Il martirio per la fede, variante ideologica quanto mai tragica dell'inganno borghese

Un compagno ci scrive alcune considerazioni sulla cosiddetta resistenza palestinese impersonata, in questo caso, dall'organizzazione islamista Hamas che, com'è noto, ha nell'anticomunismo uno dei suoi punti caratterizzanti:

«Come comunista internazionalista, rifiuto con nettezza la retorica del MARTIRIO come fondamento della liberazione.

La storia dei popoli oppressi è piena di sacrifici, sangue, stragi. Ma non è il martirio a liberare, bensì l’organizzazione autonoma delle masse, la coscienza politica di classe, la rottura rivoluzionaria con ogni forma di dominio, coloniale, religioso, nazionale, capitalistico.

Ogni volta che la lotta di un popolo – e a maggior ragione del proletariato - viene ridotta a culto del sacrificio, la politica muore e nasce il mito. E il mito è sempre, in ultima analisi, una costruzione funzionale al potere della classe dominante.

L’esaltazione della figura di Ezzedin al-Qassem, combattente anti-coloniale dei primi del Novecento, viene oggi usata da Hamas per darsi una legittimità storica e morale che copre la sua reale funzione: quella di gestione borghese e religiosa del dominio su una società oppressa.

Hamas non è il volto moderno di al-Qassem, è un’organizzazione islamista reazionaria, che ha represso ogni possibile prospettiva socialista, laica e rivoluzionaria in Palestina.

Il fatto che si intesti il nome di un leader del passato non ne cancella il ruolo attuale come forza che reprime le classi popolari palestinesi, a partire dal proletariato.

L’elogio di Yahya Sinwar, celebrato come “figlio della terra”, “re della Palestina”, “soldato martire”, è l’esempio più chiaro della deriva mistica e autoritaria di questa narrazione.

Sinwar non era un rivoluzionario internazionalista, era un dirigente militare e politico che guidava un apparato islamico verticale, borghese!, finanziato da potenze borghesi, come il Qatar e l'Iran, e strumentalizzato nelle dinamiche geopolitiche mediorientali.

Non guidava un processo di emancipazione sociale, guidava un progetto di controllo della popolazione, con una retorica religiosa e una logica militare.

Il martirio, in questa cornice, non è l’estrema conseguenza di una scelta politica consapevole, ma un destino sacralizzato, una merce ideologica.

Hamas e i suoi sostenitori parlano del sacrificio come se fosse l’unica forma di esistenza possibile per il popolo palestinese.

Ma questa è una trappola ideologica mortale, serve a impedire la costruzione di un’alternativa organizzata, di massa, politica e di classe alla doppia oppressione, quella coloniale israeliana e quella religiosa interna.

In questa visione, il militante è un martire, il leader è un profeta, la lotta è una crociata.

Ma il “popolo” non è un esercito di santi, è una collettività di donne, lavoratori, giovani, poveri, studenti, sfruttati: in breve segnato dalla divisione in classi. Ed è in loro, nei proletari, non nei dirigenti islamisti armati, che vive il potenziale rivoluzionario della Palestina.

Inoltre, questa mitologia serve a depurare le responsabilità della borghesia araba, che per decenni ha ha usato cinicamente la “causa palestinese” partecipando o assistendo senza muovere un dito al massacro dei palestinesi, per lo più poveri, usando “la causa palestinese” come moneta di scambio, come simbolo utile, come diversivo retorico.

Gli Stati arabi “amici della Palestina”, dall’Iran al Qatar, fino a settori della borghesia giordana o libanese, non hanno mai costruito una solidarietà reale tra le classi oppresse della regione: sarebbe stato, per loro, contro natura.

Hanno invece rafforzato il settarismo, il militarismo, la repressione delle sinistre e dei movimenti popolari, per quanto impastati di nazionalismo democraticistico e piccolo borghese.

Per un comunista internazionalista, la liberazione della Palestina è parte della liberazione del mondo arabo e del proletariato globale.

Non passa attraverso il martirio, né attraverso la restaurazione di simboli religiosi né sotto la guida di leader carismatici in uniforme.

Passa attraverso la costruzione di un progetto socialista, laico, materialista, anticoloniale e anticapitalista, che rompa tanto con il sionismo quanto con la borghesia islamista.

Il culto del martirio non libera, neutralizza. Per questo dev’essere spezzato.

La lotta per la liberazione non ha bisogno di eroi morti, ha bisogno di milioni di coscienze vive, organizzate e armate di visione politica anticapitalista.»

MO

Venerdì, September 5, 2025