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Home ›Sull'ex Ilva di Taranto. La longevità del capitale e dei suoi omuncoli istituzionali è insostenibile.
Uno degli effetti secondari, ma pur sempre sgradevoli, della “ripresa” di fine estate è che i telegiornali tornano a riempirsi delle facce dei politici che esibiscono abbronzature impeccabili e sorrisi smaglianti, segno evidente del ristoro goduto dopo le estenuanti fatiche (?!) parlamentari. Il rinnovato ribrezzo nel rivedere in massa quella genìa di “rappresentanti degli italiani” si associa alla domanda che sorge spontanea: ma che avranno mai da ridere? Ovvio, da comunisti, sappiamo bene che hanno mille motivi per mostrare spavaldi splendenti dentature incastonate nelle loro facce di bronzo o, se si preferisce, di altra materia, ritenuta solitamente meno rispettabile, benché faccia nascere i fiori.
Tuttavia, il primo moto dell'animo, irrazionale, certamente, è proprio quella domanda.
Il mondo sta andando letteralmente a fuoco, per le guerre seminate “in terra e in mar” dalle bande stragiste degli imperialismi contrapposti, per il riscaldamento globale, frutto dello stupro continuato dell'ambiente da parte del capitale. Agli “ordinari” morti sul lavoro – per chiamarli incidenti, ci vuole spesso indulgenza... - si aggiungono quelli co-causati dalle temperature roventi in cui i lavoratori sono costretti a lavorare, non dagli algoritmi, ma da padroni che usano gli algoritmi, oltre alle “tradizionali” strategie, per estorcere quanto più plusvalore possibile. I salari sono più bassi dell'8%, rispetto al 2021, l'inflazione ufficiale ad agosto è stata del 3,3%, ma quella del “carrello della spesa” è decisamente superiore, come abbiamo tutti modo di constatare senza aspettare l'Istat, e le bollette della luce e del gas sono cresciute, rispettivamente, del 31,3% e del 17,9% (ma non si fermeranno qui). Anche di questo si deve ringraziare la “coppia più bella del mondo, Trump-Natanyahu – già amica, forse oggi un po' meno, della capa del governo nostrana – che, com'è noto, con l'attacco all'Iran e la conseguente chiusura di Hormuz, sta provocando contraccolpi disastrosi sulla produzione-distribuzione degli idrocarburi, benché non per le compagnie petrolifere, va da sé.
L'occupazione cresce soprattutto perché l'età della pensione si allontana e, se vengono creati nuovi posti di lavoro, ciò avviene per lo più nei servizi, dove imperversano i bassi, se non bassissimi salari e la precarietà: in pratica, il sottosalario e la sottoccupazione.
Ma la cassa integrazione ordinaria è in calo, attestano le rilevazioni statistiche: sì, del 17,5%, rispetto al primo semestre 2025; in compenso, si fa per dire, crescono la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori delle aziende che hanno chiuso - +36,2% - e quella in deroga - +25,1% - rispetto allo stesso periodo di riferimento1. Ci fermiamo qui con questa panoramica dalla tinte fosche, ma è sotto gli occhi di tutti che si tratta di una rassegna parziale.
Naturalmente, la responsabilità di tutto questo non è imputabile solo alla gang politica oggi al governo: come dice la canzone, l'opposizione parlamentare non deve credersi assolta, è ugualmente coinvolta, visto che l'una e l'altra sono, alternativamente, amministratrici delle necessità del capitale, distinguendosi nella loro azione per, diciamo, lo stile diverso che non ne intacca la sostanza di custodi e protettrici dell'ordine borghese.
Ma visto che al governo, da quattro anni, c'è il cocktail di fascio-sovranisti con spruzzata di liberalismo berlusconiano, per forza di cose ci viene da fare qualche considerazione in più sugli attuali front-man del politicantume istituzionale, senza dimenticare – lo ripetiamo per i malpensanti – il ruolo della band che attualmente suona da spalla nel concerto dell'ordinamento borghese. A questo proposito, per celebrare se stessa e la sua degna compagnia, la Meloni ha pensato bene di festeggiare il record di longevità del governo in Puglia, la regione in cui si sta consumando l'agonia di quello che era il più grande centro siderurgico d'Europa, un'agonia che coinvolge decine di migliaia di lavoratori. Ci riferiamo, ovviamente, all'ex Ilva di Taranto, dal 2021 denominata Acciaierie d'Italia, da quando il governo ha affiancato Arcelor-Mittal nella conduzione-proprietà dell'azienda col 38% del capitale.
Non stiamo a ripercorrere la storia tormentata dell'azienda, che ha fatto di Taranto uno dei territori più inquinati d'Europa, dove la mortalità, soprattutto infantile, e le malformazioni genetiche dei neonati detengono un triste primato.
