L'imperialismo occidentale regge le fila delle tensioni nel Mali

Apparentemente tutto sembrerebbe semplice. Quasi contemporaneamente ai vari e convulsi cambiamenti di governo, dal marzo del 2012 ad oggi nel Mali, le forze del terrore islamico e il secessionismo tuareg hanno creato una situazione di grave tensione. Al sud, attualmente, le confuse vicende della borghesia nazionale vedono in Diango Cissoko il capo di governo del Mali, personaggio voluto dai militari dopo che il suo predecessore, Cheick Modibo Diarra, è stato arrestato e costretto all’esilio “volontario” in Sudan. Alcuni ministeri, compreso quello della Difesa, sono stati dati a elementi legati al capitano Amadou Sanogo, colui che è stato il responsabile del golpe contro Diarra, il presidente eletto lo scorso marzo e poi esiliato. Lo stesso presidente della repubblica Traorè prenderebbe ordini dal capitano dell’esercito che sembra, al momento, essere l’uomo forte del regime, appoggiato dalle Nazioni Unite, dagli Usa e dalla Francia.

Al nord le cose sono altrettanto confuse. La crisi internazionale, la siccità di questi ultimi anni, il ritorno dei guerriglieri tuareg (che nella guerra civile libica hanno combattuto come mercenari al soldo di Gheddafi, e che hanno riproposto, armi in pugno, la ripresa del loro nazionalismo saheliano) e l'ennesima crisi alimentare si sono abbattuti contemporaneamente su quest’area con la forza di un ciclone. Inoltre l'intensificazione dei traffici di droga, (il 60% della cocaina che arriva in Europa passa da queste zone), il lucroso traffico di armi e di migranti disperati hanno trasformato il nord del Mali e l’intero Sahel in una sorta di Eldorado della criminalità. Come se non bastasse ci si è messa anche la presenza militare di formazioni islamiste radicali, jihadiste, qaediste e di ispirazione terroristiche come Aqim (Al-Qaida nel Maghreb islamico), Mujao (Movimento per l'Unicità dell'Islam in Africa Occidentale) e Ansar al Din (formazione tuareg indipendentista di ispirazione salafita-jihadista) che di questi traffici vivono, compresi i rapimenti di numerosi occidentali. L’insieme di questi fattori ha reso il nord del Mali zona incontrollabile da parte del governo ufficiale con tutte le conseguenze del caso. L’apparentemente semplicità consisterebbe nel fatto che la Francia, come tutti gli Organismi internazionali, ha ritenuto la situazione nel nord del Mali anomala, pericolosa, crogiuolo di terroristi politici, criminali e sequestratori e, quindi, in nome del governo “legittimo” (nato peraltro da un golpe militare) e in ossequio ai sempre utili principi della “santa” lotta al terrorismo islamista, è intervenuta militarmente senza tante reticenze. Mentre l’Algeria ha dato il suo incondizionato appoggio politico e il placet all’uso del suo spazio aereo, la Francia si è incaricata di fare “il lavoro sporco”. Dopo i primi bombardamenti aerei ha messo sul campo 1500 militari con il proposito di portarli a 3000 nello spazio di pochi giorni. L’imperativo categorico sarebbe quello di sbarazzare il campo dal pericoloso terrorismo e di restituire il Mali, come tutta l’area del Sahel, alla democrazia e alla convivenza pacifica.

Come al solito nulla di più falso. È ormai nelle decennali cronache delle intelligence franco-algerine che i servizi segreti di Algeri (Dis), con la collaborazione di quelli francesi e americani, abbiano infiltrato prima e controllato poi, le maggiori organizzazioni terroristiche e comprato la maggior parte dei loro elementi più rappresentativi (1).

La commistione tra le intelligence e il terrorismo che dovrebbero combattere non è nuova e si ripropone sotto qualsiasi latitudine politica. Nello specifico il governo di Bouteflika ha tutto l’interesse a stabilire “anomali” rapporti con le organizzazioni jihadiste per due motivi. Il primo è che infiltrandole riesce meglio a controllarle sino a determinarne, come in alcuni casi, il loro comportamento. Il secondo è che mantenendo in vita lo spauracchio del terrorismo riesce a spillare finanziamenti e armamenti agli Usa e alla Francia anche a costo di subire attentati alle strutture petrolifere quando il rapporto con le suddette formazioni fugge di mano. A loro volta i governi di Washington e di Parigi stanno al gioco del terrorismo/antiterrorismo per dare copertura alle loro ambizioni imperialistiche. Gli Usa operano, anche se in maniera poco appariscente nel Sahel, non tanto e non solo per usufruire dell’eventuale sfruttamento delle sue materie prime ma, soprattutto, per ostacolare nell’area l’invadente penetrazione della Cina. Ormai l’imperialismo di Pechino spazia commercialmente e finanziariamente ai quattro angoli del globo. È fortemente coinvolto in qualsiasi area che presenti un minimo di interesse sul piano dello sfruttamento di giacimenti di gas e petrolio e l’area del Sahel, pur nel suo piccolo, rappresenta una risorsa non disprezzabile. Il che sottrae spazi economici e politici a tutti gli altri imperialismi, non ultimo anche a quello americano che, come nel recente episodio di attentati nei confronti di impianti petroliferi in Algeria, con tanto di sequestro di cittadini occidentali, si è espresso in termini bellicosi per bocca del suo segretario di stato Hilary Clinton. A maggior ragione lo stesso discorso vale per l’imperialismo francese del presidente “socialista” Holland. La Francia già da tempo premeditava un intervento armato. A ottobre del 2012, a soli sei mesi dal golpe di Sanogo e poco meno dalla secessione tuareg al nord, il ministro della Difesa francese Jean Yves Le Drian aveva dichiarato che un impegno militare francese era ormai all’ordine del giorno. Ovviamente l’obiettivo dichiarato era il terrorismo islamista e la sua pericolosità che avrebbe potuto inscenare catastrofi sociali dalla Mauritania al Sudan, passando attraverso tutto il Sahel con punte verso il Niger e la Nigeria. In concomitanza alle dichiarazioni dei politici i responsabili militari avrebbero ipotizzato di far confluire sul Mali del nord una serie di droni resi disponibili dal disimpegno in Afghanistan. Nel mirino di Parigi ci sono più obiettivi che la campagna del Mali può garantire. In primo luogo quello di avere le giuste entrature per lo sfruttamento nel Mali stesso delle miniere di oro di cui è il terzo produttore di tutto il continente africano. In via secondaria ci sarebbe l’opportunità di stabilire buoni rapporti con il Niger che è il secondo produttore al mondo di uranio; il che consentirebbe all’impresa francese Areva di avere una sorta di monopolio per l’approvvigionamento di una materia prima di straordinaria importanza strategica in termini di utilizzo civile e militare. Terzo, la Total Fina, già presente in Nigeria, potrebbe consolidare il suo ruolo di major petrolifera pianificando la trivellazione di due pozzi petroliferi al confine con la Mauritania.

