Sud Italia: a che punto è la notte?

Analisi di un capitalismo senza maschera

Sprofondo Sud

Alla vigilia del 150o anniversario dell’Unità d’Italia, lo Stivale è più diviso che mai.

Durante il seminario “Il Mezzogiorno frontiera di un nuovo sviluppo del Paese” (titolo involontariamente ironico) svoltosi a Palermo lo scorso novembre, Riccardo Padovani, direttore della Svimez - Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno - ha spiegato che nel Sud una persona su due lavora in nero o è precaria, che dal 2008 al 2010 l’industria meridionale ha perso 100mila posti di lavoro, e che questi, a metà del 2010, nel Sud sono calati più del doppio rispetto al Centro-Nord (-1,4% contro -0,6%), con punte del -2,5% in Sicilia.

La crisi morde ovunque, ma nel Meridione di più. Dagli anni Ottanta a oggi la situazione economica e sociale nel Sud è peggiorata anno dopo anno, e negli ultimi quindici anni “il peggioramento si è strasformato in un progressivo tracollo del Mezzogiorno,” sostiene Marco Rossi-Doria nel suo articolo dedicato all’attualità della questione meridionale (1).

In questi anni, continua Rossi-Doria, “vi è stata una lunga stagnazione economica , sono state massicciamente ridimensionate le produzioni, la classe operaia e i suoi rappresentanti ed è specularmente aumentata la disoccupazione, in particolare femminile e giovanile. Si è consolidato il monoreddito nelle famiglie e la povertà, che ora riguarda oltre un quarto della popolazione. (…) Si è diffuso in modo impressionante il precariato e il lavoro nero in ogni settore. E’ sorta e si è propagata una forma contemporanea di caporalato rurale e urbano semi-schiavistico nei confronti dei lavoratori immigrati. Le vaste periferie urbane sono divenute luogo permanente dell’emergenza sociale. E, insieme a tutto questo, sono cresciute le reti della finanza illegale e criminale, sostenute dalle molte mafie armate (Camorra, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita) mai debellate nonostante molti e anche eroici tentativi. (…) Così, i giovani del Sud - laureati o senza titolo, benestanti o socialmente esclusi - , posti di fronte a questi dati di fatto, stanno dando vita a un nuovo grande esodo dal Mezzogiorno.”

A questo condivisibile quadro tracciato da Rossi-Doria vorremmo però fare due appunti. Uno riguarda i “rappresentanti” della classe operaia, vale a dire i sindacati e, sempre sulla carta, i partiti della sinistra istituzionale. Ora, sia gli uni che gli altri, lungi dall’opporsi fermamente alle manovre del capitalismo nostrano volte allo smantellamento progressivo di tutti i centri industriali nel Meridione, hanno sempre collaborato a far passare questi attacchi al mondo del lavoro nel modo più indolore possibile, ossia cercando di evitare in tutti i modi una vera mobilitazione sociale e una decisa risposta di classe.

L’altro appunto riguarda “gli eroici tentativi” di debellare le mafie, e il pensiero va innanzitutto a chi ha provato a combatterle sul territorio di persona (ad esempio i compagni Rocco Gatto in Calabria e Peppino Impastato in Sicilia), ma anche a quegli uomini dello stato come Falcone e Borsellino che, a differenza di tanti altri colleghi, hanno cercato di affrontare il potere mafioso di petto e ci hanno rimesso la vita. Ora, per quanto eroici, questi ultimi tentativi erano fatalmente destinati alla sconfitta perché non tenevano conto che il binomio stato borghese-mafia al Sud è indissolubile, e le recenti rivelazioni che vedrebbero coinvolti pezzi dei servizi segreti nell’attentato a Borsellino non farebbero che confermare questa realtà, vecchia quanto l’Italia unita.

