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Mistificazioni e imbrogli
Ci fu un tempo in cui, nella storia degli uomini, apparve il sole e la luce del giorno rischiarò le teste. L'oppressione fu messa in un cantuccio. La nuova vita si stagliò all'orizzonte accecante come non mai. La Costituzione repubblicana, il nuovo Talmund, genuflesse milioni di uomini di buona volontà nella sua adorazione/odorazione. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” (Art. 2). Poi con l'art. 3 facciamo un salto nel passato, sebbene esso, almeno nelle questioni di principio, ovvero di potere, riemerga sempre; in questo caso il salto a ritroso avviene per ben due volte: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua di religione di opinioni politiche di condizioni personali e sociali.” Questo è il passato prossimo della Costituzione più bella del mondo, siamo nel 1948.
La “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” all'art. 1 recita: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune”. E qui il passato è più lontano nel tempo, andiamo alla rivoluzione francese del 1789. Ma, per completare il quadro, invero così ributtante, come non ricordarsi dell'altro sommo capolavoro: “La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, votata il 10 dicembre 1948 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU). Il più alto consesso di cui il genere umano si è dotato per sancire, con tutti gli onori, “Il Regno del capitale sul lavoro”, nel mondo. Il capolavoro della disuguaglianza spacciato per il suo contrario.
L'articolo 2 ripropone le fandonie degli stessi diritti (borghesi) già citati sopra: «Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.». L'abbiamo, non ce ne vogliano i lettori, riportato per intero perché è un capolavoro che viene universalmente, e come sennò?, spacciato come il più alto principio di uguaglianza e non discriminazione che mai menti “universali” abbiano potuto partorire dopo lungo travaglio. Senza bisogno di spaccare in quattro ogni parola per analizzarla, ogni singola vocale o consonante afferma il contrario. Altrimenti, che capolavoro sarebbe.
Intanto, ancor prima di entrare in questa giungla di serpenti velenosi, vogliamo prima di tutto sottolineare come la più evoluta (dichiarazione) sia la “meno evoluta”, non foss'altro, principalmente, che, ad oggi, dopo quasi due secoli e mezzo, nessun passo avanti si è fatto, anzi. Mentre nel 1789 non compare mai la parola “razza”, e questa fu una scelta consapevole e fortemente voluta dai rivoluzionari d'allora, nel 1948, viene introdotta sia nella Costituzione, sia dall'Assemblea Generale dell'Onu. Ed è tutt'ora lì a far bella mostra di sé. La giustificazione, a grandi linee, di filosofi, sociologi, antropologi, intellettuali e brodaglia varia, di cui portiamo un grande irrispettoso rispetto, attiene al fatto che il “concetto di razza viene usato come costrutto sociale”. Ora, dal punto di vista biologico, (almeno su questo la scienza è unanime) le “razze” umane non esistono, e laddove esistono di solito brucano i Trump i Salvini e animali (ma forse bestie sarebbe più appropriato) della stessa “razza”, ovvero i rappresentanti della borghesia fascistoide e razzista, appunto. La famosa “razza bianca” che si eleva a classe dominante con la forza del dominio del capitale che si staglia di fronte al proletariato come un Moloch.
Naturalmente le stesse cose avvengono anche con le meno famose “razze di altri colori”. I capitalisti neri africani o in qualsiasi altra parte del mondo non sono diversi in nulla dai capitalisti occidentali. Le fondamenta su cui poggiano entrambi sono dello stesso identico colore, o se preferite, lo stesso profumo: quello dei soldi. Beh poi è ovvio che a parità di profumo, quello dei “bianchi” è più nobile. Sono entrambi della stessa “razza capitalista”. Il processo materiale di produzione capitalistico genera un processo senza fine merci, genera capitale, produce quindi plusvalore che rigenera capitale che si accresce, che si accumula. In concomitanza, si direbbe oggi, questo processo di produzione produce merci materiali e merci con cui si inebriano le classi dominati. Sì, perché anche la produzione di idee nella società capitalista deve avvenire alla stessa stregua della produzione di oggetti tangibili che chiamiamo merci. Per rendere meglio l'idea basterebbe ricordarsi di uno dei capisaldi della società dei consumi, ovvero borghese, che negli anni passati era di dominio pubblico ma che oggi è quasi dimenticata: la pubblicità è l'anima del commercio. Ebbene, il soggiogamento del proletariato oltre alle condizioni materiali di esistenza, schiavitù del lavoro salariato, passa anche attraverso la “produzione” delle idee delle classi dominanti che fungono da anima del suo dominio ideologico. Ecco quindi che anche la “produzione” delle idee sulle razze non sono avulse dal dominio della classe dominante.
