Il salario minimo, una variante del riformismo… che può piacere anche ai padroni

Il salario minimo, ennesima esca elettorale

In tempo di elezioni, la concorrenza nel mercato delle poltrone si fa più aspra. È normale, dunque, che i partiti istituzionali si sforzino di esprimersi al “meglio” sul piano della ciarlataneria, esibendosi in promesse una più mirabolante dell'altra, per garantire alle natiche dei loro accoliti una postazione sicura che li tenga lontani dalle fatiche, dalle angosce quotidiane, dalle rabbie di chi deve arrivare – se ci arriva – alla fine del mese con un salario. Ammesso e non concesso che possa “godere” di un salario. Fiato alle trombe della propaganda, allora, impegnandosi a fondo in ciò che si sa fare di meglio: distorcere la realtà, raccontare balle, manganellare le coscienze, così che una fregatura sembri il suo contrario, l'impossibile appaia possibile. La molto presunta rottamazione della “Fornero” ne è un esempio: se l'aspirante “duce” Salvini avesse detto apertamente che quella legge sarebbe rimasta sostanzialmente in piedi e che per andare in pensione si sarebbe dovuto pagare il “pizzo”, cioè un taglio all'assegno (da qualche decina di euro al mese in su), forse il suo indice di gradimento sarebbe salito meno di quanto dicono i sondaggi (manipolati?).

D'altra parte, ogni onesto illusionista non può esimersi dal rassicurare il pubblico che “non c'è trucco, non c'è inganno”, proprio per rendere credibile, diciamo così, il trucco.

Ma se le azioni elettorali del socio-concorrente salgono, l'altro azionista di maggioranza, per non rimanere indietro deve rilanciare gli entusiasmi di un elettorato in parte, sembra, deluso. Il Movimento 5Stelle, che invece di dare un reddito ai poveri, ha sfornato il “Reddito di Cittadinanza(1), invece di abolire il Jobs Act, ci ha regalato il “Decreto Dignità” - ma di vero reddito e vera dignità c'è veramente poco – per ritornare al centro della scena ha tirato fuori un altro grosso calibro delle vecchie sparate elettoralistiche, messo un po' in ombra per fare posto al calibro più grosso del “Reddito”. Ma anche questa “bomba”, ammesso che venga lanciata, si mostrerà per essere quella che è ossia il tentativo di assicurare poltrone – e relativo reddito – a un “nuovo” personale politico borghese (per quanto goffo e incapace), un sedativo della rabbia popolare (cioè proletaria), senza che l'impresa debba ne debba economicamente soffrire e, anzi, ne tragga vantaggio.

Aggiornamento veloce

Si sta parlando della legge sul salario minimo orario garantito, rispuntato dal catalogo pentastellato come contraltare propagandistico alla presunta archiviazione della Fornero. I 5Stelle ne parlano da qualche anno, ma è dalla fine del 2017 che è rispuntato con maggiore frequenza nella guerra delle chiacchiere “stellata”, registrando una “curiosa” convergenza, nel 2018, col governo Renzi. Fu proprio un esponente dell'ala renziana del PD a buttare lì l'idea di un salario minimo orario stabilito per legge e non dalla contrattazione sindacale, trovandosi in sintonia – cosa per niente curiosa – con uno dei più stretti collaboratori di Marchionne, amministratore delegato della FCA. I 5Stelle hanno sempre motivato la loro proposta col fatto che i sindacati non tutelano adeguatamente chi lavora (2), firmando anche contratti da tre euro all'ora; PD e Marchionne (o chi per lui) con altre motivazioni, ma sempre nell'interesse, dicono, dei lavoratori e, naturalmente, dell'economia italiana. La principale differenza tra 5Stelle e PD, nelle versioni originarie, è che i primi fissano il salario a nove euro lordi all'ora, il secondo sempre a nove euro, ma netti. Inoltre, il salario minimo era una misura contenuta nel Jobs Act, anche se, appunto, mai attuata, contrariamente all'abolizione dell'articolo 18, che tanto gradimento ha riscosso presso il padronato e tanta rabbia nel mondo del lavoro dipendente. Ora, per cercare di recuperare un po' del molto terreno perduto tra il suo elettorato storico, proprio in seguito alle politiche smaccatamente filo-padronali dei suoi governi, ecco che il PD estrae dal cilindro il coniglio-salario minimo, addirittura più alto di quello inalberato dalla “compagnia Di Maio”.