Il rapporto Svimez 2010

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Sotto i duri colpi della crisi, nel 2009 le economie dell’Unione Europea hanno registrato una flessione del PIL del 4,1%, e quella italiana risulta fra le più in difficoltà: -5%, vicino a Germania e Regno Unito (-4,9%), molto maggiore della Spagna (-3,6%) e della Francia (-2,2%). In questo contesto, l’ultimo rapporto Svimez ci informa che “ormai da otto anni consecutivi il Sud cresce meno del Centro-Nord, cosa che non è mai successa dal dopoguerra a oggi. (…) Una misura efficace del divario Nord-Sud la dà il PIL per abitante: nel 2009 nel Mezzogiorno è stato 17.317 euro, circa il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro).” (2)

La povertà dilaga. In base agli ultimi dati disponibili (2007) il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, e, in valori assoluti, sempre nel 2007 “il reddito mediano è stato al Centro-Nord di 21.066 euro, al Sud quasi 6.500 euro in meno, 14.500, con forti differenze regionali: i più ricchi in Sardegna (17.101 euro) e Abruzzo (16.820), i più poveri in Calabria (13.350 euro) (…) La povertà morde particolarmente nelle piccole scelte quotidiane: nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per vestiti necessari e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo bollette di luce, acqua e gas.” (3)

In Meridione è più critica anche la crisi occupazionale. Nel 2009 in Italia hanno perso il lavoro 380mila persone, equamente ripartite fra il Nord e il Sud del paese, ma “al Nord per ogni persona che perde il lavoro, 2 sono protette; al Sud è l’opposto, solo un lavoratore su 3 ottiene la CIG. La bomba sociale è devastante: molti lavoratori precari, perso il lavoro, al Sud non sono stati minimamente tutelati.” (4)

Sempre nel 2009 il tasso di disoccupazione nazionale è salito al 7,8% rispetto al 6,7% del 2008: 12,5% al Sud, 5,9% al Centro-Nord. Nello stesso anno la disoccupazione è aumentata 30 volte di più al Centro-Nord rispetto al Sud, +29,9% a fronte di +1,4%. Ma al Sud “continua a crescere la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa scoraggiati (persone che non cercano lavoro ma si dicono disponibili a lavorare) disoccupati impliciti e lavoratori potenziali. Considerando questa componente il tasso di disoccupazione effettivo del Sud salirebbe nel 2009 a sfiorare il 23,9%.” (5) Quasi una persona su quattro. Un dato davvero allarmante!

Caso unico in Europa, l’Italia si presenta come un paese spaccato in due anche sul fronte migratorio, e così “a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarli.” (6) Tra il 1990 e il 2009 “circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. La vera America, per i meridionali, resta il Centro-Nord, dove di dirigono 9 emigranti su 10. (…) È un’emigrazione diversa dagli anni ’60: il trolley e il pc al posto della valigia di cartone, molti con la laurea in tasca, moltissime donne.” (7) Ulteriore novità di questi ultimi anni di crisi sono “i rientri di emigranti e pendolari dal Centro-Nord, che ritornano sconfitti, in attesa di ripartire.” (8)

L’ultima analisi della Svimez è dedicata alle politiche contro la criminalità organizzata, e le riflessioni avanzate sull’argomento sono sostanzialmente condivisibili. Lungi dal rappresentare l’inizio dello sradicamento delle borghesie armate, i numerosi arresti di boss mafiosi compiuti nel periodo più recente hanno semplicemente “aperto una fase di transizione alla ricerca di nuove leadership, che non ha al momento determinato un indebolimento nel controllo della mafia sul territorio.” Inoltre, “quello della presenza mafiosa è l’unico divario territoriale Sud-Nord che nel tempo si sta colmando.” (9)

Assistiamo cioè a una “meridionalizzazione” del paese. Al Sud il capitalismo mostra il suo volto più brutale: iper-sfruttamento, lavoro nero, disoccupazione e povertà diffusa, borghesia violenta e criminale che arraffa tutto quello che può trasgredendo le sue stesse leggi… la crisi avanza e il capitale ritorna alle sue origini più smaccatamente predatorie e oppressive, anche nel cuore del dorato Occidente. “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà” ammoniva Giuseppe Mazzini. La sua profezia si rivela oggi più che mai azzeccata, e assai amara.

