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Home ›Sulle lotte quotidiane e sul ruolo dei comunisti (per gli smemorati e i distratti)
Periodicamente, nell'ambiente della sinistra comunista, ma più spesso in quello del radical-riformismo, compaiono critiche alla nostra – presunta - impostazione sull'intervento nelle lotte “economiche”, le lotte per la difesa delle condizioni quotidiane di lavoro (salario, orario, ritmi e carichi di lavoro, licenziamenti ecc.): critiche del tutto infondate, perché ignorano o equivocano – se in buona fede – ciò che abbiamo sempre detto su questa questione. In che cosa consisterebbe il nostro errore? Nel fatto che noi negheremmo l'importanza di questa “guerriglia” contro il padronato, limitandoci a dare astratte indicazioni rivoluzionarie alla classe.
Benché verrebbe quasi da stupirsi sulla reiterazione di certe accuse, visti appunto i numerosissimi documenti pubblicati nel corso della nostra storia (come TCI e come singole organizzazioni ad essa affiliate) – e la partecipazione, nei limiti delle nostre forze, alle lotte della nostra classe - ritorniamo sull'argomento: lo facciamo per i compagni in buona fede ma distratti, puntualizzando, una volte di più, alcune cose.
Noi riteniamo che la classe deve lottare in difesa delle condizioni immediate, dentro e fuori dal posto di lavoro, ma aggiungiamo che oggi, nella fase storica di crisi del ciclo di accumulazione, si sono enormemente ristretti gli spazi non tanto e non solo del riformismo (questi sono proprio chiusi), ma anche quelli della rivendicazione di migliori condizioni di esistenza, perché, nella crisi, un padronato “incattivito”, prende e non dà. Questo però non significa affatto che non si debba lottare, al contrario!, ma solo che bisogna essere chiari, onesti con la classe lavoratrice, bisogna dirle apertamente come stanno le cose, per far emergere in maniera ancora più netta la contrapposizione tra capitale e lavoro: non ci sono spazi di mediazione (se non minimali e sporadici), è in atto una vera e propria lotta per l'esistenza tra capitale e lavoro: o l'uno o l'altro.
Noi critichiamo, è vero, la “lista della spesa sindacale” dei sindacatini “di base” (o “combattivi”, “alternativi” ecc.) e dei bordighisti che consiste, per esempio, in 30/32 ore di lavoro alla settimana a parità di salario, forti aumenti salariali, salario integrale ai disoccupati ecc. Ma perché la critichiamo, perché siamo contrari all'attenuazione dello sfruttamento che queste rivendicazioni, se soddisfatte, comporterebbero? Ovviamente no. Il punto è che queste richieste implicherebbero una lotta di massa, ben al di là - e persino contro - di ogni prassi sindacale, che vedrebbe appunto uno scontro frontale con la borghesia e il suo stato, una situazione pre-rivoluzionaria (che, però, presuppone contemporaneamente la presenza del partito, sufficientemente radicato nella classe o almeno nei suoi settori più combattivi...). Come si fa a chiedere 30 ore di lavoro settimanali ecc., per di più attraverso scioperi annunciati settimane, se non mesi prima, nel rispetto della legislazione anti-sciopero variamente presente in tutti – o giù di lì – i paesi, senza aggiungere che la borghesia non le darà mai e che scatenerà piuttosto le sue forze dell'ordine (legali ed "extra-legali") contro un eventuale movimento di lotta, che porrebbe oggettivamente il problema del potere?
Inoltre, tra i militanti che sostengono la necessità di avanzare rivendicazioni economiche dirette (e ci criticano per non averlo fatto) vi sono coloro che credono che il magico sciopero di massa trasformerà automaticamente e spontaneamente le rivendicazioni economiche in rivendicazioni politiche, ma la storia ha dimostrato che si sbagliano. In Polonia negli anni '80 ci furono scioperi molto estesi che paralizzarono l'intero paese, ma non furono accompagnati da un massiccio sviluppo della coscienza di classe, quindi i lavoratori non sapevano cosa fare del potere che avevano acquisito e il movimento alla fine poté essere sconfitto.
