L'ennesima riforma del mercato del lavoro

Se l'accanimento della borghesia contro il mondo del lavoro dipendente è direttamente proporzionale alla crisi capitalistica, allora bisogna concludere che quest'ultima abbia buone probabilità di durare a lungo. D'altra parte, è quello che viene ipotizzato dalle massime istituzioni del capitalismo internazionale, tra cui il FMI, che in questo fine gennaio prevede un nuovo rallentamento dell'economia mondiale e, per alcuni paesi, come l'Italia, un recessione (il 2,2% in meno del PIL).

Niente di nuovo sotto il sole: il modo di produzione capitalistico può vivere solo sullo sfruttamento della forza lavoro, sfruttamento che nelle epoche di crisi, come questa, deve essere intensificato in ogni modo possibile, rimuovendo perciò quegli elementi, eredità di altri periodi storici, che non sono più utili al sistema e ne intralciano il percorso. Così, da almeno vent'anni a questa parte, abbiamo visto e subìto il progressivo smantellamento di quella che, per comodità di discorso, si può chiamare regolamentazione del mercato del lavoro, una pianta le cui radici affondano in un tempo lontano, ma sviluppatasi particolarmente dopo la grande crisi degli anni trenta del secolo scorso e la guerra che ne seguì.

Nonostante le magie degli stregoni neoliberisti (fu Bush padre a chiamare il neoliberismo “economia vudù”), di cui gli attacchi permanenti al lavoro salariato sono una componente basilare, il carro sgangherato del capitalismo non esce dal pantano e, anzi, minaccia di sprofondarvi un po' di più. Ma non ha alternative, e allora sotto con altre “riforme” del mercato del lavoro, perché l'operaio, la commessa, il finto autonomo a partita IVA non sono mai sufficientemente sottomessi alle esigenze di valorizzazione del capitale; tradotto in altri termini, mai sfruttati abbastanza, rispetto alle necessità di un capitalismo in crisi.

Le nuove regole contrattuali ventilate dalla ministra Fornero sono un'altra espressione di quella logica, che ha guidato i governi di ogni colore politico. Nonostante la voluta indeterminatezza del governo, sembrano però chiari gli assi portanti di questo ennesimo stupro proletario, che dovrebbe dare un altro colpo, se non il definitivo, all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Il fatto che, da Monti a Napolitano, passando per la Marcegaglia, vengano inviti a sbarazzarsi dei tabù, ci fa capire già dove lo stato maggiore della borghesia voglia andare a parare. Poco importa, poi, che all'articolo 18 si faccia ricorso in maniera davvero limitata o che le quasi cinquanta tipologie contrattuali - rafforzate dagli accordi “tra le parti sociali” (vedi il 28 giugno) e dall'articolo 8 della manovra d'agosto - assicurino una flessibilità della forza lavoro degna di un salice: bisogna subire, senza fiatare, l'aperta dittatura padronale senza fiatare.

In concreto, che cosa si intravede nel cilindro del governo Monti? Il cosiddetto contratto unico d'ingresso (CUI) e il forte ridimensionamento della cassa integrazione. Il CUI, nella sostanza, figlio o parente stretto di alcune teste pensanti del PD (da Ichino a Boeri), prevede per i neoassunti tre anni di prova, durante i quali scompare l'obbligo di reintegro in caso di licenziamento senza “giusta causa”, ma solo un'indennità che cresce col passare del tempo. A parte che sarebbe interessante sapere se il CUI si applicherebbe solo ai giovani o anche ai più anziani, al padronato sarebbe offerta un'ampia possibilità di sviluppare la sua creatività nel giostrare coi tempi delle assunzioni-licenziamenti dei singoli lavoratori, al fine di far pesare permanentemente il ricatto del licenziamento.

Perché non ci siano dubbi sulla riduzione della forza lavoro a semplice ingranaggio parlante del processo di produzione del profitto, la Fornero, nonostante usi un linguaggio da cartomanti, a differenze di quest'ultime si riferisce a cose ben concrete quando allude a «un contratto che evolve con l'età [...] piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età» (citato da F. Piccioni, il manifesto, 2012-01-24). Che sia attuabile “da domani” è azzardato dirlo; certo che si avvicina alle pensate di Bombassei, forse futuro presidente di Confindustria, e, in ogni caso, il “contratto calibrato sul ciclo di vita” (il manifesto, cit.), cioè il contratto individuale, sarebbe un'evoluzione coerente della logica che punta a “depotenziare” il contratto nazionale di lavoro a favore di quello “di prossimità” (territoriale, aziendale, ecc.), che avrebbe, dal punto di vista dell'unità di classe, effetti catastrofici.

E il sindacato? Come sempre, accetta la politica dei sacrifici (per i lavoratori), solo che vuole salvare la forma e non essere trattato apertamente per quello che è, cioè un maggiordomo del capitale. Dunque, purché sia coinvolto, purché gli si chieda il suo parere, concede di tutto e di più, magari sotto una forma meno brutale di quella proposta dal governo: contratti di apprendistato per i giovani, contratto di inserimento per le donne e i cinquantenni, con tutto ciò che ne segue in termini di salario, ricattabilità, ecc. Insomma, se non è zuppa, è pane molto umido.

