Attacco di USA-Israele all’Iran, ma non solo.

ATTACCO ALL’IRAN N°2, 28/02/'26

A chi legge:per completezza di informazione, in coda al seguente articolo pubblichiamo il “primo episodio” dell'attacco all'Iran del giugno 2025

Intanto gli eventi precipitano. Nella mattina, ore 7,26 del 28 febbraio '26, è partito l’annunciato attacco israeliano-americano contro l’Iran. I motivi sono arcinoti. Avevano come base giustificativa che il regime di Khamenei non aveva voluto accettare le richieste di Trump per una soluzione negoziale della crisi e che l’intervento, peraltro già programmato - altrimenti non si spiegherebbe l’enorme spiegamento di forze militari con tanto di due portaerei all’ingresso dello stretto di Hormuz - avrebbe come obiettivo quello di appoggiare le opposizioni al regime di Teheran favorendo la caduta del regime stesso. Nei fatti, la caduta del regime è sempre stata la priorità sia di Washington che di Tel Aviv, quale fattore di irrinunciabile importanza. D’altra parte questo problema è sempre stato alla base della più che decennale lotta dei due imperialismi alleati contro quello iraniano, per evitare che Teheran potesse dotarsi di strumentazioni militari atomiche e di missili balistici. Per questo, come nella guerra dei dodici giorni del giugno scorso, gli obiettivi sono stati e sono tuttora i tre siti dove si nasconderebbero le centrali nucleari iraniane. Ma secondo le trionfalistiche dichiarazioni di Trump del giugno scorso, non erano già state completamente neutralizzate? E allora c’è qualcosa d’altro da aggiungere alle ragioni che sono alla base di questo secondo attacco. Questo qualcosa va ricercato in un ambito geopolitico ben più ampio e portatore di scenari bellici di ben più elevata portata. Innanzitutto l’attacco, come previsto e calcolato, avrebbe costretto il regime iraniano a rispondere e ad attaccare, per ritorsione, le basi militari americane in Israele, nel Qatar , Baharain, Dubai, Abu Dhaby e persino in Arabia saudita. Questo avrebbe costretto il mondo arabo sunnita a cooperare con Washington e Tel Aviv in chiave di ricomposizione di quell'accordo(Patto di Abramo) - tanto caro alle strategie medio orientali di Trump e di Netanyahu, per combattere i tentacoli sciiti di Teheran - che era in fase di stallo per le contorsioni tattiche del presidente americano. In sintesi, l’attacco doveva avere come scopi quelli citati, ma con una strategica postilla che soddisfacesse le operazioni imperialistiche di Israele e degli Usa contemporaneamente. Per Israele colpire l’Iran significa togliere di mezzo il suo mortale avversario e i suoi tentacoli sciiti in tutto il M.O.

L’inclusione della cancellazione del programma missilistico iraniano nei negoziati è certamente un punto irrinunciabile da parte di Israele, in quanto rappresenta una delle più importanti minacce alla sua sicurezza. Un punto ribadito in occasione della visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington. A ciò Tel Aviv aggiunge la fine del sostegno fornito da Teheran alle milizie cosiddette proxy, in modo particolare Hamas, Hezbollah e Houthi, più i gruppi jihadisti iracheni e siriani che hanno partecipato alla guerra iniziata dopo 7 ottobre 2023. “Non semplicemente fermare il processo di arricchimento, ma smantellare le attrezzature e le infrastrutture che consentono di arricchire fin dall’inizio...”, ha ufficialmente affermato Netanyahu quando è intervenuto alla Conferenza annuale dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane. In più, Netanyahu ha aggiunto di essere “scettico” sul fatto che l’Iran avesse l’intenzione di rispettare qualunque accordo con gli USA. Israele esercitava quindi pesanti pressioni sulla diplomazia statunitense affinché questa favorisse la propria, irrinunciabile, agenda regionale. Si pone dunque come unico referente occidentale in una delle aree energetiche più importanti del mondo e, contemporaneamente, ergendosi a guardiano armato degli interessi occidentali, sia per gli approvvigionamenti energetici che per la sicurezza delle vie di commercializzazione (stretto di Hormuz in primis), tentando di battere anche la concorrenza della Turchia, che punta da sempre ad essere l'hab petrolifero più importante nel Mediterraneo. Va ricordato che dallo stretto di Hormuz passa oltre il 20% del traffico petrolifero e gasifero mondiale e il 30% di quello mercantile, e che sono stati scoperti nuovi giacimenti di gas e petrolio nel sud est del Mediterraneo. Tanti gli interessi contrastanti tra Ankara e Tel Aviv, per cui uno in meno (Iran) tanto di guadagnato. Per gli Usa rendere inoffensivo l’Iran, anche come esportatore di petrolio, significa garantirsi una sorta di supremazia energetica mondiale (vedere sotto questo aspetto anche gli attacchi al Venezuela di Maduro), ma soprattutto indebolire la solita triade imperialista opposta (Russia, Iran, Cina) che rappresenta il maggiore pericolo per l’imperialismo americano. Infatti Russia e Iran sono i maggiori fornitori energetici della Cina e la manovra militare alle porte del Golfo persico e i bombardamenti su Teheran e pozzi petroliferi, indebolendo l’Iran, hanno anche questo strategico scopo. In più proprio negli stessi giorni le marine militari di Mosca, Teheran e Pechino hanno fatto esercitazioni navali all’esterno dello stretto di Hormuz, accelerando l’intervento preventivo Usa.

