Speculazione a colpi di rating

Crisi e finanziarizzazione dell’economia alla base dello scontro sul rating

Nello scorso numero abbiamo già avuto modo di analizzare l’operato delle agenzie americane di rating, evidenziando il ruolo giocato da queste nelle azioni speculative contro la moneta europea (1). Gli ultimi avvenimenti non fanno altro che rafforzare le ipotesi avanzate in quell’articolo. Le recenti iniziative di Standard & Poor's mostrano chiaramente il ruolo che stanno assumendo tali agenzie: strumenti speculativi, in un capitalismo sempre più dominato da attività finanziarie.

Il rating creditizio indica il livello di solvibilità di un soggetto debitore, si tratta di un giudizio circa il grado di affidabilità dei titoli emessi dal debitore, sia esso lo Stato, una impresa privata, una banca. Abbassamento del rating sta ad indicare che - secondo l’agenzia - maggiore è il rischio per chi compera i titoli (obbligazioni private o titoli di Stato) maggiore è la possibilità che il debitore in futuro abbia difficoltà a liquidare il creditore. Le agenzie specializzate in questi giudizi sono soprattutto Standard & Poor's, e Moody's, entrambe americane, a seguire l’agenzia Fitch con sedi centrali a New York e Londra.

Logica vorrebbe che l’affidabilità di un soggetto che emette titoli di debito venga valutata in base alla capacità che possiede tale soggetto di “creare” valore. Il livello di rating di una impresa privata dovrebbe quindi rispecchiare i fondamentali della stessa impresa, così come il rating creditizio di una Stato dovrebbe essere legato al peso dell’economia reale della nazione presa in esame. Se così fosse sarebbe impossibile spiegare - per esempio - come mai le agenzie continuino ad assegnare un alto rating ai titoli di Stato americani (addirittura massimo per Moody's!) nonostante l’enorme deficit della bilancia commerciale ed il livello spaventoso raggiunto dal debito di Stato. La finanziarizzazione dell’economia ha però oggi un peso tale da riuscire a sconvolgere ogni logica economica fondata sull’economia reale. La sostanza - produzione e distribuzione - è diventata quasi un optional nella vita di molti capitali, imprese o Stati. L’obiettivo, in questi casi, non è cercare la produzione di valore ma quello di sviluppare i meccanismi per appropriarsi in modo parassitario di valori prodotti. Come abbiamo più volte detto, infatti, la speculazione finanziaria non può produrre valore, essa rappresenta solo un meccanismo di trasferimento di valori prodotti altrove o, peggio ancora, di valori che si dovrebbero produrre in futuro. Un gioco speculativo dove le agenzie di rating stanno svolgendo il proprio ruolo.

La produzione di capitale fittizio, la speculazione finanziaria

Le creative attività finanziaria ormai pesano più dell’economia reale e si basano sulla produzione e la circolazione di capitale fittizio. Il capitale finanziario è un capitale nominale che rappresenta un valore già prodotto, il capitale fittizio supera la sfera del reale, si distacca dalla produzione di valore, è un capitale nominale che non corrisponde a nessun valore prodotto ma che rappresenta, si fa per dire, un valore che in futuro (forse…) si dovrebbe produrre. Si tratta insomma di un capitale nominale basato sulle aspettative e sulle promesse. Attenzione però, la corsa alla speculazione finanziaria non è stata semplicemente una “scelta”. È la crisi di valorizzazione dei capitali nella sfera produttiva che ha spinto sempre più imprese, banche, assicurazioni, fondi di investimento a cercare valorizzazione nella speculazione. La deregolamentazione del mercato borsistico ha generato prodotti finanziari altamente speculativi, svincolati totalmente dall’economia reale. Le attività speculative dei privati oggi riguardano svariate sfere: compravendita di azioni, mercato delle materie prime, mercato delle valute, derrate alimentari, obbligazioni emesse da privati, titoli del debito di uno Stato.

