BUON LAVORO, INSTANCABILE TALPA!

La classe operaia ha subito in questi decenni una riduzione delle sue concentrazioni occupazionali presso quelle che erano le maggiori fabbriche locali. Questa frammentazione-dispersione territoriale ha spinto gli esponenti dell’antagonismo di stampo piccolo-borghese ad una ricerca di nuovi soggetti di “cittadini” e alla costituzione di blocchi sociali trasversali nel complesso della società borghese.

Dobbiamo ad alcun esponenti delle ideologie etichettate come formulazioni di una “sinistra radicale”, il dedicarsi attorno alla costituzione di un “nuovo soggetto politico” le cui fondamenta sociali si costruirebbero attorno all’assemblaggio di “circoli,club e associazioni” con la connotazione principale da ricercarsi in un “pluralismo culturale”… La condizione perché in questo “laboratorio” tutti vi possano accedere, sarebbe inoltre quella di “fare movimento”, assemblando culture e... interessi. Quelli del capitale, innanzitutto.

Saremmo qui giunti alle aspettative di una possibile “riforma della politica”, da condursi nell’ambito – si intende! - della democrazia borghese la quale, “essendo oggi un simulacro”, va ristabilita, rafforzata e ricondotta nel “parlamento della repubblica italiana, luogo fondamentale della democrazia rappresentativa per l’esercizio di un potere reale”. Così scriveva un “rifondatore comunista” come quel Bertinotti che si presentava dichiarandosi “aperto alla realtà plurale dei movimenti”. Con obiettivi immancabilmente democratici, rivolti all’alternativa di un governo capace di meglio gestire il capitale con le competenze vantate dal radical-riformismo. E l’aspirante al ruolo di “capo-popolo”, aggiungeva che in quel “laboratorio” vi sarebbe stato un posto per tutti, a condizione di “fare movimento” e trarre linfa anche da fenomeni etico-religiosi, da culture ecologiste, femministe, ecc. Una sola condizione era imposta a tutti: essere “forze democratiche”, contrarie soprattutto a politiche neo-liberiste e disposte ad accettare un “patto costituente tra le opposizioni e il popolo”... La costituente sociale del nuovo soggetto sarebbe quindi stata composta dall’assemblaggio di “circoli, club e associazioni dalla connotazione culturale pluralistica”.

Fra le vere e proprie “baggianate” fatte circolare in un proletariato tutt’ora in preda alla massima confusione ideologica, vi era e vive ancora la “speranza” in una ripresa di contestazioni “popolari”, condotte – democraticamente, s’intende – per conseguire uno sviluppo economico tale da affermare una nuova “soggettività” politica. Si dovrebbe accompagnare ad una analisi critica che imponga una diversa e più razionale concretezza all’ulteriore sviluppo del capitalismo.

Sono trascorsi due decenni, ma il motivetto, da sempre cantato in coro dal social-opportunismo, non è cambiato: si considera la classe proletaria come un corpo passivo in cui far crescere autonome potenzialità ideologiche di stampo soggettivo. Si dovrebbe innanzitutto ricorrere a motivazioni ed obiettivi etici per un miglioramento della attuale società. Ci raccontano poi che uno sviluppo delle forze produttive sarebbe la condizione della emancipazione operaia, migliorabile – dicono sempre loro - con la permanenza dei medesimi rapporti di produzione e distribuzione oggi esistenti. Con il proletariato integrato nella cittadinanza e miracolosamente liberato da una eccessiva oppressione esercitata dai borghesi più cattivi, e grazie ad una migliore organizzazione della produzione (di merci) e distribuzione (attraverso il denaro).

Lo sosteneva anche un Gramsci, ai suoi tempi affascinato da un fordismo usabile come una politica di mediazione dei conflitti sociali. Al centro del programma riformista-conservatore, da oltre un secolo figura l’ipotesi di un “recupero dell’autonomia della politica del mercato e costruzione di uno spazio pubblico per variabili indipendenti”. Siamo al massimo limite della “radicalità” per un movimento che non deve minimamente intaccare il modo di produzione capitalistico e l’esistenza del denaro e del mercato!

