A che punto è la guerra in Medio Oriente

Trump non aveva ancora finito di confezionare la sua ennesima fake news sulla vittoria contro l’Iran - dopo averla costretta ad accettare un cessate il fuoco in vista di una tregua di 60 giorni, precondizione per una pace definitiva - che i fatti gli si sono, come al solito, rivoltati contro. Al più deriso e preoccupante presidente degli stati Uniti occorreva una una vittoria in campo internazionale da presentare alla sua opinione pubblica come trofeo in grado di recuperare tutti quei consensi che sono letteralmente spariti all’interno del suo elettorato e persino,in parte, tra le fila dello stesso partito repubblicano. L’alleanza con il suo compagno di merende Netanyahu, il rapimento Maduro, di cui non si è saputo più nulla, le minacce al Canada, a Cuba, alla Groenlandia e la disastrosa guerra contro l’Iran hanno fatto scendere il suo indice di gradimento ai minimi storici. Un gigantesco fallimento? Sì certo, ma andiamo al nocciolo della questione.

Inizialmente l’unico aspetto positivo è stata la riapertura dello stretto di Hormuz che, peraltro, chiuso completamente non lo è mai stato, con la temporanea soddisfazione di Giappone, Pakistan e Cina, che riprenderebbero i flussi di approvvigionamento petrolifero e gassoso, e con grande scorno degli Usa, che vantano di averlo reso praticabile (lo era anche prima della guerra voluta da Trump...) ma con la subitanea richiusura per il comportamento di Israele. Infatti Trump ha concedere alla Repubblica degli Ayatollah che i successivi colloqui di pace prevedono come punto fermo e irrinunciabile la cessazione dei bombardamenti sul Libano, senza il quale nessun passo in avanti sarebbe stato possibile.

Un altro punto concesso è l’allentamento delle sanzioni e la promessa di investimenti americani pari a 300 miliardi di dollari nelle strutture produttive iraniane, più 13 miliardi dollari, di cui 6 subito, sbloccati dai depositi all'estero, appartenenti al governo di Teheran. Bella vittoria, non c’è che dire!! Nei supposti 60 giorni di ripresa dei colloqui sul tema centrale dell’uranio e della costruzione della bomba atomica forse Teheran ne riparlerà. Intanto Israele che, nonostante il divieto americano, continua a bombardare il sud del libano, sta affossando sin dall’inizio le fondamenta della traballante proposta di accordo tra Usa e Iran. E come se non bastasse, l’obiettivo strombazzato di Trump di eliminare l’attuale governo degli Ayatollah sostenuto dai Pasdaran, per sostituirlo con una coalizione di governo che veda la presenza di forze dell’opposizione favorevoli ad un riavvicinamento con gli Usa, non solo non si è realizzato, ma ha creato le condizioni opposte. A parte che un buon numero di oppositori era già stato fisicamente eliminato, con gli attacchi israelo- americani contro l’Iran, gran parte della popolazione, in una sorta di fusione nazionalistica interclassista, ha fatto quadrato attorno al regime, pur di opporsi all’odiato nemico di sempre. Anche i più grandi imperialismi possono commettere errori di portata internazionale, soprattutto se alla loro guida ci sono personaggi dalla statura, minima, come quella Trump. Ma non è questo il punto. Dietro questo fallimento c’è dell’altro. Le ragioni della sconfitta americana sono in bella evidenza, come il biondo ciuffo del suo presidente. Pur avendo di fronte un nemico nettamente più debole e di fianco un alleato piccolo, ma mortalmente efficace, l’imperialismo americano ha avuto poca efficacia nel suo apparato militare, quello che tutti gli altri imperialismi temono. I bombardamenti sui presunti luoghi di arricchimento dell’uranio si sono rivelati non all’altezza, perché le bombe di profondità che avrebbero dovuto distruggere gli impianti, si sono fermate ben al di sopra del livello in cui erano nascosti. Nonostante che, dopo i primi bombardamenti, Trump avesse ufficialmente dichiarato che le basi nucleari iraniane erano state irrimediabilmente distrutte, ha dovuto ripetere l’operazione ma con il medesimo risultato. Il contro-blocco navale americano, con ben 15 navi da guerra, che avrebbe dovuto consentire la percorribilità dello stretto di Hormuz, mettendo in difficoltà militare quello dei barchini iraniani, si è dimostrato un flop. Per lo sminamento il Pentagono ha chiesto l’aiuto delle navi europee, non avendone a disposizione nella sua pur potente flotta navale. Trump pensava che la superiorità tecnica dell’esercito militare americano avesse ragione di quello iraniano nello spazio di una settimana. Così da risolvere il problema in un battito di ciglia e di potere, finalmente, ottenere quel successo internazionale a cui fortemente ambiva per ragioni di prestigio e di recupero di una precaria popolarità che sta per intaccare, e in parte già intaccato, anche il suo popolo MAGA. Niente di tutto questo e al presidente più impopolare e incapace nella storia degli Stati Uniti non è rimasto che inventarsi un “cessate il fuoco”, mai rispettato, per prendere tempo sia con l'avversario diretto, sia con il suo riottoso alleato, che fin da subito aveva dichiarato di non mollare la preda libanese e di continuare i bombardamenti sul sud del Libano e anche su quello che resta della Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