Le acque dello Stretto di Hormuz, quella striscia di mare larga 90 chilometri attraverso cui transitano navi petroliere e commerciali, non erano state così affollate di navi da guerra da molti decenni. “A metà febbraio, i cacciatorpediniere e le fregate di Russia, Cina e Iran si sono mosse in quello che Mosca ha battezzato il 'Maritime Security Belt 2026'. A poca distanza, l’Uss Abraham Lincoln e tre navi da guerra americane dotate di missili Tomahawk presidiavano le stesse acque da angolazioni opposte (ITALPRESS)”. Per cui i bombardamenti su Teheran sono un avvertimento non solo ai Pasdaran, braccio armato della repubblica degli ayatollah, ma anche ai nemici molto più forti con i quali, prima o poi, si dovranno fare i conti per la supremazia nell’Indo-pacifico, oltre alle note questioni sui mercati dell’alta tecnologia, sulle materie prime strategiche, su quelli delle divise dove il dollaro sta perdendo quotazione a favore di altre divise internazionali tra le quali l’euro e lo yuan. Come vada a finire la nuova crisi bellica in M.O. non si sa, ma è prevedibile che la crisi economica del capitalismo mondiale stia costruendo, pezzo per pezzo, un conflitto sempre più generalizzato. Tra l’altro è dello stesso periodo la notizia dell’apertura del conflitto tra Pakistan e Afghanistan con le interferenze di India e Cina.

Infine la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, mossa di ritorsione scontata e annunciata, con relativi bombardamenti contro le basi americane in tutti gli Emirati e persino in Arabia saudita, sta mettendo in ginocchio l'approvvigionamento energetico di mezzo mondo, ma con effetti diversi e contrastanti. Senza però un intervento di terra da parte statunitense, l’auspicato rovesciamento dell’attuale regime sarebbe molto complicato oltre che pericoloso, Afghanistan insegna . Probabilmente, oltre agli attacchi dal cielo e dal mare, l’amministrazione trumpiana non possiede un piano B, a parte qualche ipotetica e limitata incursione delle Forze speciali nell’isola di Kargh, preannunciata ma non messa in atto. Meglio, al momento per riordinare le idee, un farlocco quanto minaccioso ultimatum (07/04/ 26): “se non accettate le condizioni vi ridurremo all’età della pietra”.

LA TERZA FASE MA NON L’ULTIMA

Invece niente di tutto questo: tregua. Nella notte tra il 7/8 aprile '26 grazie, si fa per dire al Pakistan, e con l’aiuto diplomatico di Turchia e Cina, ma contro il volere di Israele, si è arrivati ad una tregua del cessate il fuoco di due settimane. Tutto bene, siamo alle premesse di una pace definitiva nella terza guerra del Golfo? I dati dicono il contrario, ma tutto è ancora da definire sulla base dei punti presentati da Teheran che non potrebbero mai essere accettati da Trump e dal suo collega Netanyahu. I punti sembrano più i dettami di una potenza vincitrice che quelli di un paese sull’orlo del baratro. Scherzi della storia, imperialismi impazziti, o cause di forza maggiore? Ecco i punti avanzati da Teheran e la loro impossibile realizzazione, nemmeno se parziale. Quindi tutto come prima del cessate il fuoco, sempre ammesso che cessi.

