La tattica del Comintern dal 1926 al 1940

5. - La tattica dell'antifascismo e del fronte popolare: 1934-38 (II)

Abbiamo visto, nella prima parte di questo capitolo, in che cosa consistesse l'essenza del nuovo capitombolo del Comintern dal “socialfascismo” all'“antifascismo”. La crisi economica apertasi nel 1929 a New York e successivamente propagatasi a tutti i paesi non aveva, dopo il 1934, trovato altra soluzione che la preparazione della seconda guerra imperialistica. In corrispondenza con la realtà economica che imponeva al capitalismo l'estrema soluzione della guerra, estremo doveva anche diventare l'obiettivo dei partiti comunisti, divenuti strumenti della controrivoluzione e complici delle altre forze borghesi, fasciste, socialiste e democratiche. Se precedentemente i partiti comunisti orientavano le masse verso una disfatta immancabile, ora essi le incanalano nell'alveo dei rispettivi stati capitalisti.

Come la teoria del socialfascismo non aveva alcuna portata diretta nei paesi non minacciati da un attacco fascista e il suo carattere internazionale risultava dal fatto che la Germania - dove questa tattica ebbe un'importanza decisiva - si trovava ad essere in quel momento il perno dell'evoluzione capitalistica mondiale, così la nuova tattica antifascista non ha alcuna portata diretta nei paesi dove il fascismo è saldamente impiantato (Germania, Italia), ma ha grande importanza in Francia dapprima, in Ispagna poi, cioè nei due paesi in cui non si scontrano soltanto classi e partiti indigeni, ma si elabora un congegno d'ordine internazionale che doveva funzionare a pieno rendimento durante la guerra 1939-45.

Nel corso di questo periodo (1934-38) si manifesta per la prima volta il carattere particolare di un'evoluzione politica nella quale siamo ancora tuffati. Contrariamente a quanto avvenne in generale in tutti i paesi e particolarmente nel 1898-1905 in Russia, quando gl'impetuosi scioperi generarono l'affermazione del partito di classe, i possenti movimenti austriaci, francesi, belgi e spagnoli non solo non determinano l'affermazione di un'avanguardia proletaria e marxista, ma lasciano in un fatale isolamento la sinistra italiana, rimasta fedele ai postulati rivoluzionari dell'internazionalismo contro la guerra antifascista e della distruzione dello stato capitalista e della fondazione della dittatura proletaria contro la partecipazione o l'influenzamento dello Stato a direzione antifascista.

Parallelamente al successo della manovra che doveva condurre lo stato capitalista a stringere i suoi tentacoli sulle masse e sui loro movimenti, si assiste al distacco fra questi movimenti e l'avanguardia, se non addirittura all'inesistenza totale di quest'ultima. Gli avvenimenti confermano così in modo inequivocabile la tesi magistralmente sviluppata da Lenin nel “Che fare?”, che la coscienza socialista non può essere il portato spontaneo delle masse e dei loro movimenti, ma è il frutto dell'importazione nel loro seno della coscienza di classe elaborata dall'avanguardia marxista. Il fatto che quest'avanguardia non si trovi nella possibilità di influire su situazioni di grande tensione sociale in cui masse imponenti scendono nella lotta annata, come in Spagna, non altera in nulla la dottrina marxista la quale non considera che la classe proletaria esiste perchè una costellazione sociale e politica passa alla lotta armata contro quella che è al potere, ma parla di classe proletaria solo se i suoi obiettivi ed i suoi postulati sono quelli dell'agitazione sociale in via di sviluppo. Nel caso in cui le masse scendono in lotta per obiettivi che, non essendo i loro, non possono essere che quelli del nemico capitalista, questa convulsione sociale non è che un momento del confuso ed antagonico sviluppo del ciclo storico capitalista il quale - per riprendere le parole di Marx - non ha ancora maturato le condizioni materiali della sua negazione.

