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Home ›Crisi del capitale, imperialismo, guerra: ciao, “green”...
Potrebbe sembrare quasi un esercizio di scrittura parlare di inquinamento, energia “verde”, tutela dell'ecosistema, in quest'epoca caratterizzata da violente accelerazioni geopolitiche, cioè dello scontro imperialistico. In realtà, nel mondo forgiato dal capitale, tutto si tiene, tutto è collegato e le giravolte della Commissione europea sul “Green deal” rientrano a pieno titolo nel crescente clima bellicista instauratosi in Europa – e nel mondo – dalla guerra in Ucraina. Il piano “verde” europeo non era certamente la soluzione del drammatico cambiamento climatico in cui siamo dentro: troppe, e scontate, le timidezze. Più che protezione dell'ambiente in sé, aveva l'ambizione – per così dire – di incentivare lo sviluppo delle energie alternative nell'economia, a partire dalla manifattura, col fine di percorrere più in fretta la strada, se non dell'autonomia totale, di una sempre minore dipendenza dalle energie fossili, anche e non da ultimo per rafforzare il progetto imperialista europeo. Meno si è alla mercé di “attori” esterni, e magari pure ostili, per il proprio approvvigionamento energetico, più si è liberi di agire nello scacchiere imperialistico mondiale: è una banalità. Ma la pandemia di covid prima e l'invasione dell'Ucraina poi hanno rimesso tutto in gioco, mostrando, se mai ce ne fosse bisogno, la debolezza, per non dire la quasi inconsistenza del mai del tutto nato imperialismo europeo, a causa degli egoismi delle borghesie europee. Il tempo per la cosiddetta (e mistificata) transizione ecologica si è drasticamente ridotto, mettendo a nudo i gravi ritardi del capitale con domiciliazione europea, per così dire, nei confronti delle borghesie concorrenti. Il gas russo a buon mercato è venuto meno, sostituito da quello liquefatto d'oltre Atlantico che costa molto di più – ma è una proposta che non si può rifiutare, dice il Padrino della Casa Bianca – dei mercati si sono chiusi o quasi (sempre la Russia), materie prime fondamentali per un'economia “green” - o, meglio, la loro raffinazione, indispensabile per gli usi industriali – è nelle mani della concorrenza, in primo luogo la Cina, che, grazie all'intervento massiccio dello stato, nelle forme classiche e moderne del capitalismo di stato, ha raggiunto in alcuni settori di punta, in primo luogo quello della produzione di batterie e automobili elettriche, un vantaggio ritenuto incolmabile da diversi analisti borghesi. Se non bastasse, come si è accennato, il Padrino di cui sopra, oltre ai dazi1, ha imposto agli alleati-zerbini europei delle spese militari fino al 5% del PIL da qui al 2035. Ce n'è abbastanza per riconsiderare le velleità “verdi” e, per questa via, imperialistiche, costringendo, diciamo così, le borghesie del vecchio continente a un “bagno di realismo”. Si è dato corso, almeno in questo, alle raccomandazioni di Draghi, una delle poche e più lucide teste pensanti della borghesia europea, che più volte ha “implorato” la sua classe di riferimento di darsi una mossa, dimostrando di essere all'altezza delle drammatiche sfide che la crisi strutturale del capitale (traduciamo noi...) ha posto in maniera ancora più aspra alla borghesia mondiale e quindi alle sue espressioni imperialistiche. I cacciabombardieri, i carrarmati, le portaerei non vanno ancora a energia pulita, l'industria e in primo luogo “l'automotive” - base imprescindibile di una “postura” imperialista che si rispetti – non possono fare a meno degli idrocarburi e per questo, a metà dicembre '25, la Commissione Europea ha fatto un altro passo indietro sul Green deal. Il divieto di produzione – ma non di vendita – di veicoli a motore endotermico fissato per il 2035, è stato intaccato: non più motori al 100% elettrici, ma solo al 90% (sempre che il limite non venga ulteriormente ridotto); sono stati inoltre rivisti al ribasso altri obblighi “verdi” riguardanti i furgoni commerciali e le flotte aziendali. Inutile dire che dalla Germania e dall'Italia, assieme ai paesi dell'est europeo – dove le grandi case automobilistiche tedesche hanno ampiamente delocalizzato – sono venute le pressioni più forti per mettere in naftalina la transizione ecologica. Ancora una volta, la borghesia “rispettabile” (Merz) si è unità agli orchi sovranisti (Meloni, Orbàn ecc.) per difendere gli interessi del “proprio” capitale. Diversi esponenti del governo italiano hanno esultato per avere spezzato le reni alla “folle ideologia green” che, Meloni dice, ci porterebbe alla desertificazione industriale. Fa però finta di dimenticarsi che il calo per 32 mesi consecutivi della produzione industriale in Italia non c'entra nulla col “green” e che il ministro responsabile del settore è suo camerata: che sia un agente sotto copertura di Greta Thunberg?