Pertanto, anche la questione delle “razze” nella larga parte del mondo, viene usata per perpetuare le discriminazioni e le disuguaglianze a tutti i livelli, e in ogni sfera sia sociale che economica. Perché a scavare bene, in tutto questo “panegirico” sulle razze, diversità, razzismi e via dicendo, si va sempre a parare in quelli che sono i rapporti di produzione, economici e sociali, al cui piano superiore vi è tutta la sovrastruttura, ideologica, culturale della borghesia in cui l'imbroglio gioca le sue carte. E, a proposito di carte, per esempio, soprattutto negli anni sessanta/settanta, principalmente, del secolo scorso, in maniera particolare nelle stazioni, c'era sempre qualche gruppo che sbarcava il lunario con il gioco delle tre carte. L'imbroglio, seppur conosciuto, funzionava quasi sempre. Come d'altronde funzionano gli imbrogli dello stato biscazziere con le varie lotterie.
E naturalmente funzionano anche tutti gli altri “imbrogli” sociali di prestidigitazione: credi di aver visto una carta, ma è solo un'illusione, la realtà è un'altra, ma è avvolta da una fumosa nebbia. Ad esempio, quando gli operai erano “ignoranti” chiamavano i capitalisti col loro vero nome: aguzzini, padroni, sfruttatori. Le cose poi, pian piano, si sono modificate, quindi il padrone è diventato prima “principale” e, oggi, lo si chiama correntemente datore di lavoro, e le sue organizzazioni, “associazioni datoriali”. E qui abbiamo il ribaltamento, con i piedi che prendono il posto della testa e viceversa. Infatti colui che prende, che si impossessa del lavoro altrui, il padrone, si chiama “datore”. Colui che dà; l'operaio, il proletario, che dà il proprio lavoro all'interno del quale vi è il plusvalore o pluslavoro, è colui che “prende”. Già Engels nella prefazione del primo libro del Capitale se la prendeva con gli economisti tedeschi per quel tipo di “linguaggio astruso” (Si era gli albori dei “moderni” economisti); e diceva inoltre: «... a buon diritto i francesi riterrebbero pazzo l’economista che volesse chiamare donneur de travail il capitalista, e receveur de travail l’operaio.»1 Ma non è finita qui. Perché lo sfruttamento, sempre nel pensiero e linguaggio corrente, sempre più astruso, enigmatico e sibillino, si ha solo quando il padrone capitalista viene meno alla sua empatia; quando la sua “cattiveria”, il suo egoismo e il suo attaccamento al vil denaro, che deriva dal vil profitto, eccedono, debordano oltre le regole del “giusto sfruttamento”. Ovvero, in ultima analisi, dell'uguaglianza tra pari, capitalista e proletario che si fissa nel famoso “do ut des” (io do affinché tu dia), che però, piccolo inciso, pari non sono affatto. Perché il solito coltello, non dalla parte del manico, che già di per sé è un enorme vantaggio, ma proprio il coltello, ce l'ha il padrone, e chiunque capisce che è una lotta impari. Altro che pari sono!
Questo linguaggio di cui sopra, viene codificato dalle leggi e dai contratti. In una parola dal diritto. Il diritto, eccola la parolina magica di cui tutti si riempiono la bocca, il che sarebbe il meno, perché ad essere riempito è il cervello sociale a cui tutti si conformano, che, ricordiamolo, è il diritto del più forte, ovvero la “carta” non fa che sancire il suo potere. Quindi vi è sfruttamento, solo e soltanto quando si esce fuori dalle regole, del diritto: è sfruttamento quando vi è lavoro in nero, quando non si rispettano i contratti, quando si fanno contratti fasulli (pirata). Si ha sfruttamento sui rider, sui braccianti, o, come è successo in questi giorni di maggio, il mese mariano dedicato alla madonna, quando nella Milano dalla bella gente, la Milano de “la bela Madunina”; quasi in pieno centro un migliaio di operai indiani è letteralmente costretto a lavorare per meno di 4 euro all'ora. La società, ah scusate, i “datori di lavoro”, (uauuu!), datori di lavoro: forse adesso si capisce meglio il ribaltamento del concetto. La società, dicevamo, è americana e questo spiega anche perché se ne strafottevano del mese mariano. Perché se li metti davanti alla scelta: o la borsa o la Madonna, la scelta ricade 10 volte su 10 sulla borsa. Americani sono. Ecco, questo è lo sfruttamento. Se invece ti capita di lavorare, se hai la “fortuna” di essere un dipendente di Stellantis o della Electrolux, allora non c'è sfruttamento, lì non vi è estorsione di plusvalore. Il profitto non sanno nemmeno cos'è. Gli svedesi poi, sono veramente brava gente, i migliori padroni del mondo, hanno un volto così umano che neanche un umano. Ed Elkan poi, anche loro, brava gente, famiglia esemplare. Ogni volta che si salutano: ciao, corrono il rischio di ammazzarsi, perché i loro “ciao”, sono proiettili. La madre Margherita gira col giubbotto antiproiettile. Insomma non sfruttano, ma, quando si tratta di licenziare, beh, non sono secondi a nessuno. Cosa non si fa per il bene dell'azienda. Si arriva persino a licenziare. Ah, questi padroni. Ma tranquilli: questi non sfruttano.