L'analisi marxista permette di comprendere che se il socialfascismo fu una tattica che doveva inevitabilmente facilitare ed affiancare la vittoria di Hitler nel gennaio 1933, la tattica dell'antifascismo fu ancora più grave, in quanto il suo obbiettivo andò ben oltre e da un falso allineamento delle masse nella lotta che restava però sempre diretta contro lo stato capitalista, si passa, con la tattica dell'antifascismo, a preconizzare l'inquadramento delle masse nel seno dello stato capitalista antifascista.

Nulla di strano che, di fronte ad una così possente e formidabile organizzazione capitalistica che comprende democratici, socialdemocratici, fascisti e partiti comunisti, la resistenza che oppone il proletariato austriaco nel febbraio 1934 e che prende talvolta aspetti eroici non sia tuttavia suscettibile di portare la minima incrinatura ad un'evoluzione degli avvenimenti mondiali che era stata definitivamente consacrata dalla violenta involuzione prodottasi nello stato sovietico divenuto, sotto la guida di Stalin, uno strumento efficace della controrivoluzione mondiale.

Il 12 febbraio, quando i proletari di. Vienna insorgono, è il cristianissimo Dolfuss che fa puntare i cannoni contro la città operaia di Vienna, il rione “Carlo Marx”, ma dietro questi cannoni si trovano la Seconda e la Terza Internazionale. La prima aveva costantemente trattenuto le reazioni proletarie contro il piano di organizzazione corporativista di Dolfuss, la seconda, che precedentemente eccelleva nel montaggio di manifestazioni internazionali impostate sempre su basi artificiose, lascia scannare i proletari e si guarda bene dal lanciare un appello ai proletari di tutti paesi perchè manifestino la loro solidarietà in favore del proletariato austriaco.

Nei primi giorni gli organi dei partiti socialisti belga e francese cercano di appropriarsi l'eroismo degl'insorti di Vienna, ma qualche giorno dopo la sincronizzazione è perfetta.

Bauer e Deutsch, i dirigenti dello Schutzbund (organizzazione di difesa della socialdemocrazia austriaca) in un'intervista del 18 febbraio all'organo della socialdemocrazia belga, “Le Peuple”, affermano:

Da molti mesi i nostri compagni avevano sopportato provocazioni di ogni specie, sperando sempre che il governo non avrebbe spinto le cose all'estremo e che un urto finale avrebbe potuto essere evitato. Ma l'ultima provocazione, quella di Lindz, portò al colmo l'esasperazione dei nostri compagni. Si sa, in effetti, che le Heimwehren avevano minacciato il governatorato di Lindz di dimettersi dalle loro funzioni e di decapitare tutte le municipalità a maggioranza socialista. Si capisce che lunedì mattina, quando le Heimwehren attaccarono a mano armata la Casa del Popolo di Lindz, i nostri compagni rifiutarono di lasciarsi disarmare e si difesero con energia. In conseguenza, la Direzione Centrale del Partito non poteva che obbedire a questo segnale di lotta. È per questo che lanciò l'ordine dello sciopero generale e della mobilitazione dello Schutzbund.

Quest'esplosione schiettamente proletaria non era affatto nella linea politica della socialdemocrazia austriaca ed internazionale. Queste erano perfettamente allineate sul fronte di un'azione diplomatica del Governo francese di sinistra, il cui ministro degli Esters Paul Boncour voleva far servire il movimento degli operai austriaci ai fini della difesa degli interessi dello Stato francese: questo voleva ostacolare l'espansionismo di Hitler e si appoggiava - in quel momento - persino su Mussolini che, nel luglio del 1934, quando Dolfuss fu assassinato dal nazista Pianezza, fece la smargiassata senza conseguenze, nei confronti di Hitler, dell'invio delle divisioni italiane sul Brennero.

