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Home ›La riforma del lavoro in Argentina: il capitalismo ci impone la schiavitù, imponiamogli la guerra di classe!
Il 27 febbraio 2026, la riforma del lavoro è stata definitivamente approvata dal Senato. Era già stata approvata dal Congresso argentino una settimana prima, con 135 voti a favore contro 115 contrari. Questa riforma, sostenuta da un'ampia coalizione parlamentare che va dal centro-sinistra all'estrema destra, è appoggiata in particolare dal presidente “libertariano” Javier Milei, eletto nel novembre 2023. L'obiettivo dichiarato è quello di uscire definitivamente dall'eredità peronista in materia di rapporti di lavoro, caratterizzata dal peso significativo dei sindacati corporativisti e collaborazionisti e dalla centralizzazione delle contrattazioni collettive sotto l'egida dello Stato, attraverso una massiccia deregolamentazione e flessibilizzazione del diritto del lavoro (1). Questa legge si inserisce, in realtà, in una lunga serie di attacchi contro i lavoratori da parte di un governo che si autodefinisce orgogliosamente «anarco-capitalista».
Legalizzare la schiavitù salariata a esclusivo beneficio della borghesia
Questa riforma del lavoro potrebbe figurare tra le principali opere del museo degli orrori del capitalismo. Bastano pochi esempi per illustrarlo. La durata massima di lavoro consentita passa da 8 a 12 ore (!) al giorno (2). Questo aumento dell’orario di lavoro giornaliero può essere deciso unilateralmente dall’azienda, senza il pagamento degli straordinari secondo la tariffa legale. Anche i licenziamenti sono facilitati, le indennità fortemente ridotte e le ferie frazionate per consentire una maggiore flessibilità al padronato. Gli stipendi possono ora essere pagati parzialmente in natura, una delle forme più arcaiche dello sfruttamento capitalista. Infine, il diritto di sciopero è severamente limitato, poiché diventa quasi impossibile nella maggior parte dei settori, in nome del sacrosanto «servizio minimo», così come il diritto sindacale, con la regolamentazione delle contrattazioni collettive per settore. I contratti collettivi, che dovrebbero garantire un minimo di protezione sociale ai lavoratori, vengono ora rinegoziati ogni anno invece di essere rinnovati automaticamente. Inoltre, gli accordi aziendali hanno ora la precedenza sulla legge, anche se sono di livello inferiore (3).
Allo stesso tempo, l'aliquota dell'imposta sulle società scende dal 35% al 31,5% e vengono ridotti anche i contributi a carico dei padroni. Dai salari viene tuttavia prelevato un nuovo contributo del 3%, destinato a finanziare la corrispondente riduzione dei contributi a carico del “datore di lavoro” sul sistema pensionistico. L’occupazione delle aziende è d’ora in poi vietata e la libertà di associazione e di riunione è severamente limitata, poiché ogni riunione sul luogo di lavoro deve essere preventivamente approvata dal padrone medesimo (4). Sembra di essere tornati al capitalismo manchesteriano del XIX secolo, quando il capitale non era in alcun modo regolamentato in nome della «libertà d’impresa» e di altre idiozie borghesi. Si tratta, ancora una volta, della «libertà della volpe nel pollaio», per riprendere questa espressione del socialista francese Jean Jaurès. Significa lasciare che il capitale sfrutti liberamente, senza alcun vincolo, il proletariato fino all’osso per accumulare sempre più profitti.
Questa riforma non è una sorpresa per nessuno. Si inserisce nella continuazione di una guerra di classe già ben avviata dal presidente “libertariano” contro il proletariato sin dal suo arrivo al potere: tagli massicci alla spesa sociale (sanità, istruzione, pensioni), licenziamenti di dipendenti pubblici, deregolamentazione dei prezzi dei servizi essenziali (trasporti, alloggi, gas, elettricità, acqua), drastica compressione dei salari nel settore pubblico come in quello privato, tra le altre cose. Queste misure hanno permesso un arricchimento senza precedenti dei capitalisti, mentre hanno provocato, al contrario, un aumento altrettanto significativo delle disuguaglianze, della miseria e della precarietà (5).
