Crisi e ristrutturazione

Immagine - Raschiatura delle pelli per la preparazione della perga­ mena, fine 1700

L'impostazione ideologica borghese dell'Aut.Op.

Dal punto di vista della produzione materiale (ma non solo), una prima grossa divergenza che immediatamente balza agli occhi tra il sistema capitalistico e le organizzazioni socioeconomiche che lo hanno preceduto assume la forma della contrapposizione fra dinamicità e staticità, fra movimento e ristagno.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l'immutata conservazione dell'antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l'incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l'incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l'epoca borghese da tutte le altre. (1)

E se in un primo momento il capitale, assoggettando i processi lavorativi provenienti dal vecchio modo di produzione, lascia sostanziaolmente immutato il modo del loro svolgimento, in questa prima sottomissione, nel dominio del capitale sulle condizioni della produzione autonomizzatesi di fronte e contro il lavora tore, sono già gettati tutti i presupposti del suo incessante modificarsi.

Per capire ciò dobbiamo spogliare la produzione capitalistica dell'abito immediato di cui si riveste. Come la merce è combinazione fra il potere di soddisfare un bisogno e cristallizzazione di una quota di lavoro sociale, così è unità:

di valore d'uso e valore di scambio. Ma il processo lavorativo non è che un mezzo al fine del processo di valorizzazione, e il processo di valorizzazione in quanto tale è essenzialmente processo di produzione di plusvalore, processo di oggettivazione di lavoro non pagato. (2)

Nel periodo in cui il capitale sussume il lavoro ancora solo formalmente, questa voracità di plusvalore viene soddisfatta principalmente in tutte le forme che generano plusvalore assoluto. A questo stadio dell'accumulazione capitalistica assistiamo ad un prolungamento smisurato della durata della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale reintegrerebbe il semplice valore della forza-lavoro accanto ad una intensificazione del lavoro ed a un suo svolgimento più continuo ed ordinato. Solo che qui, l'estrazione di pluslavoro si scontra irrimediabilmente con un limite invalicabile. Ed è il fatto che la produzione di valore (e di plusvalore) di un operaio nel corso della sua attività quotidiana è, ad un certo livello d'astrazione, al massimo uguale al valore in cui si oggettivano 24 ore lavorative. E se dal piano dell'astrazione scendiamo al piano delle cose, alle esigenze fisiche indispensabili alla ricostituzione della forza-lavoro, questo limite si restringe ulteriormente. L'estensione della giornata lavorativa non è perseguibile oltre un certo punto. Per il capitale, valore-autovalorizzantesi, si è posta storicamente l'esigenza di aggirare un ostacolo che nessuno, se non una determinazione naturale, aveva posto. L'estrazione del plusvalore relativo si rivelerà essere lo strumento adeguato allo scopo.

Plusvalore relativo e crisi

Data una lunghezza della giornata lavorativa e la sua ripar­tizione fra lavoro necessario e pluslavoro, un'estensione della parte di lavoro non pagata è possibile alla sola condizione di una contrazione della parte di lavoro in cui il produttore rico­stituisce il valore della forza-lavoro. Ora, il valore della forza-lavoro si compone come somma dei singoli valori della massa di merci necessaria ad un certo grado dello sviluppo sociale, alla ricostituzione e riproduzione dell'operaio. Presupponen­do cioè la massa dei mezzi di sussistenza è dato anche il totale del lavoro socialmente necessario alla loro produzione. Una redistribuzione della proporzione in cui le diverse parti di va­lore si suddividono un giorno di lavoro (presupponendo l'identità valore-prezzo, presupponendo cioè lo scambio fra possessori di merci equivalenti), diventa praticabile alla sola condizione che la forza, produttiva nei settori che direttamen­te o indirettamente rientrano nella sfera della produzione dei mezzi di sussistenza, subisca un incremento.

L'aumento del­ la forza produttiva, se vuol diminuire il valore della forza-lavoro, deve impadronirsi di quei rami d'industria i cui pro­dotti determinano il valore della forza-lavoro, cioè apparten­gono alla sfera dei mezzi di sussistenza abituali, oppure li pos­sono sostituire. Ma il valore di una merce non è determinato soltanto dalla quantità del lavoro che le da l'ultima forma, ma anche e soprattutto dalla massa del lavoro contenuta nei suoi mezzi di produzione... Dunque anche l'aumento della forza produttiva e la corrispondente riduzione a più buon mercato delle merci delle industrie che forniscono gli elementi materiali del capitale costante, cioè i mezzi di lavoro e il materiale di la­voro per la produzione dei mezzi di sussistenza necessari, fan­no anch'essi calare il valore della forza-lavoro. (3)

Marx chiama questa forma del plusvalore, che deriva dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario, plusvalore relativo. E a questo punto risultano più facilmente comprensi­bili i motivi che sottendono la continua ristrutturazione delle forme produttive che il capitale periodicamente assume. Ma, se la tendenza continua al rivoluzionamento delle condizioni della produzione, delle tecniche produttive, della combinazio­ne del lavoro socializzatosi, in breve la sussunzione reale del lavoro al capitale si configura al tempo stesso come causa e conseguenza della riproduzione allargata, diviene però neces­sario distinguere con precisione fra le tendenze generali e le forme che esse vanno rivestendo. Questo perché la fondazione del modo capitalistico di produzione essenzialmente sull'estrazione di plusvalore relativo, risulta determinata dall'azione congiunta ma disorganica dei vari capitali indivi­duali di cui si compone il capitale complessivo, il cui movi­mento non si articola sulle linee di un piano generale tracciato a priori, ma risponde a spinte ben più immediate e particolaristiche. Nel caso in cui, grazie al potenziamento della forza produttiva dei propri impianti, il produttore di un determina­to articolo riesca a realizzare lo stesso prodotto con una quan­tità di lavoro inferiore a quella mediamente necessaria, il valo­re individuale del prodotto in questione risulterà inferiore al suo valore sociale. E questa discrepanza fra valore individuale e valore sociale della merce, è la molla all'origine della dinamicità del sistema capitalistico. Perché quando il nostro capi­talista andrà a realizzare il valore dei propri prodotti sul mer­cato, il prezzo a cui li scambierà non sarà il riflesso del loro valore individuale ma sarà il prezzo dato dalle condizioni della produzione di quel valore d'uso a livello sociale. Quindi, sem­pre nel nostro caso (trascurando le necessità poste dall'allar­gamento della massa di merci prodotte), il capitalista che ha sviluppato un incremento della forza lavorativa, svilupperà anche un plusvalore straordinario, intascando la differenza fra i due valori della merce come lavoro non pagato. Qui il la­voro opera come lavoro potenziato, eccezionale, delimitando così il tempo di lavoro necessario a vantaggio del pluslavoro. La modernizzazione dei processi produttivi si presenta cioè come produttrice di plusvalore relativo anche quando il valore d'uso in questione non entra nella cerchia dei mezzi di sussi­stenza dell'operaio; ed è al contempo la causa fondamentale della continua riduzione a buon mercato del valore della forza-lavoro.

Se per la borghesia il continuo rivoluzionamento dei modi di produzione si rivela essere un passaggio obbligato per la soddisfazione della propria brama di sfruttamento, vi è nasco­sta all'interno di tutto questo processo, una contraddizione, che è poi la contraddizione fondamentale del sistema econo­mico capitalistico, quella che ne determina il carattere di tran sitorietà storica e ne segna la fine.

La crescente produttività del lavoro si esprime in una cre­scente massa dei mezzi di produzione paragonata all'operaio ad essi incorporato, si esprime cioè in una mutata composizio­ne tecnica del capitale che entra nel processo produttivo. E...

questo mutamento nella composizione tecnica del capitale, l'aumento della massa della forza-lavoro che li anima, si ri­ specchia nella composizione di valore del capitale, nell'au­mento della parte costitutiva costante del valore capitale a spese della sua parte costitutiva variabile. (4)

Ora, se è vero che il capitale si nutre di lavoro non pagato è anche vero che il metro di misura per quantificarne la remuneratività non è da­to dal saggio del pusvalore ma dal saggio di profitto: il rap­porto complessivo fra la massa del plusvalore estorto e la mas­sa del capitale, nelle sue componenti, investito nel ciclo pro­duttivo. E il processo storico di sviluppo delle forze produtti­ve si rivela nella propria contraddittorietà proprio perché in es­so, il capitale, diminuendo costantemente la parte variabile in rapporto alla parte costante, inaridisce in questo modo l'unica vera fonte produttrice di valore e di plusvalore. Nonostante l'aumento del saggio di sfruttamento, la massa complessiva del plusvalore tende ad aumentare in misura sempre più insuf­ficiente rispetto alla massa complessiva del capitale investito.