  1. La fine permanente della guerra con una chiusura definitiva di tutti i conflitti regionali.
  2. La revoca immediata delle sanzioni con l'eliminazione totale di tutte le restrizioni economiche e commerciali imposte dagli Stati Uniti.
  3. Riparazioni per danni di guerra: la richiesta di indennizzi finanziari per le distruzioni subite durante il conflitto.
  4. Un nuovo protocollo per lo Stretto di Hormuz, con la definizione di nuove regole di transito e il riconoscimento dell'autorità iraniana sulla gestione della rotta.
  5. Garanzie di sicurezza per Hezbollah con l’impegno formale di Israele affinché cessi di colpire il gruppo sciita libanese.
  6. Sostegno alla ricostruzione: garanzie di supporto internazionale per il ripristino delle infrastrutture distrutte dagli attacchi israelo-americani.
  7. Stop agli assassini mirati con l’interruzione immediata di attacchi e operazioni contro figure chiave iraniane.
  8. Riconoscimento della sovranità regionale, accompagnata dalla fine delle interferenze esterne negli affari dei Paesi vicini all'Iran (come Iraq e Siria).
  9. Garanzie contro futuri conflitti, con assicurazioni vincolanti che impediscano la ripresa delle ostilità una volta raggiunto l'accordo.
  10. Quadro per la sicurezza regionale con una proposta di governance collettiva del Medio Oriente che includa formalmente l'Iran e i suoi partner.

Il Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale dell'Iran ha poi fatto sapere che la proposta in 10 punti include l'accettazione dell'arricchimento dell'uranio da parte iraniana. Un "grande passo", ma "non sufficiente" lo aveva definito Trump ribadendo che l'Iran non può avere l'arma nucleare. Poi la retromarcia.

Quanto allo Stretto di Hormuz, la delicata vena giugulare da cui passa oltre il 20% del petrolio mondiale oltre a materie prime indispensabili per una vasta serie di attività industriali, Trump ha condizionato la tregua alla sua riapertura: Teheran ha accettato, se “sotto la gestione militare iraniana”.

Nei commenti iraniani subito dopo la notizia della tregua si parla anche di un pedaggio da 2 milioni di dollari per ogni nave che transiti nello Stretto, introiti che sarebbero divisi con l'Oman e servirebbero alla ricostruzione.

Più o meno un ritorno (provvisorio) allo status quo di prima della guerra, più il pedaggio. (fonte ISPI)

Richieste pesanti che sanciscono le difficoltà dell’imperialismo americano ad accettarle. Non c’è un punto che possa soddisfare le esigenze di Tel Aviv né tanto meno quelle di Washington. La risposta di Trump chiude il cerchio attorno alle reali possibilità di un qualsiasi accordo. Ecco la sintesi delle controproposte: 1) l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi atomiche, 2) la consegna dell’uranio arricchito. 3) limitazioni alla capacità di difesa di Teheran, 4) La fine del sostegno ai ‘proxy’ nella regione e la riapertura dello stretto di Hormuz. 5) riconoscimento del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Ma al di là di questo, perché la pantomima della tregua e perché non finire il lavoro sporco arrogantemente rivendicato dal Tycoon? Una prima risposta sta nelle condizioni economiche americane, la seconda è determinata dallo stato di fiducia nei confronti della Amministrazione Trump che nell’arco di un anno ha perso 40 punti circa del grado di gradimento passando dal 62% all’attuale 17%. Troppi e gravi gli errori commessi in sede strategica, di lettura degli avvenimenti su scala internazionale e di una comunicazione arrogante quanto sconnessa e contraddittoria. Nel caso dell’attacco all’Iran si è impugnata inizialmente la carta del pericolo atomico nelle mani di un paese inaffidabile (senti chi parla), quando gli stessi addetti dell'IAEA avevano ufficialmente certificato che per arrivare all’arricchimento dell’uranio del 90% il governo di Teheran ci avrebbe impiegato almeno 10 anni, senza contare i tempi di applicazione tecnica degli ordigni nucleari. Poca fantasia, sembra di essere ritornati al 2003 quando la scusa per attaccare Saddam Hussein si era costruita sulla falsa notizia della presenza di armi a distruzione di massa. Sostenuta però anche dalla Gran Bretagna di Blair, falsa sia perché in contraddizione con le dichiarazioni di El Baradei, membro della AIEA, che ufficialmente negava tutto questo, sia per la successiva ammissione di dolo da parte dell’allora primo ministro inglese Tony Blair. Il primo ministro britannico aveva voluto fare da sponda alla menzognera propaganda del presidente americano Bush J., e che, solo tardivamente, ha ammesso di aver coperto la menzogna, pur sapendola tale. Ma allora i destini imperialistici di Londra e di Washington coincidevano all’unisono. Poi si è passati alla seconda giustificazione, ancora più falsa della prima, ovvero che l’attacco contro il vessatorio regime degli ayatollah era dovuto ad una questione umanitaria: aiutare cioè l’opposizione sociale, che aveva subito drammatiche repressioni con decine di migliaia di morti, a rovesciare l’infame regime. Infine per esportare la “solita democrazia” in un paese totalitario e sostituirla alla sanguinaria dittatura confessionale. A parte l'infamia del suddetto regime, tutte giustificazioni addotte sono strumentali e che non possono mai stare in piedi, soprattutto se pronunciate da un personaggio come Trump.