In breve, noi questo diciamo, non altro. È sempre meglio guardare alla lunga lista di fatti piuttosto che combattere contro i mulini a vento per il gusto di una polemica oziosa.
Per aiutare a ricordare alcuni di quei fatti, riproduciamo qui un articolo del nostro compagno Mauro jr, pubblicato sul n. 2/2000 di Battaglia comunista, per gli stessi motivi, e parte delle “Tesi sul sindacato” del 1997 – del PCInt, ma che esprimono l'impostazione della TCI.
«Sindacati - Equivoci da sciogliere, Battaglia comunista, n. 2, febbraio 2000
I sindacati sono inutili alla strategia rivoluzionaria, ma la lotta rivendicativa è l'ossigeno della classe e condizione d'esistenza della strategia
Da sempre sosteniamo che la rivoluzione marcerà sul cadavere dei sindacati e che questi possono tutt'al più' costituire un ambito di intervento (in linea generale, ma oggi manco questo) dei rivoluzionari, come altri, ma mai e poi mai possono costituire uno strumento della strategia rivoluzionaria. Sempre più la quotidiana esperienza dei proletari ci dà ragione. Ma la quotidiana esperienza politica ci dice anche quanto sia facile equivocare quelle posizioni con la apparente semplificazione che noi riterremo inutili le lotte rivendicative.
Ora se questo equivoco è giustificabile (ma non accettabile) in semplici operai magari in buona fede impegnati in qualcuna delle organizzazioni del sindacalismo radicale, non è per nulla giustificabile in gruppi e organizzazioni che si pretendono sacerdoti tutelari della ortodossia marxista, rivoluzionaria, programmatica ecc. ecc. È ingiustificabile, ma esiste. Anzi è stato scritto; da uno dei pretesi Partito Comunista Internazionale (Programma) ai nostri simpatizzanti nordamericani.
Lasciando senza l'ovvio commento questo... infortunio, ributtiamo giù qualche nota per contribuire a sciogliere quell'equivoco, dove si presenta in buona fede.
Essenzialità della lotta rivendicativa
Per il marxismo, sin dalle sue origini, il movimento rivendicativo dei lavoratori per il miglioramento del salario e delle condizioni di lavoro, scontrandosi direttamente con l'interesse capitalistico alla compressione di entrambi, costituisce la forma elementare, per lo più insopprimibile della lotta di classe. Costituisce dunque la condizione ineludibile di qualunque "trascrescenza politica", ovvero di qualunque sviluppo della lotta di classe sino alla sua espressione più alta, dell'attacco rivoluzionario. Potremmo notare, di passaggio, che la lotta di classe si presenta di questi tempi particolarmente acuta in termini rovesciati, con un capitale all'attacco sfrenato di salario e condizioni di lavoro e una classe operaia incapace di resistervi.
È sufficiente questo a escludere qualunque ipotesi di inutilità delle lotte rivendicative (paradossalmente sostenuta invece da qualcuno dei micro-gruppi usciti dalle varie eruzioni del pentolone bordighista).
Dire che le lotte rivendicative sono inutili sarebbe come dichiarare inutili a un qualunque evento le condizioni di maturazione dell'evento stesso.
Una classe incapace di azione rivendicativa e di opposizione di lotta alle forme più acute della sua oppressione è una classe incapace (indegna) di rivoluzione, condannata a perpetuare la sua situazione di classe oppressa.
Ma una cosa sono le lotte rivendicative del proletariato, altra cosa sono le organizzazioni che quelle lotte pretendono di condurre (e oggi invece professionalmente boicottano).
Cos'è e com'è il sindacato
Il sindacato è nato come organizzazione degli operai per la contrattazione del prezzo e delle condizioni di vendita della forza lavoro e a questa sua natura ha sempre obbedito e tuttora - sembra strano ma è così - obbedisce. (Per i cultori dell'ortodossia invariante, la funzione specifica del sindacato era stata descritta già da Engels nei primi anni 1870 [in realtà, 1880: si tratta di un refuso, ndr].)