La seconda legge fondamentale è che... nella misura in cui la produttività del lavoro aumenta, diminuisce il saggio di profitto. L'aumento della produttività del lavoro è sinonimo di:
1. aumento del plusvalore relativo...
2. diminuzione del tem­ po di lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro;
3. diminuzione della parte del capitale che in generale si scambia col lavoro vivo, rispetto alle parti di esso che partecipano al processo di produzione sotto forma di lavoro oggettivato e la­voro presupposto...
In altri termini, la seconda legge esprime la tendenza del saggio di profitto a cadere parallelamente allo sviluppo del capitale... (5)

La crisi capitalistica si realizza quando gli effetti cumulativi di questa tendenza e l'inefficacia delle contromisure attuate dal capitale, la rendono operante.

Vi è un punto oltre il qua­ le l'accumulazione del capitale non può realizzarsi, e ciò indi­pendentemente dall'esistenza di un'area ove collocare la mas­sa delle merci prodotte, ma perché viene meno la possibilità di realizzare il fine stesso del capitale: la sua accumulazione me­diante l'estorsione di plusvalore. (6)

E la crisi mondiale che dagli inizi degli anni 1970 devasta l'orizzonte internazionale al­tro non è che l'attualizzazione di questa tendenza, l'attualiz­zazione di una contraddizione fra sviluppo delle forze produt­tive e rapporti di produzione capitalistici che pone in conti­nuazione la necessità di una loro sostituzione. E qui crediamo interessante aprire una parentesi. Il fatto è che dall'interno del modello marxista della dinamica capitalista, o meglio dall'in­terno di una sua accettazione formale, viene articolandosi un ventaglio di proposizioni teoriche tutte miranti ad un suo "rinnovamento". Stravolgimento diciamo noi, laddove que­sta esigenza di innovazione sfocia nella negazione di un meto­do che di questo schema costituisce il nerbo. Laddove sul pia­no teorico si sconfina nell'idealismo e su quello politico nel I 'opportunismo.

Crisi e lotte operaie

Scrive Negri:

Nella sua analisi della legge della caduta del saggio di profitto Marx aveva sempre notato l'intima contraddittorietà del processo. La caduta del saggio di profitto diviene "legge", destino ineluttabile del capitale, perché in essa è regi­strata la contraddizione fra permanente aumento del capitale accumulato e permanente abbassamento della proporzione di lavoro vivo. (7)

Specificato questo egli ritiene che:

la caduta del saggio di profitto è divenuta la ragione essenziale della congiuntura critica... (8)

Solo che a questo punto:

la de­ scrizione marxiana del meccanismo va dunque marxianamen­te corretta... (9)

Ed è che, all'interno del modo di produr­re, la caduta del saggio di profitto ossia la svalorizzazione del lavoro, si accompagna ad una massificazione delle forze della produzione sociale che, per il fatto di inerire covi profonda­mente sia al processo di produzione che a quello di circolazio­ne, e di presentarsi ormai nella figura unificata di un soggetto, di un individuo sociale, dunque per il fatto di darsi in questa forma, si presenta come potere... Il rapporto fra saggio di profitto e massificazione della produzione si dà dentro rap­porti di forza nuovi, a partire da una base sociale che lo svi­luppo capitalistico ha determinato e che le lotte hanno defini­to e costituito in soggetto. (10)

La figura attuale della crisi capitalistica comincia cosi a configurarsi come figura della combinazione fra caduta del saggio di profitto e attacco di massa da parte di quella realtà sociale della produzione che il capitale è costretto a costruire per valorizzarsi. (11)

Ciò che emerge da questa esposizione è che, per Negri, ciò che è, non si dice immanente, ma connaturato al capitale - e cioè la massificazione delle forze della produzione sociale e il loro inerire "profondamente" ai processi di produzione - per misteriosi motivi assume caratteri affatto nuovi, diventa soggettività autonoma del proletariato, "potere".

Altrove (12) il nostro professore, citando Marx, riconosce che:

lo sviluppo generale della società, essendo sfruttato dal capitale - e agendo come forza produttiva del capitale - di con­ tro al lavoro, appare... come sviluppo del capitale...

Rico­ nosce cioè, con parole sue, che è proprio dello sviluppo capitalistico “l'approfondirsi e il perfezionarsi della sussunzione reale del lavoro nel capitale”. Ma è qui che il professore attua un vecchio giochetto, la travisazione scientemente studiata, delle affermazioni di Marx per dare apparente dignità "mar­xiana" alle sue alate fantasie. Si chiede Negri:

nell'approfondirsi e nel perfezionarsi, che è proprio dello sviluppo capi­talistico in questa fase della sussunzione reale del lavoro nel capitale, in che misura gioca la svalutazione della forza-lavoro? Si dà, dentro questo processo, un momento di diffe­renziazione qualitativa, tale che (attenzione) dal completa­ mento della sussunzione reale si trascorra, nello sviluppo del modo di produzione capitalistico, ad una fase di soppressione della funzione valorizzante del lavoro?

Osserviamo di passaggio che approfondirsi e perfezionarsi della sussunzione reale di lavoro al capitale, non è affatto "proprio dello sviluppo capitalistico in questa fase" ma lo è sempre. Già questo, che è tutt'altro che un particolare, baste­rebbe ad invalidare al 50% le elucubrazioni di Negri. Ma andiamo pure avanti, perché il "bello" deve ancora venire. Il professore, dunque, va a chiarire che cosa si intenda per sva­lorizzazione del lavoro:

L'abbreviazione della parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione del valore della forza-lavoro è la chiave determinante e la più intima ten­denza dello sviluppo del modo di produzione capitalistico [...]Ma c'è un momento in cui la progressione della legge, la sua capacità di funzionare (sia pure in maniera contraddittoria) si inceppano.

E sin qui tutto bene. Anche per Marx, anche per noi, il ciclo di accumulazione che si manifesta anche come "abbreviazione della giornata" ecc., ovvero come progressivo aumento della composizione organica del capitale e relativo aumento del saggio di sfruttamento, si inceppa, cioè entra in crisi. Ma è proprio su questo punto che Negri gioca le tre tavo­lette con i concetti e le citazioni di Marx. Inizia qui una lunga citazione dai Lineamenti (vol. 2, pagg. 400-401) che vale la pe­na di seguire:

Nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la crea­zione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla poten­za degli agenti che vengono messi in molo durante il tempo di lavoro, e che, a sua volta - questa loro "powerful effective­ness" - non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnolo­gia, o dall'applicazione di questa scienza alla produzione. (Lo sviluppo di questa scienza, in particolare della scienza della natura, e con essa di tutte le altre, è a sua volta di nuovo in rapporto allo sviluppo della produzione materiale). L'agricol­tura per es., diventa una semplice applicazione della scienza del ricambio materiale, da regolarsi nel modo più vantaggioso per l'intero organismo sociale. La ricchezza reale si manifesta, invece, - e questo è il segno della grande industria - nell'enor­me sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo pro­dotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto a una pura astrazione e la potenza del processo di pro­duzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presen­tarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piutto­sto l'uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore. (Ciò che si è detto delle macchine vale anche per la combinazione delle attività umane e per lo sviluppo delle relazioni umane). L'operaio non è più quello che inserisce l'oggetto naturale modificato come membro in­termedio fra l'oggetto e sè stesso, ma è quello che inserisce il processo naturale, che egli trasforma in un processo industria­le, come mezzo fra sè stesso e la natura inorganica, della quale si impadronisce. Egli si colloca accanto al processo di produ­zione, anzichè esserne l'agente principale. In questa trasfor­mazione non è nè il lavoro immediato eseguito dall'uomo stes­so, nè il tempo che egli lavora, ma l'appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale -in una parola è lo sviluppo dell'individuo sociale che si pre­senta come il grande pilone di sostegno della produzione e del­la ricchezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile ri­spetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di esse­re la misura del valore d'uso. Il pluslavoro della massa ha ces­sato d'essere la condizione dello sviluppo della ricchezza gene­rale, cosi come il non lavoro dei pochi ha cessato d'essere con­dizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana.

