La decomposizione dei partiti borghesi

Le cronache politiche mostrano il disfacimento dei partiti borghesi. Alla scomparsa della cosiddetta “sinistra” radicale, alla crisi di identità e di consensi del PD, che porta pesanti contrapposizioni interne e scissioni, segue la crisi del PdL in procinto di frantumarsi. Pare che solo la Lega di Bossi regga il clima politico senza ancora avvertire segni di disgregazione.

Il fondo della situazione è la crisi irrisolvibile del capitalismo e la caduta di credibilità delle politiche borghesi a cui corrisponde il rifiuto del voto di circa metà dell’elettorato. Ma i fenomeni non sono equivalenti, rappresentano difficoltà e diversità del capitalismo italiano ad affrontare la decadenza dell’economia, che ha già prodotto diversi milioni di senza lavoro (molto più dei 700 mila licenziati citati nella relazione della Banca d’Italia) e dall’approfondirsi del disagio sociale che spinge verso l’indigenza milioni di famiglie.

La Lega usa il consenso elettorale per far esplodere le contraddizioni interne agli altri partiti, inseguendo l’idea che la loro disgregazione produrrà condizioni più favorevoli alla divisione del Paese in due tronconi, in modo da scaricare il Sud e rinchiudersi nelle regioni del Nord a difesa del difendibile. E’ un’illusione, ovviamente; sia perché è proprio l’industria del Nord la più colpita dalla crisi e dalla concorrenza di merci provenienti da paesi a più basso costo del lavoro, sia perché la quota maggiore di mercato per quelle industrie si trova proprio al Sud. Oggi la Lega vuole “mettere le mani sulle banche”, come dice Bossi, al fine di costringerle a finanziare la piccola e media industria allo stremo nel Nord e senza capire che ogni singola banca è, in realtà, un tassello del capitale finanziario mondiale a cui deve obbedire.

Su tutto il quadro politico vi è la pressione obiettiva del proletariato, il timore della risorgenza di una opposizione sociale che, a questo punto, non più controllabile e sviabile dai sindacati e dalla sinistra borghese, porrebbe questioni di compatibilità del sistema. I politici borghesi sanno di ballare su un solaio marcio i cui fondamenti sono disgregati dalla crisi.

La rottura tra i due fondatori del PdL ha una sua ragione d’essere nel fatto, temuto da Fini, che nel Sud, abbandonato dai governi a politica leghista, la temperatura sociale diverrebbe insopportabile, perciò parla di “coesione del Paese”. L’altro, Berlusconi, i cui interessi finanziari sono dislocati al Nord, è più disponibile a farsi trainare dalla Lega verso una soluzione secessionista di fatto. Il centro moderato (PD) è compresso in uno spazio politico angusto, tra una parte del suo ex-elettorato che lo rifiuta e l’impraticabilità di una politica sia pure larvatamente riformista. Fini si preoccupa del fatto che, per un Parlamento diviso e screditato, le leggi finanziarie, e soprattutto i prelievi fiscali per pagare gli interessi sul debito pubblico alle banche, verrebbero avvertiti dal Paese per ciò che sono, violenza predatoria, e chiede condivisione al centro moderato.

Ma c’è un’ombra inquietante sul groviglio di contraddizioni del quadro della politica borghese, un convitato di pietra, uno spettro. E’ la massa proletaria nella cui coscienza la crisi sta scavando, che ha già liquidato il parassitismo della “sinistra radicale” e ridotto il consenso alla politica borghese di circa il 50%. Fino a quando sarà possibile alla politica borghese scaricare su di essa i costi disumani ed impossibili di una crisi senza fine? Questa è la vera preoccupazione che scompagina l’assetto dei partiti della borghesia.

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