In compenso, come “valore aggiunto”, Trump ha visto gli alleati del Patto di Abramo subire pesanti bombardamenti a causa della presenza delle sue basi militari, costringendoli a guardare con interesse al neonato Patto di Maometto, ritenendo che l’alleato americano non fosse, per i loro interessi di parte, sufficientemente affidabile. Infatti, dopo i bombardamenti subiti e sotto la spinta di Bin Salman dell'Arabia Saudita, anch’essa colpita dai missili di Teheran ed ex principale alleato di Washington, è nato il Patto di Maometto, con l’adesione di Egitto, Turchia, Pakistan. La giustificazione è stata quella di opporsi al Patto di Abramo voluto da Trump per costringerli ad una innaturale alleanza con lo stato di Israele, perché gli “Usa hanno dimostrato di non essere più un paese politicamente affidabile”. (15/06/26 fonte ISPI). Intanto, con la temporanea riapertura dello stretto, chi ne trarrebbe il maggior giovamento è la Cina di Xi, che ha bisogno del petrolio iraniano come del pane, anche se buona parte dell'approvvigionamento arriva comunque per pipeline via terra. Non a caso, alla conclusione del summit di Pechino, Xi aveva denunciato Trump di aver violato il diritto internazionale, attaccando l’Iran, e di essere il responsabile del disastro della chiusura di Hormuz, e poi richiusa dopo il rifiuto di Israele di ottemperare alla cessazione dei bombardamenti sul Libano, e concludendo che, se “la questione di Taiwan non verrà trattata nei giusti modi, potrà essere la causa di uno scontro diretto con gli Usa”. Trump anche allora ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco: perché?

La spiegazione è molto semplice. Il maggiore imperialismo presente sulla scena bellica mondiale che ha contribuito ad un simile disastro in Medio oriente possiede spalle larghe, ma poggia su piedi d’argilla. Nonostante un apparato militare di primissimo ordine, le guerre scatenate dal presidente, la sua alleanza con Israele, pur al netto dei suoi deficit cognitivi e comportamentali, hanno fatto nascere un'opposizione al suo mandato e che trova le sue vere radici in una fallimentare politica economica. L'inflazione galoppa, il dollaro perde valore e quindi,le irrinunciabili capacità attrattive di ingenti capitali esteri verso la speculazione sul biglietto verde e sugli asset americani sono cadute verticalmente. Il debito pubblico è arrivato a superare i 40 mila miliardi di $, cifra mai raggiunta nella pluricentenaria storia americana (250 anni appena compiuti). La politica dei dazi ha provocato falle incolmabili nei settori produttivi e l’inizio dell’impiego della AI sta già producendo una disoccupazione che finirà per essere endemica per la classe lavoratrice. I salari sono fermi da anni e il fermento cresce tra i lavoratori, anche tra quelli che si illusero votandolo. Mentre il suo antagonista principale, la Cina, pur soffrendo degli stessi mali economici legati alla crisi mondiale del capitalismo, mantiene una rotta più alta, soprattutto nei settori ad alta tecnologia, come la produzione di auto elettriche,l’applicazione della AI nei settori della produzione avanzata e del pubblico impiego, l’uso dei robot nelle fabbriche primarie.[ al riguardo guardare l'ultimo numero di Prometeo N° 35]. Tutto ciò è possibile essendo la prima potenza al mondo ad avere le condizioni per vincere la corsa verso l’impiego della più rivoluzionaria innovazione tecnologica. La Cina può godere infatti di tutti i vantaggi che produttivamente le consentono di abbassare i costi e i tempi di produzione nonché di ridurre il tempo necessario a produrre il valore del salario a quelli rimasti nelle fabbriche guadagnando degli enormi sovra profitti. Anche se la questione disoccupazione avrà delle conseguenze incalcolabili, ma al capitalismo cinese come a tutti i capitalismi del mondo, la cecità procurata dal profitto, tanto e subito, non calcola le conseguenze sul mondo del lavoro e se le calcola lo fa nel modo repressivo come è sempre successo.