Quindi, per ritornare al rapporto di uguaglianza tra pari, ovvero tra capitale e lavoro, è chiaro che, mentre il salario riproduce i mezzi di conservazione e riproduzione della forza-lavoro, allo stesso tempo riproduce in continuazione capitale, perché solo con questo modo specifico della produzione capitalistica (comprese Stellantis ed Electrolux) si accresce e accumula il capitale: ovvero le catene per tenere al guinzaglio la classe degli sfruttati. Lo sfruttamento quindi, è insito al modo di produzione capitalistico: è il suo DNA. E questo è indipendente dal grado di sfruttamento più o meno intenso, o dalla percentuale di plusvalore relativo ed assoluto che viene estorto, o dalla brutalità, violenza o “dolcezza” con il quale questo avviene. È del pari però evidente, che il proletariato non deve mai venire meno alla sua lotta quotidiana contro il capitale per migliorare le proprie condizioni di vita ed esistenza, avendo, sempre come obiettivo fisso, il superamento di questa società indegna. Società che si regge sui sacri valori dello sfruttamento e del soggiogamento dei proletari. Questa è la vera religione dei porci borghesi. Guai quindi se ciò accadesse, guai se venisse meno alla lotta contro il capitale, perché ciò equivarrebbe, come diceva Marx, a trasformarsi in una massa amorfa di disperati.
E ritorniamo brevemente alle razze. Avevamo già scritto sopra a proposito delle costituzioni e dichiarazioni sui diritti umani che il concetto di razza viene usato come costrutto sociale. Sull'argomento vi sono centinaia di studi che ovviamente non prenderemo in considerazione. Qui ci interessa vedere le “tre carte”. L'uso del concetto di razza come costrutto sociale vi è chi lo fa risalire ad un articolo di Richard Lewontin (biologo e genetista statunitense, in “odore” di marxismo), ma in realtà non è così: «... _perché il concetto è stato affermato in modo_ perentorio in diverse dichiarazioni ufficiali dell'Unesco negli anni immediatamente successivi alla guerra».2
Ora quel che principalmente interessa è quest'evocazione continua alle razze, spacciandola per il suo contrario, e quindi lasciando sempre quella scia puzzolente che non siamo poi tutti uguali. Sì è vero, non ci sono diverse razze umane, però...
Sentite cosa dice l'intellighenzia nostrana, Accademia della Crusca, i detentori della “vera” lingua italiana, in riferimento alla parola razza. Prima di tutto bisogna precisare che le parole non sono avulse dal contesto nelle quali nascono, insomma per essere chiari, esse non nascono in una camera asettica, in una bolla di vetro distaccata dal mondo circostante; esse nascono e si formano, così come le loro interpretazioni, nell'ambito dell'ambiente nel quale “vivono”. E quest'ambiente, economico, sociale, i rapporti fra gli uomini, in una parola i rapporti di produzione, sono loro che determinano tutti i comportamenti umani, le ideologie e anche il linguaggio. Il “diritto” in fondo cos'è? È la “fissazione” del diritto delle classi dominanti, sennò che diritto sarebbe, e questo è fatto di parole e le sue interpretazioni sono quelle della classe dominante. Cosa vuol dire infatti quando Marx ed Engels affermavano, che chi detiene i mezzi della produzione materiale, detiene in pari tempo i mezzi della produzione intellettuale?
I rivoluzionari del 1789, influenzati dagli illuministi, non ci pensarono due volte a cancellare la parola razza, dalla Dichiarazione... volendo affermare con ciò la piena uguaglianza degli uomini. Era l'anticipo dell'assalto al cielo ovviamente. Per inciso razza non deriva dal latino “generatio”, o, sempre dal latino, “ratio”, ma dal francese antico haraz, che significa semplicemente “allevamento di cavalli,” una mandria, un branco. Non vogliamo qui, per ovvie ragioni approfondire l'argomento. Come non vogliamo entrare anche nel merito delle giustificazioni che portarono all'inclusione della parola razza nelle varie Dichiarazioni, compresa la Costituzione. Rimandiamo a un art. dell'Accademia della Crusca3, In questo articolo in sostanza si sostiene che la parola razza fu inserita nella costituzione proprio per negarla, che a dispetto del titolo dell'articolo (“Razza”, sinonimo di identità non umana), non c'entra nulla. Insomma la negazione della negazione, il solito “astruso” linguaggio. Che nasconde nelle pieghe il fatto che in fondo non siamo tutti uguali, ma c'è sempre qualcuno più uguale degli altri.
Ritorniamo all'Unesco sempre in riferimento alle razze, e bisogna dire che effettivamente l'istituzione dell'Onu, più volte ha ribadito che le razze umane dal punto di vista biologico non esistono. Stiamo, comunque parlando di una istituzione internazionale della borghesia mondiale che può anche “predicare bene” a suffragio del popolo. Ma basta solo guardare il preambolo della sua costituzione, per vedere quante corbellerie dice in poche parole. «I Governi degli Stati aderenti alla presente convenzione, a nome dei loro popoli dichiarano: Che le guerre nascono nell’animo degli uomini ed è l’animo degli uomini che deve essere educato alla difesa della pace.»