Qualche giorno prima della rivolta di Vienna, il 6 Febbraio 1934, Parigi è il teatro di avvenimenti importanti. La scena politica era da tempo imbrattata da tutta la pornografia scandalistica fatta intorno alle collusioni fra gli avventurieri della finanza, gli alti funzionari statali ed il personale di governo, particolarmente quello dei partiti di sinistra. Non vi sarebbe neanche bisogno di rimarcarlo: i partiti cosidetti proletari - il partito socialista e comunista - si gettano in questa mischia scandalistica ed i proletari saranno sradicati dalla lotta rivoluzionaria contro il regime capitalista, per essere trascinati nella lotta contro alcuni avventurieri della finanza e principalmente contro Stavisky. La destra di Maurras e dell'Action Francaise prende la testa di una lotta contro il governo presieduto dal radicale Chautemps il quale, il 27 gennaio, cede il posto ad un più accentuato governo di sinistra diretto da Daladier e dove Frot, che aveva fino a poco tempo prima militato nella S.F.I.O. (Partito Socialista Francese, Sezione francese dell'Internazionale Operaia), occupa il posto di Ministro dell'Interno. Il prefetto di Polizia Chiappe, anche egli compromesso nello scandalo Stavisky, è scelto da socialisti e comunisti come capro espiatorio, viene defenestrato dalla Prefettura di Polizia e trasferito alla “Comédie Francaise”. È questa l'occasione scelta dalla destra per una manifestazione di fronte al Par lamento dove saranno reclamate le dimissioni del governo Daladier.

Daladier cede, si dimette, malgrado il consiglio a resistere di Léon Blum, ed il 9 febbraio due manifestazioni di protesta hanno luogo: quella indetta dal Partito Comunista nel centro di Parigi e dove sono reclamati l'arresto di Chiappe e lo scioglimento delle Leghe fasciste, l'altra indetta dal Partito Socialista e che si svolge a Vincennes dove si innalza la bandiera della “difesa della repubblica minacciata dalla sommossa fascista”. Non era ancora definitivamente spento il ricordo della lotta contro il “socialfascismo” ma se vi sono due manifestazioni distinte, vi è tuttavia un'unica divisa: non si tratta più di affermare delle posizioni autonome di classe delle masse, ma di indirizzare queste verso quella modificazione della forma dello Stato borghese che si realizzerà solamente due anni dopo quando, in seguito alle elezioni del 1936, avremo il governo del Fronte Popolare sotto la direzione del capo della S.F.I.O., Léon Blum.

Ma immediatamente dopo queste due manifestazioni distinte, un'altra manifestazione unitaria ha luogo, quella della C.G.T. con parole d'ordine analoghe a quelle dei due cortei che l'avevano preceduta. Si reclamerà in effetti, attraverso lo sciopero generale, che siano respinti:

i faziosi, provocatori di sommosse [... perché] l'offensiva che si proietta da qualche mese contro le libertà politiche e la democrazia, è scoppiata.

Il Partito Comunista, il quale manteneva ancora una posizione di predominio nel centro industriale di Parigi, non se ne serve per dirigere le operazioni e lascia piuttosto l'iniziativa ai socialisti ed alla C.G.T. Quanto alla C.G.T.U. che aveva da tempo cessato di essere un'organizzazione sindacale suscettibile di inquadrare le masse per la difesa delle loro rivendicazioni parziali ed era diventata un'appendice del Partito Comunista, essa non si mette in evidenza in modo aperto nemmeno quando si prepara lo sciopero generale che ottiene un successo completo.

Frattanto si precisa il raggruppamento social-comunista e un'evoluzione governativa che si accentua sempre più a sinistra.

Il 27 luglio 1934 un patto d'unità è firmato fra il Partito Comunista ed il Partito Socialista, sulla base dei punti seguenti:

  • difesa delle istituzioni democratiche;
  • abbandono dei movimenti di sciopero nella lotta contro i pieni poteri del governo;
  • auto-difesa operaia su un fronte che comprenderà anche i radicali socialisti.

E in campo internazionale, si accentua il nuovo orientamento della politica estera dello Stato russo, il quale entra trionfalmente nella Società della Nazioni.

Ecco cosa dicono le tesi di Ossinsky del I Congresso dell'Internazionale Comunista nel marzo 1919:

I proletari rivoluzionari di tutti i paesi del mondo devono condurre una guerra implacabile, contro l'idea della Lega delle Nazioni di Wilson e protestare contro l'entrata dei loro paesi in questa Lega di saccheggio, di sfruttamento e di controrivoluzione.