Il fallimento del «modello» anarco-capitalista
Dopo la vittoria alle elezioni di medio termine dell’ottobre 2025, volte a rinnovare una parte del Senato (24 seggi su 72) e della Camera dei deputati (127 seggi su 257), dove la sua alleanza è arrivata in testa con il 40% dei voti, i media borghesi hanno cercato ancora una volta di spiegare questo successo con i suoi presunti «successi» macroeconomici e sociali. E questo, solo poche settimane dopo che il governo argentino aveva chiesto agli Stati Uniti un aiuto di 40 miliardi di dollari per stabilizzare l’economia di fronte ai timori degli investitori legati a un peso troppo svalutato e alla mancanza di riserve valutarie in dollari... Un «miracolo» economico ben fragile! (6)
Questo successo elettorale è dovuto soprattutto alla mancanza di alternative politiche, dato che sia i precedenti governi di sinistra che quelli di destra sono accusati di essere responsabili dell'attuale crisi economica e di essere corrotti, nonché al calo dell'inflazione, che gravava pesantemente sulla popolazione, in particolare sui lavoratori informali. Tuttavia, la situazione economica e sociale non è affatto rosea. Si sostiene che Milei avrebbe «salvato» l’Argentina dal caos e dall’iperinflazione, ripristinando la credibilità del Paese sui mercati finanziari e riducendo il raggio d’azione dello Stato. Certamente, ciò ha avuto l’effetto di riportare l’inflazione dal 25% mensile nel dicembre 2023 a circa il 3% attuale (7). Allo stesso tempo, il rischio paese è diminuito, gli investimenti stranieri sono aumentati e i deficit pubblico e commerciale si sono notevolmente ridotti (8). Tuttavia, nōn omne quod nitet aurum est [non è tutto oro ciò che luccica]. Innanzitutto, la metodologia adottata dall’INDEC per calcolare l’inflazione e il tasso di povertà è completamente superata (9). Si basa sul costo della vita del 2004 e il governo si rifiuta di aggiornarla in base al costo della vita attuale. Se questa base di dati fosse aggiornata, non solo l’inflazione sarebbe di gran lunga superiore alle stime ufficiali, ma lo sarebbe anche il tasso di povertà, a un livello identico a quello dell’insediamento di Javier Milei, o addirittura superiore secondo alcune stime! (10) Un esempio lampante di questa povertà è l'aumento del numero di senzatetto e di lavoratori poveri (11).
D'altra parte, la ripresa della crescita a forma di K rivela le fragilità strutturali del modello economico argentino (12): l'aumento della crescita al 4,4% nel 2025, inferiore alle stime del FMI e della Banca mondiale (dopo una recessione dell'1,8% nel 2024), è trainato esclusivamente dal settore minerario e agricolo, ovvero dal settore primario, mentre il settore che ha risentito maggiormente degli effetti della crisi è quello industriale. Alcuni giornali parlano addirittura di «industricidio» per definire questo fenomeno di massiccia deindustrializzazione, che provoca un'ondata di licenziamenti (13). L'apertura ai capitali stranieri e alle esportazioni ha destrutturato il tessuto produttivo locale, in particolare nel settore tessile, che impiega una parte significativa della popolazione. In totale, in due anni sono stati soppressi quasi 300.000 posti di lavoro, sia nel settore pubblico che in quello privato, provocando un forte aumento della disoccupazione e della conflittualità sociale, in reazione alle riduzioni salariali, ai licenziamenti e alle chiusure di imprese (14). L'ultima risorsa per i lavoratori di fronte a questa forte contrazione dell'occupazione formale risiede nel lavoro informale, molto più precario. L'informalità e il lavoro sommerso sono quindi aumentati notevolmente dall'inizio del suo mandato, fino a raggiungere oltre il 40% della popolazione attiva (15). È quindi il proseguimento di una crescente precarietà che il presidente “libertariano” propone, senza una struttura produttiva stabile. Tuttavia, questo modello presenta evidenti limiti. Non solo la forte crescita del 2025 è spiegata dal rimbalzo rispetto alla recessione del 2024 e dai buoni dati di dicembre, ma, nell'arco dell'anno, si contano cinque mesi in cui il Paese ha registrato una crescita negativa rispetto al mese precedente. Inoltre, diversi esperti mettono in guardia dal calo dei consumi, che rischia di indebolire ulteriormente il modello di crescita nei prossimi anni (16).