Passiamo quindi alle vere ragioni dell’attacco. Le abbiamo più volte analizzate ma un breve riesame non fa mai male. Sia per Israele che per gli Usa, dopo la inumana carneficina (non ancora ultimata, vedi Striscia di Gaza e il sud del Libano), in Medio oriente rimaneva per entrambi l’obiettivo Iran e le sue propaggini jihadiste nella regione. Per Israele annientare il governo degli ayatollah avrebbe significato eliminare il suo principale nemico, finanziatore di Hamas e degli Hezbollah nonché dei vari gruppi jihadisti in Siria, Libano e Yemen, ergendosi così a gendarme dei suoi interessi di difesa nazionale e di punto di riferimento militare per l’occidente europeo. Per gli Usa che hanno coperto in tutti i modi Netanyahu nel suo imperialistico obiettivo di annichilire militarmente l’Iran, avrebbe significato eliminare un concorrente petrolifero, un eventuale pericolo atomico e, soprattutto, avrebbe costituito un efficace mezzo per indebolire un fronte dell’imperialismo avversario, ovvero quello composto da Russia, Cina, Pakistan e Corea del Nord…. Quest’ultima per quello che può contare. In questo contesto, mentre la visione imperialista di Tel Aviv ha un raggio di azione regionale, quella Usa spazia su di un’area di maggiore ampiezza DOVE SI GIOCA TUTTO CONTRO LA CINA per la leadership mondiale. E’ in questo quadro che si inseriscono una serie di fattori tattici con le loro inevitabili conseguenze economiche e geopolitiche. Trump pensava che l’operazione Iran durasse poche settimane. Speranza di avere il massimo vantaggio con la minima spesa. Uno scossone di missili sulle aree strategiche militari e civili e il gioco era fatto. Ma le cose non sono andate in questi termini. Teheran ha risposto bombardando le basi militari negli Emirati, in Arabia saudita e persino in Israele. La seconda mossa è stata quella di chiudere il canale di Hormuz alla navigazione delle petroliere, fatta eccezione per quelle russe e cinesi, creando lo scompiglio nei traffici marittimi, nei rifornimenti energetici di mezzo mondo. Mossa peraltro preannunciata che ha creato il caos tra i paesi arabi della “Costa dei pirati” e degli stessi sauditi che, pur alleandosi con gli Usa, li hanno considerati, con Israele, i responsabili di tanto sconquasso nel campo energetico, di aver allarmato le borse internazionali e di aver operato un disastro nelle strutture di estrazione e di commercializzazione del petrolio e del gas naturale, fonti della loro straordinaria, quanto improvvisa ricchezza. E’ pur vero che, nel breve periodo, gli Usa stanno traendo enormi benefici nella vendita del loro greggio, ma è altrettanto vero che gli effetti positivi stanno giovando anche alla Russia che continua a fornire il suo petrolio e gas alla Cina e all’India, mantenendo il suo primato nel continente asiatico. Sul piano politico, invece, Trump ha subito pesanti sconfitte che lo hanno portato a più miti consigli. La prima è stata quella del regime degli ayatollah che, non solo non è caduto, ma è riuscito addirittura a trascinare, annullandola, buona parte dell’opposizione interna dietro le milizie dei Pasdaran in nome del nazionalismo persiano, coinvolgendo, purtroppo in un crogiolo interclassista, proletari, seguaci della monarchia dei Pahlavi e gli stessi democratici che fino al giorno prima, sfidando la morte, hanno occupato le piazze per liberarsi dell’odiato regime confessionale. A catena, le altre sconfitte sono di origine interna. Come precedentemente detto, il suo indice di gradimento, già basso, dopo l'attacco all’Iran è drammaticamente crollato sia all’interno di chi lo aveva votato, sia nello stesso partito repubblicano che teme come la peste le votazioni di midterm. Una petizione già in atto chiede“l'impeachment del presidente Trump per una serie di questioni problematiche in cui lui e la sua seconda amministrazione sono stati coinvolti da quando sono saliti al potere, come spiegato da una organizzazione no-profit”( Blackout the System) nella sua dichiarazione e prosegue “"Gli attacchi contro gli immigrati, i tagli alle pensioni dei veterani, l'indebolimento dei sistemi sanitari, il degrado delle scuole e dell'istruzione pubblica e le riduzioni dei programmi essenziali di assistenza alimentare hanno gettato i più vulnerabili tra noi nella disperazione". Per cui Trump aveva assolutamente bisogno di un successo in tempi brevi su scala internazionale per recuperare consensi ed evitare il rischio dell’impeachment. Invece la sua arroganza e insipienza gli hanno portato solo disgrazie: la non vittoria in Iran. Una guerra che l’opinione pubblica domestica e internazionale non volevano. Tutte le promesse fatte in campagna elettorale sono state disattese. La disastrosa politica dei dazi e l’inflazione che falcidiano l’economia interna. Mentre il nemico numero 1 (la Cina) siede sulla sponda del fiume in attesa del suo cadavere politico. Ma siamo sempre sugli aspetti della sovrastruttura politica, sulle deficienze del presidente aggravate da una patologia narcisistica di uso del potere che ha pochi uguali nella pur drammatica galleria degli imperialisti più malvagi.