Ecco quanto quindici anni dopo, il 2-6-1934, scrive l'organo del Partito russo, la Pravda:

La dialettica dello sviluppo delle contraddizioni imperialiste ha condotto al risultato che la vecchia Società delle Nazioni, che doveva servire di strumento per la subordinazione imperialista dei piccoli Stati indipendenti e dei paesi coloniali, e per la preparazione dell'intervento anti-sovietico, è apparsa, nel processo della lotta dei gruppi imperialisti, come l'arena dove - Litvinof lo ha spiegato alla recente sessione del Comitato Centrale Esecutivo dell'Unione Sovietica - sembra trionfare la corrente interessata al mantenimento della pace. Il che spiega forse i cambiamenti profondi che si sono prodotti nella composizione della Società delle Nazioni.

Lenin, quando parlava della Società delle Nazioni come “Società dei briganti”, ci aveva di già insegnato che questa istituzione doveva servire a mantenere “in pace” il predominio degli stati vincitori sancito a Versaglia.

Ma le frasi della Pravda non erano che retorica. Difatti Litvinof cambia immediatamente e radicalmente posizione. Dall'appoggio alle tesi tedesca ed italiana per il disarmo progressivo, egli passa all'aperta dichiarazione che non è possibile trovare una garanzia di sicurezza, e appoggia la tesi francese la quale, facendo dipendere la realizzazione del disarmo dalla sicurezza proclamata impossibile, sanziona la politica di sviluppo degli armamenti.

Contemporaneamente un altro mutamento radicale di rotta si verifica nel problema della Sarre. Il Partito Comunista, che aveva precedentemente lottato con la parola della Sarre rossa nel seno della Germania Sovietista”, preconizza, in occasione del plebiscito, lo status quo e cioè il mantenimento del controllo francese su questa regione.

Laval, il ministro degli esteri del Gabinetto Flandin, concepisce il piano dell'isolamento della Germania. Egli non ha potuto rivendicare questo titolo nazionalista in occasione del suo processo dove è stato condannato a morte: ma è certo che egli, mille volte di più e meglio dei suoi compari nazionalisti e sciovinisti della Resistenza francese, ha tentato la realizzazione della difesa della “patria francese” contro Hitler. Se la Francia è definitivamente degradata al ruolo di una potenza vassalla e di secondo ordine, questo dipende dai caratteri dell'evoluzione internazionale attuale, mentre tutto il baccano fatto intorno alla difesa della “terra della libertà e della rivoluzione” non poteva avere che un solo obiettivo - pienamente raggiunto d'altronde - : quello di massacrare il proletariato francese ed internazionale. La Terza Repubblica democratica francese, sorta sotto il battesimo dell'alleanza con Bismark e dello sterminio dei 60.000 comunardi a Pere la Chaise, trova il suo degno e macabro epilogo nel Fronte Popolare solidamente assiso sul trimonio radicalsocialisti-socialisti-comunisti.

I punti essenziali della manovra di Laval per isolare la Germania sono:

  • l'incontro con Mussolini a Roma il 7 gennaio 1935;
  • l'incontro con Stalin a Mosca il 1o maggio 1935.

Nel primo si cerca di risolvere per via di compromesso, che doveva essere accettato poi dal ministro inglese Hoare, le rivendicazioni italiane in Abissinia.

Nel secondo il gesto di Poincaré che doveva condurre all'alleanza franco-russa nella guerra del 1914-17, sarà rinnovato, ed in occasione del nuovo patto franco-russo Stalin dichiara che si rende perfettamente conto della necessità della politica degli armamenti per la difesa della Francia.

Il 14 luglio 1935, alla manifestazione della Bastiglia per onorare la nascita della repubblica borghese, i capi comunisti, accanto a Daladier ed ai capi socialisti, portano una sciarpa tricolore; la bandiera rossa è accomunata al tricolore, mentre contro il “pericolo fascista” sono evocati Giovanna D'Arco e Victor Hugo, Jules Guesde e Vaillant e si giunge fino a riparlare del “sole di Austerlitz” delle vittorie napoleoniche. Abbiamo, già detto perchè tutta questa sbornia sciovinista era inconcludente e senza portata giacchè la Francia doveva, come l'Italia, la Spagna e tutte le altre ex-potenze al di fuori degli attuali Tre Grandi, scendere al ruolo di una concessione che è occupata ora dagli uni, ora dagli altri; soggiungiamo ora che quando la guerra scoppiò nel settembre 1939 tra la Francia e la Russia il patto del Maggio 1935 non fu applicato dalla Russia.