La produzione di capitale fittizio riguarda però non solo la sfera privata ma anche quella pubblica. L’esempio più eclatante di questo certamente sono gli USA. Fino agli inizi degli anni 1970 l’emissione di valuta da parte dello Stato americano era vincolata alle riserve di oro possedute, per le altre valute il vincolo era costituito dalle riserve di dollari. Con lo stralcio statunitense degli accordi di Breton Woods la produzione di moneta ha smesso, potenzialmente, di avere vincoli. Ovviamente la moneta circolante nello Stato dovrebbe essere rappresentativa dell’economia reale, una emissione sproporzionata farebbe impazzire le variabili macroeconomiche dello Stato stesso - tassi di interesse, inflazione e tassi di cambio in primis - rendendo di conseguenza meno appetibili i titoli di Stato e allontanando i capitali. Se si riesce però a stampare moneta tenendola lontano dal proprio Stato, il gioco è fatto: si può produrre moneta svincolandola, almeno in parte, dall’economia reale. Sì riesce così a produrre un capitale fittizio e a regolare le variabili macroeconomiche anche adoperando questa leva speculativa. Da un lato si emette capitale fittizio (dollari e titoli del debito) dall’altro si importano valori, merci e capitali. Ma questo è solo l’esempio più eclatante di produzione statale del capitale fittizio, un leva finanziaria adoperata dagli USA da più di trenta anni ma che fa gola anche alle altre potenze imperialiste, non ultima l'Unione Europea. La stessa crisi del 2008 è stata affrontata con: emissione di liquidità nel sistema (emissione di moneta da parte delle banche centrali, prestiti a Stati in difficoltà), acquisto dei titoli di debito da parte delle banche centrali e ingrossando il debito sovrano (ovvero dello Stato). Una montagna di capitale nominale al quale fino ad adesso non corrisponde alcun valore realmente prodotto, capitale fittizio appunto. In che modo si dovrebbe poi chiudere il cerchio? Ovviamente chiedendo al proletariato, attraverso tagli e sfruttamento, di produrre il valore necessario - profitto - per rendere questo capitale almeno in parte non solo fittizio ma reale.

L’arma del rating

Ci fermiamo qui ma gli esempi di attività speculative sono veramente innumerevoli, basti pensare - come abbiamo avuto modo di dire in altre occasioni - che oggi circola un capitale nominale che supera di ben dodici volte il PIL mondiale! Ritorniamo quindi alle agenzie di rating. È facile intuire quanto possano queste incidere in una economia che ha assunto le caratteristiche sopra descritte, vista anche la gestione oligopolistica da parte delle tre agenzie americane nel campo della valutazione rating.

In questo contesto vanno inquadrati anche i più recenti avvenimenti che hanno coinvolto le agenzie americane e buona parte degli Stati europei. Il tredici gennaio l’agenzia Standard & Poor's declassa il rating sovrano di nove paesi europei tra i quali: Italia, Spagna, Portogallo ed anche la Francia, una delle locomotive dell’economia UE. Allo stesso tempo Standard & Poor's ha abbassato anche il rating del “fondo salva Stati” europeo, provocando subito le reazioni del presidente dell'Eurogruppo Juncker , vista l’importanza che sta assumendo questo fondo nella gestione della crisi per le nazioni europee. Standard & Poor's declassa nello stesso periodo anche le italiane: Eni, Generali , Cattolica, Unipol, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Sondrio, Banco di Desio e della Brianza, Banco Popolare , Iccrea Holding, Intesa Sanpaolo e Ubi Banca. Declassate anche numerose compagnie di assicurazioni europee.

L’azione che ha sollevato certamente più scalpore è stata quella rivolta alla Francia. Oltre all’inaspettato abbassamento del rating sovrano, a fine gennaio il giudizio di Standard & Poor's è andato a colpire il cuore della finanza francese. Declassati i colossi bancari SocGen, BPCE e Crédit Agricole. Il giudizio dell’agenzia ha colpito tutte le banche francesi; unica eccezione Bnp Paribas ma in una successiva nota S&P’s ha sottolineato che le prospettive a medio termine di Bnp sono “negative”. Declassato persino l’Ufficio di deposito e spedizione, importantissimo strumento dello Stato francese nel settore finanziario.

La reazione da parte della classe dirigente europea è stata immediata. Le dichiarazioni più chiare le ha rilasciate il vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn in un'intervista ad una tv finlandese:

(le agenzie) non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno dei loro interessi.

Il vicepresidente continua affermando che

(S&P, Moody's e Fitch) sono agenzie con base negli USA... (e il loro lavoro) é molto in linea con il capitalismo finanziario americano (2).

Gli fa eco il portavoce dello stesso Rehn, Olivier Bailly:

é strano che i downgrade siano giunti proprio nel momento in cui c'erano numerosi segnali positivi sul fronte dei conti pubblici e del progresso verso una riforma della governance europea.

