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Cara amica ti scrivo...
Così, più o meno, comincia la lettera inviata da Trump alla von der Leyen, con cui il presidente americano annuncia l'imposizione di un dazio del 30% alle merci europee importate dagli USA, oltre a quelle, complessivamente non meno pesanti, su automobili, alluminio e acciaio.
La lettera era attesa, ma le misure annunciate vanno ben oltre le peggiori aspettative, visto che a Bruxelles ci si aspettava una tariffa attorno al 10%. Può essere che la protervia americana rientri nella solita tattica trumpiana di spararle grosse per arrivare poi a un “accomodamento” su un livello inferiore, ma sempre molto problematico per i sanzionati. Rimane però il fatto che tale atteggiamento è indicativo di un'accelerazione nell'aggressività dell'imperialismo a stelle e strisce nei confronti di nemici e “amici”. Tutto ciò, a sua volta, è indice della crisi profonda in cui si dibatte il capitalismo made in USA e, più in generale, il processo di accumulazione su scala mondiale. Crisi che non nasce da oggi, e nemmeno nel 2007/2008 con il ciclone dei titoli subprime, ma risale a oltre mezzo secolo fa, quando, all'inizio degli anni 1970, la caduta del saggio di profitto si fece più palese e mise in moto una serie di sconvolgimenti e modificazioni dell'economia planetaria, i cui ultimi risultati, in ordine di tempo, sono quelli che stiamo vivendo. Anche allora, come oggi, la crisi mostrò – e mostra – in maniera lampante che nel mondo del capitale, diventato da più di un secolo imperialista, non esistono amicizie disinteressate, ma solo rapporti di forza, in cui non si esita a calpestare gli “amici” per difendere e imporre i propri interessi. Ciò che l'amministrazione americana sta facendo oggi, ha la stessa logica rapace dei provvedimenti presi da altre amministrazioni, ma adesso il contesto è peggiorato, da più punti di vista.
Il 15 agosto del 1971, Nixon certificò, per così dire, la fine del ciclo ascendente post-bellico e l'apertura di una nuova fase storica, quella attuale, dominata appunto da bassi o comunque insufficienti saggi di profitto, nonostante le misure messe in atto dalla borghesia internazionale da cinquant'anni in qua. Allora, Washington denunciò gli accordi di Bretton Woods (1944), sganciando il dollaro dalla base aurea, svalutandolo e imponendo dazi alle importazioni delle merci straniere. Gli USA avevano “scoperto” che la propria economia aveva perso la famigerata competitività rispetto a quella di paesi “amici” (Germania, Giappone, Italia...), per cui cominciarono a scaricare all'estero le proprie difficoltà. Molti “amici” e “alleati” si ritrovarono di colpo ad avere un sacco di dollari svalutati e a subire un aumento di prezzo delle proprie merci sul mercato americano. Lo shock fu grande e tra le conseguenze ci fu l'aumento della disoccupazione e dell'inflazione. Come sempre, nella crisi, se la borghesia – o alcuni settori di essa - prende il raffreddore (magari anche forte), la classe lavoratrice prende la polmonite, perché viene esposta, necessariamente poco vestita, ai venti gelidi della crisi dalla “propria” borghesia.
Non ci dilunghiamo sulle implicazioni del 15 agosto 1971, perché ci porterebbe troppo lontano, e comunque la questione è stata trattata abbondantemente sulla nostra stampa fin da allora. Qui, ci interessa mettere in rilievo la natura predatrice e geneticamente violenta dell'imperialismo ossia del capitale.
Ancora nel 1973, dopo la guerra del Kippur tra Israele e paesi arabi, gli USA si accordarono con l'Arabia Saudita per far salire il prezzo del petrolio, il che ebbe il doppio risultato di mettere in crisi i capitalismi “nazionali” concorrenti (ancora una volta Giappone, Europa...) e rafforzare il “privilegio esorbitante” del dollaro, la valuta usata negli scambi internazionali ma stampata dalla Federal Reserve, con tutto ciò che ne consegue in termini economici e quindi imperialistici.
Nonostante queste misure, l'economia “reale” americana stentava a ritrovare lo slancio del dopoguerra, le merci straniere continuavano a occupare spazi sempre più grandi del mercato statunitense e così, con gli “Accordi del Plaza” - New York, 1985 – Reagan impose all'allora G5 e al Canada una forte svalutazione del dollaro – fino al 51% nei confronti dello yen – per cercare di dare competitività alle merci americane.