Ma tutte queste sono questioni secondarie di fronte all'essenziale che è la lotta fra le classi su scala nazionale ed internazionale. E su questo fronte classista, la Manifestazione della Bastiglia, i suoi precedenti e gli avvenimenti che ne risultarono ebbero un'importanza capitale non solo per il proletariato francese ma per quello spagnuolo ed internazionale.

Quando, nel marzo 1935, Mussolini passa all'attacco contro il Negus, tutto è pronto per scatenare una campagna internazionale impostata sull'applicazione delle sanzioni contro “l'Italia fascista”. Un'azione simultanea contro Mussolini ed il Negus non doveva essere nemmeno considerata dai partiti socialista e comunista. Entrambi partono in lizza in difesa del regime schiavista del Negus: il che è, nel contempo, una magnifica difesa dello stesso regime fascista di Mussolini. In effetti, questi non poteva trovare migliore alimento alla formazione di quell'atmosfera di unità nazionale favorevole alla sua campagna di Abissinia che nell'applicazione di sanzioni d'altronde volutamente innocue.

Léon Blum propone alla Società delle Nazioni, supremo baluardo “della pace e del socialismo”, l'arbitraggio del conflitto e vuole incaricarne Litvinof che, in quel momento, è Presidente in esercizio; dopo che il tentativo di compromesso Laval-Hoare fallisce, la Società delle Nazioni si schiera, nella sua stragrande maggioranza, contro Mussolini. Inutile dire che l'“emigrazione” italiana si allinea a quest'azione in difesa del Negus e dell'imperialismo inglese: al Congresso di Bruxelles del Settembre 1935 è votata una mozione i cui termini sciatti e servili mostrano fino a qual punto - ad un anno di distanza dalla guerra di Spagna e a quattro dalla guerra mondiale - si era già arrivati nel saldare le masse al carro borghese. Eccone il testo:

Al Signor Benes, Presidente della S. d. N.
Il Congresso degli italiani che, nelle circostanze attuali, ha dovuto riunirsi all'estero per proclamare il suo attaccamento alla pace e alla libertà, raggruppando in una comune volontà di lotta contro la guerra centinaia di delegati delle masse popolari d'Italia e dell'emigrazione italiana, dai cattolici ai liberali, dai repubblicani ai socialisti ed ai comunisti, constata con la più grande soddisfazione che il Consiglio della S. d. N. ha nettamente separato, per la condanna all'aggressore, le responsabilità del governo fascista da quelle del popolo italiano; afferma che la guerra d'Africa è la guerra del fascismo e non quella dell'Italia, che essa è stata scatenata contro l'Europa e l'Etiopia senza alcuna consultazione del paese e in violazione non solo degli impegni solenni presi nei confronti della S. d. N. e dell'Abissinia, ma in violazione anche dei sentimenti e dei veri interessi del popolo italiano; sicuro d'interpretare il pensiero autentico del popolo italiano il Congresso dichiara che è nel dovere della S. d. N., nell'interesse tanto dell'Italia che dell'Europa di ergere una diga infrangibile alla guerra e si impegna a sostenere le misure che saranno prese dalla S. d. N. e dalle organizzazioni operaie per imporre l'arresto immediato delle ostilità.

Il Comintern disciplinato alle decisioni della S. d. N.: ecco un risultato di cui Mussolini aveva tutte le ragioni di gloriarsi.

Frattanto si prepara l'atmosfera che doveva condurre alla dispersione dei formidabili scioperi di Francia, del Belgio ed alla caduta nella guerra imperialista e antifascista del poderoso sussulto dei proletari spagnuoli nel luglio 1936.