All'epoca della costituzione, 1945, gli stati aderenti erano 41; oggi sono 194 e tutti ne accettano l'atto costitutivo.
Quindi prendiamo atto che le guerre per tutti gli stati del mondo, meno uno, nascono solo per la mala educazione e il malanimo. Sembra di sentire Trotsky, che riportiamo per intero, perché è un passaggio che vale sempre la pena rileggere: «...gli artigiani e i contadini analfabeti del Medioevo avevano, come è noto, la strana passione di farsi uccidere per sottigliezze filologiche nelle rivelazioni di Giovanni Evangelista, come i dissidenti della chiesa russa si facevano sterminare per stabilire se ci si dovesse fare il segno della croce con due o con tre dita. In realtà, nel Medioevo come ora, dietro le formule simboliche si nascondeva una lotta di interessi vitali che è necessario individuare. Lo stesso versetto del Vangelo significava per gli uni servitù e per gli altri libertà.»4 E, pur nella tragedia di quei giorni, non poté che scatenarsi una fragorosa risata. La stessa risata con un'amplificazione di oltre un secolo e mezzo, per dire di come ci evolviamo.
Beh certo, l'animo, o l'anima in qualche modo riesci ad educarla, il problema sorge con la cassaforte. Chiudiamo le grandi mistificazioni o imbrogli sulle Dichiarazioni universali di principio riguardanti l'uguaglianza dei diritti. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, questa è la costituzione_;_ sulla stessa falsariga la Dichiarazione Universale...: “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Ora, l'unica verità che contengono queste pompose Dichiarazioni, è che gli uomini (intendendo anche le donne ovviamente), nascono, punto. Su questo siamo d'accordo.
Tutto il resto sono i”versetti” del Vangelo e della Bibbia in salsa borghese capitalistica. Che i cittadini non abbiano pari dignità è scritto nel libro della vita di tutti i giorni. Che il figlio del borghese abbia mille opportunità in più rispetto al figlio dell'operaio è un fatto talmente chiaro che anche le volgari pietre, se interrogate, conoscerebbero la risposta. Che dire poi del migrante, tipo quelli di cui sopra, della “Madunina”, che oltre alle condizioni da sub-schiavi salariati, per poter avere la “fortuna” di arrivare nel Bel paese (già...), sono costretti a entrare in un vortice di malavita organizzata, che recluta gli operai in India, e pagare 5mila euro per guadagnarsi la “villeggiatura” nella Milano dei sogni, al soldo degli americanos trumpiani. Cosa chiedere di più alla vita! Beh bisogna anche accontentarsi, in fondo c'è anche chi se la passa peggio. I braccianti agricoli di Amendolara, indiani e afgani, intanto hanno finito di lamentarsi, e soprattutto hanno finito di rompere le scatole ai padroni per reclamare il salario. Per la miseria, in che mondo viviamo: reclamano anche il salario! Ma gli sgherri dei padroni hanno messo a posto le cose. Li hanno bruciati vivi.
La solerte prima ministra che si sconvolge se vede un gatto che attraversa la strada, ancor prima che questo avvenga, ha dovuto pensarci 24 ore prima di trovare quattro parole e sconvolgersi per un atto così efferato e disumano. Il ministro agricolo Lollobrigida si lascia andare a una “dura”, si fa per dire, dichiarazione che fa tremare 'ndrangheta e dintorni: «Quello che è successo è drammatico, abbiamo sollecitato le forze dell’ordine ad agire in ogni modo per contrastare queste forme di criminalità che sembrerebbe organizzata». Parbleu, chi l'avrebbe mai detto “criminalità che sembrerebbe organizzata”. Piantedosi, gran poliziotto quando si tratta di reprime manifestazioni di lavoratori, diventa un docile agnellino quando si tratta di economia, quella che non ha proprio i crismi della legalità, ma che comunque è utile alla Patria. Oppure viste le circostanze, pur drammatiche: fa l'indiano.