Per arrivare al nocciolo della questione bisogna partire dalle solite fondamenta economiche. Gli Usa da anni vivono una situazione economica grave. L’arrivo di Trump non ha fatto altro che accompagnarla verso il baratro. Con la sua politica dei dazi, con la quale avrebbe dovuto azzerare il deficit della bilancia dei pagamenti con l’estero, oltre a creare un disastro sui mercati mondiali, rendendo difficili gli scambi commerciali e quindi la realizzazione dei profitti, ha danneggiato più l’economia interna di quelle internazionali che avrebbe dovuto penalizzare. Nella sua follia di incompetente in termini di economia capitalistica, ha simulato fraudolentemente che, grazie alla sua “strategia dei dazi”, sarebbero arrivati nelle casse dello Stato miliardi di dollari a palate. Vero, ma dimenticandosi che quasi l’ 80% di quei miliardi sono stati pagati dagli operatori economici americani che di quelle merci, semilavorati e materie prime strategiche che per l’economia americana devono essere comprati comunque e a qualunque prezzo, anche se aumentato dai dazi all'importazione.

Conclusione, la bilancia dei pagamenti con l’estero, che aveva un disavanzo di 2 mila miliardi di dollari, ora è aumentata di 500 miliardi di dollari. Come effetto collaterale, è aumentata l’inflazione (3,6% a marzo e per il prossimo anno si arriverebbe al 4,8%. La benzina è aumentata del 21,2% e per il carrello della spesa si supera il 25% ), si sono contratti i consumi interni, l’economia è stagnante e la disoccupazione aumenta. Con una economia di guerra che comprende anche le spese per sostenere le campagne mediorientali di Israele e l’attuale aggressione all’Iran,il deficit pubblico è schizzato alla iperbolica cifra di 4 mila miliardi di dollari. I titoli pubblici emessi dalla Federal Bank sono saliti di valore, gonfiando il servizio sul debito già in precedenza insostenibile. Il flusso di capitali verso l’economia americana, invece di crescere, come sperava Trump, sta prendendo altre strade e il dollaro perde valore nei confronti della altre divise, riducendo il suo ruolo di bene di rifugio e, quindi, di collettore di capitali speculativi e di investimento.

All’interno di questo quadro si colloca la guerra con l’Iran, con i suoi costi e con il pericolo che più la guerra si prolunga nel tempo e più le condizioni economiche degli Usa si aggraverebbero.

Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), gli Stati Uniti spendono circa 1,4 miliardi di dollari al giorno in una guerra che, più a lungo dura, più li danneggia. Il Washington Post ha calcolato che i costi sostenuti sino all’annuncio del cessate il fuoco superano i 40 miliardi di dollari. Se a questo si sommano i debiti e i deficit dell’attuale Amministrazione possiamo capire due cose. La prima è che le condizioni in cui versa l’economia americana non sono certamente floride. La struttura produttiva è stagnante e gli unici settori che fanno profitti, a parte quelli petroliferi, sono quelli legati alla produzione delle armi e al loro indotto. La seconda, che in parte deriva dalla prima recita:quello che è fatto è fatto, ma per l’imminente futuro tutte le energie politiche, finanziarie e strategiche devono essere orientate verso il vero e unico obiettivo che si chiama “pericolo cinese”. Ma Il “versatile” Trump ha anche aggiunto l’ennesima minaccia: “senza accordi condivisi ci saranno nuovi e devastanti attacchi”, ma , per il momento, con la cessazione del fuoco e gli impossibili negoziati di Islamabad, si riorganizzano le idee anche se per pochi attimi.