Sul finire del 1935 il Parlamento francese, in una seduta qualificata “storica” da Blum, è unanime nella constatazione della sconfitta del fascismo e della “riconciliazione dei francesi. Nello stesso tempo gli scioperi di Brest e di Toulon sono attribuiti, dallo stesso fronte unico dei “riconciliati”, all'azione di “provocatori”; e nel Gennaio 1936 Sarraut - lo stesso che nel 1927 aveva proclamato “il comunismo, ecco il nemico” - beneficerà del fatto che, per la prima volta, il gruppo parlamentare comunista si astiene dal voto sulla dichiarazione ministeriale. L'attentato contro Blum del Marzo 1936 spinge il Partito Comunista a lanciare la formula della lotta “contro gli hitleriani di Francia”, formula che gli sarà poi rinfacciata, dopo la firma del trattato russo-tedesco dell'agosto 1939.

Il 7 Marzo 1936 Hitler denuncia il Trattato di Locarno e rimilitarizza la Renania. Per contraccolpo, alla Camera francese, la foga sciovinista è altrettanto clamorosa per quanto innocua nei suoi riflessi internazionali.

Gli avvenimenti impongono al capitalismo francese di utilizzare la reazione al fatto compiuto di Hitler solamente nel campo della politica interna ed il Partito Comunista eccelle in questa azione: rievocando l'epoca in cui i legittimisti francesi fuggivano dalla Francia durante la rivoluzione, esso parla degli “emigrati di Coblentz, di Valmy”, rievoca ancora “il sole di Austerlitz di Napoleone” e va fino a servirsi delle parole di Goethe e Nietzsche sulla “Germania ancora sommersa nello stato di barbarie”, senza esitare a falsificare lo stesso Marx la cui frase “il gallo francese portatore della rivoluzione in Germania” è trasferita dal campo sociale e di classe del proletariato francese a quello nazionale e nazionalista della Francia e della sua borghesia.

La diplomazia russa rafforza la posizione patriottarda del Partito Comunista francese nello stesso tempo in cui resta però prudentissima - come d'altronde anche l'Inghilterra - quanto alla replica da dare al colpo di Hitler. Litvinof si limita a dichiarare che:

l'UR.S.S. si assocerebbe alle misure più efficaci contro la violazione degli impegni internazionali

ed a spiegare che:

quest'atteggiamento dell'Unione Sovietica è determinato dalla politica generale di lotta per la pace, per l'organizzazione collettiva della sicurezza e del mantenimento di uno degli strumenti della pace: la S. d. N.

Molotov è ancora più prudente, e, in un'intervista al Temps dice:

Noi conosciamo il desiderio della Francia di mantenere la pace. Se il governo tedesco giungesse anch'esso a testimoniare il suo desiderio di pace e di rispetto dei Trattati, particolarmente in ciò che concerne la S. d. N., noi considereremmo che, su questa base della difesa degli interessi della pace, un riavvicinamento franco-tedesco sarebbe augurabile.

I capi del Partito Comunista Francese ragionavano in questo modo: la Russia è in pericolo; per salvarla blocchiamo con il nostro capitalismo.

E con il consueto spudorato spirito demagogico non esitavano a suffragare questa teoria col richiamarsi all'azione di Lenin; proprio di Lenin che nel 1918 per salvare la Russia dall'attacco di tutte le potenze capitalistiche spingeva i proletari di ogni paese contro il capitalismo del paese rispettivo ed in un attacco rivoluzionario volto alla sua distruzione. L'opposizione fra le due posizioni è altrettanto violenta per quanto lo è quella che esiste fra rivoluzione e contro-rivoluzione.