I giochi di prestigio finanziari-monetari possono dare momentanee boccate di ossigeno ai polmoni affaticati del capitale, spostare nel tempo e nello spazio i problemi ossia il problema di fondo - la caduta del saggio di profitto – ma non lo risolvono, anzi ne ingigantiscono la portata. La crescita abnorme della speculazione finanziaria e l'intensificazione in qualunque forma dello sfruttamento della forza lavoro non hanno rianimato gli “spiriti vitali” del mercato, hanno se mai potentemente animato gli aspetti più brutali e distruttivi del mercato stesso. In altre parole, hanno accelerato bruscamente le tendenze alla guerra generalizzata, l'unica “soluzione” alle proprie contraddizioni che il capitale abbia a disposizione.
Inoltre, restringendosi progressivamente le possibilità di gestione politica della crisi, a cominciare dagli spazi di riformismo/keynesismo, si fa largo un personale politico venuto su direttamente dai bassifondi della borghesia, sempre presente sia chiaro, ma fino a ieri relegato tra i famigliari meno presentabili, per brutalità, rozzezza e volgarità: personaggi a cavallo tra il “coglionazzo da bar” e il bullo malavitoso del quartiere. Ma le buone maniere, di fronte all'acutizzarsi della crisi, lasciano il tempo che trovano. I Trump, i Milei e consimili, sono espressione di una borghesia che fa sempre più fatica a gestire il proprio mondo.
E Trump le “buone maniere” di un Biden o di un Obama - che già avevano fatto ricorso al protezionismo e causato grossi problemi agli “alleati”– non sa neanche dove stiano di casa, tanto da suscitare perplessità e preoccupazioni anche in una parte della grande borghesia americana, quella che ha dato una mano determinante a dio perché ne facesse il prediletto (non l'ha salvato da un attentato, dice?). Alla sua amministrazione e a quelle democratiche che l'hanno preceduta, è chiaro che non si può esercitare il dominio imperialistico sul mondo senza il retroterra di una solida e tecnologicamente avanzata base manifatturiera, base molto indebolita, dagli anni 1970 in poi, con le delocalizzazioni, che il signoraggio del dollaro e lo strapotere dei giganteschi fondi speculativi devono essere spalleggiati da una superiorità militare schiacciante, il che, per tornare all'inizio come nel gioco dell'oca, presuppone un apparato industriale all'altezza. I dazi questo vorrebbero fare: costringere “amici” e nemici ad aprire fabbriche negli States - cosa che peraltro da anni sta avvenendo, anche se non col ritmo voluto dal MAGA – a comprare ancora di più armi, a sottoscrivere titoli del debito pubblico a lunghissima scadenza, a sopportare pazientemente la svalutazione del biglietto verde, a far entrare, per esempio nel mercato europeo, prodotti agroalimentari pieni di schifezze chimiche, a cancellare le imposte, benché modeste, sui giganti del web e, in generale, sulle companies americane. E questo il G7, in luglio, ha fatto, genuflettendosi al “Padrino” che dalla Casa Bianca fa al mondo intero delle “proposte che non può rifiutare”, perché mette sul tavolo delle “trattative” non una pistola, ma i bombardieri B2, migliaia di atomiche e un mercato da cui è molto difficile prescindere. Per come si è configurato il “sistema-mondo” capitalistico negli ultimi decenni, è quanto meno dubbio che i dazi, di per sé, possano far rifiorire l'America industriale degli anni 1950-60, di sicuro mettono una pesante palla al piede dei capitali concorrenti, il che, a sua volta, inasprisce i contrasti imperialisti e la tendenza, appunto, alla guerra su scala planetaria.
Intanto, il miliardario presidente, quello che si spaccia per amico degli operai “blue collars” americani, ha ripreso il lavoro cominciato nel primo mandato - sostanzialmente non intaccato da Biden – confermando i tagli fiscali ai ricchi e alle imprese, fingendo di credere che la ricchezza così risparmiata da milionari e miliardari sgocciolerà verso il basso; cosa mai successa, ovviamente. Al contrario, quella ricchezza è alimentata anche dai tagli al magro welfare esistente ossia alla sanità, ai buoni alimentari, al sistema scolastico, soprattutto delle aree più povere del Paese: ai settori più miseri e oppressi del proletariato – si parla di decine di milioni di persone. A questo “regala”, è il caso di dirlo, una mancia, abolendo le tasse sulle mance ai lavoratori, per es. nei settori della ristorazione, e sugli straordinari. Una misura come il taglio del cuneo fiscale/pensionistico, dell'amica di palazzo Chigi, finanziata anche dall'abolizione del cosiddetto Reddito di Cittadinanza, una misura che di fatto è un “aiutino” non per la classe lavoratrice, ma per i padroni, che così evitano di scucire aumenti salariali dalle proprie tasche. Pochi miserabili soldi, in cambio dello sfascio della sanità, della scuola, dell'ambiente, delle prospettive di milioni di giovani, e non solo.