Infatti i negoziati si sono bruscamente interrotti il 12 aprile '26 con l’abbandono del tavolo delle trattative da parte di Vance e con le solite accuse reciproche accompagnate dal solito sorprendente commento del Tycoon: il raggiungimento o meno di un accordo con Teheran “non fa differenza” ,perché gli Stati Uniti “hanno già vinto”. Nel frattempo è costretto ad inviare navi nello stretto di Hormuz per una sorta di blocco navale con lo scopo di controllare e garantire la viabilità alle petroliere americane. Nonostante questo (o proprio per questo), la Cina manda una sua petroliera, la Rich Starry, nello stesso tesissimo stretto di Hormuz, sfidando le 15 navi da guerra americane, rischiando così il contatto ravvicinato. E questa volta Inghilterra e Francia si muovono al di fuori e contro l’operato di Trump. Le cronache (15/4/'26) raccontano che il presidente francese Macron ha definito l'iniziativa come “strettamente difensiva” e separata da qualsiasi operazione americana, mentre Starmer ha affermato “che la Gran Bretagna non si adeguerà al blocco navale di Trump”. Questo suggerisce che Parigi e Londra stiano cercando di costruire una iniziativa autonoma contro le linee strategiche legate agli interessi americani, e il cerchio di fuoco si allarga.

Lo scenario delle tensioni imperialistiche sta diventando dunque sempre più inquietante. Le aree coinvolte in conflitti si allargano e si intensificano, gli interessi economici diventano imprescindibili, le lotte dei dazi, quelle finanziarie e di rifinanziamento bellico, Europa compresa, crescono geometricamente. Le menzogne pacifiste si sgretolano di fronte alla barbarie delle guerre in atto. La crisi economica che è alla base di tutti questi fenomeni non tende a diminuire e, proprio per questo, gli unici investimenti che l’economia capitalista è in grado di fare vanno verso le industrie belliche. Siamo in presenza di una economia che, per sopravvivere, è costretta a tagliare le previdenze sociali, a mantenere i salari più bassi possibili, a contenere le spese per le pensioni e per la sanità. In altri termini, questa economia in crisi ha bisogno di convogliare capitali per finanziare gli strumenti della guerra per conquistare spazi economici, le aree delle materie prime strategiche ed energetiche. Ha altresì bisogno di controllare tutte le vie di commercializzazione, di dominare i mari come gli spazi aerei. Ha bisogno di distruggere per ricostruire e, soprattutto, ha bisogno che il proletariato internazionale continui ad essere una duttile arma nelle sue mani sporche di sangue. A quando allora il popolo internazionale dei proletari rialzerà la testa per fermare questa disumana mattanza che viene perpetrata in nome di interessi imperialistici così palesi da non nascondersi più solo dietro le solite, ma ancora funzionanti, ideologie del nazionalismo, della difesa degli interessi economici nazionali per il “bene collettivo”, in nome del dio di turno o della sopravvivenza minacciata? Per tacere sulle fantomatiche difese delle false democrazie occidentali. Si attacca, si uccide, si distrugge e basta. Quando la classe ritroverà la strada dei suoi interessi che sono alternativi e inconciliabili con quelli del capitale? Solo quando uscirà dalla ragnatela borghese che la imbriglia. Quando si organizzerà politicamente e strategicamente nel suo partito rivoluzionario, quando la barbarie capitalista farà esplodere, oltre alle guerre, le sue contraddizioni sociali. Ma nulla avviene per spontaneità, per idealistici meccanicismi o per “voleri divini”. Perché questo “quando” possa arrivare bisogna lavorarci, anche se controcorrente, e a partire da subito.

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15/04/26

Primo episodio.

