prime energetiche. Il risparmio mondiale che prima affluiva verso gli Usa per I'80% sotto forma di investimenti specu­lativi in buoni del Tesoro, sottoscrizioni nei Fondi, in azioni ed obbligazioni americani e sullo stesso dollaro, oggi prende la strada dell'euro per il 40% e dello yen per il 20%, dimezzando la capacità del dollaro di continua­re il suo signoraggio. La speculazione fugge il dollaro, investe in euro, yen, oro, materie prime e petrolio.

Per queste ragioni l'imperialismo americano si trova nella necessitata situazione di usare la forza per consentire la sopravvivenza della sua economia, contenendo le spinte centri­fughe e aggredendo tutte le aeree di interesse strategico, contribuendo a consolidare il clima di guerra permanente che oggi caratterizza lo scenario capitalistico mondiale. I punti di appli­cazione sono estesi ai quattro angoli del globo terracqueo, in Europa contro il risorto imperialismo russo, con il tentativo di allarga­mento della Nato nei paesi dell'ex Patto di Varsavia, con il posizionamento di missili in Cekia e Polonia cie puntano minacciosamente verso est. In Africa nella fascia che va dal Sudan sino al delta del Niger. In Asia, dopo le guerre ancora in atto in Afghanistan e Iraq, l'attenzione si sposta sull'Iran ( terzo esportatore al mondo di petrolio e venditore in euro) interprete di una politica petrolifera che prevede il passaggio sul suo territorio di una rete di pipeline. In quest'ul­timo quadro il ruolo del Pakistan acquista una valenza determinante per i progetti bellici degli Usa e, nello specifico, per il contenimento dell'avanzata cinese.

La Cina da anni sta compiendo un profondo processo di penetrazione commerciale in Pakistan. Gli investimenti sono pari a 4 miliardi di dollari distribuiti nei settori principali dell'economia. Le imprese cinesi sono ormai il 12% delle imprese straniere presenti sul territorio. I tecnici che presiedono ai progetti sino -pachistani sono 3500. La presenza economica della Cina è particolarmente forte nel Balucistan, dove risiedono i più importanti bacini gassiferi del Pakistan. Nella stessa regione sono presenti anche le maggiori miniere di rame del mondo e significativi giacimenti di oro di zinco, argento, cromo e minerali ferrosi. La Cina ha investito nella zona 350 milioni di dollari per una serie di attività estrattive e di commercializzazione. Ha inviato i suoi ingegneri e mano d'opera specia­lizzata, monopolizzando i cicli di estrazione.

La presenza cinese in Balucistan estende la sua influenza anche sulla futura costruzione di ben tre gasdotti che porteranno gas dall'Iran all'In­dia via Pakistan (Ipi), dal Turkmenistan al Pakistan via Afghanistan (Tap) e dal Qatar in India, sempre via Pakistan. Tutti questi progetti, che vedono il Balucistan al centro dei transiti e che frutterebbero all'Iran (Ipi) otto miliardi di dollari all'anno, non piacciono agli Usa. Innanzitutto perché il nemico iraniano ne trarrebbe notevoli vantaggi, poi perché la presenza cinese distur­berebbe i loro obiettivi energetici e finanziari, ed infine perché l'alleato Musharraf, invece di fungere da collaboratore degli interessi di Washington in Pakistan, fa affari con i nemici e la concorrenza, concedendo spazi, sfruttamento delle risorse e posizioni strategiche al regime di Teheran e di Pechino. In una fase di crisi interna­zionale come quella che il capitalismo mondiale sta vivendo, la ricomposizione imperialistica passa attraverso il controllo dei mercati delle materie prime strategiche (gas e petrolio), dei mercati finanziari e monetari, con l'uso delle pressioni, dei condizionamenti e dei ricatti, ma anche della guerra e dell'aggressione. L'imperialismo americano non può permettersi il lusso di consentire ad un suo alleato, per di più posizionato in un paese altamente strategico, di non essere affidabile al cento per cento. Da qui le pressioni su Musharraf, il riciclo di Benazir Bhutto e l'imposizione di elezioni che, come da programma, hanno rilanciato il PPP in una sorta di ammonimento al generale presidente.

Ad aggravare i sospetti americani di inaffidabilità di Musharraf si è aggiunta la concessione governativa alla Cina per la costru­zione del porto di Gwadar. Il nuovo porto, ristrutturato e allargato secondo le necessità della moderna navigazione, è opera dei tecnici cinesi. La Cina ha inoltre finanziato il progetto per centinaia di milioni di dollari con il chiaro intento di fare di quel porto sul golfo di Oman un punto cardine dei suoi traffici commerciali. Non solo, i nuovi nove punti di attracco consentono l'ormeggio delle maxipetroliere e delle navi cargo, ma anche di navi da guerra e sottomari­ni. Il porto di Gwadar, oltre alla sua posizione strategica all'imbocco del Golfo di Oman e, quindi, del Golfo persico, sta per essere collega­to, sempre dai cinesi, con l'altro porto pachistano che si affaccia sull'Oceano Indiano, quello di Karachi. La doppia struttura, quella portuale e quella stradale, che è ancora in costruzione (Coastal Highway), consentirebbe alla Cina di avere l'opportunità di rendere stabili e veloci tutti i traffici commerciali e militari tra Gwadar e Karachi, e dal suo territorio a quello del Golfo persico, dell'Iran e del centro-Asia via Pakistan. Essendo il porto e gli snodi autostradali situati in Balucistan, terra strategica, ricca, come si è detto, di gas e minerali, teatro di una guerra separatista di una frangia della borghesia loca­le che lotta contro il centralismo di Islamabad, l'imperialismo cinese si adopera con soldi e armi a sostegno della feroce repressione del governo di Musharraf. Che il Pakistan sia, nelle prospettive americane, una pedina da non per­dere né, tanto meno, da lasciare nelle mani degli imperialismi concorrenti, sia perché base di controllo dell'Afghanistan e di contenimento delle ambizioni iraniane, sia perché unico sbocco meridionale di gas-oleodotti sulla direttiva nord-sud e ovest-est, è di per sé evidente.