E' appunto a causa delle mancate misure per bonificare la fabbrica e il territorio, che la Corte d'Appello di Milano, a fine luglio, ha imposto agli attuali commissari (AdI è stata commissariata dal governo nel 2024) entro la fine di ottobre o la bonifica o la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento - dove si fonde e si produce il materiale di base – da cui principalmente fuoriescono gli agenti inquinanti e cancerogeni. Ma la chiusura del reparto significa, se non la morte, come minimo un forte ridimensionamento dell'impianto, in cui rimarrebbe in funzione solo l'area a freddo – la lavorazione dei blocchi d'acciaio grezzo – con la conseguente riduzione della forza lavoro diretta e di quella indiretta, dell'indotto. Secondo alcuni calcoli, dagli attuali ventimila, circa, occupati complessivi, ne rimarrebbero poco meno della metà (9702)2. In più, se è vero che cesserebbe l'emissione dei fumi inquinanti, senza bonifica, l'inquinamento del suolo e dell'acqua non verrebbe rimosso, con tutto ciò che ne consegue. La classe lavoratrice, il proletariato (in primo luogo) di Taranto non si troverebbe neanche di fronte alla drammatica alternativa, tipica del capitalismo, di “morire di fame” - rimanere senza salario – o morire di tumore e di altre terribili patologie prodotte dall'impianto industriale così com'è, perché avrebbe l'una e l'altra cosa: un taglio drastico dell'occupazione, con gli elementi vomitati da un inquinamento pluridecennale ancora attivi.
La longeva prima ministra, nel 2024, aveva promesso 1 miliardo dal PNRR per decarbonizzare l'area a caldo, cioè l'adozione di nuove tecnologie che abbattono le emissioni inquinati – forni elettrici al posto di quelli a carbone, per sintetizzare - ma quel miliardo è svanito non si sa dove e adesso c'è la prospettiva molto concreta della chiusura. I privati che si sono fatti avanti per l'eventuale acquisto dell'acciaieria – ammesso che siano davvero intenzionati a farlo – chiedono in ogni caso l'assistenza dello stato. La famosa cordata di 14 (o 15) imprenditori italici del settore comprerebbe solo l'area a freddo, “suggerendo” allo stato di farsi a carico di quella a caldo. Jindal, il colosso indiano del settore, comprerebbe tutto, ma, se le fonti di stampa consultate sono corrette, chiederebbe lo stesso “l'aiutino” statale per l'area a caldo: un “aiutino” da uno o due miliardi di euro, sempre secondo quelle fonti, per altro non sempre concordi sulle cifre, ma comunque enormi.
L'acciaio è un materiale strategico da più punti di vista, non ultimo quello militare, ma allo stesso tempo è un settore con un'altissima composizione organica, che dà bassi saggi di profitto e che ha particolarmente bisogno dell'intervento diretto dello stato per stare in piedi. Non per niente la Cina, che produce una quota molto consistente dell'acciaio mondiale (si parla del 50% circa), ha goduto – e gode - di massicci investimenti “occidentali”, del supersfruttamento operaio, dell'inosservanza delle più elementari norme ambientali-sanitarie e, non da ultimo, del sostengo diretto dello stato: in breve, del capitalismo di stato tradizionale. Pechino tenta di scaricare la sua sovra-capacità produttiva – sintomo della sovra-accumulazione – sugli altri paesi, che, per non vedere la propria industria siderurgica spazzata via, impongono dazi – per esempio, recentemente la UE – e sostengono con capitali consistenti i siti produttivi sul proprio territorio. In questo caso, non è il classico capitalismo di stato che dirige od orienta l'economia o settori chiave di essa (come l'IRI), ma un “nuovo” capitalismo di stato, dove quest'ultimo fa da zelante cameriere, da uomo di fatica del capitale.
Ma la “sinistra” che dice? L'ala “dura” del riformismo (vedi USB) propone la nazionalizzazione dell'ex Ilva; quella più “gentile”, come la FIOM-CGIL, si accontenterebbe di un intervento misto, privati più stato. Probabilmente, accettando l'orizzonte capitalistico, l'una e l'altra versione sono l'unica via per salvare lo stabilimento e, in parte, l'occupazione. Resta il fatto che accettando quell'orizzonte, chi ne paga le spese è sempre la classe lavoratrice, il proletariato. Come? Al solito: con la perdita del posto di lavoro, l'incremento dei ritmi, la decurtazione del salario, la compromissione della salute; o con l'esborso dalle proprie tasche del denaro necessario a mantenere in vita un sistema economico-sociale che non ha più nulla da dare, ma solo da prendere: alle esistenze della nostra classe, all'esistenza del pianeta.
La longevità del capitale e dei suoi omuncoli istituzionali è letteralmente insostenibile.
cb
2Raffaele Russo, La cordata italiana vuole lo Stato per il salvataggio di una mini-Ilva, A&F di Repubblica, 24 agosto 2026. In Repubblica on-line del 4 settembre 2026, si dice che le aziende dell'indotto hanno già avviato le pratiche per il licenziamento di 2500 lavoratori...
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