Ma qui emerge la solita complicità dello stato, che fa finta di non sapere. Uno stato che coi mezzi odierni sa pure quanti capelli hai in testa, invece... quando si tratta di economia sommersa e criminalità, brancola nel buio più fitto. Ma tant'è. Una stima di questa economia sommersa e criminale, parla di circa 220 miliardi di fatturato annuo in Italia. A livello globale siamo intorno a circa 12.500 miliardi di dollari. E quando si hanno fatturati di tale entità, la commistione tra stato e criminalità rientra nella normalità. Strapparsi le vesti per quattro bruciati vivi è il trionfo dell'ipocrisia, di fronte a oltre 20mila bambini uccisi a Gaza; ci pensate: se si mettessero l'uno a fianco all'altro, occuperebbero una strada lunga 10 km! E non mi pare che questi sepolcri imbiancati abbiano speso neanche un millesimo di una goccia di una loro lacrima. Proprio il 19 giugno di due anni fa ci fu la tragedia di Satnam Singh, il bracciante indiano che subì nelle campagne dell'Agro Pontino un infortunio mortale, in quanto, a seguito dell'amputazione di un braccio e lo schiacciamento delle gambe, i suoi padroni lo abbandonarono, col suo braccio, in una cassetta, sull'uscio di casa. Oltre alle solite false lacrime di autorità varie, il presidente Mattarella, restando serio, definii la sua morte “un episodio estraneo alla civiltà. Sicuramente era estraneo a lui, perché non “comprendeva” una cosa lapalissiana: “questa è la civiltà”. La civiltà che tratta da meri oggetti questi uomini e donne di serie “Z”, ma merci preziose in quanto produttrici di valore. Quel valore di cui anche lui ha usufruito ed usufruisce: come parlamentare, come giudice costituzionale e come presidente della Repubblica. Il tipico parassita come tutti i suoi compari d'avventura. E poi forse non ricorda quando, nel massimo splendore della civiltà, correva l'anno 1999 nel mese di marzo, un certo Mattarella Sergio, in sprezzo alla Costituzione, prese parte come vicepremier ai bombardamenti della Serbia che causarono migliaia di feriti e altrettanti migliaia di morti. Ma, come si sa, ci sono morti e morti. La chiamano la disuguaglianza dei morti. Basta scavalcare un muretto e cambia totalmente la narrazione e i versetti da recitare.
Quindi, per ricapitolare, nasciamo tutti uguali, con gli stessi diritti, le stesse opportunità, la stessa legge, e lo stesso avvocato d'ufficio? C'è invece chi nasce con uno stuolo di avvocati che quasi sempre ti fanno avere la prescrizione. E se tutto questo non basta fanno pure legiferare a proprio vantaggio. Quindi questi giureconsulti che costano “un occhio della testa”, sarebbero a disposizione del metalmeccanico, dell'operaio indiano del rider, come di Musk? Per cui il bambino che nasce a Gaza o in Sudan è uguale al figlio di Melania Trump? La realtà è, disgraziatamente un'altra: è una società borghese che si regge sullo sfruttamento perpetuo, che cammina di pari passo al perpetuo inganno, che gli cinge la testa con la sua aureola.
IL NUOVO PROFETA
Un nuovo spettro si aggira per il mondo, tremino le classi dominanti: il World Inequality Lab (Il Laboratorio Mondiale sulle Disuguaglianze), di cui Thomas Piketty è una delle punte più rappresentative. Il 4 giugno scorso, in occasione della conferenza del 2026, ha presentato un libro di 136 pag. - per raggiungere l'uguaglianza da qui al 2100 - del Global Justice Report. Intanto va presentato con tutti gli onori, il signor Piketty, l'economista energente, nel senso che dà energia, delle classi subalterne. Il nuovo Marx? Bé insomma, non esageriamo, anche se ha già scritto due monumentali opere che farebbero impallidire chiunque: duemila200 pagine di pensierini in libertà.
Una si chiama “Il capitale nel XXI secolo”; l'altra “Capitale e ideologia”. E almeno i titoli sembrano ricordare qualcosa e qualcuno, perché quello che c'è dentro invece è ben altro. Ma lo dice lui stesso. In una vecchia intervista chiarisce subito che lui Il Capitale non l'ha letto perché troppo difficile. Ha letto però il Manifesto. Bene. Allora per dimostrare la sua serietà di studioso che non ha letto Marx (Il Capitale), che fa? Critica Marx e i suoi lavori. Subito si presenta dicendo che lui è cresciuto sentendo alla radio (1989) il “crollo delle dittature comuniste” delle quali non ha mai “provato la minima nostalgia”; e già qui lascia intendere che nell'Unione Sovietica vi fosse qualcosa che somigliasse addirittura al comunismo: passi per il “socialismo reale”, e anche quello..., ma addirittura comunismo? E con ciò ha dimostrato di non aver capito nulla. O forse ha capito tutto e da buon borghese progressista (?) alimenta la favoletta del comunismo.