Gramsci riteneva in atto una dinamica che, col fordismo, avrebbe potuto imporsi come un caratteristico sviluppo, valutato positivamente, di condizioni di benessere per la stessa classe operaia. Sempre guardando ad una maggiore produzione di merci, attraverso una più razionale organizzazione e un più approfondito “uso” della forza-lavoro degli operai. Presto però le aspettative riguardanti occupazione e salari si sarebbero rivelate del tutto infondate. L’irreversibile processo di riduzione dei tempi di lavoro, conseguenti alle innovazioni tecnologiche e poi alle ristrutturazioni, nel modo della produzione capitalistica, ha favorito il rafforzamento dello sfruttamento dei lavoratori occupati, con un ulteriore peggioramento dei rapporti sociali. La classe che possiede, gestisce e controlla i mezzi di produzione, intensificava la sua rincorsa al massimo profitto, accentuando i contrasti – sempre più profondi e violenti - col proletariato.

Parliamoci chiaro: siamo davanti ancora a tentativi che idealisticamente si prefiggono di riportare la politica entro ristrette basi filosofiche, etiche e virtuose, tali da eliminare ogni riferimento al superamento delle condizioni di alienazione in cui tutti noi siamo costretti a vivere. In particolare, riveste una fondamentale importanza l’oscurare e confondere - negli strati più sensibili della classe proletaria – la consapevole certezza della esistenza di una profonda contrapposizione tra gli interessi proletari e quelli borghesi.

Concludiamo, ricordando che non siamo comunque noi, soggettivamente, a scegliere le situazioni in cui siamo costretti ad operare. Dobbiamo accettare il presente stato delle cose nelle sue particolarità anche negative; dobbiamo lavorare consapevoli del fatto che in fasi non favorevoli il nostro operare non paga direttamente sul piano immediato, soprattutto organizzativo. Circola attorno a noi una “superstizione politica” la quale regge la mistificazione borghese dello Stato che – come scriveva Marx – terrebbe insieme la società, mentre avviene in realtà il contrario, ovvero “è lo Stato che è tenuto insieme dalla vita civile”. La vita politica viene degradata a puro mezzo per consentire e garantire la sopravvivenza di una totalità che è solo astrattamente universale: dominanti sono i “bisogni” del capitale ed è la proprietà (o controllo) privata dei mezzi di produzione che costringe i “cittadini” a subire determinate condizioni di vita. La politica che caratterizza questa società sostiene quindi privatamente i rapporti sociali che costituiscono la base dell’attuale modo di produzione, imponendo al proletariato tutte le contraddizioni che in esso si sviluppano e che solo in una società comunista potranno avere una soluzione. La nostra politica è quindi una attività dichiaratamente di classe con finalità rivoluzionarie ed alla quale partecipano individui sociali che si apprestano a sostituire quella “comunità illusoria” che è lo Stato borghese. Questo strumento di oppressione di classe, a sostegno e difesa degli interessi della classe dominante attraverso lo sfruttamento capitalistico, dovrà essere abolito da un movimento rivoluzionario. Necessario sarà il superamento del sistema capitalista, della sua politica imposta dalla classe dominante e sostituita con quella che il proletariato e il suo partito già sostengono fino al completo superamento del sistema capitalistico e dei suoi rapporti di produzione. Non vi sarà una rivoluzione politica bensì economico-sociale con l’obiettivo di una amministrazione tecnica che abolirà il capitalistico. Non vi sarà alcuna delega politica in una futura società comunista ma soltanto incarichi di svolgimento per lavori di pubblica utilità. Scompariranno, con la fine della divisione in classi, i conflitti sociali; l’azione politica sarà finalmente quella appartenente alla “sfera della autentica esistenza umana; luogo esclusivo e privilegiato dove all’uomo è dato realizzarsi in quanto uomo”. Esattamente così come Marx intendeva fosse praticata la politica nella futura società comunista.

DC

Sabato, November 22, 2025