Il Sud è l'Italia

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Le parole di Mazzini introducono bene il punto di vista di chi afferma che i problemi del Sud sono, a ben guardare, gli stessi che affliggono l’intero paese. “L’Italia ha incontrato grandi difficoltà economiche negli ultimi anni, - scrive Gianfranco Viesti - la sua crescita è stata assai inferiore al resto d’Europa e del mondo: l’andamento è simile in tutte le regioni. Dal 2003 il Nord va un po’ (ma solo un po’) meno peggio del Sud, grazie soprattutto al forte aumento dell’occupazione straniera. L’economia del Sud soffre degli stessi mali di quella nazionale, in forma più accentuata.” (10)

L’analisi di Viesti ha per prima cosa il merito di sfatare alcuni miti sul Meridione cari soprattutto all’ammorbante ideologia leghista (troppi soldi al Sud, i finanziamenti al Nord li usano mentre al Sud li rubano, ecc.), ma è poco convincente quando cerca di ricondurre l’arretramento del Sud solo al momento critico che sta vivendo l’economia nazionale e internazionale. Un conto è sostenere che la radice dei problemi è comune - posizione assolutamente condivisibile: la radice è il capitalismo di marca italica, tassello del regime capitalista mondiale - un conto è non vedere il profondo divario economico e sociale fra una parte e l’altra del paese che, fra alti e bassi, è una costante dall’unità d’Italia a oggi.

Questo enorme divario lo leggiamo dietro alcuni numeri che riporta il suo stesso libro: le persone definite “povere” dal rapporto ISTAT del 2006 sono 5,2 milioni al Sud e 2,3 milioni nel resto del paese. Se si pensa che il 66% della popolazione italiana (60 milioni) è concentrata nel Centro-Nord e che il Sud conta 20,8 milioni di abitanti, il calcolo è presto fatto: al Nord è povera circa una persona su diciassette, al Sud una su quattro!

Molto interessante è l’analisi di Viesti che riguarda la mancanza cronica di infrastrutture nel Sud e la gestione del settore pubblico allargato, cioè ANAS, Ferrovie dello Stato, ENEL, le aziende a capitale pubblico - o prevalentemente pubblico - che operano nei servizi locali, nel ciclo dell’acqua o dei rifiuti, e via di seguito. La loro azione, infatti, ha “notevolmente acuito le disparità territoriali. Le imprese pubbliche nazionali, sempre più guidate da logiche di mercato e alle prese con rilevanti problemi di bilancio aziendale, hanno orientato la propria attività verso le aree più ricche e profittevoli del paese. (…) Il caso più clamoroso è quello del gruppo Ferrovie dello Stato. Gruppo al 100% pubblico, e di cui tutti i cittadini, di tutte le regioni, sono stati chiamati da sempre a ripianare le ingenti perdite con le proprie tasse. Fra il 1996 e il 1998 le Ferrovie dello Stato realizzavano investimenti per circa il 30% nel Mezzogiorno e per il 70% nel Centro-Nord: nel 2005 la percentuale della spesa nel Mezzogiorno era scesa in maniera progressiva a un risibile 14%; mentre al Centro-Nord si è passati fra 1998 e 2005 da 2,4 a 7,3 miliardi di euro, al Sud 1 miliardo era e uno è rimasto.” (11)

Per chi ha avuto l’avventura di viaggiare in treno al Sud, questi dati non saranno certo una sorpresa. E a proposito della crisi dei rifiuti in Campania, il dato relativo alla spesa in conto capitale nell’ambito dei rifiuti urbani è impressionante: “fra il 2000 e il 2006 sono stati spesi ogni anno 138 milioni di euro al Sud e 574 al Centro-Nord, cioè rispettivamente 6,7 e 15,5 euro pro capite.” (12)