In conclusione si può ben dire che la crisi mondiale che ancora produce effetti economicamente devastanti e che impedisce una sia pur lenta ripresa dell’economia reale, sollecita i sempre più avidi imperialismi alla mobilitazione, uso della forza compreso, pur di accaparrarsi anche le briciole di quello che rimane sul terreno del reperimento delle materie prime, delle risorse energetiche e di quelle strategiche. Che ciò passi attraverso il mantenimento e la collusione con il terrorismo sino a farne un alleato nascosto per colpirlo al momento opportuno come nemico manifesto è prassi di sempre. Che l’imperialismo sotto qualsiasi bandiera si presenti, contrabbandi il perseguimento dei propri interessi come la giusta lotta per la democrazia, è cosa già vista anche di recente. Che a rimetterci siano sempre i soliti noti è altrettanto scontato. La novità, se così si può definirla, è che il perverso meccanismo della crisi del capitalismo, ha finito per dare a queste giustificazioni strumentali un peso di “normale routine” come “normale” è l’uso della violenza che ne riempie i contorni. Tutti gli addetti ai lavori conoscono la vecchia storia, ma tutte le volte occorre raccontarla lo stesso perché altri abbocchino. Il paravento deve funzionare sempre e comunque. Più funziona e più il mondo dei diseredati sta buono, più il proletariato internazionale sta al gioco e più il perseguimento degli interessi dell’ imperialismo, reso più cattivo e famelico di qualsiasi preda, è facilitato. Denunciare come stanno realmente le cose non è certo un grande atto di forza contro l’imperialismo, contro il capitalismo e le sue inderogabili necessità di sopravvivenza, ma può servire a svegliare qualche anima bella che l’ideologia borghese ha costretto ad un lungo sonno.

FD

(1) Personaggi appartenenti ad Aqim come Abu Zayd, Yahya Gawadi e Muhtar Bilmuhtar sono ritenuti essere stretti collaboratori del Dis algerino. Persino Iyyad Ag Gali, capo di Ansar al Din e Sultaqn Wuld Badi, capo del Mujao (organizzazioni di recente formazione che si ispirano al jihadismo islamico ad Al Qaeda e al salafismo) passano per essere dei collaboratori dell’Intelligence di Algeri.

Per quanto riguarda Gali la sua collaborazione risale addirittura agli anni ottanta quando lavorava a Tamarrasett presso una agenzia statale di Algeri. Capo della rivolta tuareg del 1990 nel Mali settentrionale, rese possibile la divisione tra le forze ribelli e una compromissoria pace con il governo che rese di fatto sterile l’ondata secessionista. Nel maggio del 2006 cooperò con il solito Dis per il fallimento della rivolta tuareg di Kidal, sempre nel Mali del nord. Le cronache dell’Intelligence algerina raccontano del suo ruolo nell’organizzazione di un paio di attentati terroristici in collaborazione con i sevizi americani per il rafforzamento dell’immagine di Aqim. Dal 2009 lo ritroviamo all’interno della stessa Aqim con responsabilità dirigenziali nelle lucrose attività di commercio della droga e di sequestro di ostaggi occidentali, nonché come dirigente politico di primo piano.

Lo stesso dicasi per Sultan Badi. L’attuale capo del Mujao nel 2009 fu arrestato nel Mali con altri personaggi del Fronte Polisario (movimento di liberazione del Sahara Occidentale) per traffico di stupefacenti. Per guadagnarsi il rilascio Badi minacciò il governo di Bamako di rivelare i rapporti tra i servizi segreti di Algeri e la stessa Aqim. La minaccia ebbe il suo effetto perché il presidente algerino Bouteflika, in missione politica presso la Merkel, fu costretto ad inviare frettolosamente un membro della sua delegazione, il generale Rasid La alali ( non a caso responsabile per la sicurezza del Dis) in Mali per risolvere la delicatissima questione degli imbarazzanti intrecci tra Aqim, il governo algerino e quello di Bamako, sia per quanto riguarda le strumentalizzazione del terrorismo, sia per il coinvolgimento dello stesso governo del Mali sul commercio della droga. Il risultato fu l’immediata scarcerazione di Badi che, presumibilmente, ha continuato ad avere legami con il Dis sino ai recenti episodi.

Lunedì, January 21, 2013

Battaglia Comunista

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