Qui Negri interrompe Marx e con faccia tosta degna del cattedratico, spiega:

Vale a dire che lo sviluppo della grande industria porta la proporzione di lavoro necessario e plusvalore prodotto (cioè il grado di produttività del lavoro necessario) ad un rapporto insignificante per la piccolezza del lavoro necessario e per la massa di lavoro morto accumulato­gli di contro. Nella progressione del modo di produzione capitalistico, il salto qualitativo non è solo dentro un'ulteriore riduzione del tempo di lavoro necessario (aumento della produttività del la­voro) bensì soprattutto dentro una radicale svalutazione del tempo di lavoro come componente essenziale del processo produttivo (controllo politico e schiacciamento della classe operaia).

Sarebbe così data per Negri la fine della funzione valoriz­zante del lavoro già "nella progressione del modo di produzio­ne capitalistico".

Dove sta il gioco? Nella omissione di ciò che segue nella ci­tazione di Marx. Marx infatti prosegue:

Con ciò (il pluslavo­ro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale) la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo di produzione materiale immedia­to viene a perdere anche la forma e la miseria dell'antagoni­smo. (Subentra) il libero sviluppo delle individualità, e dun­que non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare pluslavoro, ma in generale la riduzione del lavoro necessario della società ad un minimo a cui corrisponde poi la formazio­ne e lo sviluppo artistico, scientifico, ecc. degli individui gra­zie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per tutti loro.

Siamo evidentemente al comunismo. Ma altrettanto evidente­mente, abbiamo superato quello che qui Marx ha chiamato il "crollo" e che, sempre per Marx, non è dato "all'interno della progressione del MPC"!! Il gioco cioè sta neì far apparire co­me già avvenuto nel processo di sviluppo del MPC quanto in­vece avverrà con l'abbattimento del capitalismo, con la rivo­luzione proletaria. A Negri sfugge il valore di un "Non appena".

Non appena - dice Marx - il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza...

È forse giunto quel mo­mento? No, checchè ne dica Negri che dovrebbe quanto meno indicare i termini storico-politici e di tempo in cui si è manife­stato. È Marx invece a ripetere a seguito di quanto già citato, che sin che il capitale vive, vive anche la misura del valore nel tempo di lavoro. Seguiamolo:

Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro ad un minimo, mentre, d'altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misu­ra e fonte di ricchezza. Esso diminuisce quindi il tempo di la­voro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accre­scerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo - in misura crescente - la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e del­la natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativa­mente) indipendente dal tempo di lavoro impiegalo in essa. Dall'altro lato esso intende misurare le gigantesche forze so­ciali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigio­narle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali -entrambi lati diversi dello sviluppo dell'individuo sociale - fi­gurano per il capitale solo come mezzi per produrre sulla sua base limitata, Ma in realtà essi sono le condizioni per far salta­re in aria questa base [neretto nostro]. (13)

Negri, dunque, confonde la contraddizione del capitale con la soluzione che solo la rivoluzione proletaria potrà dare, la condizione della rivoluzione con la rivoluzione stessa, che per Negri sarebbe già avvenuta. Come spiegarsi, altrimenti, la de­ tenzione di "potere", da parte del proletariato, già oggi?

Siamo cosi giunti alla fonte, o se si vuole al retroterra ideo­logico delle mistificazioni proprie dell'Aut. Op., circa il "po­tere" o "contropotere" proletario. Già da quanto visto, emer­ge che, per Negri, "potere" è già nelle cose, è determinato dal­lo sviluppo capitalistico, "contropotere" è l'elevamento a sog­getto cosciente, attraverso le lotte della "massificazione delle forze della produzione sociale". In questa logica, ove viene stravolta la base stessa dell'indagine marxista, con l'annulla­mento per decreto cattedratico della funzione valorizzante del lavoro, può succedere di tutto: anche l'elevarsi a forza pro­duttiva di bancari, assicurativi e pubblicitari. Ciascuno di que­sti strati, nella sua "autonomia" andrà a comporre con le sue lotte il mosaico del contropotere, che attende solo di essere politicamente mediato dall'"organizzazione di classe". È na­turale che data la complessità del mosaico, data la diversità (ricchezza?) delle spinte di un simile "contropotere" il proble­ma della mediazione politica sia quello della "mediazione di interessi". (14)

Di qui, ancora, parte di tutto sul terreno politi­co: anche il recupero del riformismo più frustro che, riesuma­to dai bauli di giusto un secolo fa, rimbellettato, fa la sua far­sesca apparizione sul n. 3 di Metropoli. (15)

Torniamo a crisi e ristrutturazione. Per Negri dunque la cri­si è “combinazione fra caduta del saggio di profitto e attacco di massa” da parte proletaria. Di fatto però la "combinazio­ne" cede il passo alla sola potenza del proletariato. È in "Il dominio e il sabotaggio" che leggiamo:

Per il capitale la so­luzione della crisi consiste in una ristrutturazione del sistema che batta e ricomprenda i componenti antagonistici del prole­ tariato nel progetto di stabilizzazione politica. (16)

Tutta la sua opera d'altronde è segnata per questo sovrano disinteresse ai meccanismi interni dell'accumulazione capitalistica e, di contro, una mistificata sopravalutazione dell'antagonismo di classe, che al di là della sua oggettività storica, si esprimerebbe invece permanentemente nella iniziativa proletaria. Ne deriva di conseguenza una visione deforme dei motivi che sono all'origine degli enormi processi ristrutturativi oggi in corso.

Sicuramente ci troviamo dinanzi ad una ristrutturazione effettiva, cioè ad una colossale operazione di modificazione e di innovazione sulla composizione organica di capitale, secon­do le linee obbligate della risposta all'azione scompensatrice e critica della classe. (17)

Beniamin Coriat, intellettuale fran­ cese della medesima matrice ideologica, illustrando il nesso che lega lotte operaie e ristrutturazione, ne allarga la portata all'intero processo storico di sviluppo capitalistico.

Ne risul­ta qualcosa di simile ad una storia periodizzata dei rapporti capitale-lavoro. Infatti, la rinnovata efficacia della resistenza operaia e la messa in crisi dell'organizzazione "scientifica" del lavoro, che ne è l'evidente espressione sociale, conducono per una sorte di ricorrenza, a rintracciare i grandi momenti dello sviluppo del capitale, visto nel suo rapporto con le forme, vec­chie o nuove, della resistenza operaia. Per spiegare il movi­mento del capitale si è imposta la necessità di ricostruirne i contesti e le congiunture. Non all'interno della cronologia propria degli storici, ma secondo un metodo che si potrebbe definire "topologico", che conduce via via ai vari momenti in cui si sono congiunte le figure essenziali del dominio e della re­sistenza. (18)

Sulla base di questo assunto, Coriat, giunge ad intravedere nelle forme avanzate della organizzazione capitalistica del la­voro ai primi del secolo un movimento antagonista del capita­le mirante a dissolvere una professionalità operaia che si costi­tuiva come un limite al dispotismo e quindi alla valorizzazione capitalistica.