«Sono vaccinato a vita contro i discorsi anticapitalistici convenzionali e triti, i quali paiono a volte ignorare il fondamentale _fallimento storico del socialismo reale, e troppo spesso rifiutano di ricorrere ai mezzi intellettuali adeguati per elaborarlo.»5_ Ed eccolo qui. Bieca propaganda di un piccolo borghese liberale qualunque. Cosa significhi poi socialismo reale è un rebus che faceva comodo a Est e ad Ovest. Mai a nessun rivoluzionario è passata neanche nell'anticamera del cervello una simile espressione. Ma Piketty la riprende, da buon socialista moderno. A lui non gliela si fa, è vaccinato a vita contro i discorsi anticapitalistici: «Non m’interessa denunciare le disuguaglianze o il capitalismo in quanto tali, tanto più che le disuguaglianze sociali non costituiscono un problema in sé, purché siano giustificate, ossia “fondate sull’utilità comune” come proclama l’articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789...».(Ibidem)
Giusto, nulla da eccepire. La conferma che ci troviamo di fronte a un borghese piccolo, piccolo. Il problema non è il capitalismo e le sue disuguaglianze in quanto tali, per carità; ancor meno se sono giustificate dal supremo bene comune. Prima ancora di entrare nel merito ci chiediamo perché sprecare tutta quella carta e tutto quel tempo: se non interessa denunciare il capitalismo e le disuguaglianze in quanto tali, in che senso allora denunciarle? Questo è un mistero. Dunque lo stato borghese d'incanto sparisce, il capitale anch'egli si dissolve nei fumi del cervello di Piketty; sui giornali compaiono titoli a caratteri cubitali: “Ultime notizie: è scomparso lo stato con al seguito tutta la borghesia. Lauto compenso a chi lo ritrova!”. Ma scompare anche il contrasto tra proletariato e borghesia, lo sfruttamento della forza lavoro è un lontano ricordo; il bracciante agricolo pagato poco più di due euro all'ora, le migliaia di infortuni sul lavoro per risparmiare salario, gli immigrati costretti a lavorare 12/14 ore al giorno, sempre per un salario al di sotto della conservazione della loro stessa riproduzione (vista l'offerta di materiale umano e di sovrappopolazione), ecc. ecc. sono tutte fantasie.
Nel suo libro sull'uguaglianza fa perfino peggio degli utopisti alla C. Fourier, alla R. Owen, prefigurando fantastiche case adornate di fiori sospese a mezz'aria. La sua proposta che poi è la stessa del “World Inequality Lab”, poggia su due pilastri, ovvero che: _«... lo Stato sociale e l’imposta progressiva sono strumenti molto efficaci, talmente efficaci da trasformare il capitalismo.»_6 Ma la fantasia corre senza limiti, disquisendo di interventi e di tassazioni verso i capitali lasciando il capitale e i capitalisti al loro posto. Riportiamo quindi due delle tante scemenze sue e del World Inequality Lab.
Sulle disuguaglianze patrimoniali ha un'idea rivoluzionaria. Il 50% “...più povero non è quasi mai stato proprietario di nulla di concreto...”? Ecco la soluzione per consentire di ricevere un'eredità minima, una redistribuzione dell'eredità. Per esempio: «... l’eredità minima potrebbe essere pari al 60% del patrimonio medio per adulto (ossia 120.000 euro se la media è dell’ordine di 200.000 euro, come è attualmente in Francia), da versare a tutti a 25 anni di età.» (Ibidem) Oh! Accidenti, e quanto ci voleva. “Finanziato con un'imposta progressiva sul patrimonio e sulle successioni del 5%”. (Ibidem) Ma, c'è dell'altro, andiamo avanti. Approdiamo al “socialismo partecipativo”. Esso consiste in una proposta altrettanto rivoluzionaria, eccome sennò, è tutto un fiorire di rivoluzioni; dolci e democratiche, siamo o non siamo galantuomini. Negli ultimi tempi (siamo alla fine del 2021) si è riaperto il dibattito «... in merito alla proposta di “fondi dei salariati” avanzata negli anni 1970-1980 da Rudolf Meidner e dai suoi colleghi della federazione sindacale svedese _LO. In base a questo sistema, che riguarderebbe in particolare le maggiori aziende, i datori di lavoro_ (eccolo lì evocare il famoso linguaggio astruso del buon economista borghese) sarebbero tenuti a versare ogni anno una quota dei profitti in un fondo salariale che consenta ai dipendenti di assumere gradualmente il controllo del 52% del capitale nel giro di vent’anni.» (Ibidem). Ulalà, direbbero in Francia. Come abbiamo fatto a non averci pensato prima: fottere le aziende sotto il naso ai padroni, senza neanche muovere un dito. Ma, come si dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: «... questa proposta ha suscitato le violente proteste dei capitalisti svedesi e non si è potuta adottare. Ma da poco è stata rimessa all’ordine del giorno da una parte dei democratici statunitensi (in particolare Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez)». (Ibidem) Quindi, son passati praticamente cinquant'anni dalla proposta alla quale la borghesia svedese ha risposto violentemente e, sia i rivoluzionari svedesi sia quelli World inequalty, sia il signor rivoluzionario Piketty, sono ritornati a cuccia tra le calde e rassicuranti braccia della dominante classe borghese.