È in quest'atmosfera di unione nazionale, di riconciliazione di tutti i francesi, di lotta contro gli “hitleriani di Francia” che matura l'ondata di scioperi che comincia 1'11 maggio al porto di Le Havre e nelle officine d'aviazione di Tolosa. La vittoria di questi due primi movimenti si incrocia con l'immediata estensione dello sciopero alla regione parigina, a Courbevoie ed a Renault (32.000 operai), il 14 Maggio, a tutta la metallurgia parigina il 29 ed il 30. Le rivendicazioni sono: l'aumento dei salari, il pagamento dei giorni di sciopero, vacanze operaie, contratto collettivo. Gli scioperi durano, si estendono al Nord minerario dapprima ed a tutto il paese in seguito, e prendono un aspetto nuovo: gli operai occupano le officine malgrado l'appello della Confederazione del Lavoro, dei Partiti Socialista e Comunista. Si legge in un appello:

risolute a mantenere il movimento nel quadro della disciplina e della tranquillità, le organizzazioni sindacali si dichiarano pronto a mettere un termine al conflitto dovunque le giuste rivendicazioni operaie siano soddisfatte.

Ma quale differenza dall'occupazione delle fabbriche in Italia, nel Settembre 1920! A Parigi bandiera rossa e tricolore sventolano assieme e nelle officine non si pensa che a danzare: l'atmosfera non ha nulla di un movimento rivoluzionario. Fra lo spirito di unità nazionale che anima gli scioperanti e l'arma estrema dell'occupazione delle officine vi è un contrasto stridente. Tuttavia nessuna possibilità di equivoco: tanto la Confederazione del Lavoro che aveva già riassorbito la C.G.T.U., quanto i Partiti Socialista e Comunista non hanno nessuna iniziativa in questi grandiosi scioperi. Vi si sarebbero opposti se questo fosse stato possibile ed è unicamente il fatto che essi si sono estesi a tutto il paese che impone loro delle dichiarazioni di ipocrita simpatia per gli scioperanti.

Il fatto che il padronato sia arcidisposto ad accettare le rivendicazioni degli operai non determina la fine dei movimenti. Un gran colpo di scena è necessario. Le elezioni di maggio avevano date una maggioranza ai partiti di sinistra e, fra questi, al Partito Socialista.

Eccoci così al Fronte Popolare: ben prima del termine fissato dalla procedura parlamentare, il Governo di Blum è formato il 4 Giugno. La Delegazione delle sinistre, l'organo parlamentare del Fronte Popolare, in un o.d.g.:

constata che gli operai difendono il loro pane nell'ordine e nella disciplina e vogliono conservare al loro movimento un carattere rivendicativo dal quale non riusciranno a staccarli le “Croci di Fuoco” [movimento combattentistico del Colonnello La Roque - ndr] e gli altri agenti della reazione.

L'Humanité dal canto suo pubblica a titoli di scatola che:

l'ordine assicurerà il successo [...] chi esce dalla legalità sono i padroni, gli agenti di Hitler che non vogliono la riconciliazione dei francesi e spingono gli operai a fare lo sciopero.

Nella notte dal 7 all'8 Giugno è firmato quello che sarà poi chiamato l'“accordo di Matignon” (la residenza del Presidente del Consiglio Blum) ed esso consacra:

  1. il contratto collettivo;
  2. il riconoscimento del diritto di sindacato;
  3. l'istituzione dei delegati sindacali nelle officine;
  4. l'aumento dei salari dal 7 al 15% (che è poi il 35% essendo stata ridotta la settimana di lavoro da 48 a 40 ore);
  5. le vacanze pagate.

Quest'accordo sarebbe stato firmato anche prima se in alcune fabbriche quelli che venivano qualificati “reazionari” non avessero proceduto all'arresto di alcuni direttori.

Il 14 Giugno Thorez, il capo del Partito Comunista francese, lancia la formula che lo renderà celebre:

Bisogna sapere terminare uno sciopero dal momento in cui le rivendicazioni essenziali sono state raggiunte. Bisogna anche addivenire al compromesso al fine di non perdere alcuna forza e sovrattutto per non facilitare la campagna di panico della reazione.

Dopo due settimane il capitalismo francese riesce a spegnere questo potente movimento, potente non per il suo significato di classe, ma per la sua estensione, l'importanza delle rivendicazioni professionali, l'ampiezza e il grado dei mezzi impiegati dai lavoratori per conseguire il successo.