In Italia, a differenza della maggior parte dei paesi della UE e dell'OCSE, il salario minimo orario di fatto è fissato dai contratti nazionali di categoria, che coprono il novanta per cento circa della forza lavoro (altri dicono un po' meno). Nonostante questo dato, l'11,7% resta, secondo la CGIL, al di sotto dei minimi contrattuali, ma questa cifra, essendo quella ufficiale, ingloba un numero non quantificabile, però significativo, di lavoratori che in realtà sono pagati in nero e in “grigio” ossia senza rispettare in vario modo – a cominciare dall'importo del salario – i contratti specifici. In agricoltura e nei servizi, almeno in alcuni, si arriva tranquillamente al quaranta per cento della forza lavoro. Non solo: contratto o non contratto, circa il ventidue per cento dei salariati/stipendiati guadagna meno di nove euro (lordi) all'ora, con la punta più alta – un terzo, grosso modo – al Sud, nei settori appena nominati, tra i giovani con meno di ventinove anni e tra gli apprendisti. E' stato calcolato che se venisse varata la misura in versione 5Stelle, 2,9 milioni di lavoratori intascherebbero 1073 euro in più all'anno, con un costo complessivo di 4,1 miliardi di euro; «Se, invece, la soglia fosse fissata a 9 euro netti, l'aumento interesserebbe oltre la metà dei lavoratori attivi (il 52,6%) con un costo di 34,1 miliardi» (3). Cifre importanti, come si dice oggi, ma il capitalismo, in quest'epoca di crisi, può sopportarle? Inoltre, non secondariamente, il salario minimo, così com'è stato concepito, aiuterebbe davvero gli strati peggio pagati della classe lavoratrice?