Javier Milei ha annunciato, a seguito della sua vittoria alle elezioni legislative, che avrebbe ulteriormente accentuato il percorso di riforme neoliberiste già avviato. Ciò comprende non solo la riforma del lavoro citata in precedenza e l'intensificazione dei tagli alla spesa sociale, il probabile aumento dell'età pensionabile fino a 70 anni (!), ma anche il ritorno dello spettro della dollarizzazione dell'economia. Uno spettro che perseguita l'Argentina dal dicembre 2001, quando il modello di convertibilità messo in atto dal ministro dell'economia di Carlos Menem, Domingo Cavallo, crollò da solo.
La dollarizzazione consiste nel legare la moneta nazionale (in questo caso il peso) al dollaro americano in modo rigido e nell'utilizzare il dollaro come valuta principale per le transazioni e i depositi. In Argentina, la politica di convertibilità degli anni '90 fissava il peso all'equivalente di un dollaro, il che ha permesso di controllare l'inflazione. Tale rigidità ha tuttavia ridotto la capacità del paese di adeguare la propria politica monetaria di fronte agli shock economici esterni, rendendo le esportazioni meno competitive e l’economia vulnerabile alla fuga di capitali.
Quando la fiducia crollò all’inizio degli anni 2000, con prelievi dai risparmi e trasferimenti di capitali all’estero, l'incapacità di svalutare il peso ha accentuato la crisi, provocando una crisi di liquidità e il congelamento dei conti bancari, contribuendo al crollo economico del 2001, segnato da un default sul debito sovrano, una profonda recessione, carenze di beni e rivolte (17).
Milei e la sua cricca non hanno decisamente imparato nulla dalla crisi. L'economia argentina rimane ancora oggi largamente dipendente dai capitali stranieri, e la dollarizzazione non farebbe che aggravare questa dipendenza, con il rischio di provocare in futuro un nuovo shock economico, i cui effetti si farebbero duramente sentire per il proletariato.
La ripresa della lotta di classe come unico orizzonte di fronte alla barbarie capitalista
L'Argentina di oggi mostra la strada che tutte le borghesie nazionali seguiranno domani. Di fronte alla crisi storica del capitalismo, che da oltre 50 anni non riesce più a rilanciare nuovi cicli di crescita, la borghesia non può accontentarsi del modello di compromesso corporativista tra capitale e lavoro, in questo caso tra padronato e sindacati peronisti collaborazionisti. Al contrario, deve optare per una strategia d’urto volta ad assicurarsi la massima redditività sulle spalle dei lavoratori, al fine di rilanciare – solo per un certo periodo – il tasso di profitto.
Non è una prerogativa del governo argentino di estrema destra tornare indietro su tutte le concessioni fatte dalla borghesia al proletariato negli ultimi decenni. In Francia e nell’Europa del Nord, ad esempio, lo Stato sociale è costantemente attaccato dai governi che si susseguono, sia di destra che di sinistra, che aumentano l’età pensionabile, precarizzano i lavoratori e riducono la spesa e le tutele sociali. Negli Stati Uniti, in diversi Stati, il lavoro minorile è stato nuovamente legalizzato, il che rappresenta un enorme passo indietro rispetto alla legislazione sul lavoro. Non si tratta più di comprare la pace sociale, ma di aumentare il tasso di profitto con tutti i mezzi a disposizione della borghesia, compresa la moltiplicazione degli attacchi anti-operai.