Israele ha attaccato l’Iran nella notte del 13 giugno. Forti bombardamenti a Teheran e in ben altre sette città e colpiti sei siti nucleari, che rappresentano il vero obiettivo dell’assalto. Al momento si lamentano “solo” pochi morti 79 e 350 feriti. Tra le vittime, il capo delle guardie della rivoluzione Salami, il capo delle forze armate, Bagheri e due scienziati del programma per l’arricchimento dell’uranio. Poi si arriverà ad un numero di morti attorno al migliaio e uccisioni mirate come quelle di Khamenei, del capo dei Pasdaran e di altri alti personaggi del regime. Come si nota gli obiettivi umani e strumentali sono stati individuati per tempo, colpiti ed affondati. Secondo le dichiarazioni del governo israeliano l’attacco non è stato un episodio “necessario” ma un vero e proprio atto di guerra che durerà a lungo. L’iniziativa israeliana giunge dopo che l’esercito di Netanyahu ha reciso o seriamente indebolito tutti i tentacoli jihadisti legati a Teheran: Hamas, Hezbollah,il governo alawita di Bashar el Assad in Siria e altri gruppi in Iraq. Nelle operazioni militari precedenti Tel Aviv, con l’aiuto di Washington aveva distrutto i sistemi difensivi iraniani, il resto dell’indebolimento lo hanno fatto le sanzioni. Questo era il momento di attaccare (grandi manifestazioni di massa contro il regime) e questo è stato fatto. Inizialmente l’alleato Trump ha dichiarato impunemente di non sapere nulla dell’attacco, per poi correggere il tiro, come al solito, ammettendo (fonte Fox News) “di essere stato avvisato in anticipo da Israele dei raid compiuti contro i siti nucleari”. Completando la sua dichiarazione con: ''L'Iran non può avere la bomba nucleare''. Come da programma il duo imperialista israeliano-americano ha tentato di chiudere il cerchio nella ridefinizione dei rapporti di forza in Medio oriente, anche se la questione bellica non è assolutamente finita.

Il che la dice lunga sul fatto che Israele ha colpito al cuore il suo nemico mortale mentre Trump ha operativamente lasciato che ciò accadesse con l’obiettivo di indebolire l’Iran, il suo programma nucleare e, per legge transitiva, i suoi alleati russi e cinesi. La Russia riceveva da Teheran gli equipaggiamenti bellici di droni, mentre la Cina acquistava dall’Iran il 90% del suo petrolio. In più l’Iran forma (e per gli Usa è il dato più rilevante) la terza componente della triade imperialista orientale accanto a Russia e Cina. E’ più che evidente che la mossa di Israele sia stata concordata con Trump e che si siano valutate anche le conseguenze sui rapporti imperialistici internazionali. Tutti parlano di pace ma gli episodi di guerra si moltiplicano minacciando un conflitto globale. Anche il progetto di accordi tra Cina e Usa sui dazi e sulle esportazioni cinesi delle “terre rare” verso l’America sono sull’orlo del fallimento. Netanyahu afferma che l’attacco si è reso necessario per la sopravvivenza del suo paese, Trump lo appoggia per costringere la Repubblica degli ayatollah ad addivenire ad un accordo sul nucleare per la “pace” nel mondo, mentre entrambi sono alla base della crisi del Medio oriente coinvolgendo tutti i paesi petroliferi dell’area, compresa l’Arabia saudita. Iran, Russia e Cina da tempo, con le loro navi da guerra, stazionano all’ingresso del Mar Rosso sostenendo gli Houthi e mostrando “discretamente” i muscoli in una delle aree nodali delle vie di maggiore commercializzazione marittima ma senza intervenire direttamente. Siamo solo agli inizi perché certamente l’Iran, pur senza l’appoggio diretto di Russia e Cina, risponderà a Israele rischiando di mettere ulteriormente in crisi l’intera area attorno allo stretto di Hormuz, mettendo a rischio il ruolo antagonista dei BRICS di cui fanno parte, oltre all’Iran, la Cina, la Russia, il Brasile e L’india.

Mentre Israele, nel quasi silenzio totale dell’Occidente, porta impunemente a compimento la sua opera di genocidio e di pulizia etnica. Mentre Usa e Cina si confrontano con un enorme dispiegamento di forze navali nello stretto di Taiwan. Mentre la Russia continua a colpire l’Ucraina nel tentativo di strappare più territori possibili a Kiev, gli Stati Uniti hanno pronti i piani per invadere, se ci riescono, Panama e Groenlandia, dopo aver minacciato il Canada. "Credo che gli americani vogliono che il Pentagono abbia piani pronti per qualsiasi cosa", ha detto il segretario alla Difesa Pete Hegseth rispondendo alla domanda di un deputato durante un'audizione alla Camera, “non escludendo un'azione militare per invadere Panama e la Groenlandia, verso le quali Donald Trump più volte ha espresso mire espansionistiche”, ma a queste dichiarazioni vanno prese con il beneficio d’inventario data la fonte, nonostante che siano state dette con la determinazione del voglio e potrei anche farlo. (Adnkronos) Poi le mire di Usa e di Israele si sono spostate verso l’Iran, verso un obiettivo più strategico, attaccandola militarmente.