In questo buco, in questo salto aperto dalla dif­ferenza fra composizione tecnica della classe operaia e la sua composizione politica, (strumenti e mezzi di difesa e di lotta), si può cogliere il significato del taylorismo come strategia di dominio sul lavoro. (19)

Si confondono qui le spinte con gli effetti, le cause con le conseguenze. Vale l'ammonimento di Marx:

Se considerate la lotta per un aumento dei salari indi­pendentemente da tutte queste circostanze (variazioni nella quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro, del valore del lavoro, del valore del denaro, dell'estensione o dell'intensità del valore estorto, delle oscillazioni dei prezzi di mercato,. dipendenti dalle oscillazioni della domanda e dell'offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo indu­striale) e prendete in considerazione i mutamenti dei salari, trascurando tutti gli altri mutamenti dai quali essi derivano, partite da una premessa falsa per arrivare a false conclusioni. (20)

Certo, a sua volta, il capitale reagisce agli aumenti salariali strappati, che gravano sul profitto. Ma rea­gisce esattamente nel senso di recuperare, attraverso la inten­sificazione dello sfruttamento, le quote di profitto cosi erose. Come? Con l'aumento del plus-valore relativo, in sostanza con la ristrutturazione tecnica del processo produttivo e l'au­mento della composizione organica di capitale. È un fatto dunque che la tendenza ad una modificazione nella composizione tecnica di capitale si rifletta poi nella tendenza ad una espropriazione totale del controllo operaio sul ciclo produtti­vo. Ma ciò non significa affatto che su queste modificazioni della figura operaia indotte dalla ristrutturazione si fondi la ri­strutturazione stessa. Fissato questo, ristabilito cioè il giusto rapporto fra causa ed effetto va naturalmente osservato che nella ristrutturazione gioca anche una componente per così di­re politica. Nel determinare il proprio essere materiale, nella organizzazione cioè del proprio assetto produttivo, il capitale tiene anche conto della presenza fisica della classe operaia e del suo essere la vivente forza del lavoro. La produzione di masse crescenti di plusvalore, la estrazione di eventuali sovra­profitti con i quali compensare la caduta del saggio medio (vedi oltre) impone che tutti i fattori della produzione, ma in particolare la forza lavoro, siano sotto stretto controllo. Il problema del capitale, visto con gli occhi del capitale sta nell'accrescere la produttività, nell'inasprire la spremitura del­la forza-lavoro. Ciò che vedremo nello sviluppo è proprio l'azione specifica del capitale per flessibilizzare al massimo e accrescere il rendimento della forza lavoro nell'esercizio di un dominio totalizzante che giunge alla interiorizzazione da parte operaia delle funzioni di controllo di sé medesima nel proces­so produttivo. Non è l'azione della classe a mettere in crisi il capitale; è follia “il carattere della crisi oggi come espressione specifica di potere operaio”. (21)

È piuttosto la crisi del capi­tale a mettere in forse l'azione della classe e quantomeno a ne­ garle ogni sia pur minimo spazio di autodeterminazione in fabbrica.

La ristrutturazione è invece la forma più evidente in cui si ripropone la spirale nella quale si dibatte il capitale: aumento della composizione organica per compensare la caduta del saggio di profitto immanente allo stesso aumento della com­posizione organica...

Nell'impostazione marxista e nella realtà della storia del ca­pitale, all'avvio di ciascun ciclo di accumulazione (tutti brevis­simi alla scala storica delle successive forme di produzione) operano vincenti tutte le controtendenze alla caduta del saggio di profitto, insite contradditoriamente nelle stesse cause strut­turali della caduta.

Insieme alla caduta del saggio di profitto, aumenta la massa dei capitali e contemporaneamente si ha una diminuzione del valore del capitale esistente, che rallenta la caduta e tende ad accelerare l'accumulazione del valore ca­pitale. (22)

Ogni ciclo di accumulazione parte da un livello di attività delle forze produttive inferiore a quello raggiunto a conclusio­ne del ciclo precedente. La guerra, dalla cui conclusione si di­parte il ciclo, ha provveduto a ciò con la distruzione fisica dei mezzi produttivi e con lo sconvolgimento delle infrastrutture di supporto. Certo, il potenziale tecnologico, di acquisizioni scientifiche e tecniche pronte ad essere applicate, resta quello prima raggiunto. Ma di fatto c'è tutto da ricostruire.

E in questa ricostruzione che si ha l'aumento della massa dei capitali e con ciò la "diminuzione di valore del capitale esistente che rallenta la caduta (del saggio di profitto) e tende ad accelerare l'accumulazione del valore capitale".

Quando, per la nota legge, il meccanismo si inceppa, quan­do cioè la caduta del saggio si fa da tendenziale ad attuale, il capitale innesca due meccanismi contemporanei:

la artificiosa rivalutazione del capitale esistente attraverso la imposizione di prezzi superiori al valore (di monopolio) - da cui prende le mosse in realtà il processo inflazionistico;

il tentativo di ciascun capitalista (o di ciascun capitale na­zionale) di realizzare i sovraprofitti consentiti dalla vendita a prezzi di mercato - corrispondenti al livello dato del saggio medio di profitto - di prodotti ciascuno dei quali racchiude una minore quantità di lavoro vivo.

E questa la corsa alla produttività, ovvero alla ristruttura­zione, che consenta, nel breve periodo precedente la generaliz­zazione delle innovazioni a tutti i capitalisti, la realizzazione appunto di un saggio di profitto superiore a quello medio da­to.

Nella coazione di questi due meccanismi - oltre che in altri "secondari" quali la esasperazione dello sfruttamento delle economie più deboli da parte di quelle più forti nell'ambito di ciascun blocco imperialista - il capitale riesce a trascinare la propria crisi in un rapido alternarsi di “cadute” e “ripresine” per un periodo di tempo relativamente lungo, prima di acce­dere alla sua soluzione catastrofica. E Marx che, in epoca pre­cedente l'apertura della fase propriamente imperialista, avver­te:

i risultati della tendenza [alla caduta del saggio di profitto - ndr] si presentano in maniera evidente soltanto sotto deter­ minate condizioni e durante periodi di tempo abbastanza lun­ghi.

Capitale-Libro III, sez. III, cap. XIV, §V

In questo periodo abbastanza lungo (e siamo ormai a dieci anni) il capitale matura le condizioni per la sua unica vera so­luzione,. quella che, con la distruzione di mezzi e forze della produzione, consenta la apertura di un nuovo ciclo di accu­mulazione: la guerra.

Nella impostazione negriana, questa tendenza storica alla guerra è del tutto assente. Se la crisi è del comando, la sua so­luzione borghese sta nel semplice riequilibrio di questo da par­te del capitale. È una semplice operazione politica che la bor­ghesia attuerebbe manovrando le leve dello stesso assetto eco­nomico produttivo. Di converso, è sul piano del rapporto po­litico "di potere" che il proletariato dovrebbe rispondere.

Per Negri dunque non c'è nessuna necessità di definire il piano strategico e tattico che il proletariato deve far proprio per imporre l'unica alternativa alla guerra: la rivoluzione. Esi­sterebbe invece la necessità di:

un processo costituzionale continuo, inarrestabile [...] Quella che oggi ci troviamo di fronte è...la possibilità/necessità di affidare alla forza insieme distruttiva e creativa, comunque positiva del proletariato, la apertura di un processo costituzionale interno alla separatezza proletaria, articolato sulle istanze di contropotere che sul ter­ reno della auto valorizzazione vengono emergendo. Questo terreno di potere è un terreno di libertà.

Tante oscure parole, tanta involuzione di discorso sono lí a mascherare il ritorno - ammesso che se ne sia mai staccato - all'idealismo più sciocco e al più pericoloso politicantismo: “la mediazione politica della lotta di classe”. (23)

Il dramma del gramscismo si è trasformato in farsa del "ne­grismo".

E tempo di tornare alle forme concrete in cui si manifesta la ristrutturazione come prima immediata risposta borghese alla crisi.

Forme della ristrutturazione capitalista

La ristrutturazione, e non poteva essere altrimenti, si pre­senta con lo scopo della riduzione dei costi unitari di produ­zione, mirante a recuperare i margini di profitto perduti e a far fronte all'intensificarsi della concorrenza sul mercato in­ternazionale proprio in seguito alla istanza di rivalorizzazione, attraversando tutti i settori e i momenti produttivi che agisco­no sul mercato, nei modi e nelle forme che le esigenze di que­sta variegata realtà pongono. Diversa sarà quindi la ristruttu­razione della piccola boita da quella che interesserà la concen­trazione monopolistica. D'altra parte quest'ultima, come nel­la fase ascendente del ciclo ha dettato i ritmi della accumula­zione, cosi ora detta quelli della ristrutturazione dell'intero tessuto produttivo.

Nelle grandi produzioni di serie, il capitale, dagli inizi del se­colo, aveva sviluppato enormemente quella divisione del lavo­ro che già aveva caratterizzato gli stadi della manifattura e della grande industria dell'Ottocento. Il ciclo del prodotto ne era uscito scomposto in innumerevoli operazioni, in successio­ne fra loro, ad ognuna delle quali era stato adibito un lavora­tore. Ford, e prima ancora Taylor, danno una forma compiu­ta a questa parcellizzazione, esasperandola e regolamentando mediante trasportatori meccanizzati, il flusso del prodotto fra le varie fasi della lavorazione.