REGRESSIVITÀ FISCALE E ALTRE PORCHERIE
Intanto negli Usa sia Bernie che la signora Alexandria se la vedono col biondino truce che alla proposta ha già assestato due fendenti, tra i tanti, che sono ancora tramortiti. Uno con la Bellissima, sì proprio così, riforma fiscale, la “Big Beautiful Bill”, sulla scia della progressività tanto cara a Piketty. Una riforma all'insegna del “dagli addosso al povero”, che io ricco sono e tal voglio restare. Una proroga di 4.500 miliardi di sgravi fiscali di un pacchetto che era già stato approvato nel 2017. Come primo finanziamento, all'insegna dell'uguaglianza, un bel taglio di 1.000 miliardi di dollari in
programmi di assistenza, non è male. Ma non è finita. Un ulteriore aumento del deficit di 3.300 miliardi in dieci anni che si sommano all'enorme debito pubblico arrivato oramai a 39mila miliardi, e se le cose andranno con lo stesso andazzo si prevede che entro il 2055 questa “grande bellezza” farà salire il debito di ulteriori 16.000 miliardi da sommare al “normale” aumento corrente del deficit; operazione che lascerà 11 milioni di persone in più (vale a dire le più povere) senza assicurazione sanitaria. Il 10% delle famiglie più ricche avranno un beneficio fiscale di 12.000 dollari all'anno; di contro sempre il 10% delle famiglie più povere si ritroveranno con un aumento delle tasse di 1.600 dollari sempre all'anno. Come è facile vedere, la “terra promessa” dell'uguaglianza marcia spedita verso il burrone. Elon Musk ha definito questa riforma un “disgustoso abominio”. Qualche benpensante alla Piketty direbbe: “persino lui”! Tranquilli. Il motivo di disgusto risiede nel fatto che vi è una tale mole di spesa che aggraverà il debito pubblico. Inoltre l'impatto di questi provvedimenti, colpirà direttamente gli interessi industriali della Tesla. Questo, e solo questo, è il vero motivo della sua opposizione. La levata di scudi della borghesia americana, che sta a capo di quelle mondiali è di una violenza... borghese che tritura il “socialismo democratico, partecipativo e federale, ecologico e meticcio”. È la reazione contro ogni più pallido pensiero che aleggia nelle teste di qualche “sognatore” borghese, che si metta in testa di “fottere” anche un solo dollaro ai patrimoni e alle ricchezze dei capitalisti.
La legge è intervenuta pesantemente anche nella direzione della difesa e sicurezza interna, 350 miliardi di dollari, di cui 175 per le deportazioni con l'assunzione di altri 10.000 agenti ICE. Eh, è proprio una brutta storia, tu metti il petto con sommo e democratico orgoglio, e l'agente dell'Ice ti spara una revolverata, non proprio democratica, perché il piombo non lo è, perché il piombo è sempre al servizio del re... padrone e capitalista. E al piombo si risponde con la lotta di classe, con la rivoluzione, non col petto in fuori.
In Italia, avviene di fatto la stessa cosa, non con la stessa virulenza, ma anche nel bel paese la progressività delle imposte (Irpef) è andata al diavolo già da un pezzo. Nel 1974, al suo esordio, le aliquote Irpef erano 32 oggi, a forza di spazzare sono diventate tre e non è finita. Allora l'aliquota massima era del 72%, oggi è del 43%. Come si vede una progressività al contrario, il famoso “socialismo partecipativo”. Ma sempre nella progressività rientra anche la flat tax, che qualcuno definisce addirittura “tassa progressiva”, il che è un ossimoro proprio perché flat tax significa “tassa piatta”; l'opposto della progressività. E sempre nella direzione contraria alla progressività, è tutta l'impalcatura dell'imposizione fiscale e della tasse. Le accise sui carburanti, ad esempio, che in questi ultimi tempi sono ritornate alla ribalta a seguito dell'aumento del petrolio per la guerra dei soliti banditi criminali, quando vengono ridotte, ne usufruiscono tutti in maniera perfettamente uguale, sia chi ha un reddito di 1.000 euro al mese, sia chi ne ha uno di 10/20/30 mila, solo per fare un esempio. La stessa Iva agisce allo stesso modo, sia per il ricco borghese che per il proletario povero. Intanto l'inflazione rialza la testa annullando quei pochi miserabile euro di “aumento” sulle buste paga. Come se non bastasse l'ulteriore conferma Istat del maggio scorso, della perdita, ancora, salariale dell'8,6% dal 2019 ad oggi. Cosa non fanno i padroni: dalla flat tax per i ceti medi portatori di voti alla flat salariale per i proletari. Uguaglianza verso il basso. Si tratta pur sempre di una lotta contro l'ineguaglianza.
CONCLUSIONI
Potremmo andare avanti all'infinito a portare esempi su esempi per dimostrare le molteplici disuguaglianze. Ad ogni passo, c'è un inciampo sui mille gradini e ostacoli posti dalla classe dominante. Ostacoli che sbattono perennemente in faccia alle classi sfruttate. La ricchezza accumulata dalla borghesia dovuta allo sfruttamento del proletariato che ogni giorno col suo pluslavoro unge le già unte casse della classe dominante. Forbes il 30 novembre 2023 ha pubblicato un rapporto di Ubs (banca svizzera) dal quale emerge che 1.000 miliardari trasferiranno 5.200 miliardi di dollari ai loro figli, l'equivalente dell'intero Pil della Germania, terza economia mondiale. «La maggior parte dei miliardari ha aumentato la propria ricchezza attraverso l’eredità e non grazie all’imprenditorialità». E con questo, in buona parte finisce anche la favoletta dell'imprenditorialità.