Ma l’irrazionalità furfantesca del capitalismo avariato in cui ci troviamo immersi è ben rappresentata dal progetto del ponte sullo Stretto di Messina. Oltre al disastro ecologico e paesaggistico che la costruzione del ponte comporterebbe, l’utilità effettiva di un’opera così imponente e costosa sarebbe molto modesta, e modesti sarebbero gli effetti sui tempi di percorrenza. “Assai più utile sarebbe destinare quel colossale ammontare di risorse pubbliche (almeno 6 miliardi di euro) all’ammodernamento dell’ottocentesco sistema ferroviario calabrese e siciliano” (13), ad esempio.

E Viesti, da buon riformista, è convinto che da questo sistema sia lecito pretendere delle politiche ragionevoli, sensate, utili non per l’accaparramento di maggiori profitti, ma per la collettività.

Noi, però, non siamo riformisti.

La bandiera che non sventola

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Visto il quadro complessivo della situazione, è evidente che l’intero Sud è una polveriera sociale, e poiché la crisi avanza e continua a piovere sul bagnato, si registrano i primi segni di insofferenza: le mobilitazioni proletarie a Termini Imerese e Pomigliano (anche se ancora sotto il controllo sindacale), la rivolta degli immigrati a Rosarno, le iniziative dei precari della scuola in Sicilia e il blocco dei traghetti sullo Stretto, per citare alcuni degli episodi più noti. Crescono anche le mobilitazioni popolari contro lo scempio e l’avvelenamento del territorio compiuti quotidianamente dal capitale, dal comitato No Ponte a quello contro le navi dei veleni in Calabria, passando per la recente rivolta di Terzigno.

Ma siamo ancora molto lontani dalla seria ed estesa risposta di classe che la grave situazione del Sud, e non solo del Sud, richiederebbe.

Una risposta di classe, ecco ciò che più manca, a Nord come nel Mezzogiorno. Ossia una risposta che distingua gli interessi dei lavoratori, dei proletari di ogni regione e nazione, da quelli dei padroni, dei capitalisti di qualunque latitudine. Fra coccarde tricolori, soli delle alpi e stemmi neoborbonici, ciò che manca è la bandiera rossa del proletariato. La bandiera che dovrebbe ricominciare a sventolare sulle fabbriche, nelle piazze, e anche sulle barricate di quelle lotte contro la rovina capitalistica del territorio che riguardano tutta la collettività. Perché il proletariato, se vuole essere classe rivoluzionaria, deve farsi carico della lotta contro il capitalismo a trecentosessanta gradi.

Giacomo Scalfari

(1) Marco Rossi-Doria, La questione meridionale, in La conquista, fascicolo n. 3, supplemento a Il manifesto, ottobre 2010.

(2) Rapporto Svimez 2010 sull’economia del Mezzogiorno. Sintesi, pag. 3.

(3) Ibidem, pp. 23-24.

(4) Ibidem, pag. 24.

(5) Ibidem, pag. 27.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem, pag. 29.

(9) Ibidem, pag. 30.

(10) Gianfranco Viesti, Mezzogiorno a tradimento, Laterza 2009, pag. 32.

(11) Ibidem, pp. 59-60.

(12) Ibidem, pag. 66.

(13) Ibidem, 137.

Comments

Perché nei vari decenni pure gli enti statali e le aziende miste hanno compiuto meno investimenti al sud? A causa della criminalità organizzata storica e cronicamente radicata! Ai vari governi ciò non disturbava, non era ritenuto importante, a parte che in brevi spiragli (prefetto Mori, Falcone Borsellino) al nord la mafia esiste certo, ma non è la stessa cosa, non vi è ancora questo indiscutibile connubio con istituzioni e società civile. L'Italia è un paese duale vero, ma vincendo la mafia il Meridione può recuperare il divario col Nord.

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