Ci si proponeva uno sfruttamento scientifico della forza la­voro e su questa figura della produzione moderna si è incen­trato l'alterno andamento economico degli ultimi sessant'an­ni: un modo di produrre che la ristrutturazione si trova oggi ad ereditare e che nella parossistica ricerca di un'elevata pro­duttività non può che perfezionare, sulla base dello sviluppo raggiunto dalla ricerca scientifica e tecnica.

All'interno di questa tendenza, l'elettronica svolge un ruolo di primo piano, rendendo possibile la sostituzione del gesto umano con elementi di automazione in varie fasi del ciclo pro­duttivo.

I primi robot, riferendoci alla Fiat, furono introdotti nel Settembre del 1972 sulla linea delle 132; si trattava di saldatrici "Unimate", svolgenti simmetriche operazioni di saldatura sulla scocca, in grado di compiere 180 interventi diversi entro un arco di 220 gradi. Le implicazioni della robotizzazione furono immediatamente lo svuotamento quasi completo della linea dall'organico precedentemente addetto al lavoro di lastrofer­ratura ed una composizione di classe semplicemente stravol­ta: quattro operai complessivamente - due adibiti al controllo dell'agganciamento e dello sganciamento e due alla manuten­zione degli impianti.

Il processo non si fermò qui. Continuò con l'installazione nella linea di lastroferratura delle 127 di una serie di grosse saldatrici multiple, in grado di sostituirsi alla forza lavoro nel­la proporzione dell'80%; in verniciatura con un sistema auto­matico guidato elettronicamente, chiamato “Beehr”; nel pro­cedimento di congiunzione della scocca con la parte meccani­ca mediante il “digitron”; nelle lavorazioni meccaniche e alle presse con macchine utensili a controllo numerico, con le “transfert”,...Si estese alla sezione controllo-direzione, a quelle fasce intermedie costituite da quadri inferiori e capetti laddove, mediante un uso capillare dei computer, si ottenne una visione centralizzata e totalizzante dell'intero processo produttivo, con la possibilità di intervenire con tempestività e Precisione qualora il flusso continuo subisse, per qualsiasi mo­tivo, un arresto. Per terminare, nell'amministrazione, negli uffici, attraverso una introduzione imponente di forme com­puterizzate e meccanografiche.

Abbiamo assunto come esempio il gruppo torinese, ma avremmo potuto riferirci a molte altre esperienze che, su scala mondiale, il capitale porta quotidianamente a compimento. E recente la notizia che la Fanuc, una società giapponese produ­cente macchine utensili ad elettroerosione a controllo numeri­co, ha realizzato l'automazione completa del proprio ciclo produttivo, svolgentesi 24 ore su 24 e con il semplice ausilio di un turno di 8 ore di operai addetti al controllo. Parallelamente al plauso incondizionato che muovevano a questo “prototi­po, sicuramente da perseguire ed estendere”, gli stessi osservatori borghesi ci erudivano sugli effetti che l'introduzione sfrenata di robot nell'industria svilupperà nei prossimi 5 anni: per il solo settore manifatturiero, 320 mila posti di lavoro “esuberanti”.

Ma il processo di ristrutturazione non è solo processo di concentrazione e centralizzazione, confluenza di capitali verso i settori più dinamici, trainanti l'economia mondiale (i soli USA, per il quinquennio 1980-85, prevedono di devolvere per il rivolgimento delle combinazioni produttive, circa 70 mila mi­liardi di lire): è oggi, parallelamente, anche processo di decen­tramento, per fronteggiare l'alterno movimento assunto dal mercato delle merci.

Le dimensioni Portello-A rese e Pomigliano non devono aumentare...Col tempo si dovrà cercare di diminuire queste dimensioni "satellizzando" nel Mezzogiorno unità produttive minori, estraibili anche dai contesti produttivi Arese-Portello e Pomigliano...Per ora quindi gli investimenti proposti sono incentrati ad un concetto di “transizione e sopravvivenza”, ma non per l'aumento delle dimensioni aziendali...

... leggiamo nel piano di settore del 1974 del gruppo Alfa Romeo. Satellizzazio­ne è l'eufemismo con cui il gruppo milanese intende un pro­ cesso di decentramento, anticipato dalla Fiat di alcuni anni. Con questi investimenti, la Fiat si era proposta essenzialmente l'obbiettivo di rimuovere l'estrema rigidità che il ciclo produt­tivo della grossa concentrazione di Mirafiori presentava. In presenza di una crisi internazionale di valorizzazione, produt­trice di una guerra commerciale cruentissima, l'affacciarsi sul mercato delle merci con una produzione estremamente vulne­rabile all'iniziativa operaia, soprattutto ad un movimento di classe che in qualche modo sfuggisse e si rivoltasse contro la direzione politica e sindacale socialdemocratica, significava affacciarsi perdenti in partenza, immediatamente sconfitti sul piano dei costi.

Con gli stabilimenti di Cassino, Termini Imerese, Termoli, Lecce, con la scelta multinazionale in Polonia, Brasile (trala­sciando qui un aspetto caratteristico dell'imperialismo: la ri­cerca di mercati su cui collocare capitale finanziario a più ele­vati tassi remunerativi grazie a più bassi costi salariali), la Fiat cercò in questo modo di rendere più flessibile il ciclo del pro­dotto, diversificando una parte della produzione fra più stabi­ limenti, reciprocamente autonomizzati.

Risultato fu che, se precedentemente, con la ribellione di un semplice anello della catena, era possibile apportare enormi danni alla produzione complessiva, ora, con questa indipen­denza dei vari momenti produttivi, l'ostacolo è stato in parte rimosso.

Come in passato la Fiat, durante un periodo di agitazioni, fece giungere dal Brasile i motori della 127, così oggi essa po­trebbe ovviare ad una mancata produzione di motori 126 nello stabilimento di Termoli mediante i motori polacchi o vicever­ sa.

Su scala ridotta, all'interno delle varie officine, si va ripe­tendo la medesima manovra: le catene vengono accorciate, aumentate di numero e rese indipendenti, gli accumuli ed i polmoni incrementati... La Fiat ha creato intorno a sé una fabbrica fantasma, una cintura sanitaria costituita da una mi­riade di piccolissime imprese e laboratori a domicilio, a cui af­fidare lavorazioni del ciclo,spesso estremamente nocive, evi­tando così l'onere, particolarmente gravoso per le sue compli­cazioni conflittuali, di una gestione di massicci licenziamenti conseguentemente ad una caduta verticale dcl mercato delle automobili, da tempo in contrazione. È una tendenza appa­rentemente contraddittoria rispetto al processo storico di con­centrazione capitalista, ma che si rivela funzionale al progetto complessivo del grande capitale e che lascia comunque immu­tato il ruolo di protagonista svolto da quest'ultimo, anche all'interno di un tessuto produttivo così segmentato, mediante una effettiva centralizzazione nella proprietà dei grossi capita­li decentrati, e, in questa “scomposizione sociale” della pro­duzione, attraverso un effettivo cordone ombelicale di tipo economico che lega le scelte della boita al potere e alle decisio­ ni dei centri economici multinazionali.

La ricomposizione delle mansioni

Queste le linee fondamentali di movimento. All'interno di queste direttrici, dal punto di vista della condizione operaia, dove non c'è il licenziamento, vi è comunque un ulteriore avanzamento di quel processo di espropriazione della profes­sionalità, della padronanza di tutta una gestualità operativa che lo sviluppo capitalistico aveva continuamente approfondi­to. Le modificazioni indotte nella composizione di classe a se­guito di continui processi di “dequalificazione­sovraqualificazione” della forza lavoro, costituiscono i risul­tati più manifesti di questa tendenza: ripetitività, monotonia, alienazione diffusa si accompagnano ad una restrizione dell'effettivo controllo sul ciclo a fasce privilegiate di tipo “tecnocratico”.

Quale significato attribuire allora, all'interno di queste li­nee, a tutte quelle pratiche di ricomposizione delle mansioni, di “nuove forme organizzative del lavoro”, che oggi i sinda­cati sbandierano con veemenza come gli strumenti idonei a “superare i limiti dell'organizzazione tayloristica del lavoro”? Come inserirle nell'imponente fenomeno ristrutturativo che il capitalismo si vede costretto ad imporre nel tentativo di dila­zionare nel tempo la conferma storica del proprio anacroni­ smo come modello produttivo?

