Realtà e illusioni sul reddito garantito

Tra i fumi e i vapori sprigionatisi dagli alambicchi dell'alchimista Bersani, impegnato a trovare la formula di un governo possibile, sono spariti molti temi agitati durante la campagna elettorale, in attesa, forse, di ricomparire nella prossima ventura.

Di fronte al calo costante dei redditi che ha investito il mondo del lavoro dipendente, i concorrenti del baraccone elettorale hanno tirato fuori dai rispettivi cilindri le ricette più fantasiose per risolvere, a loro dire, una situazione drammatica, quale indubbiamente è. Probabilmente, la borghesia, mentre ancora non si capacita che la vittima principale delle sue politiche di austerità (cioè, del suo sistema) se ne stia buona a incassare cazzotti che stenderebbero un toro, allo stesso tempo teme che il gioco prima o poi finisca e la pentola a pressione del conflitto sociale, la lotta di classe, le esploda in faccia. Da qui, le promesse di politiche economiche volte a integrare le magre entrate di chi, per vivere, deve vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario, a promuovere sussidi vari o, secondo alcuni, a fissare un limite minimo al salario. Persino Monti era tornato, per così dire, sul luogo del delitto a rimirare la sua vittima e non si era vergognato (figuriamoci...) di promettere un non ben precisato “sostentamento minimo” (un'elemosina in stile mensa del povero?) per chi non ce la fa ad arrivare a fine mese. Anche il clown Grillo, nella broda del suo fantasmagorico programma elettorale ha aggiunto l'ingrediente assistenziale, accanto al plauso per la cancellazione dell'articolo 18 e alla soppressione del sindacato.

Per farla breve, c'è chi ha parlato di reddito minimo garantito, chi di salario minimo e chi, ancora, di reddito di cittadinanza per tutti. Ora, il dibattito in ambito riformistico-borghese è molto ampio e non è possibile affrontarlo in maniera esaustiva nello spazio limitato del giornale, ma alcune cose sintetiche è possibile dirle ugualmente.

Innanzi tutto, va chiarito che si tratta di cose diverse. Il salario minimo è, come dice l'espressione stessa, una soglia, di solito imposta per legge, al di sotto della quale il salario non può scendere. In Italia non esiste, perché in genere è la contrattazione nazionale di categoria che stabilisce i livelli salariali, ma là dove non c'è contrattazione oppure la forza (e la volontà) di farla rispettare o – è il caso dei precari – il rapporto di lavoro non si configura, formalmente, come un rapporto subordinato-dipendete, il salario minimo, appunto, salta. Non si creda, però, che la sua imposizione basti a preservare il “prestatore d'opera” da salari che consentono a malapena la sopravvivenza. Infatti, se viene fissato preventivamente a un livello troppo basso, se non è periodicamente aggiornato rispetto all'inflazione o, banalmente, se non viene fatto osservare, il lavoratore continua come e più di prima la sua guerra permanente col costo della vita.

Giusto per dare un riferimento, scontato, basta ricordare ciò che accade da qualche decennio negli Stati Uniti, dove i tre elementi sopracitati hanno agito contemporaneamente, con gran gioia dei padroni. I sindacati nostrani sono contrari al salario minimo, in parte per i motivi ora accennati, in parte (o in gran parte?) perché temono che il loro ruolo di intermediari nonché controllori della forza lavoro venga in qualche modo ridotto e, dunque, la loro funzione resa, se non superflua, meno necessaria, con tutto quello che ne consegue: anche i funzionari sindacali tengono al posto di lavoro, alle prebende più o meno lecite, alle brillanti carriere nel mondo imprenditorial-politico. Il discorso, sarebbe lungo...