Questa riforma ha provocato appelli allo sciopero generale di 24 ore lanciati dalla CGT [Confederaciòn General del Trabajo, ndt], particolarmente seguiti, e numerose manifestazioni – a volte massicce – nei pressi del Congresso, segnate da violenti scontri con le forze dell’ordine. Gli altri sindacati, apparentemente più combattivi come la CTA [Central de los Trabajadores de la Argentina. ndt], così come i sindacati di base e le organizzazioni piqueteros [organizzazioni di disoccupati], hanno seguito senza battere ciglio le decisioni della CGT. Ciò non sorprende affatto. Tutti questi sindacati sono oggi pienamente allineati al peronismo, il cui bilancio è tuttavia deplorevole per la classe lavoratrice argentina, che ha sofferto di una politica di austerità e di una compressione salariale particolarmente forti sotto la presidenza dei Kirchner e del duo Alberto Fernández - Sergio Massa. Va inoltre notato che la maggior parte delle organizzazioni piqueteros sostiene ufficialmente la coalizione peronista, in particolare il Partito Piquetero, che si rivendica del trotskismo ed è membro della coalizione di sinistra Fuerza Patria. La CGT riesce nell’impresa di fare ancora peggio delle altre organizzazioni, dato che ha già collaborato con varie dittature militari nel corso del XX secolo, nonché con il presidente Carlos Menem, uno dei principali responsabili della storica crisi economica del 1999-2003. La CGT ha costantemente cercato di negoziare e dialogare con il governo “libertario” e i partiti di opposizione per ottenere una riforma del lavoro più «conveniente» ai suoi occhi di cane da guardia della borghesia e, per non mettere a repentaglio questi abboccamenti, ha proposto solo qualche giornata di manifestazioni-passeggiate o di scioperi generali senza seguito. Non sorprende che ciò sia stato un clamoroso fallimento, ma l’obiettivo non era comunque mai stato quello di rovesciare questa riforma, e con essa il governo.
Tra le rovine del peronismo, emerge un nuovo «eroe» della sinistra argentina: il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof. Ex ministro dell’economia sotto la presidenza di Cristina Kirchner, è visto come l’unico possibile sfidante di Milei, essendo sostenuto da un'ampia coalizione che spazia dalla destra all'estrema sinistra stalinista-maoista. Il suo programma, in linea con il peronismo, è tuttavia di una banalità rara: attuazione di una politica protezionista volta a promuovere un modello di industrializzazione basato sulla sostituzione delle importazioni (ISI), intervento dello Stato per regolamentare il capitale privato, leggero aumento delle imposte e della spesa sociale, ecc. In parole povere, tutti i metodi che hanno già ampiamente fallito nell’affrontare la crisi del capitalismo e che non hanno fatto altro che prolungare le sofferenze del proletariato. Diversi governatori e parlamentari peronisti hanno persino concluso un accordo con il governo per sostenere la legge, a condizione che alcune delle misure più brutali fossero eliminate dal testo! Che si godano quindi oggi la loro «vittoria»: hanno lasciato passare una delle riforme più regressive degli ultimi decenni a livello mondiale.
Lungi dall’incarnare un’alternativa, i gruppi trotskisti agiscono ancora una volta come un sostegno del peronismo e della destra. Così, hanno sostenuto gli scioperi nazionali della CGT, pur chiedendole di difendere più concretamente i lavoratori (!), e hanno invitato a fare «pressione» sul Congresso affinché respingesse la legge (!!). Che crudele ironia...
Di fronte a questi veri nemici e a questi falsi amici, la classe operaia dovrà agire domani in modo autonomo e indipendente, come classe per sé, e quindi organizzata in Partito, per affrontare il capitale e tutti i suoi alleati, sia di destra che di sinistra, sia di estrema destra che di estrema sinistra. Come già spiegavano Karl Marx e Friedrich Engels ai loro tempi, «contro questo potere collettivo delle classi possidenti, il proletariato non può agire come classe se non costituendosi in un partito politico distinto, opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti [...] questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo fine supremo » (18). Questo è il compito del momento per tutte le minoranze rivoluzionarie, di fronte al caos e alla lotta all’ultimo sangue che ci promette la borghesia.
XavGroupe révolutionnaire internationaliste
18/03/2026
Note:
Foto: commons.wikimedia.org
(1) Il peronismo, o justicialismo, è l'ideologia sostenuta da Juan Perón, leader nazionalista al potere tra il 1946 e il 1955 e tra il 1973 e il 1974. Esso propugna una presunta «terza via» tra capitalismo liberale e comunismo e si basa su una propaganda incentrata sulla giustizia sociale, uno Stato interventista, la sovranità nazionale e il sostegno politico delle classi popolari e dei sindacati.
(2) In Francia, bisogna risalire al 1848 per ritrovare una durata giornaliera del lavoro così elevata!
(6) elpais.com elpais.com bbc.com
(10) perfil.com letrap.com.ar pagina12.com.ar pagina12.com.ar
(12) La K-shaped recovery (ripresa a K) descrive «una ripresa economica in cui diversi gruppi o settori registrano risultati molto contrastanti: alcuni prosperano e si sviluppano, mentre altri sono in difficoltà o in declino». Cfr usbank.com
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