Il contesto economico

Per quanto riguarda la prima questione, crediamo che basti il banale buon senso per qualificare, appunto, la proposta pentastellata (e ancor più piddina) un'esca elettoralistica, una delle tante, nient'altro che una ripassata di colla sul fondo dei pantaloni per meglio aderire allo scranno parlamentare. In una fase storica che vede i principali segmenti dell'economia mondiale – in particolare, ma non solo – attaccare le condizioni complessive di esistenza della forza lavoro, pensare che con un semplice decreto governativo si possa invertire la tendenza, significa vivere nel Paese dei Balocchi. Il carattere fiabesco di questa visione è accentuato da Di Maio quando sostiene che l'aumento del salario minimo non dovrà costituire un onere per l'impresa e che si finanzierà da sé con l'aumento della produttività. Una valutazione dai risvolti quanto meno incerti, visto che economisti di diversa collocazione indicano nella scarsa produttività strutturale – cioè ultra decennale – una delle cause più importanti, se non la più importante, degli affanni dell'economia italiana. Da parte nostra, aggiungeremmo che il problema non tocca solamente l'Italia, ma un po' tutti i paesi: la bassa produttività (di plusvalore, specifichiamo) è indice di un sistema economico che globalmente fatica a camminare, perché oggi, nelle condizioni date, nonostante gli alti livelli di sfruttamento cui è sottoposta la forza lavoro, il plusvalore estorto (in sintesi: il profitto) non è sufficiente. I 5Stelle, ma in nutrita compagnia (4), sono convinti che per disincagliare l'economia dal pantano della bassa crescita, se non della recessione vera e propria, basti aumentare i consumi, mettere più denaro nelle tasche della gente, la quale, consumando di più, darebbe la spinta decisiva per la ripresa. Visione parente stretta, nonostante tutto, di quell'altra sbandierata dal compare leghista – cavallo di battaglia dell'ala più sguaiatamente liberista della borghesia - secondo la quale se si abbassano le tasse ai ricchi, ci sono più soldi in circolazione e la ruota della fortuna capitalista ricomincia a girare, a beneficio di tutti. Le rispettive teorie, che godono di grande reputazione nei rispettivi schieramenti ideologici borghesi (riformisti contro liberisti), in realtà hanno il valore scientifico di una barzelletta di bassa lega (appunto), ma che funzionino o meno non è importante: agli occhi della borghesia, l'importante è che svolgano il loro ruolo di mistificazione, di corpo contundente calato sulla coscienza della cosiddetta opinione pubblica che, com'è noto, in genere non sa nulla di ciò su cui deve esprimere un'opinione. Da almeno quarant'anni,il personale politico borghese ha cercato di sostenere in ogni modo il capitale, mettendogli in tasca quantità enormi di denaro estorto al proletariato e, secondariamente, a strati significativi di piccola borghesia, ma i risultati, sotto gli occhi di ognuno, sono tutt'altro che brillanti. Qualcuno parla di stagnazione secolare, noi di saggio del profitto che, dopo essere progressivamente disceso nel corso degli ultimi decenni – con alcune parziali riprese – non riesce a risollevarsi a sufficienza per tirare fuori dalle secche l'economia mondiale. Oltre alla predazione del salario indiretto e differito (lo stato sociale), alla crescita abnorme della speculazione finanziaria, ciò che caratterizza la nostra epoca è la guerra generalizzata contro il lavoro salariato, che vede tra le sue armi principali l'abbassamento del salario diretto e la costante eliminazione dei cosiddetti “diritti”, cioè dei deboli argini allo sfruttamento, frutto di un'altra epoca storica, quando la quantità di plusvalore estorto era tale che risultava addirittura conveniente – sia dal punto di vista dell'economia che del controllo sociale – destinarne una parte ai consumi “popolari” e alle spese improduttive di capitale. Non è un caso se gli organismi pensanti del capitalismo internazionale – FMI, OCSE ecc. - ma anche delle sue componenti nazionali raccomandino e impongano ricette per spingere la produttività che hanno al centro il contenimento dei salari-stipendi e la rimozione di ogni ostacolo allo sfruttamento della forza lavoro. Non ci soffermiamo su questi argomenti, ampiamente trattati sulla nostra stampa; qui vogliamo solo ricordare che in tutto il mondo, da decenni, sta calando la parte del salario sul reddito nazionale, a favore dei profitti e delle rendite (di qualunque natura). Sottolineiamo che questo accade anche nei paesi cosiddetti emergenti, dove - ma non in tutti – i salari sono cresciuti negli ultimi anni, sia perché partivano da livelli estremamente bassi sia perché il ricorso a un salario troppo esiguo, fino al suo abbassamento al di sotto del valore della forza lavoro, ha dei limiti che a lungo andare non possono essere superati. In caso contrario, si può inceppare lo stesso processo di sfruttamento (la produzione), perché è impedita la ricostituzione delle energie lavorative spese (e persino la riproduzione stessa della classe operaia). Non per niente, Henry Ford, all'inizio del Novecento, cercando di frenare l'eccessivo turn-over degli operai, dovuto ai ritmi insostenibili della catena di montaggio, di sua invenzione, fissò una paga molto più alta della media, anche perché – e non è secondario – con la nuova organizzazione del lavoro, per i profitti che realizzava, se lo poteva permettere. Che, come diciamo sempre, l'attacco al salario restringa il mercato, è ovvio, ma è il destino del capitale, quello di muoversi tra contraddizioni insuperabili iscritte nella sua genetica, fino a vederle, prima o poi, esplodere. Dunque, dubitiamo, per così dire, che Di Maio abbia trovato la bacchetta magica con cui far sparire quelle contraddizioni, e il fatto che addirittura rilanci, prospettando misure ancora più strabilianti, la dice lunga sul personaggio politico, sul movimento che rappresenta e, naturalmente, sul governo (5). Infatti, se dopo il salario minimo verrà adottata – così si dice – anche la riduzione d'orario a parità di salario (minimo?), viene da chiedersi se per caso venga immessa qualche sostanza non meglio identificata nell'impianto di condizionamento di Montecitorio. Macron, nel tentativo di arginare e spegnere la protesta dei gilè gialli, ha promesso un innalzamento del salario minimo – ventilando en passant l'aumento dell'orario di lavoro - e, contemporaneamente, sgravi aggiuntivi di vario genere alle imprese, come del resto avviene in molti paesi che lo hanno fissato per legge (6). E' vero che qualcuno, cercando di convincersi e convincere che il riformismo “operaio” è fattibile sempre, anche in epoche di crisi profonda come la nostra, potrebbe citare l'esempio degli Stati Uniti, dove alcune imprese giganti (vedi Amazon e WalMart) e diversi stati hanno alzato il salario minimo. In primo luogo, bisogna dire che negli States erano alcuni decenni che, in termini reali, non si muoveva – c'è chi afferma dagli anni '60 – e nella stragrande maggioranza dei casi il rialzo è ben lontano dal recuperare il terreno perduto. Solo in qualche caso, l'aumento ha ristabilito il potere d'acquisto di un tempo molto lontano, ma neanche allora col salario minimo era possibile pasteggiare a champagne. Amazon ha concesso l'incremento più significativo (7) sia perché la sua potenza monopolistica evidentemente glielo consente, sia perché negli ultimi anni in Amazon si è scioperato molto, così come hanno scioperato massicciamente i lavoratori (o, forse, sarebbe meglio dire le lavoratrici) di alcuni comparti dei servizi, quali la ristorazione.