Prenderemo ancora una volta come riferimento indicativo una sperimentazione condotta gli anni scorsi alla Fiat, per ec­cellenza terra di dominio del lavoro parcellizzato, riguardante l'assemblaggio della scocca della 128. Nel progetto ideale la nuova linea di montaggio risultava scomposta in 14 isole com­plessive (vedi sotto) sette delle quali adibite alle operazioni di sellatura e sette alle operazioni di carrozzatura; ma nella realtà l'esperimento fini con l'essere limitato alle sole prime due isole dcl progetto.

  • 1 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta cavi, cruscotto, luci in­terne, isolamenti vari;
  • 2 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta tergicristalli, radiatori e rivestimento imperiale;
  • 3 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta cristalli, parabrezza e lunotto;
  • 4 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta gruppo riscaldatore fanaleria generale;
  • 5 e 6 Isola: composte da dodici posti di lavoro ciascuna, montano le porte;
  • 7 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta la plancia portastru­menti, comandi e isolamenti pavimento;
  • 8 Isola: composta da dieci posti di lavoro, monta la scatola sterzo, ammor­tizzatori, sospensioni posteriori, impianto freni posteriori;
  • 9 Isola: composta da otto posti di lavoro, monta paraurti, balestre sospensioni e serbatoio;
  • 10 Isola: composta da quattordici posti di lavoro, monta il motore, le so­spensioni anteriori e il tubo di scarico;
  • 11 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta il piantone dello sterzo e il volante, i tappeti e i ripostigli sottoplancia;
  • 12 Isola: composta da dodici posti di lavoro, monta il filtro-aria e la batteria e compie vari allacciamenti;
  • 13 Isola: composta da quattro posti di lavoro, monta il cambio e compie va­rie registrazioni;
  • 14 Isola: composta da due posti di lavoro, monta le ruote.

Sinteticamente il ciclo si può cosi descrivere: si parte con un polmone su ruote; ricevuta la vettura dall'operazione di verni­ciatura, questo la incanalerà su un tronco primario di scorri­mento, che costituirà la direttrice principale del flusso della scocca. Arrivata alla prima isola, la scocca verrà dirottata elettronicamente in una delle stazioni di lavoro in quell'istante libera, in cui l'isola risulta suddivisa (da due a quattordici, re­lativamente al tipo di operazione). Ad ogni stazione, a cui la­vorano due operai, verrà effettuata la lavorazione corrispon­dente al tipo di isola, terminata la quale la vettura verrà inca­nalata nuovamente sul tronco primario, per andare a conflui­re nel polmone precedente l'isola successiva. Nel frattempo una nuova scocca uscirà dal primo polmone, per andare a in­canalarsi nella stazione di lavoro resasi disponibile, e cosi via in successione, fino al compimento del ciclo.

Dopo ogni isola, vi è un collaudo parziale, poi un polmone e, al termine della linea, un collaudo finale. Parallelamente al corridoio centrale di scorrimento giacciono due linee seconda­rie utilizzate per il trasporto del materiale necessario all'as­semblaggio, quello molto ingombrante (cruscotto, sedili...), mentre quello di minori dimensioni è posto in contenitori a fianco di ogni stazione. All'inizio della catena vi è inoltre una linea di derivazione per l'espletamento di tutte quelle lavora­zioni da eseguire “sotto scocca”.

Definito sinteticamente il “nuovo modo di fare l'automobi­le”, subito si impongono una serie di riflessioni.

Innanzitutto sul controllo. Siccome non è più la cadenza a venire determinata dall'andamento dell'impianto, ma è l'im­pianto ad assumere una velocità di movimento in funzione della quota di prodotto assegnata ad ogni unità operativa, il fuoco del controllo si sposta dalla singola operazione e dal singolo individuo all'unità produttiva, divenendo cosi un con­trollo "esterno" ma non per questo insufficiente.

Quello che prima veniva realizzato con un largo impiego di dirette articolazioni del comando o con incentivi individuali, viene ora soddisfatto mediante una sua interiorizzazione da parte della coscienza collettiva.

Mentre prima all'apparato gerarchico era affidato il compi­to del rispetto dei ritmi imposti dalla direzione centrale, ora tale compito viene delegato agli operai stessi.

E questa strada, l'autogestione operaia del proprio sfrutta­mento, si rivela estremamente funzionale al progetto capitali­sta, permettendo la soluzione di due nodi (l'intensificazione del lavoro e il fenomeno dell'assenteismo operaio) che la crisi a tutti i costi ha imposto di sciogliere.

Sempre sulla produttività. Non tutte le stazioni di lavoro in cui si scompone l'isola sono occupate da operai: ve ne sono al­cune libere. In questo modo gli operai adibiti ad una stazione che avranno terminato le proprie operazioni lavorative non dovranno attendere l'arrivo di una nuova scocca, ma potran­no immediatamente spostarsi su una di queste stazioni vuote. La mobilità selvaggia entra di prepotenza in fabbrica, elimi­nando i tempi morti che inevitabilmente caratterizzavano la vecchia linea di montaggio, elevando enormemente i livelli di saturazione.

Sull'organico. L'accorpamento, oltre che dei microgesti, anche dei ruoli di manutenzione e controllo qualità, combina­to con l'effetto congiunto dell'aumento di produttività per addetto, confluiscono nella tendenza ad una diminuzione dell'organico a parità di prodotto complessivo. E l'automa­zione nel sistema di trasporto del materiale marcia nella mede­sima direzione, rendendo esuberanti gran parte dei carrellisti e dei magazzinieri. Il rapporto fra diretti ed indiretti, o meglio fra direttamente e indirettamente produttivi di plusvalore, au­menta a favore dei primi. Si apre inoltre, con la pratica dell'"autocontrollo operaio",la possibilità di sfoltire le fasce medio basse dell'apparato gerarchico di fabbrica.

Sulla professionalità e condizioni di lavoro. Il “nuovo mo­do di fare l'automobile” indubbiamente cambia la forma del lavoro: lavoro in coppia, da fermi e non in movimento, su un numero allargato di mansioni, in condizioni di maggior lumi­nosità e minor rumore. Ma:

  1. la lavorazione sull'obbiettivo e non sulla cadenza risponde alla esigenza concorrenziale di prodotti qualitativamente migliori;
  2. l'incidenza del cumulo di certe mansioni sulla professionalità è irrilevante, laddove si tratta di operazioni talmente semplificate che, in nessun caso, permettono la riappropriazione operaia del controllo sull'in­sieme del circuito produttivo.

Questo, al contrario, tende ad essere negato persino a figure tradizionali come gli ingegneri, per concentrarsi sempre più nelle mani dell'informatica e di fi­gure professionali emergenti. L'arricchimento delle mansioni maschera in realtà una tensione accresciuta nell'utilizzo della forza-lavoro.

Sull'inquadramento. Se è vero che per molti degli addetti alle unità omogenee di produzione vi è un passaggio di qualifi­ca, è pur vero però che gli effetti di tale manovra, oltre a stra­tificare artificialmente gli operai fra fasce “privilegiate” e non, sono stati, grazie al beneplacito sindacale, immediata­mente vanificati: la FLM ha infatti concesso che un elemento importante nella determinazione del salario, “il disagio di li­nea”, non venisse più corrisposto, dato che con il dissolvi­mento della configurazione classica della catena si sarebbero dissolti anche i motivi all'origine del danno all'integrità psico­fisica dell'operaio. Va aggiunto che comunque, anche senza

l'importante apporto sindacale, lo scarto fra aumento del sa­lario ed andamento della produttività si sarebbe ulteriormente accentuato.

Sul flusso produttivo. Esso viene regolarizzato, stabilizza­to. Tutte quelle strozzature inevitabili nella linea tradizionale vengono eliminate grazie ad un uso intensissimo dei polmoni.

Soprattutto si preserva cosi il processo di valorizzazione dalle lotte operaie, laddove, come abbiamo osservato precedente­mente, una produzione molto frammentata si presenta, da questo punto di vista, estremamente vulnerabile.