Se ne conclude necessariamente che, come agente di contrattazione non può servire lui, il sindacato, all'organizzazione rivoluzionaria del proletariato.
Il movimento comunista ha dovuto attraversare dure esperienze per maturare quel che a noi oggi appare ovvio. Ha dovuto passare attraverso l'esperienza del 1905 e dell'Ottobre '17, e attraverso la verifica in negativo delle ipotesi terzinternazionaliste di conquista dei sindacati (nel quadro della famosa conquista della maggioranza) per giungere (con i comunisti internazionalisti) alla conclusione che sul piano puramente teorico poteva già essere tratta a fine Ottocento, cioè dopo gli scritti di Engels sul sindacato.
È capitato per altre questioni che le ipotesi di lavoro della Internazionale comunista, magari ereditate dalla II Internazionale, siano state smentite solo dopo dure esperienze - e certamente non dagli stalinisti che le hanno difese fino all'ultimo attimo della loro stessa esistenza - sebbene già contraddicessero i principi e il metodo al quale dicevano ispirarsi. Un esempio potremmo dire classico è la questione nazionale.
Dunque, pensa l'interlocutore in buona fede, se pensate che il sindacato che fa le lotte rivendicative non "va bene" allora per voi non "vanno bene" le lotte stesse. Il difetto nel ragionamento dell'interlocutore sta nella espressione di eguaglianza che egli fa fra lotta rivendicativa e sindacato.
La lotta operaia - rivendicativa, s'intende - trova diverse espressioni organizzative nei diversi periodi. Il sindacato è certamente quella prevalente: è la forma più strutturata e proprio per la sua natura e funzione la più autoconservativa. Quando, come oggi, non difende gli interessi immediati degli operai - perché il capitale sopravvive solo attaccandoli - continua a difendere la base della sua esistenza cioè la contrattazione, cioè il rapporto capitalistico e si fa dunque mediatore dell'attacco capitalistico al salario. È per ciò stesso più continuativa nella storia, riuscendo bene nella sua funzione nelle fasi ascendenti dei cicli capitalistici, cioè nei periodi di regolare e tranquilla accumulazione con saggi di profitti adeguati all'accumulazione stessa.
Le altre espressioni della lotta rivendicativa
Ma la lotta operaia è sempre stata capace di esprimere forme organizzative alternative al sindacato, quando per una qualunque ragione questo veniva meno: dai comitati di lotta espressi dalle assemblee, ai coordinamenti categoriali o nazionali dei comitati stessi.
Sono le organizzazioni che la classe si dà per la difesa dei suoi interessi immediati, espresse dalla lotta rivendicativa medesima e a questa ancorate: finita la lotta, si esauriscono anche quelle forme organizzative.
I modi possibili di questa loro fine sono tanto vari quanto importanti (ed è su questi modi che si riconosce e si impegna l'avanguardia rivoluzionaria): si va dalla loro scomparsa con un lascito di organizzazione politica classista e rivoluzionaria delle avanguardie nel corpo di classe (i soviet del 1905 russo e, in tono molto minore, i Comitati di lotta del maggio francese [1968, ndr] o esperienze minori qua e là in Europa), alla loro trasformazione... in sindacati permanenti (ultimo grande esempio la lotta dell'Agosto polacco - 1980 - finita nel pretesco reazionarismo di Solidarnosc, e minore ma non meno significativa, la ingloriosa trasformazione dei Cobas scuola del 1987 in sindacatino Cobas).
Quest'ultima soluzione, di trasformazione di organismi di lotta proletaria funzionali alla lotta in organismi permanenti funzionali alla contrattazione, porta con sé la umiliazione della prospettiva di classe rivoluzionaria. L'organismo permanente, sindacato, tenderà sempre e comunque a ripercorrere a tappe accelerate il cammino antirivoluzionario dei sindacati ufficiali contro i quali, magari, l'esperienza era partita (ancora Polonia 1980).