Anche e non da ultimo per addomesticare quegli spezzoni di classe operaia, capitalizzandone le lotte e fini elettorali, diverse amministrazioni democratiche hanno così alzato i minimi salariali negli stati e nelle città in cui governano (8). Se quei settori della classe possono tirare un po' di più il fiato (senza esagerare!), la loro situazione complessiva è cambiata di poco, molto poco. Infatti, uno dei fattori più importanti all'origine dei bassi salari è la precarietà, che, come si sa, significa indebolimento del “potere” contrattuale (anche semplicemente sul piano sindacale) e intermittenza del reddito. A questo proposito, ha ragione il SolCobas quando scrive nel suo foglio di agitazione (9) che per contrastare la precarietà si dovrebbe parlare di salario minimo mensile, non orario, perché il part-time imposto, la discontinuità nell'occupazione possono azzerare qualsiasi aumento del salario. Peccato però, che, coerentemente con la sua ottica sindacalista, sconfinante nel riformismo radicale, ritenga possibile che «A 1500 euro al mese – la soglia minima, ndr – ci si potrà arrivare, e forse anche oltre». Compagni: siete davvero convinti che la nostra classe possa torcere il collo al capitalismo, senza togliergli, cioè prendere, il potere? (10)

Sindacalismo e legislazione borghese salveranno la classe lavoratrice?

Con quell'interrogativo – che per noi ha una risposta sola: no – torniamo all'altra domanda, se cioè un salario orario minimo possa migliorare davvero le condizioni della classe lavoratrice o se, addirittura, non la peggiori. Beh, qui, per una volta, almeno sul piano “tecnico”, concordiamo con la CGIL, decisamente contraria, perché osserva che se quella forma salariale rimane “nuda”, cioè non comprende anche altri aspetti del salario (tfr, ferie ecc.), è molto probabile, per non dire certo, che lo stipendio, nel complesso, subirebbe un arretramento. Non solo, ma niente garantirebbe che i governi, così pigri, per usare un eufemismo, nel far rispettare le regole attuali sul lavoro nero, la sicurezza ecc., sarebbero invece inflessibili nel controllare la legge sul minimo salariale e, aggiungiamo, nell'aggiornarlo puntualmente in base all'aumento del costo della vita: gli USA, come s'è detto prima, insegnano. Inoltre, ci sarebbe il rischio che molti sindacalisti arrivino a perdere il loro, di posto, dato che i padroni potrebbero uscire dal contratto nazionale, adottando il “minimo”, indebolendo ulteriormente il ruolo del sindacato. D'altra parte, era proprio questo l'obiettivo – fare a meno o indebolire il sindacato (11) - espresso tempo fa dal responsabile delle relazioni industriali di FCA, lamentando che «il contratto nazionale porta conseguenze negative sull'inelasticità dei salari rispetto alla congiuntura. La soluzione a questo è il salario minimo legale: la retribuzione minima non è più fissata dal contratto nazionale e quindi la contrattazione può essere liberalizzata» (12). Il rappresentante del capitale, o almeno di un suo settore importante, sebbene col solito linguaggio patinato, scopre le carte: in tempi di crisi, il contratto nazionale può diventare un intralcio all'estorsione del plusvalore, perché non adegua in tempi sufficientemente rapidi la gestione della forza lavoro alle necessità mutevoli e incerte della concorrenza, fattasi più aspra proprio a causa della crisi stessa. Se in altre epoche, il contratto nazionale, attenuando in parte l'arbitrio padronale sul posto di lavoro, allo stesso tempo era un elemento funzionale al controllo-gestione della classe lavoratrice nel quadro di una “programmazione” della produzione e dell'economia in generale, oggi non è detto che possa assolvere lo stesso compito con l'efficacia di prima.