Come se non bastasse, l'altro imperialismo con­corrente, la Russia (primo esportatore energetico al mondo, sommando gas e petrolio), pur non avendo addentellati in Pakistan, opera fattivamente nella zona asiatica, progettando una rete di collegamento tra San Pietroburgo e Mumbai via Iran, che farebbe combaciare i lembi del Mar Baltico con quelli dell'Oceano Indiano, mettendo ancora una volta fuori causa l'imperialismo americano.

La risposta americana corre sull'unico binario consentito dalla grave crisi internazionale e dalla profonda depressione della sua econo­mia, quello dell'attacco e dell'aggressione, an­dando a consolidare il quadro delle guerre già in atto e alimentando il clima di espansione di una preoccupante serie di nuovi episodi bellici che potrebbero deflagrare da un momento al­l'altro.

In Afghanistan Bush invoca un coinvolgimento della Nato per mantenere sotto controllo una realtà sociale ancora precaria, sempre sull'orlo della guerra civile, con i talebani che, finanziati ed armati dall'Iran, mettono sotto pressione il governo Karzaj. Per l'amministrazione ameri­cana il vecchio progetto della Unocal di servirsi dell'Afghanistan come territorio di transito del­l'oleodotto Kazakistan-Pakistan non solo non è tramontato, ma alla luce delle manovre russo-cinesi, ridiventa assolutamente necessario. In Iraq le cose vanno anche peggio, ma il governo americano ha deciso di prorogare la presenza del suo esercito a tempo indeterminato. Sta rimodernando l'esercito con mezzi pesanti, fi­nanzia una parte della comunità sunnita e chie­de ulteriori fondi al ministero del Tesoro. Con l'Iran si intensificano le provocazioni (stretto di Hormuz) e i boicottaggi (commerciali e finan­ziari), si arma l'esercito del movimento curdo iraniano in attesa di soluzioni più pesanti. In Pakistan il gioco è scoperto: occorre un governo stabile, affidabile, docile alle pressioni e, so­prattutto, efficiente nel rispondere alla sollecita­zioni strategiche di Washington. Musharraf può anche rimanere al suo posto, ma la presenza

politica del PPP, anche senza la Bhutto, serve da monito, controllo e, all'occorrenza, carta di riserva nella gestione politica di un paese sem­pre più determinante nelle complesse trame del­la ricomposizione imperialistica del centro Asia.

Le condizioni di sfruttamento e la lotta di classe

Sul taccuino degli episodi di lotta di classe c'è ben poco da registrare. Il regime di Musharraf, come quelli che lo hanno preceduto, non ha lasciato spazio a nessun movimento di opposi­zione.

Quando è avvenuto qualche sciopero nei settori trainanti dell'economia o nel settore terziario, la repressione è scattata immediatamente con azio­ni repressive di inaudita violenza. In compenso il malessere è proporzionale alle inumane con­dizioni in cui versa la stragrande maggioranza del proletariato pachistano. Lo sfruttamento è ai massimi livelli senza nessuna parvenza di coper­tura sindacale. Uomini donne e bambini lavora­no per il capitale nazionale e per quello interna­zionale in condizioni di semi schiavitù. La metà dei salariati lavora nell'agricoltura in condizio­ni arcaiche. L'industria occupa il 20% della forza lavoro che si concentra nelle imprese tessili, nelle acciaierie, nei cementifici e nella componentistica elettronica. I salari sono da fame, la quasi totalità dei salariati sopravvive con meno di due dollari al giorno e la disoccu­pazione è al 25%.

L'assenza totale di avanguardie politiche rende ancora più desolante il panorama politico. I più significativi (si fa per dire) fermenti di ribellione si hanno nel Balucistan. Nella regione in cui, pur essendo la più ricca di tutto il Pakistan, il 63% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà; la scolarizzazione vale solo per il 18,3% dei maschi e il 7% delle femmine, inoltre ha il più alto tasso di disoccupazione. Questa situazione ha prodotto negli ultimi anni non pochi movimenti di protesta e di ribellione da parte del proletariato, che ha però subito il condizionamento politico da parte della bor­ghesia baluci, la quale, in chiave autonomistica, è riuscita a convogliare la rabbia delle masse su di un terreno che le è proprio, quello del nazio­nalismo anti-Islamabad. Il che ha esposto il proletariato al doppio ingabbiamento, quello dello spezzone separatistico borghese regiona­le, che gioca la sua partita servendosi della rabbia proletaria, e quello militare dello stato centrale che reprime qualsiasi movimento poli­tico e rivendicativo che metta in discussione gli enormi interessi presenti nella regione.

Anche in Pakistan, come sotto qualsiasi latitudine politica, o il proletariato inizia a percorrere la strada autonoma della lotta di classe, oppure sarà costretto a subire i condizionamenti della pro­pria borghesia, le pressioni dell'imperialismo di turno nell'area, senza mai tentare c'imbocca­re la strada per uscire dall'involucro del capita­lismo che è alla base delle ambedue penaliz­zanti condizioni di sfruttamento.

Fabio Damen

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

Abbonamento annuale: € 25,00 (2 numeri di Prometeo + 10 numeri di Battaglia Comunista)