È comunque dall'esperienza di lotta autorganizzata dai lavoratori attraverso le assemblee e la espressione da parte di queste dei delegati sempre revocabili, che si può avere un lascito positivo nella crescita del potenziale di classe. Se non altro perché avrà accresciuto la consapevolezza dei proletari coinvolti di poter rappresentare una forza collettiva capace "forse" di cose più grandi.
L'organismo permanente sindacale, invece conduce i lavoratori alla ricerca permanente della contrattazione, alla rincorsa delle compatibilità al sindacalismo attuale, insomma, tutto contro i lavoratori.
È chiaro ora? Siamo per la lotta rivendicativa che è l'ossigeno della classe e siamo contro i sindacati perché nei momenti essenziali vanno in senso contrario alla lotta.
E l'obiettivo oggi è proprio la ripresa della lotta rivendicativa (anche solo di difesa dagli attacchi capitalistici) del proletariato.
Per questo ci siamo impegnati anche a studiare, nella nuova composizione di classe indotta dalla crisi e dalla conseguente ristrutturazione, le forme possibili della ripresa di lotta, per svolgere il nostro lavoro e dare il nostro contributo verso quelle più funzionali alla prospettiva rivoluzionaria, di liquidazione di questo sistema ormai marcio di produzione e di distribuzione.»m.jr»
Dalle “Tesi sul sindacato” del 1997 del PCInt.
[…]
Tesi 7
Non si dà quindi una reale difesa degli interessi, per quanto immediati, dei lavoratori se non fuori e contro la linea sindacale e ogni tipo di mediazione contrattualistica, sempre perdente, da chiunque diretta e gestita. Di fronte agli attacchi del capitalismo in crisi, la difesa concreta degli interessi operai si scontra immediatamente con le esigenze di sopravvivenza del capitale.
In questo senso la distinzione fra lotte di difesa e lotte di attacco si verifica appieno solo per quanto riguarda il contenuto politico delle lotte.
È di difesa, ove sorgesse dalle lotte reali della classe - e non dalla fantasia radical riformista di ceti politici ex-stalinisti e ora in fase di riciclo - la rivendicazione della diminuzione di orario a parità di salario. Così come è di difesa delle masse disoccupate e marginalizzate la rivendicazione di un salario minimo garantito. Entrambe queste rivendicazioni (che sembrano costituire oggi il programma politico del radical-riformismo) rappresentano infatti una necessità vitale delle masse proletarie, brutalmente negata dalle "necessità" di sopravvivenza del capitale. Ove venissero praticate come rivendicazioni reali esprimerebbero la volontà di autodifesa del proletariato e al contempo la necessità dell'abbattimento del modo di produzione capitalista. L'assunzione o meno di questa necessità come programma delle lotte le caratterizzerebbe nella loro potenzialità di vittoria, indipendentemente dalla loro caratterizzazione come difensive o di attacco.
Tesi 8
Premesso che non sta al partito politico rivoluzionario avanzare rivendicazioni diverse da quella del potere di classe del proletariato, e poiché la lotta economica dei lavoratori, sia pure di difesa, rimane una necessità oltre che un presupposto per lo sviluppo della lotta di emancipazione dal dominio del capitale, il problema delle avanguardie comuniste, i loro compiti e la loro azione, si pongono in questi termini:
alle lotte economiche della classe i comunisti partecipano in qualità di avanguardia della classe stessa;
si distinguono agitando e propagandando il programma rivoluzionario, per la rottura e il superamento del lavoro salariato;
nella misura in cui si attengono a questi compiti, denunciando i limiti del puro rivendicazionismo, entrano in aperto contrasto con l'istituzione sindacale.
E 'in questo rapporto fra compiti del partito e azione dei militanti all'interno delle lotte operaie che si realizzano le possibilità della trascrescenza politica delle lotte economiche stesse verso lo scontro di potere. leftcom.org
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