È venuta meno la stabilità economica, la classe operaia (intesa in senso lato) è stata “composta” e “ricomposta” anche su scala internazionale (le delocalizzazioni), la precarietà è diventata un elemento strutturale che attraversa orizzontalmente tutti i settori del lavoro salariato/dipendente, indebolendo in modo significativo la capacità di risposta all'aggressione del capitale. A questo cambiamento di carattere strutturale, se n'è aggiunto un altro, di carattere sovrastrutturale, se così vogliamo chiamarlo, le cui ricadute non sono, finora, meno importanti. Ci riferiamo, naturalmente, alla scomparsa della speranza in un'alternativa al capitalismo, speranza che, se era molto mal riposta (13), tuttavia dava più forza alla vita e alle lotte del proletariato, contribuiva a rafforzare, se non a dare, un'identità antagonista alla borghesia, spingendo quest'ultima a prendere in considerazione anche la somministrazione della carota e non solamente l'uso del bastone per far tirare il carro all'asino proletario. Certo, le “carote” non eccedevano mai le disponibilità dell'«orto» capitalista (il profitto), l'elargizione delle stesse doveva garantire il buon funzionamento del sistema dal punto di vista economico-sociale, ma c'erano. Ora non più, anzi è già una vittoria, sul piano strettamente tradeunionistico, imporre il rispetto del contratto nazionale, pressoché ignorato in diversi ambiti lavorativi (14) o persino, caso raro, migliorarlo in alcune specifiche realtà locali. Sono dunque la crisi e la scarsa reattività della classe che spingono alcuni settori del capitale a ipotizzare un netto ridimensionamento del sindacato o la sua sparizione, a meno che non si trasformi in puro e semplice esecutore del padrone.

Capita, naturalmente, e nemmeno tanto di rado – com'è successo, non a caso, alla FCA di Pomigliano – ma nel complesso, stante la situazione attuale, il capitale ha bisogno del sindacato, né questo, come s'è detto, è disposto a farsi mettere alla porta o a essere trattato da mero servitore passivo.

Ciò non significa che l'organismo sindacale sia sordo agli appelli per il rilancio dell'economia nazionale (15), al contrario, è sempre stato più che ricettivo e la sua storia lo dimostra, ma rivendicando la propria identità e il proprio ruolo autonomo, cioè di soggetto “delegato dalla classe” alla contrattazione delle condizioni di vendita della forza lavoro, presupponendo e rispettando il capitale con le sue compatibilità. Da qui, appunto, la sua avversione al salario minimo stabilito per legge, che per altro, com'è già stato detto, a seconda delle modalità in cui è pensato, rischierebbe di abbassare il salario al di sotto dei minimi contrattuali. Là dove è istituito, garantisce al massimo una sopravvivenza stentata, visto che si colloca tra il quaranta e il sessanta per cento del salario mediano (16); in Germania, per esempio, è al cinquanta per cento, il che contribuisce a spiegare (assieme ai minijobs) l'esplosione del doppio lavoro (17). Il sindacato, nello specifico la CGIL per bocca di Landini, vuole anzi consolidare il proprio ruolo, proponendo di «rendere quei contratti [i contratti nazionali, ndr] erga omnes, cioè validi per tutti» (18), anche per quella quota di lavoratori che non sono coperti dalla contrattazione nazionale. Accanto a questo, si auspica fortemente il varo di una legge sulla rappresentanza che, recependo l'accordo tra i sindacati e le associazioni padronali del 2014 (19),

stabilisca chi può contrattare per tutti ed eviti il proliferare di quei contratti pirata che sono tra i maggiori responsabili delle paghe al di sotto dei limiti della decenza, anche 3 euro l'ora in alcuni casi (20).

Verissimo che sindacati fantomatici, inventati sul momento, hanno firmato contratti da tre euro, ma la vera posta in gioco è appunto quella della gestione della forza lavoro, da cui il sindacato non vuole essere estromesso. Si è già visto che solo i sindacatini di base, o una parte di essi, sono favorevoli all'introduzione del salario minimo orario per legge, ritenendola una misura che aiuterebbe a «contrattare più e meglio», anche se – con un bagno di realismo, verrebbe da dire – riconoscono che, per i suoi alti costi, finirebbe come di solito finiscono queste cose spacciate dalla propaganda governativa come un grande beneficio a favore di chi lavora. In breve, e su questo concordiamo, perché scontato, in mancanza dei favolosi aumenti della produttività aleggianti solo nella sfera magica di Di Maio «saranno i contribuenti e i lavoratori dipendenti a doversene fare carico, attraverso un'imposizione fiscale già altissima» (21) e/o un taglio ulteriore dello “stato sociale”, aggiungiamo. Ma allora, se si configurerebbe come l'ennesima truffa a danno della classe lavoratrice, perché appoggiarla? Si contratterebbe «più e meglio» che cosa? Qualche modesto aumento salariale in favore di specifici segmenti della forza lavoro, che non compenserebbe quanto è già stato predato alla classe lavoratrice nel suo insieme e, dunque, anche a quei segmenti? Facciamo fatica a seguirne la logica, benché il sindacalismo ci abbia abituato da tanto tempo ai contorcimenti logici più incredibili, in nome di un presunto interesse operaio. La verità è che spazi per un riformismo che scuota qualche briciola del banchetto padronale sul pavimento operaio non ce ne sono più. Anche quelle che ci vengono vendute come riforme “operaie” (vedi Quota 100 o il Reddito di Cittadinanza) in realtà presuppongono una contropartita immediata e futura da parte della classe lavoratrice, a cui il capitale chiede non di lavorare meno a parità di salario, ma di più a meno salario (diretto, indiretto e differito), di essere obbediente e muta o di parlare attraverso la bocca dei suoi “rappresentanti”, animati da senso di responsabilità verso il “Paese”.