Stessa faccia di bronzo il ministro Tajani, il quale si arroga il merito principale dell'impavida lotta contro gli “ideologi” annidati a Bruxelles, in difesa della classe operaia di fabbrica. Dal “delfino” (scusa, delfino) del presidente operaio Berlusca non ci si poteva aspettare di meno: sappiamo quanto i miliardari e i loro servitori abbiano a cuore le sorti proletarie. Il ministro, esultando per la bastonata in testa al Green deal, afferma di avere salvato in questo modo 70.000 posti di lavoro. Facile rispondere che se in Italia e nel capitalismo detto avanzato si instaurassero le condizioni di lavoro e di produzione delle delocalizzazioni – tendenza per altro in atto da tempo – cioè salari molto più bassi, dispotismo padronale senza freni, scarse o nulle misure di sicurezza, assenti o quasi le norme anti-inquinamento dentro e fuori la fabbrica, comparirebbero per incanto milioni di nuovi occupati. Potrebbe essere la soluzione per l'ex ILVA, cioè la forte compressione salariale e l'incremento dei carichi di lavoro, perché per quanto riguarda l'inquinamento e la strage conseguente anche (o soprattutto) nel territorio – a cominciare da Taranto – il primo produttore siderurgico d'Italia non è mai stato secondo a nessuno.
Rivendicare con tracotanza la revisione del divieto di produrre veicoli inquinanti dopo il 2025 è come gridare “cento di questi giorni” a un funerale. Non è un'esagerazione, perché proprio di funerali si sta parlando. Secondo l'Agenzia Europea per l'Ambiente, l'inquinamento da particolato ultrasottile2 ha provocato, nel 2023, 43.083 morti: il numero più alto dell'Unione Europea; la Polonia segue con quasi la metà dei decessi, 25.368, e la Germania con 21.6403. Se è vero che le morti da particolato tra il 2005 e il 2023 nella UE sono calate del 57%, in Italia la diminuzione è stata decisamente più bassa: il 32%. I numeri più alti, sia in percentuale che in assoluto, dei morti per questo tipo di inquinamento si registrano in Valle Padana, dove conta sì la conformazione geografica – è chiusa tra Alpi e Appennini – ma soprattutto la più intensa attività economico-produttiva. Guidano la triste classifica Lombardia e Veneto (seguite a distanza da Piemonte ed Emilia Romagna), le regioni, macabra ironia, governate da decenni dagli “orchi” sovranisti, accaniti negazionisti del cambiamento climatico e non meno accaniti oppositori delle misure volte se non altro a contrastare – più o meno debolmente – la catastrofe climatica4.
Allargando lo sguardo, le ondate di calore dovute al surriscaldamento del clima – che poi non sono più ondate, ma la normalità - hanno «comportato a livello mondiale la perdita di 639 miliardi di ore di lavoro, equivalenti a 307 milioni di posti di lavoro a tempo pieno»5, con una potenziale perdita di reddito superiore ai 1000 miliardi di dollari. Naturalmente, questa perdita non riguarda le grandi compagnie petro-gasifere che, schiacciando l'acceleratore sulla speculazione, in questi anni si sono ingozzate di profitti.
Per essere onesti, c'è anche una borghesia, come quella di cui Meloni e soci sono ossequiosi interpreti, che si preoccupa di non far perdere reddito alla “propria” classe lavoratrice, nonostante le temperature letteralmente roventi. Forse pochi ormai ricorderanno le durissime condizioni di lavoro cui erano sottoposti i lavoratori migranti per mettere in piedi il baraccone dei mondiali di calcio nel 2022 in Qatar. Lì veniva imposto un lavoro da schiavi, con temperature insostenibili: una miscela micidiale che causò un numero imprecisato, ma nell'ordine delle centinaia, se non migliaia, di morti o, meglio, assassinati nei cantieri...
Ritornando a “casa nostra”, secondo L'Ufficio Parlamentare di Bilancio, l'aumento dei fenomeni climatico-meteorologi estremi – come si diceva prima, ormai la norma - con le devastazioni che causano, morti comprese, nel 2050 potrebbe costare alle casse dello stato il 5,1% del PIL, guarda caso la stessa percentuale che il gangster di Washington ha imposto alla gelatinosa borghesia europea per le spese militari.
Quel 5% riassume, diciamo così, il quadro in cui il capitale, spinto dalla sua crisi epocale, ci ha precipitato: la guerra scatenata da decenni contro il proletariato mondiale è un tutt'uno con la guerra all'ambiente e tutte e due confluiscono nella tendenza alla guerra generalizzata che le fazioni borghesi, su opposti fronti imperialisti, stanno conducendo il mondo.
cb
1Oltre a quelli di luglio '25, ora, 18 gennaio '26, minaccia una nuova tornata di dazi su quei paesi “rei” di avere mandato qualche decina di militari in Groenlandia.
2Le famigerate Pm2,5, dove il numero indica le dimensioni delle polveri, particelle sia solide che liquide sospese nell'aria: 2,5 millesimi di millimetro.
3I dati dell'AEA sono riportati da Elena Tebano in Il record italiano dei morti da inquinamento, Corriere della Sera, 22 dicembre 2025.
4Se la famigerata “maranza” provocasse anche solo un centesimo dei morti causati dall'inquinamento, ci sarebbero già i carrarmati per le strade, ma non il coprifuoco, per non intralciare padroni e padroncini “dell'intrattenimento” come durante il lockdown per covid.
5Fanno circa 2081,43 ore all'anno per persona: non male, come orario di lavoro. I dati sono tratti da Duccio Zola, Un blocco fossile-militare contro la transizione, Sbilanciamoci sbilanciamoci.info , 30 dicembre 2025.
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