Il 10% degli statunitensi più ricchi guadagna in media 3.200% in più del 10% più povero; in Sudafrica si arriva addirittura al 24.000%. Anche l'Italietta, non se la passa male. Sono appena usciti i dati di Bankitalia che fotografano un paese non proprio sulla soglia dell'uguaglianza: la situazione, come in tutto il mondo, è l'esatto opposto. Il 10% delle famiglie più ricche controlla il 60,6% della ricchezza netta totale del paese. Mentre la metà più povera si divide il 7,2% della povertà, i giornali la chiamano ricchezza. Ma quella sta solo da una parte. Come si può giocare con le parole. Sempre questi “media”, ad esempio spesso parlando di questi dati, dicono: “le famiglie più abbienti”; e dalla parte opposta: le “famiglie meno abbienti”. Sentite come suona, è una dolce melodia, “un dolce tintinno che ci rapisce” e ci rapina (per parafrasare Dante), mica come: le più ricche, le più povere. Che brutto suono, che brutta immagine. Anche l'orecchio vuole la sua parte, mica solo l'occhio.
Le disuguaglianze nel clima sono devastanti perché colpiscono principalmente i più poveri. Come le guerre, dove a morire sono soprattutto i proletari, difficile vedere “figli di...papà” al fronte. Difficile vederli morire in un cantiere. Ovviamente anche la sanità, la buona salute, abita molto di più negli alti quartieri. Uno studio dell'epidemiologo inglese Michael Marmot, dice: _«Ad esempio, chi abita nei quartieri poveri vive in media 7 anni in meno di chi vive nei quartieri più ricchi, e spesso con più disabilità, con una differenza di ben 17 anni. Lo stato sociale ed economico è direttamente correlato con lo stato di salute.»_7
Ci sono, i socialisti primaverili, ed estivi, insomma ci sono socialismi e socialisti per tutte le stagioni. Ci sono perfino i socialisti al potere, vedi la Spagna in Europa; e la Cina dove la lasciamo, forse un tantinello statalista e autoritaria, e forse neanche socialista. Perché gli imbroglioni lo sanno benissimo che non è certo sufficiente un semplice passaggio di proprietà per passare dal capitalismo imperialista al “socialismo” imperialista. Come si diceva: l'abito non fa il monaco. Sotto il vestito infatti c'è un corpo identico in tutto e per tutto al macabro capitalismo, con borghesi da una parte e proletari dall'altra. Con plusvalore, accumulazione capitalista e profitto. Abbiamo poi anche i socialisti italiani e francesi, gran tifosi degli armamenti, guerrafondai, ma che vogliono tassare i ricchi più progressivamente. A parole. Sono i soliti corsi e ricorsi storici. Come ad esempio in Italia negli anni '70 del secolo scorso, con un'imposta fortemente progressiva, come si diceva sopra, avevamo, secondo i soliti ideologi dell'imbroglio, con la Democrazia Cristiana e con il PSI, ma, a nostra insaputa, il socialismo, magari non reale, ma ideale, spirituale, cattolico e popolare. Amen! Ma poi il sole tramontò, e venne a galla dal mare in tempesta, la solita merda borghese, che rideva alle spalle dei soliti servi coglioni. Dei soliti lacchè sempre al servizio dei padroni da buoni domestici.
Una lezione per la classe, nessun armistizio è possibile, nessuna conciliazione con la classe che ti sfrutta e che fa del tuo sfruttamento la ragione stessa della sua esistenza. La continua creazione di plusvalore, estratto dalla forza lavoro, sempre più intensa questo è lo scopo del capitale, perché solo così può autovalorizzarsi, crescere accumularsi. Parlare di soppressione delle disuguaglianze, parlare di uguaglianza restando intatto il sistema di sfruttamento capitalista anche il più democratico, è un ossimoro. Le disuguaglianze sono la linfa vitale del capitale, l'uno non esclude l'altro, entrambi si autoalimentano. Questo è il perenne contrasto con la classe dominante. Questa deve essere la perenne lotta delle classi oppresse: abbattimento dello stato presente di cose, ovvero abbattimento del capitale e di tutte le sue appendici. Questo è possibile solo se la classe si dota degli strumenti, il partito internazionalista e comunista, per percorrere il cammino, il lungo cammino che la porti verso la sua emancipazione.
an
1F. Engels Il capitale libro primo prefazione
2ilsole24ore.com Luigi Luca Cavalli Sforza 2 Settembre 2018
3Accademiadellacrusca.it Le parole hanno un peso.”Razza”, sinonimo di identità non umana
4Lev Trotsky Storia della rivoluzione russa
5Thomas Piketty: Il capitale nel XXI secolo sott. nostre
6T. Piketty: Una breve storia dell'uguaglianza
7Silvio Garattini Prevenzione è rivoluzione. Per vivere meglio e più a lungo
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