Modi di produzione e formazioni sociali

Premessa

Sul numero 9 di Prometeo abbiamo pubblicato il Progetto di Tesi sulla tattica comunista nei paesi periferici, per il Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario (BIPR), di cui facciamo parte sin dalla sua fondazione. (1) Nella Presentazione su queste pagine scrivevamo:

Su questo progetto è dunque aperta la discussione in seno al BIPR stesso, che ne pubblicherà la versione definitiva nella sua rivista internazionale... Rimaniamo dunque in attesa di reazioni e prese di posizione su queste tesi anche da ambienti e compagni esterni al BIPR, se all'altezza di un dibattito tra marxisti... (la stampa del BIPR) pubblicherà quelli che riterrà contributi positivi all'approfondimento e chiarimento delle posizioni o stimoli utili a tale chiarimento, con le nostre repliche...

Da allora il dibattito si è sviluppato, inizialmente con una certa lentezza, a livello internazionale soprattutto tramite corrispondenza.

Sul numero 7 di Communist Review (la rivista internazionale del BIPR in Inglese) è pubblicato, per esempio, il commento di Comunismo (del Messico) al nostro Progetto di tesi insieme ad una nostra replica.

Ma è dall'insieme del dibattito interno al BIPR, specie con il contributo dei compagni indiani, e del dibattito internazionale sulle grandi questioni che sono emerse alcune necessità ed opportunità di approfondire e chiarire le nostre posizioni ed apportare conseguentemente alcuni emendamenti nella definizione testuale delle Tesi. Non a caso nel Progetto originale il documento è articolato in Tesi ed argomentazioni: sapevamo che ad alcuni probabili emendamenti del testo di Tesi si sarebbero dovuti affiancare ulteriori sviluppi delle argomentazioni (con diversi contributi) anche su punti e problemi lì solo accennati.

Il lavoro di "rifinitura" del Progetto - sino alla pubblicazione delle Tesi definitive - già avviato si svolgerà in un arco di tempo non prevedibile in termini cronologici, ma certamente determinato dai ritmi di crescita politica del movimento rivoluzionario e di omogeneizzazione delle forze internazionali che contribuiranno alla nascita del Partito Internazionale del Proletariato. Ciò che rientra direttamente nelle responsabilità delle forze del BIPR è il compito di "dirigere" il processo, sistematizzando i progressi acquisiti e rendendo espliciti i chiarimenti intercorsi e gli approfondimenti raggiunti o resi necessari.

È in questo senso che va il presente contributo.

La tesi 3 e il suo argomento

Prenderemo qui in considerazione la Tesi e la Argomentazione n. 3 del Progetto per puntualizzare alcune questioni metodologiche che - poiché date da noi per scontate - sono rimaste in ombra e apportare alcuni chiarimenti, nell'auspicio che ciò possa tradursi in una migliore formulazione della Tesi stessa e un più preciso sviluppo della Argomentazione (lavoro al quale è chiamato il complesso delle forze costituenti il BIPR). Per maggiore chiarezza e comodità di lettura, riportiamo il testo da Prometeo 9:

La definizione di paesi periferici del sistema imperialista mondiale, consente di definire paese per paese, o gruppo di paesi per gruppo, le coordinate fondamentali per una analisi marxista.
Il centro del sistema capitalista attrae nella sua orbita quei paesi attraverso la esportazione delle merci e dei capitali, la importazione di materie prime e prodotti agricoli, la loro integrazione nel sistema internazionale della divisione del lavoro.
Nel mentre stesso inserisce ciascun paese nel ciclo complessivo di riproduzione e accumulazione di sé stesso, il capitalismo esporta in quei paesi le sue proprie contraddizioni. Sovrapponendo sé stesso e le sue leggi economiche a formazioni sociali diverse da sé e dalle sue stesse formazioni di origine, il capitalismo imperialista le immette direttamente nel ciclo della sua accumulazione e nell'intreccio delle sue contraddizioni economiche e dei suoi conflitti di classe, soggiogando ai suoi interessi e alla politica della propria conservazione i modi e i rapporti di produzione che trova e che marginalmente mantiene, e le stesse formazioni sociali e politiche che a quei rapporti di produzione tradizionalmente corrispondevano.

È questo meccanismo di dominazione reale del capitale e al contempo di conservazione di antichi e tradizionali modi di produzione e rapporti sociali che ha tratto in inganno intere generazioni di militanti anche di "alta scuola" (quali i bordighisti) facendo loro pensare che la rivoluzione borghese fosse ancora nel necessario divenire storico di molti paesi. La tesi era che la permanenza di rapporti economici e sociali di tipo patriarcale o comunque precapitalistico in quei paesi significasse il loro mancato ingresso nel mondo del capitalismo e delle sue contraddizioni di classe e quindi la necessità di un appoggio da parte del debole proletariato locale alle rivoluzioni nazionali "antifeudali". Viceversa la permanenza di rapporti precapitalistici e di formazioni sociali e politiche "preborghesi" era necessaria da una parte e funzionale alla dominazione imperialista dall'altra. Necessaria nel senso che la sovrapposizione del capitalismo non è determinata da una pervicace volontà di dominazione politico-sociale quanto dalle necessità genericamente economiche del capitale.