Fuori e oltre” il salario minimo c'è la materializzazione del Paese delle Meraviglie, vale a dire il reddito di cittadinanza o di esistenza universale. Questa istanza, diciamo così, è un vecchio cavallo di battaglia, per non dire il cavallo di battaglia del radical-riformismo, al quale, onestamente, va riconosciuta una costanza ferrea … nel vivere sulle nuvole. La base di partenza è semplice e condivisibile, essendo sotto gli occhi di tutti: da quarant'anni a questa parte, le ineguaglianze sociali sono cresciute in maniera scandalosa, disoccupazione e sottoccupazione la fanno da padrone né accennano ad attenuarsi, al contrario. Dunque, per riequilibrare la distribuzione della ricchezza, occorre fornire tutti di un reddito che permetta di vivere in maniera dignitosa. Perfetto, ma... Innanzi tutto, se chiunque potesse disporre di un reddito, diciamo decente, indipendentemente dall'obbligo al lavoro, non sarebbe costretto, appunto, a vendere la propria forza lavoro (fisica o mentale) in cambio di un salario e così verrebbe meno il presupposto su cui si basa il modo di produzione capitalistico. Secondariamente, non si capisce da dove si prenderebbero i soldi, specialmente in un periodo di crisi acuta, né, se si trovassero, inevitabilmente dalla borghesia medio-alta, quali mezzi si dovrebbero usare per costringere quest'ultima a finanziare “fannulloni” di ogni sorta, il cui impoverimento è invece la fonte del suo arricchimento. Bisognerebbe allora disfarsi dei paramenti democratico-borghesi e tirare fuori la dittatura del proletariato, con il progressivo smantellamento delle categorie economico-sociali capitalistiche (merce, denaro, salario ecc.), che però il radical-riformismo non vuole estinguere, ma solo ritoccare in senso umanitario-ambientalista. Siamo in vicolo cieco.

Rimane una terza via, quella praticata in Germania, spesso portata a esempio di un riformismo che salva i cavoli proletari con le capre borghesi. La realtà, però, è un po' diversa.

Nella repubblica tedesca, la deregolamentazione spinta del mercato del lavoro prodotta dalle leggi Hartz del cancelliere socialdemocratico Schroeder, ha creato un esercito sterminato di lavoratori precari (mini-job, lavori da un euro l'ora) che con il solo salario non riuscirebbero a sopravvivere. Ecco quindi che lo stipendio “extralight” viene integrato – legalmente – dal “reddito minimo garantito”, erogato dallo Stato sia sotto forma di assegno mensile che di servizi, quali l'affitto, il trasporto pubblico ecc. Insomma, arrancando e bestemmiando, il, o, più spesso, la lavoratrice riesce in qualche modo a tirare avanti. È facile, però, intuire che a guadagnarci veramente da questa tipologia di welfare, anzi, workfare (costrizione al lavoro salariato) è la borghesia, che può scaricare parte dei costi salariali sulla fiscalità generale, abbassando così quanto più possibile – e oltre – il salario. Non a caso – e giustamente – qualcuno (1) ha visto nella svalorizzazione della forza lavoro, almeno di una parte non piccola, uno degli elementi principali della competitività del capitalismo tedesco. Cinquecento euro al mese non bastano per campare, ma se circa altrettanti ne mette lo Stato, il margine per boccheggiare almeno c'è, con il vantaggio aggiuntivo, per la borghesia, che vengono bagnate le polveri della lotta di classe nel mentre si spargono a piene mani lavoro precario, sottopagato e in nero. Naturalmente, non tutte le borghesie possono tenere in piedi questo “welfare”, perché presuppone un debito pubblico e un livello di evasione fiscale che la borghesia italiana, per esempio, non può permettersi (quante imprese dovrebbero chiudere, se pagassero regolarmente le tasse!), ma forse le importa poco, visto l'enorme “esercito industriale di riserva” (i disoccupati) di cui dispone.

Dal welfare alla riesumazione della Speenahmland law del 1795, quando i capitalisti inglesi facevano “integrare con la tassa dei poveri il salario dell'operaio agricolo fino al minimo indispensabile(2). Questa è la modernità tanto sbandierata da clown, pifferai, maghi e chiromanti della borghesia.

La crisi strutturale del ciclo di accumulazione, gli sconvolgimenti avvenuti di conseguenza nella composizione di classe a livello planetario, la perdita della speranza in un mondo alternativo a quello del capitalismo in seguito alla caduta del falso “socialismo reale” hanno annichilito il proletariato, la sua capacità di opporsi all'avanzata travolgente della borghesia nella guerra globale scatenatagli contro. È vero, non dappertutto è così: le numerose rivolte degli operai cinesi stanno a testimoniarlo, ma dappertutto manca il polo rivoluzionario capace di calamitare e dirigere la rabbia classista. La sua costruzione è, come sempre, il nostro obiettivo prioritario.

CB

(1) Vedi, per esempio, Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare. Risposta a Pellizzetti, di Guido Iodice e Daniela Palma, in Keynes blog, riportato sul sito di Micromega oppure, sempre su Keynes blog, Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco.

(2) Karl Marx, Il Capitale, capitolo 24°, paragrafo 3, Edizione Einaudi, p. 910.

Giovedì, April 11, 2013

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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