LE STRATEGIE DELLA ROZZA E COMPULSIVA POLITICA  IMPERIALISTA DI TRUMP. UN BREVE COMMENTO SUL SUMMIT DI ANKARA

Il 7/8 luglio '26 si è tenuto ad Ankara il Summit tra NATO e USA per dirimere i conflitti in atto e fare il punto sul rapporto tra gli Usa e gli (quasi ex) alleati della Nato, in una prospettiva futura piena di devastanti incertezze per i conflitti in atto e per quelli futuri. Il tutto sulla base di rapporti di forza tra gli Stati membri della NATO e l’alleato atlantico americano che arrogantemente ne fa parte. Tutto bene? No, tutto come prima, se non peggio. E’ in corso la fondamentale questione della viabilità e del controllo militare di Hormuz, la cui soluzione è tuttora in belligerante discussione tra le parti, con l’arrogante prospettiva di Trump che, recriminando contro l’Iran perché ne vuole l’assoluto controllo, con tanto di pedaggio per le navi che vi transitano, minaccia una risposta a dir poco degna di un paranoico. In sintesi, la risposta del Tycoon sarebbe quella di garantire con la forza il libero accesso alle navi battenti qualsiasi bandiera, meno quelle iraniane, facendo pagare, non una tassa, bensì il 20% del valore complessivo delle merci in transito. Incredibile ma vero!!! Oltre alle tensioni sullo stretto, continua impunemente l’orrenda carneficina a Gaza. L'aggressione del Libano prosegue indisturbata tra tentativi diplomatici di una pacificazione che né Israele né la resistenza armata degli Hezbollah vogliono. Per la guerra tra Russia e Ucraina le cose stanno sì cambiando, solo per l’ennesimo modificato atteggiamento di Trump nei confronti dei belligeranti Putin e Zelenskij, ma non sulla cessazione della guerra, nonostante che entrambe le parti si dichiarano disposte a trattare. In compenso, continua a rimanere inalterata la tragedia proletaria di lavoratori che combattono contro altri lavoratori per interessi che sono solo ed esclusivamente delle rispettive borghesie. Ma andiamo con ordine.

La fine dei lavori del Summit sta modificando i rapporti di forza sia tra la NATO, in versione europea, sia nello scenario medio orientale, sia nell’est europeo. Partiamo da quest’ultima questione.

Trump con la più spettacolare delle contorsioni tattiche, è passato dall’appoggio “all’amico” Putin al considerarlo un acerrimo nemico sia per l’Europa che per gli stessi Stati Uniti. Mentre il “reietto” Zelenskij è passato dall’essere il “cretino” che non meritava di avere nessun aiuto politico e militare, ad alleato strategico di primaria importanza. Al netto delle ischemie cerebrali del presidente americano, dobbiamo valutare la valenza di simili comportamenti che, qualunque sia la causa che li ponga in essere, finiscono per avere un drammatico peso sugli equilibri imperialistici internazionali, nel bel mezzo di una crisi economica strutturale del sistema capitalismo, in tutte le sue versioni politiche e a qualsiasi latitudine si esprimano. In prima battuta va chiarito, una volta per tutte, che Trump ha sostenuto, in una lunga prima fase del conflitto, Putin, non perché fosse suo amico, ma perché riteneva che, favorendo temporaneamente, avrebbe potuto allontanarlo dal legame strategico con l’imperialismo cinese. Detto in altri termini, se la tattica si fosse dimostrata corretta e praticabile, i vantaggi geopolitici degli Usa sarebbero stati enormi. Indebolire il rapporto di alleanza tra Putin e Xi avrebbe significato indebolire l’avversario principale con cui, prima o poi, si dovranno fare i conti per designare chi avrà la leadership mondiale. Fallito l’infantile progetto tattico per gli ovvi opposti motivi, il Tycoon è precipitosamente ritornato sui suoi passi, trattando la Russia come il nemico di sempre e sdoganando l’ex reietto Zelenskij, cominciando a sostenerlo militarmente e rivalutando il suo ruolo politico con la facilità con la quale si beve un bicchiere d’acqua. L’obiettivo primario è quello di indebolire la Russia, coprendola di ulteriori sanzioni (21). Poi di contenere un ingombrante concorrente petrolifero e, soprattutto, di rallentare il flusso di petrolio e gas siberiani verso la Cina, l’India e il resto del continente asiatico, lasciandola crogiolare lentamente nella guerra con l’Ucraina. Fornendo a quest’ultima la licenza, ovviamente a pagamento, per la produzione dei missili Patriot, che tanto bene hanno fatto ad Israele nel suo confronto con l’Iran e gli Hezbollah libanesi. Ricollocando quindi la Russia nel suo ruolo “naturale” di nemico della Nato e dell’Europa, Trump ha inoltre giocato la carta del pericolo Putin, dichiarando che la Russia, dopo l’Ucraina, avrebbe tentato l’attacco all'Europa: prime vittime i paesi baltici, la Finlandia e poi la Polonia. Consolidando così la minacciosa tesi per la quale gli Stati europei dovrebbero, e in tempi celeri, dotarsi di strutture militari autonome senza ricorrere all’ombrello protettivo degli Usa, liberando così risorse finanziarie da convogliare verso l’ammodernamento e l’intensificazione della produzione militare in vista di confronti più impegnativi nell’Indo pacifico, più precisamente contro la Cina. Contemporaneamente, la strategia trumpiana, o di chi l’ha suggerita, costringe gli “alleati” atlantici a rivolgersi al petrolio e al gas americani, che hanno un prezzo quattro volte superiore di quello russo e, soprattutto il petrolio, sono bisognosi di costosi processi di raffinazione. Lo stesso discorso vale per il riarmo europeo che deve giungere al 5% del PIL entro il 2035 e che prevederebbe una forte domanda di armamenti a vantaggio di lauti profitti per le imprese americane. Tre piccioni con una fava, si potrebbe dire, e una vittoria strategica degli Usa, ma ci sarebbe di più. Erdogan spinge insistentemente per convincere Trump (ben disposto), a consentire che il Congresso americano gli conceda un contratto per l’acquisto di 80 F.35 bypassando le misure restrittive che blindano la possibilità di un contratto a favore di chiunque, in modo particolare di Ankara, per il semplice motivo che Erdogan viene considerato dal Congresso stesso un alleato infido, per i forti legami economici e militari con la Russia, e quindi non degno di essere militarmente rafforzato. Dello stesso parere è il governo dell'alleato Israele, che vede nell’atteggiamento positivo di Trump il pericolo che la Turchia possa mettere in discussione il suo ruolo di gendarme violento dei propri interessi, di quelli atlantici e americani in Medio oriente. Preoccupazione non peregrina, perché nelle ondivaghe strategie trumpiane ci potrebbe stare, in prospettiva, un ruolo importante per Ankara nell’area medio orientale con lo scopo di rendere la palese competizione tra Ankara e Tel Aviv un mezzo ed un freno per controllare al meglio entrambi gli ambiziosi ed agguerriti alleati che, nel recente passato, si sono politicamente scontrati per la supremazia dell’area in questione. Come detto sopra, Israele intende portare a compimento il suo programma di dare vita alla “Eretz Israel", che va dalla sponda destra del fiume Giordano al Mediterraneo, e di continuare ad essere l’unico punto di riferimento in tutto il Medio oriente per l’imperialismo americano e il resto del mondo occidentale. A sua volta, la Turchia pretende di giocare un ruolo primario nel mondo musulmano di confessione sunnita, che le consentirebbe di rafforzare il ruolo di hub petrolifero e di grande potenza militare, oltre che diplomatica, nella critica area del sud est del Mediterraneo. Soprattutto dopo il fallimento del Patto di Abramo, che prevedeva l’alleanza tra Israele e alcuni paesi arabi dell’area, e la nascita del Patto di Maometto in salsa sunnita contro Israele, responsabile con gli Usa, delle ritorsioni iraniane sulle basi militari americane presenti nei loro territori come in Qatar, Kuwait, Bahrein e persino in Arabia saudita.