Ma la borghesia europea che fa? Finora incassa sputi e cazzotti, incapace di superare gli egoismi nazionali, di dotarsi di un vero stato, con tutto quello che ne conseguirebbe. Che l'UE debba superare divisioni paralizzanti lo predicano le teste pensanti della borghesia, a cominciare da Draghi, ma mentre questo ragiona dal punto di vista del capitale “europeo”, i capitali “nazionali” fanno molta fatica a superare il ristretto orizzonte bottegaio. In questo clima sguazzano i vari sovranismi, veri cavalli di Troia dell'imperialismo americano, che ha sempre interferito pesantemente sulle faccende altrui per condizionarle, naturalmente anche in Italia. Se un tempo ricorreva alle stragi di gente inerme tramite i cosiddetti servizi deviati (?) e la manovalanza fascista, oggi i parenti politici di quell'ambiente assassino guidano governi e siedono numerosi nei parlamenti. Per sabotare la nascita di una maggiore autonomia politica da Washington e, in prospettiva, di un vero stato imperialista europeo, non c'è bisogno, per il momento, di bombe sui treni o di lasciare uccidere esponenti politici sgraditi (vedi Aldo Moro): le forze sovraniste e fascistoidi sono più che sufficienti allo scopo.
Quello che fa la borghesia ci interessa, ovvio, ma meno di quello che fa il proletariato. In questa guerra economica finora asimmetrica tra borghesie, è la classe salariata chiamata a pagare le spese, presenti e future.
Dei tagli fiscali ai ricchi si è già accennato. Per quanto riguarda le turbolenze provocate dai dazi (e del riarmo collegato), la federazione dei sindacati europei ha ipotizzato che in caso di dazi “moderati”, in Europa sarebbero a rischio almeno 700 mila posti di lavoro; solo per l'Italia, che ha un grosso export verso gli USA, tra i 100 e i 180 mila. Ma non basta: se, come ha detto, tra gli altri, il presidente di Confindustria, ai dazi del 10% ventilati ai primi di luglio, si deve aggiungere la svalutazione del dollaro del 13% avvenuta in questi mesi, significa che il dazio reale è del 23%. Figuriamoci se il 1 agosto scatteranno dazi superiori! Dove andranno i padroni a cercare la competitività perduta per colpa degli amici pelosi di Washington? Non ci vuole un Nobel in economia (borghese), basta il semplice e sano istinto di classe per capire subito che il salario, i ritmi e carichi di lavoro, la precarietà saranno chiamati, come e più di prima, a tamponare le falle nei profitti domestici. A proposito, un articolo dell'agenzia Reuters - citato dal Corriere – dice che dietro la resilienza (parola tanto di moda e un po' del...) dell'economia cinese ai dazi del Ciuffettone americano «c'è una vita di tagli salariali e doppi e tripli lavori» (Rassegna on line del Corriere, 16 luglio 2025). Nessuna sorpresa.
Da decenni, la nostra classe non risponde o risponde in maniera troppo debole all'attacco sistematico portatole dalla borghesia internazionale. Del perché di questa sostanziale passività abbiamo detto tante volte e sappiamo bene che non è facile risalire la china, ma non ci sono alternative. O il proletariato smette di essere quel gigante addormentato che è oppure è destinato a essere ancora più stritolato dai meccanismi del capitale, fino a ritrovarsi nel tritacarne della guerra imperialista, come purtroppo già succede a segmenti del proletariato e delle masse diseredate del mondo.
Chi si pone da un punto di vista di classe, quindi nella prospettiva del superamento rivoluzionario di questa decadente e assassina società non può stare alla finestra, non può permettere che il capitale e i suoi rappresentanti – più o meno squallidi, più o meno “per bene” - ci trascinino nel loro abisso di morte e distruzione planetaria.
cb
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