Ragione per cui gli Usa sono stati costretti da un lato a colpire gli alleati del suo principale avversario (vedi Russia, Venezuela, Iran, tutti esportatori di petrolio verso le assetate fabbriche cinesi, e minacciare Cuba in quanto pedina strategica di primaria importanza nel mar dei Caraibi, un tempo piscina americana e oggi appetito baluardo degli imperialismi russo e cinese ) e dall’altro a contenere le spese militari per concentrare il tutto verso il contenimento della potenza nascente di Pechino con cui, prima o poi, dovrà fare i conti. Sembra incredibile, ma le spese di guerra sostenute dagli Usa per aiutare l’alleato israeliano e per tentare di mettere in ginocchio l’economia e il regime iraniano costano a Trump più di quanto il suo debito pubblico e i vari deficit economici gli possano consentire, per cui, fallito il tentativo di annientare l’avversario secondario, l’Iran, Trump si è recato a Pechino con il cappello in mano, armato da buone intenzioni con “l’amico e partner” Xi, per riprendere fiato, per interrompere la spirale di guerra con l’Iran e concentrare energie finanziarie,economiche e le strategie politiche per contrapporsi al suo “amico” mortale Xi, che lo sta superando in tutti i campi dell’economia e in un prossimo futuro anche della finanza, spendendo molto meno in conflitti devastanti per chi li subisce, ma poco remunerativi sul terreno imperialistico per chi li pratica. [a questo riguardo vedere il N° 35 di Prometeo]

Questo è al momento la situazione creatasi in Medio Oriente. Morte, devastazioni, arroganza politica e militare. Uso dei vari proletariati come la solita carne da macello. Proletari contro proletari che si combattono gli uni contro gli altri in una guerra mortalmente fratricida. E’ l'ora che si incominci ad invertire il corso della storia e delle sue crisi che portano alle infami guerre. E’ ora che i proletari di tutto il mondo si pongano come argine a questo immane e inumano disastro, combattendo, sì, ma contro il capitalismo che li costringe ad essere l’elemento soggettivo delle guerre. Contro le rispettive borghesie e l’apparato politico che gestiscono, che fanno credere necessarie le guerre ai proletari che le combattono, in nome di interessi e ideologie che non sono i loro. Siamo in una fase storica nella quale il capitalismo mondiale è entrato in una fase di crisi permanente, di declino economico e di putrescenza sociale. Le crisi si susseguono alle crisi, la guerre partoriscono altre guerre in un mortale scontro tra interessi imperialistici. E’ ora che tutto questo finisca, ma occorre che la classe lavoratrice diventi protagonista di se stessa, unendosi alle avanguardie rivoluzionarie, diventando l’ariete in grado di abbattere questo infame modo di produrre e di distribuire la ricchezza socialmente prodotta, che si presenta come la più terribile delle triadi: capitalismo-crisi-guerre.

20/06/26

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Lunedì, June 22, 2026