L'intervento di S&P é giudicato “incoerente e immotivato” ed è

sbagliata la percezione che l'agenzia di rating americana sembra avere dell'evoluzione in atto in Europa, dove gli stati si stanno concentrando anche sulla crescita e non solo sulle misure di rigore.

Chiaro anche il consigliere di Nicholas Sarkozy, Alain Minc per il quale queste agenzie

non sono più nemmeno 'pompieri piromani', sono peggio.

Dopo il declassamento, immediata è stata anche la risposta dello Stato italiano. l’Italia risponde con indagini e le incursioni delle fiamme gialle nelle sedi delle agenzie. L’accusa che viene dalla procura di Trani è di aggiotaggio (diffusione di notizie false per turbare il mercati)...

per aver elaborato e diffuso il 6 maggio 2010 notizie false sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano.

Indagati analista di Moody's e di S&P's. La settimana successiva le fiamme gialle irrompono anche nelle sedi dell’agenzia Fitch ma le attenzioni di procura e guardia di finanza restano concentrate soprattutto sugli uffici dei S&P's_._ La magistratura di Trani in realtà ha da tempo in corso un'inchiesta nei confronti delle società di rating, per aver manipolato il mercato con

giudizi falsi, infondati o comunque imprudenti

sul sistema economico-finanziario e bancario italiano.

Conclusioni

Come abbiamo detto il capitale fittizio si basa su aspettative e promesse. Le agenzie di rating rappresentano oggi anche uno strumento di potere per incidere su promesse ed aspettative, ovvero per influenzare - se non addirittura determinare esse stesse - attività speculative. Da molti analisti sono definite come i veri padroni della finanza globale. Riescono a muovere ad ogni report flussi enormi di capitali. Le proprie attività speculative sono capaci di influenzare la vita economica di banche, assicurazioni, imprese (3). Le agenzie hanno influenzato nel recente passato, per esempio, non poco il mercato dei titoli associati ai mutui sub-prime, regalando giudizi positivi a chi emetteva tali titoli (anche società che poi sono fallite!).

Da queste attività ogni anno le tre agenzie producono profitti netti intorno al miliardo di dollari. Ma a parte i

guadagni, e la capacità di queste agenzie di incidere direttamente nelle attività economiche private, visto il potere che queste hanno acquisito, esse possono costituire una affilata arma per lo scontro interimperialistico: aspetto messo chiaramente in risalto dalle dichiarazioni europee prima citate. Le azioni di S&P's sono state viste dai dirigenti borghesi della UE come una chiara azione speculativa contro il sistema finanziario europeo, contro l’euro, contro il fondo salva stati e da intralcio per la collocazione dei titoli del debito sovrano. Non a caso, forse, il declassamento rivolto all’Italia avviene pochi giorni prima di una importante asta di collocazione dei titoli di Stato. Così come non a caso proprio in questi giorni politici e “tecnici” europei parlano insistentemente della necessità di dare vita ad una agenzia di rating a marchio UE.

Aldilà delle particolarità del caso, la realtà continua ad evidenziare una caratteristica che ormai è diventata dominante nella vita economica mondiale: il parassitismo. Il punto sul quale invitiamo a riflettere è: a cosa potrà portarci un sistema economico del genere…

NZ

Fonti principali, siti web: Ansa, Sole24ore, il manifesto

(1) “Attacco all’euro”, Battaglia Comunista, gennaio 2012. Consigliamo anche la lettura di “La crisi dei debiti sovrani”, Prometeo dicembre 2011.

(2) Per dare valore a queste dichiarazioni ricordiamo che praticamente le agenzie hanno come azionista l’intero capitalismo finanziario americano. La Capital World Investment è una colossale società di gestione del risparmio americana. Essa è primo azionista di Standard & Poor's e il secondo maggiore azionista di Moody's argomenti.ilsole24ore.com/moody-s.html Ma non si tratta di una eccezione, tutti i grandi investitori Usa, fondi o banche, rientrano nella schiera dei principali azionisti sia di Moody's, sia di S&P.

(3) I giudizi di rating su un soggetto che emette titoli di debito, per esempio, possono incidere significativamente sullo spread, influenzando quindi il mercato dei titoli stesso; lo spread in questo caso sta ad indicare la differenza tra il prezzo più basso al quale l’emettitore è disposto a vendere il titolo e il prezzo più alto che il compratore offre.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)