Le organizzazioni pseudo-operaie che non avevano avuto nessuna responsabilità nello scatenamento del movimento, sono le stesse che si incaricheranno di mettervi un termine. Il Partito Comunista francese doveva giuocare un ruolo di primo ordine nel soffocamento di ogni possibilità rivoluzionaria che dovesse sorgere ed esso vi riuscì a meraviglia indicando al disprezzo dei lavoratori, e in quanto “hitleriani”, i rari operai francesi che cercavano di far convergere l'occupazione delle fabbriche con un'impostazione rivoluzionaria della lotta. Ed in questo unicamente consisteva il problema tattico che il Partito francese doveva risolvere.

Quasi contemporaneamente scoppiano gli scioperi in Belgio. Essi iniziano al Porto d'Anversa e dilagano successivamente in tutto il paese. Il manifesto che lancia immediatamente il Partito Operaio Belga è significativo:

Operai del porto, nessun suicidio. Vi sono delle persone che vi incitano ad arrestare il lavoro. Perchè? Esse esigono un aumento di salario. Noi non diciamo nulla di diverso a questo proposito nel momento in cui l'Unione Belga degli Operai del Trasporto si occupa di discutere la sua politica di aumento dei salari. E noi non ci lasceremo sorprendere da gente senza responsabilità. Non vogliamo conoscere ad Anversa le stesse conseguenze disastrose che si produssero dopo lo sciopero di Dunkerque. Abbiamo un regolamento che deve essere rispettato. Quelli che vi incitano allo sciopero non si preoccupano delle conseguenze. Operai del porto, ascoltate i vostri dirigenti. Noi sappiamo quali sono i vostri desideri. Avanti per l'unione! nessuno sciopero irragionevole. Noi discuteremo ancora oggi con i padroni.

Malgrado un appello analogo della Commissione Sindacale (l'equivalente della Confederazione del Lavoro), il 14 Giugno il Congresso dei Minatori è costretto a subire la situazione e dare l'ordine di sciopero. Il giorno precedente l'organo del Partito Socialista comunicava il suo accordo con le decisioni governative per evitare l'occupazione delle officine.

Il 22 Giugno, nel Gabinetto del Primo Ministro Van Zeeland, che presiede una coalizione con la partecipazione dei socialisti, si firma un accordo dove è stabilito:

  1. un aumento di salari del 10%;
  2. la settimana di 40 ore per le industrie insalubri;
  3. giorni di vacanze annue.

Il Partito Comunista belga mette la scarsa influenza di cui dispone fra le masse a profitto di una tattica analoga a quella seguita dal Partito francese: esso blocca con il Partito Operaio e la Commissione Sindacale che monopolizzano la direzione dei movimenti. Non ha nessuna iniziativa nello scatenarsi degli scioperi e tutta la sua attività consiste nel reclamare l'intervento del Governo in favore degli scioperanti.

Quanto ai risultati, questi furono molto inferiori a quelli ottenuti dai lavoratori francesi. Ma, nei due paesi, questi successi sindacali, d'altronde effimeri, lungi dal significare una ripresa della lotta autonoma e classista del proletariato, favoriscono lo sviluppo della manovra dello Stato capitalista che, grazie all'arbitraggio dei conflitti, riesce a guadagnarsi la fiducia delle masse e di questa fiducia esso si servirà per stringere la rete del suo controllo egemonico su di esse.

La sanzione dell'autorità statale al contratto di lavoro rappresenta non una vittoria, ma la disfatta dei lavoratori. In realtà questo contratto non è che un armistizio nella lotta di classe e la sua applicazione dipende dai rapporti di forza fra le due classi. Il solo fatto che sia accettato l'intervento statale inverte radicalmente i termini del problema giacché i lavoratori incaricano così della loro difesa l'istituto fondamentale del dominio capitalista: il posto dei sindacati di classe è ora occupato dal sindacato di collaborazione di classe intrecciantesi con i funzionari del Ministero del Lavoro che controllano l'applicazione della legge.

Gli scioperi francese e belga precedono di un mese appena lo scoppio delle agitazioni sociali in Spagna e l'apertura della guerra imperialista in quel paese. Di questo parleremo, nel corso dell'ultimo nostro capitolo.

Prometeo

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