Ma si commetterebbe un grosso errore se si pensasse che queste guerre locali abbiano come scopo solo quello di consentire a Netanyahu di portare a compimento il suo progetto della “Grande Israele” e agli Usa di impedire all’Iran di costruire la sua bomba atomica, di controllare lo stretto di Hormuz. In gioco c’è ben altro. La crisi strutturale del capitalismo mette in fibrillazione le piccole e grandi potenze imperialistiche d’area, ma anche quelle globali. Al momento, le tensioni belliche si sono aperte “solo” nell’est dell’Europa e nel Medio oriente, per i noti motivi interpretati dagli imperialismi belligeranti, ma la vera partita, quella per cui le due grandi potenze (Cina e Usa) si stanno preparando (al riguardo vedere Prometeo n° 35), si deve ancora aprire e se ciò avvenisse saremmo in presenza di una catastrofe intenzionale. A meno che i due interpreti per la leadership economica e politica mondiale decidessero di affrontarsi militarmente sulle aree di loro interesse, ma di far combattere sui vari campi di scontro le loro fedeli pedine, abbindolandole con promesse di spartizione dei “bottini” una volta terminato lo sporco lavoro. In entrambi i casi, o con un conflitto generalizzato, o con la generalizzazione e intensificazione dei conflitti a macchia di leopardo, le conseguenze sarebbero le stesse. La classe proletaria internazionale sarebbe chiamata a sopportare il peso di tutto questo catastrofico macello. L'intera umanità verrebbe sconvolta dalla peggiore delle barbarie imperialiste qualunque sia il tipo di scontro. I singoli imperialismi, da quelli più deboli a quelli più forti e dominanti, si dovrebbero “cementare” tra di loro in fronti contrapposti tramite alleanze strumentali, in parte già in atto, e assolutamente necessarie per la salvaguardia dei propri interessi economici e strategici. Gioco tragico, perverso, ma nella norma dell'aggressività capitalistica stimolata dalla crisi, se sulla scena internazionale non irrompe la ripresa della lotta di classe. Lotta che non solo permetterebbe al proletariato di abbandonare il ruolo di prima vittima delle guerre che la crisi del capitale impone ai proletari di tutto il mondo, ma le rovesci in scontri di classe contro classe per il superamento di una forma economica e sociale in avanzato grado di putrefazione che, pur di sopravvivere alle proprie contraddizioni, produce morte, miseria, devastazioni e pene per tutta l’umanità. Solo un atto rivoluzionario del proletariato internazionale può opporsi a questo inumano destino che la crisi della società capitalista ci sta preparando. Solo un proletariato internazionale, sotto la guida di un partito rivoluzionario internazionale, può essere lo strumento che strategicamente sia in grado di operare simili stravolgimenti sociali. La storia ce lo insegna. Un utopistico assalto al cielo? No, solo un necessario regolamento di conti sulla concreta terra affinché cessi lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e si rompa l’infame rapporto di sfruttamento del capitale sulla forza lavoro, che non solo è la causa prima di una insopportabile diseguaglianza sociale, ma anche di tutte le tragedie che le guerre impongono, affinché l’infame rapporto del dominio di una classe sull’altra possa continuare.

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Mercoledì, July 15, 2026