In quel quel momento, a parte una replica “telefonata” dell'Iran a cui Israele non ha risposto, Cina e Russia, pur condannando duramente gli attacchi israeliano-americani in Iran, non sono direttamente intervenute, lasciando che le cose rimanessero come stavano dopo l’attacco. Il che non significa che le tensioni tra le centrali imperialiste siano in via di rallentamento. E’ più probabile che gli aspetti contingenti (Russia) e strategici (Cina) abbiano avuto il sopravvento. La Russia non ha portato ancora a compimento la sua opera di predazione in Ucraina, ed è in difficoltà economiche al limite della recessione. In aggiunta sul fronte del Donbass si combatte ancora e gli aiuti a Zelenskyj, anche se a singhiozzo continuano ad arrivare sia da parte americana che da alcuni paesi europei (90 miliardi di euro). Per cui Putin ha ritenuto opportuno difendere il suo alleato iraniano con denunce sulla violazione del diritto internazionale e con qualche invio di missili sottobanco, ma senza esporsi in prima persona. Per la Cina vale un discorso più complesso. Xi ha due obiettivi da raggiungere: quello di annettere l’isola di Taiwan entro il “27”,Queste le sue dichiarazioni ufficiali, e di superare economicamente e finanziariamente gli Usa entro il “35”. Per entrambi i casi Xi è consapevole che la loro presunta realizzazione non può che passare attraverso uno scontro diretto con gli Usa e per questo sta lavorando e concentrando gli sforzi militari attorno all’isola in questione e in tutto l’Indo Pacifico. Quindi, per il momento, l’alleato Iran può aspettare e incamerare solo la solidarietà come nel caso russo, poi si vedrà. Le alleanze imperialiste, anche quelle apparentemente più ferree, possono crescere, rallentare o sciogliersi a seconda delle necessità dell’alleato più forte. Non a caso la Cina sta lavorando da anni con l’Arabia saudita e gli Emirati del Golfo sul piano degli armamenti e delle infrastrutture con Riyadh e Doha in chiave anti americana e il suo “patto di Abramo”.

Ma i tentennamenti sembrerebbero finiti con la presenza di navi militari cinesi e russe che appoggiano quelle iraniane nello stretto di Hormuz, qualora si voglia andare oltre la semplice deterrenza, ma non è detto per le ragioni di cui sopra. (giugno 26)

Seguendo da vicino la pantomima degli Usa sulle possibilità di un processo di pacificazione nell’area del Golfo persico il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “pronti”.”Affinché i colloqui possano effettivamente portare a qualcosa di significativo. Gli iraniani dovranno includere nel pacchetto delle trattative la riduzione della gittata dei loro missili balistici, cessare il loro sostegno alle organizzazioni terroristiche (Hamas,Hezbollah ecc..) e modificare il trattamento sul loro stesso popolo”, ha detto Rubio ai giornalisti. 18/02/26. Intanto tutti i negoziati da Ginevra in poi si sono rivelati inutili date le posizioni inconciliabili. Quella guerra dei 12 giorni fu giustificata da Tel Aviv dal presunto sviluppo di armi nucleari in Iran, un monito affinché alle armi della diplomazia si sostituissero, il prima possibile, le armi vere. Israele nel frattempo continuava a completare il suo piano della “grande Israele”, non solo annientando completamente Gaza nonostante il cessate il fuoco ufficialmente dichiarato, ma minacciando e scacciando i palestinesi dalla Cisgiordania con la complicità militare dell’esercito e quella politica dell’alleato americano. Tornando all’Iran, al momento le parti sembrano avere visioni completamente opposte e inconciliabili e la Repubblica islamica non può assolutamente cedere sulla sua sicurezza interna. Inoltre, Israele continua a premere affinché gli Stati Uniti non facciano concessioni su problemi precedentemente esposti da Rubio, in primis la questione nucleare. La mediazione finge di proseguire, i negoziatori (Trump) si dicono soddisfatti degli sviluppi,ma anche a giugno prima dell’attacco si dialogava e la situazione sembrava volgere al meglio. Fu proprio in quel contesto che Tel Aviv attaccò, due giorni prima di un round negoziale già in programma. Poi le cose sono precipitate. In un discorso pronunciato in concomitanza con l'avvio dei colloqui fra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, si è rivolto pesantemente a Donald Trump minacciandolo di ritorsioni in caso di attacco. Esistevano tutti i presupposti perché la farsa delle negoziazioni lasciasse il campo per una seconda invasione. A margine si ha la notizia che Teheran stava stabilendo un accordo con Pechino per l'acquisto di missili da crociera antinave CM-302.

Venerdì, April 17, 2026