Altre esperienze

Ci pare che l'esperienza alla Fiat espliciti significativamente la congenialità rispetto agli interessi padronali della "produzione ad isole". Un breve esame critico, esteso ad esperienze similari, ci permetterà di individuare altri particolari motivi, questa volta di carattere tecnico-economico, che sottendono una pratica organizzativa sviluppatasi oggi a quasi tutti i set­tori produttivi.

1. Bilanciamento

È il caso dell'operazione di bilanciamento delle linee. Es­sa può essere definita come l'operazione mirante a razionalizzare i tempi e i costi di un insieme di posti di lavoro, volta a massificare i tempi effettivamente produttivi di ogni operaio, ripartendo la proporzione degli stessi attorno alle varie man­sioni in relazione al tempo elementare calcolato su ogni gesto particolare. È un procedimento quindi estremamente complesso e che mobilita una quantità notevole di energie (i famo­si colletti bianchi degli uffici "tempi e metodi") nell'allestimento del processo produttivo vero e proprio; compito, oltretutto, non sempre perfettamente solvibile se si considera che, attenendoci a recenti studi borghesi, circa il 25% del tempo di lavoro vivo viene perso per errori di bilanciatura.

Soprattutto quindi nelle piccole e medie produzioni di pro­dotti alternativi, in cui cioè l'oggetto sottoposto a lavorazione varia continuamente, la produzione per gruppi più o meno ricomposti diventa estremamente proficua, permettendo il rag­giungimento dell'equilibrio di linea con minori costi e distor­sioni.

Illuminanti in questo senso sono gli esempi degli stabilimen­ti della Renault di Choisj-Le Roij e della Olivetti di Ivrea. La direzione della filiale del gruppo francese, dove vengono effettuati “cambi standard” su una serie molto ampia di motori, precisa:

Essendo la produzione dei motori exchange-standard eminentemente stagionale, con le vecchie catene riuscivamo ad assicurare in media sei mesi all'anno di redistri­buzione a seconda delle variazioni, facendo effettivamente: un giorno delle R4, un giorno delle R8, un giorno delle R16... Vi era ridistribuzione giornaliera e distribuzione varia­bile per ogni persona.

Ciò comportava, oltre ad enormi pro blemi tecnici, una situazione di microconflittualità permanen­te generata dai cambiamenti bruschi ed arbitrari nei carichi individuali di lavoro, conseguentemente alla continua opera di ribilanciamento delle linee.

Il capitale Renault ha pensato bene di risolvere quest'ordine di difficoltà dissolvendo la vecchia linea e ripartendo la produzione fra gruppi di tre operai, ad ognuno dei quali è affida­ta la realizzazione di un modello particolare, indipendentemente dall'indice specifico che lo accompagna.

Numero di motori montati procapite al giorno Catena classica In "modulo"
Produzione teorica (rendimento 100%) 14 18,7
Produzione attuale (rendimento ottenuto) 10,5 (75%) 20 (107%)

Una produzione teorica aumentata del 33% rappresenta l'effetto più appariscente di questa ristrutturazione. Ma feno­meno apparentemente paradossale, impossibile da realizzarsi in un sistema di assemblaggio modellato su principi fordiani di tipo classico, è che il rendimento effettivo supera il rendi­mento teorico. Questo elevato rendimento del lavoro "in mo­dulo" è ottenuto grazie alla assenza di una cadenza predeter­minata ed alla conseguente possibilità di cumulare il tempo guadagnato sui tempi elementari, devolvendolo in tempo real­mente produttivo. Vi è inoltre uno sfoltimento dell'organico complessivo dalle figure del “sostituto” (1 ogni 15 addetti), del “controllo qualità” e “ritocchi”: “fin d'ora constatiamo una diminuzione delle operazioni di rettifica sui 2500 motori montati”, ci informa l'ufficio “metodi” aziendale.

Per l'Olivetti, la mutata composizione di valore e tecnica dei suoi prodotti è stata determinante nel condizionare le scel­te in materia di organizzazione produttiva. A partire dalla se­conda metà degli anni sessanta, l'Olivetti ha in parte riconver­tito la propria produzione da "forniture per ufficio" (calcola­trici, macchine da scrivere...) a prodotti molto più elaborati (macchine a controllo numerico, calcolatrici elettroniche, ela­borazione automatica dei dati...), in sincronia con le modifi­cazioni in atto all'interno del mercato da quel periodo. E que­sto passaggio da una produzione di tipo meccanico ad una di tipo elettronico ha indotto una serie di trasformazioni rilevan­ ti:

  1. allargamento della gamma di prodotti;
  2. riduzione della scala di produzione di ogni singola appa­recchiatura;
  3. prodotto ad elevato contenuto di valore e quindi precoce­mente soggetto a svalutazione, sulla sola base, per esem­pio, di un suo immobilizzo anche per tempi brevi, in attesa di una collocazione sul mercato;
  4. mentre per il prodotto meccanico l'assemblaggio era di tipo sequenziale, ora, scomposto il prodotto non più in unità elementari, ma in sottoinsiemi, è richiesto un processo di coordinazione più che di progressione lineare. L'organizzazione della produzione per isole fornisce una soluzione a tutte queste insorgenze, adeguando rapidamente il livello produttivo alle variazioni della domanda, limitando gli stocks e dotando l'unità produttiva di un elevato potere cooperativo.

2. Standardizzazione

È il caso della standardizzazione delle parti di prodotto, risultanza della tecnica fordiana di assemblaggio, per mini­mizzare le battute di arresto del flusso continuo di produzio­ne, o dei tempi perduti nel trasferimento del prodotto da una fase lavorativa all'altra.

Vi è una soglia varcata la quale l'aumento della produttività del lavoro derivante dall'esasperazione del frazionamento di linea viene vanificata da un parallelo aumento dei tempi mor­ti, durante i quali il prodotto viene semplicemente trasportato senza subire trasformazioni. I tempi morti eliminati da un lato ritornano in forma diversa. E a questi limiti, la ricomposizio­ne della linea in gruppi “autonomizzati” fornisce efficaci rimedi.

3. Autonomia

Oppure è il caso della particolarità di certe tecnologie moderne le quali, richiedendo la risposta non più ad avveni­menti programmati, ma ad eventi imprevedibili, propongono come ha osservato in proposito Davis - un ricercatore statuni­tense:

un alto livello di iniziativa e di autonomia da parte dei lavoratori... Il grado di autonomia richiesto non può fare a meno di entrare in contraddizione con i principi e le pratiche dei metodi burocratici di organizzazione del lavoro.

Crisi e ricomposizione

Al di là di motivazioni specifiche (comunque in stretta rela­zione con la crisi capitalista), riguardino esse la struttura del mercato, del processo produttivo o del prodotto stesso, e che andranno di volta in volta a sottendere forme particolari di pratiche ricompositive delle mansioni, un denominatore co­mune ci pare riscontrabile.

È il fatto che gli aumenti salariali che contraddistinsero buona parte della vita della linea di montaggio classica non possono coesistere con un sistema in agonia.

A fronte di una massa di plusvalore divenuta storicamente inadeguata a valorizzare le enormi masse di capitale investite nell'atto produttivo, agire sul reddito operaio, incrementando così la forma assoluta del plusvalore, si impone come indero­gabile necessità per la conservazione del sistema capitalistico, o quanto meno per una diluizione temporale delle sue con­traddizioni.

Il capitale deve allora ricercare in altri mezzi gli strumenti idonei alla creazione di un consenso, oggi tanto più indispen­sabile quanto più la crisi pone l'istanza di una intensificazione nel "consumo" della forza lavoro.

Già nell'immediato dopoguerra, sorsero diverse correnti di pensiero intorno a grossi centri di elaborazione teorica (a Londra il Tavistock lnstitute of Technology, nel 1946, il quale presto collaborerà con ricercatori norvegesi ad un mastodon­tico programma di “democrazia industriale”; negli USA, ne­gli anni 1960, intorno alla figura del prof. Davis, il quale svilup­perà un'analisi similare a quella del Tavistock lnst.), correnti tese ad una riformulazione delle concezioni sulla organizza­zione del lavoro di tipo tradizionale.

Non è casuale che la traduzione di questi programmi “spe­culativi”' in programmi concreti realmente operanti assuma una diffusione veramente capillare, tolta qualche eccezione, solo dalla fine degli anni 1960, in coincidenza con le prime avvi­saglie della crisi.