Infine, dal pozzo delle meraviglie dei “tecnici” emerge la riforma (possibile, probabile?) della cassa integrazione. Via quella straordinaria, via anche la mobilità, rimarrebbe solo quella ordinaria, per un massimo di cinquantadue settimane: e dopo? La Fornero ha buttato lì una specie di “reddito di esistenza”, altrimenti detto sussidio di disoccupazione, ma ha subito aggiunto che non ci sono soldi per una “flexsecurity” alla danese (flessibilità spinta della forza lavoro e sussidio “facile” ai disoccupati). Infatti, il troppo decantato welfare scandinavo, per altro non indenne dalla crisi, presuppone, tra altre cose, un livello di evasione fiscale che applicato all'Italia farebbe chiudere bottega a una massa enorme di piccoli borghesi, ma procurerebbe guai seri anche a tante imprese di calibro medio-grosso. Per cui, va bene il blitz di Cortina, però senza esagerare.

Non tanto paradossalmente, la Marcegaglia si è unita ai confederali nel suggerire quanto meno molta prudenza, riguardo alla riforma degli ammortizzatori sociali: il 2012, dice, sarà un anno di ristrutturazioni, che hanno bisogno di cassa integrazione, in qualunque forma, per bagnare le polveri del conflitto sociale, tanto più che la “cassa” è pagata per lo più dai lavoratori stessi. Finora, questo “ammortizzatore” ha svolto egregiamente il suo compito, per cui, avanti, sì, con la riforma, ma senza ansia della prestazione. Per una volta, siamo d'accordo con la Marcegaglia: a differenza di tanti intellettuali e intellettualoidi che si richiamano al marxismo, capisce perfettamente che se, finora, la lotta di classe proletaria non è esplosa, è anche perché (e non certo da ultimo) gli ammortizzatori sociali bene o male hanno fatto il loro lavoro. Dal 2009 al 2011 sono stati erogati circa tre miliardi di ore di “cassa”, il che significa centinaia di migliaia di disoccupati in meno (e, in genere, “padri-madri di famiglia”: mica “sfigati” o “bamboccioni”). Non è un caso se le espressioni più clamorose o determinate del conflitto “operaio” sono sorte da licenziamenti e chiusure di fabbriche, quando cioè i lavoratori sono messi con le spalle al muro. Fino a che la crisi mette con le spalle al muro in maniera, per così dire, selettiva (un caso qui, un altro là...), ha un effetto terroristico sulla classe, paralizzandola con la paura della perdita del posto di lavoro. Ma quando gli effetti della crisi non hanno o non hanno più freni, allora c'è la possibilità concreta che la lotta di classe possa dilagare. A titolo d'esempio, negli USA del 1932, scioperò, e duramente, il 50% della classe operaia, perché non aveva altra arma che la lotta per “ammortizzare” l'aggressione del capitale.

Altri tempi? Certo è che l'assenza drammatica di un punto di riferimento rivoluzionario permise alla borghesia di superare la crisi: facciamo in modo che il dramma non venga replicato.

CB

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I lavoratori e le imprese europee (e italiane) debbono fronteggiare le esportazioni cinesi, coreane, indonesiane, prodotte a costi molto più bassi dei nostri e non si tratta più di pigiamini di seta o di chincaglieria di varia amenità, ma di alte tecnologie dove l'invenzione si accoppia con bassissimi costi della manodopera. Come si impedisce in un'economia aperta una concorrenza di questa natura? Con i dazi? La Camusso pensa di blindare l'Europa (e l'Italia) con una impenetrabile cinta di protezionismo? E come pensa che quei Paesi reagirebbero se non rispondendo in egual modo alle nostre esportazioni? Come pensa di fermare la de-localizzazione delle imprese italiane che hanno convenienza a portare all'estero interi settori delle loro lavorazioni? L'esempio di Marchionne non insegna nulla? Vuole la Camusso generalizzare al sistema Italia la politica ideologico-sindacale della Fiom?

Oggi come non mai SOCIALISMO O BARBARIE.

Grecia & Fame. "Parlando con il sito online Newsit.gr, la donna ha affermato che nelle ultime settimane "sono stati registrati circa 200 casi di neonati denutriti perche' i loro genitori non sono in grado di alimentarli come si deve", mentre gli insegnanti delle scuole intorno all'istituto da lei diretto fanno la fila per prendere un piatto di cibo per i loro alunni che non hanno da mangiare. Il ministero della Pubblica Istruzione, che in un primo momento aveva definito la denuncia come "propaganda", si e' visto costretto a riconoscere la gravita' del problema.Come hanno detto alcuni insegnanti al quotidiano To Vima, il problema di denutrizione esiste e viene individuato piu' facilmente nelle scuole a pieno tempo: "Molti ragazzi vengono in classe senza il pranzo e dicono di averlo dimenticato a casa perche' si vergognano di dire la verita'". E non mancano nemmeno i casi di pazienti che, dopo essere guariti, non vogliono lasciare l'ospedale perche' non hanno dove andare a dormire." Un futuro non più giustificabile con nessuna presunta malagestione nazionale o internazionale. Non esistono organismi entro ambiti legali borghesi che possano sanare le contraddizioni di un sistema morente, quello capitalistico! Saluto.

Battaglia Comunista

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