Se mai dovesse vedere la luce, non sarà certo una legge a cambiare in meglio le condizioni di vita e di lavoro del proletariato. Solo la sua lotta di classe, condotta coi suoi specifici organismi, fuori e contro ogni compatibilità - e dunque ogni gabbia sindacale – potrà contrastare l'attacco borghese in corso da decenni; e potrà darsi darsi una speranza di vittoria solo se si salderà, alimentandole, con le indicazioni politiche dell'organizzazione rivoluzionaria, per andare oltre questo sistema sociale ormai antistorico e mortifero.

Celso Beltrami, 5 maggio 2019

(1) Per l'analisi di questa legge, rimandiamo agli articoli già pubblicati sulla nostra stampa e sul sito: www.lftcom.org

(2) Per una volta, ci troviamo d'accordo, anche se lo dicono in un'ottica, va da sé, borghese.

(3) Il manifesto, 14 marzo 2019.

(4) Non ultima la sinistra radical-riformista.

(5) Ammesso che quando queste note saranno pubblicate, esista ancora questo governo.

(6) E' la dimostrazione, una volta di più, che, nonostante le ciance neoliberiste, il capitale non può fare a meno, oggi più di ieri, dell'intervento dello stato, anche se in modalità diverse, rispetto al capitalismo di stato “classico”, di cui l'IRI, in Italia, era la manifestazione più evidente.

(7) In ogni caso, se le nostre informazioni sono corrette, equivale a quello del 1968, epoca ancora “passibile”, dal punto di vista del reddito, se vogliamo esagerare; ma ovviamente, non per tutti gli strati del proletariato.

(8) Ci sono altri motivi ancora e non meno importanti, vedi: leftcom.org

(9) Linea operaia, n. 1, marzo 2019.

(10) Ricordiamo che milioni di lavoratori salariati e finti autonomi percepiscono paghe mensili più basse, di gran lunga più basse; a titolo d'esempio, il 28,1% dei contribuenti dichiara ai fini Irpef, nel 2016, un reddito fino a 10.000 euro, secondo dati elaborati dalla Fondazione Leone Moressa di Mestre.

(11) Se potessero fare tutto da soli, senza l'aiuto del sindacato, i padroni andrebbero nozze, ma nel governo della forza lavoro, finora, i sindacati sono necessari, per non dire indispensabili.

(12) il manifesto, 9 gennaio 2018.

(13) Veniva infatti identificata nell'ex URSS, che niente aveva di socialismo, ma tutto di capitalismo, statale.

(14) Vedi, per esempio, gli operai della logistica o i braccianti agricoli immigrati. Per quanto riguarda questo spezzone, uno dei più brutalizzati dallo sfruttamento del capitale legale ed extralegale (le mafie), le vittorie economico-giuridiche sono, purtroppo, ancora più rare di quelle ottenute nella logistica.

(15) In pratica, più sacrifici per la classe lavoratrice.

(16) Stefano Lucci, www.rassegna.it 2 aprile 2019.

(17) Almeno secondo G. Armand, Travailleurs pauvres en Europe: des chiffres alarmants[Lavoratori poveri in Europa: cifre allarmanti], La Tribune, 9 marzo 2018.

(18) S. Lucci, cit.

(19) L'accordo, rifiutato dai sindacati “di base”, è stato in seguito firmato anche dall'USB, con la giustificazione che in caso contrario non avrebbe potuto tutelare efficacemente gli interessi dei lavoratori. Che dire? Le vie dell'opportunismo sono, come quelle del signore, infinite.

(20) S. Lucci, cit.

(21) Intervista a Luca Dall'Agnol, di ADL Cobas, su il manifesto del 15 marzo 2019.

Mercoledì, May 15, 2019

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.