Nel dicembre del 1972 cosi si esprimeva Umberto Agnelli:

È stato detto che a Cassino sarebbe nato il nuovo modo di fare l'automobile. Non è esatto. Al momento attuale non esiste un nuovo sistema per produrre autovetture. Non sarebbe tecnica­mente ed economicamente possibile pensare a sistemi diversi da quelli tradizionali applicati a produzioni di grande serie.

Ed ancora una volta non è casuale che solo alcuni mesi dopo, sempre la Fiat, attraverso la Stampa, annuncerà che esperimenti e ricerche in questa direzione erano in corso.

A Cassino, a Termoli, a Rivalta si svilupperanno sistemi produttivi del tipo ad isole.

La fase post-sessantottesca fu caratterizzata dal fiorire di tutta una serie di parole d'ordine riguardanti il “controllo operaio”, la “partecipazione operaia”, cavalli di battaglia delle forze della socialdemocrazia vecchia e nuova e delle frange illuminate della stessa borghesia.

Gli anni settanta sarebbero serviti per comprendere che l'azienda è il terreno su cui si giocano le chance economiche non del solo imprenditore, ma di tutti gli operatori, dal mano­vale all'impiegato, al direttore, al proprietario, per cui ognu­no di essi ha diritto a sapere e decidere, partecipando alla ge­stione dell'impresa come portatore di interessi a parte.

di­chiarava il pensiero manageriale attraverso il numero di giu­gno 1977 di Successo.

Si tratta di sviluppare:

una capacità collettiva di controllo sociale, e quindi in proiezione di controllo politico, sui proces­si di produzione e di qui anche sui processi di programmazio­ne...

... fanno eco coralmente i nostri sindacati. (24)

In realtà si tratta di permeare la coscienza operaia fin negli strati più profondi di una ideologia e di una pratica produtti-- vistica, attraverso forme organizzative che, elargendo l'illu­sione di un potere decisionale nel merito delle scelte aziendali, consolidino, perfezionandole, le forme del dominio capitali­ stico.

Ciò non significa che le isole si costituiscano come il fulcro centrale della futura ristrutturazione. L'intensificata guerra commerciale impone livelli di produttività che con semplici modifiche nelle relazioni intercorrenti fra macchine, lavoro vi­vo e direzioni aziendali, non è pensabile soddisfare.

La ricomposizione delle mansioni all'Olivetti di Ivrea per­mise aumenti nel rendimento del lavoro nell'ordine del 17-23%, alla sezione Presse della Pirelli del 59%, al già citato sta­bilimento Renault quasi del 100%. Ma sono incrementi che, se da un lato danno una misura della intensificazione del lavo­ro operaio in atto, dall'altro risultano insignificanti a fronte degli aumenti di produttività resisi possibili dalla ristruttura­ zione tecnologica.

Un esempio significativo ci viene da Rivalta, grandi presse, nelle linee per la produzione della fiancata della Ritmo: men­tre prima, su una linea a comando manuale, operavano dai 35 ai 40 operai per una produzione oraria di 180 pezzi, ora con una linea transferizzata ed automatizzata, circa 10 operai realizzano 300 pezzi all'ora.

Tenendo oltretutto presente che una modificazione nell'or­ganizzazione del lavoro nella direzione di una sua ricomposi­zione comporta un'espansione dello spazio occupato ed una crescita dei costi della linea (la mancanza di spazio disponibile è l'elemento responsabile della limitazione dell'esperimento di una produzione ricomposta del modello Fiat 128 alle prime due isole del ciclo), la tendenza dominante si costituisce come tendenza ad un rinnovamento della linea di montaggio, ma nella direzione di un suo svuotamento dall'unico reale produt­tore di valore, mediante un uso sempre più ampio dell'auto­mazione.

Ciò non toglie che questi nuovi supporti nell'estrazione di plusvalore si accompagneranno al rinnovamento tecnologico laddove questa congiunzione sarà tecnicamente praticabile e sufficientemente remunerativa.

Macchina per stampare in 20 colori la carta da parati in una stamperia parigina, prima metà 1800
Macchina per stampare in 20 colori la carta da parati in una stamperia parigina, prima metà 1800

Un uso più intensivo della capacità lavorativa operaia, al di là delle varie forme in cui verrà ricercato (mediante strutture che in qualche modo procaccino una “legittimazione consen­suale” della classe - o con coercitivi aumenti di ritmi, satura­zioni ecc., ancorati a tecniche produttive rigidamente frazio­nate e parcellizzate), sarà comunque una obbligata traccia di movimento su cui il capitalismo mondiale muoverà i suoi fu­ turi passi.

Impacchettamento della carta in fogli, prima metà 1800
Impacchettamento della carta in fogli, prima metà 1800

Da un lato il capitale, accelerando enormemente lo sviluppo delle forze produttive, ha generato l'arresto di questo svilup­po, la crisi. Dall'altro la crisi, proponendo continuamente l'incremento del rendimento del lavoro, attraverso una esa­sperazione della composizione tecnica e di valore del capitale, attraverso saggi di plusvalore relativo finora impensabili, ripropone con forza i motivi della decadenza economica del modo di produzione capitalista.

Il capitale in quanto rapporto sociale di produzione, mentre ancora una volta si rivela essere il limite del capitale stesso, d'altra parte, riproponendo quotidianamente un consumo sempre più massacrante della forza lavoro, si manifesta come l'ultimo ostacolo ad un reale affrancamento dell'uomo.

Paradossalmente, lo sviluppo dell'applicazione tecnologica al processo materiale di produzione, lungi dallo sprigionare le proprie potenzialità liberatorie, esaspera i caratteri della fati­ca del dolore, dell'oppressione.

L'abito rivestito dal presente modo di produzione si rivela essere sempre più stretto per le esigenze della classe subalter­na.

M. jr. - R.N.

(1) Marx - Il Manifesto - Ed. Riuniti, pag. 60.

(2) Marx - VI Capitolo inedito del Capitale - La Nuova Italia, pag. 22.

(3) Marx Il Capitale, Libro I - Ed. Riuniti, pagg. 354-355.

(4) Ibidem , pag. 682.

(5) Marx - Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, vol. I - La Nuova Italia, pag. 480.

(6) Prometeo - serie IV, n. I, pag. 5.

(7) Negri - Proletari e Stato - Feltrinelli, pag. 13.

(8) Ibidem, pag. 11.

(9) Negri - Il Partito operaio contro il lavoro in Crisi e Organizzazione Ope­raia - Feltrinelli pag. 114.

(10) Ibidem, pagg. 114-115.

(11) I bidem, pag. 115.

(12) I bidem, pagg. 108 e segg.

(13) Marx - Lineamenti.... - cit. pag. 402.

(14) Negri - Politica di classe - Machina Libri, pag, 40.

(15) Chi fosse interessato può andare a rileggersi le forme che certe mediazio­ni assumono e troverà, per esempio, che:

il riformismo moderno affon­da le proprie radici nella diffusione molecolare di un potere sociale dislo­ cato al di fuori dello Stato, nella crescita della cooperazione produttiva al di fuori della sintesi operata dal capitale.

Oppure:

La mobilità ha segnato la fine della politica come sintesi, conte progetto generale che in­fonde senso ad una moltitudine di esistenze stanziali. Un rapporto noma­de e ribelle nei confronti del lavoro, fonda, può fondare, una pratica ri­formista centrata su singole questioni, su vertenze concrete, su problemi specifici.

Si conclude, squallidamente, con il ricorso...al “modello refe­rendario”.

(16) Negri - Il dominio e il sabotaggio - Feltrinelli pag. 12.

(17) Negri - Proletari e Stato - cit., pag. 12.

(18) B. Coniai - La fabbrica e il cronometro - Feltrinelli, pag. 13.

(19) Ibidem, pag. 34.

(20) Marx - Salario, prezzo e profitto - Ed. Riuniti, pag. 104.

(21) Negri - Partito operaio contro il lavoro - cit., pag. 106.

(22) Cfr. II Capitale, libro I, sez. III, capitoli 13, 14, 15.

(23) In Negri - Politica di classe - cit., pagg. 38 e segg.

(24) Lettieri in Rassegna Sindacale n. 64-69.

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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