Le aree geopolitiche sottosviluppate sono fonte di materie prime e di mano d'opera a buon mercato prima e mercati di investimento di capitale (produttivi o parassitari) dopo. Ciò non poteva né può significare l'immediata borghesizzazione di quelle società, e la rapida trasformazione in senso capitalistico di tutte le attività produttive o genericamente lavorative di quei paesi.

Ma la permanenza di rapporti di produzione sociali e politici precapitalistici è anche funzionale alla dominazione del capitale imperialista perché nel contrasto di condizioni fra il proletariato industriale e le altre masse diseredate, esso si assicura la divisione di classe da un lato e lo scaricamento delle tensioni sociali e politiche sul terreno del progressismo borghese dall'altro. Ciò significa che in questa apparente contraddizione fra un mondo precapitalista arretrato e un mondo capitalista avanzato il capitale internazionale trova le ragioni e gli strumenti della propria dominazione.

È soprattutto grazie alla permanenza di rapporti patriarcali e alla forza delle istituzioni politiche e amministrative, legate alla tradizione sociale e civile di quei paesi, che il capitale internazionale si assicura la solidità del proprio dominio economico.

La graduale (o quando è necessario accelerata) conformazione delle composizioni sociali e delle istituzioni politiche agli schemi classici del capitalismo è una conseguenza successiva al dominio reale economico del capitale e alla subordinazione delle economie di quei paesi alle leggi internazionali del mercato capitalista.

In conclusione la contraddizione fra dominio capitalista e permanenza di rapporti economici e formazioni sociali precapitalistici non esiste, è bensì condizione di quello stesso dominio.

Fa parte dei paradossi storici di certe forze politiche il fatto che fu proprio il "bordighismo" del 1919-20 a condurre una splendida battaglia - esattamente con queste armi - contro il gramscismo della "Questione meridionale" che vedeva nella permanenza di forme precapitaliste nel meridione d'Italia le ragioni di una politica di "completamento della rivoluzione borghese" che la borghesia italiana avrebbe lasciata incompiuta nelle guerre del 1848-71.

L'eventuale obiezione che in Italia c'era comunque stata una rivoluzione borghese che aveva soggiogato al dominio della borghesia del Nord lo sviluppo economico del Sud, di fatto impedendo e legando la borghesia agraria del Sud ai meccanismi di valorizzazione complessivi del capitale - mentre nei paesi periferici sarebbe mancata questa rivoluzione borghese - non regge. Il capitalismo imperialista non aspetta le rivoluzioni borghesi per affermare il suo dominio sui paesi periferici. Non sarebbe capitalismo imperialista, non avrebbe, cioè, ancora maturato le condizioni della propria espansione a scala planetaria, e non sarebbe ancora entrato nella sua fase storica decadente, poiché avrebbe ancora davanti a sé il compito storico di "conquistare il mondo".

Fatte salve alcune precisazioni nella stesura delle Tesi, alle quali ci auguriamo di contribuire con questo scritto, riteniamo che il suo contenuto sia perfettamente valido.

I compagni di Comunismo hanno scritto che laddove usiamo il termine "sovrapposizione" del capitale sulle formazioni sociali periferiche, più appropriato sarebbe dire "sussunzione" al capitale delle formazioni sociali periferiche. Nella nostra lettera di risposta abbiamo ammesso che ovunque opera la "legge" secondo cui:

il capitale, nel subordinare una formazione sociale non solo sussume l'ambito della produzione e riproduzione materiale che include i rapporti di produzione, scambio, circolazione distribuzione e consumo, bensì anche quelli propri della produzione spirituale/culturale della società, come lo Stato...

abbiamo anche scritto:

La legge che voi giustamente citate opera tendenzialmente ovunque, ma nei paesi periferici si “scontra” con una realtà di formazioni sociali precedenti e diverse.

Riteniamo che sia necessario andare oltre, per non lasciare questioni così importanti, dal punto di vista metodologico e scientifico, nel vago.

Nel progetto di Tesi abbiamo già voluto sottolineare alcune conseguenze immediate del fatto che la sussunzione al capitale delle formazioni periferiche è un processo sostanzialmente diverso da quello che ha visto la originaria formazione del capitalismo in Europa. Per questo abbiamo parlato di sovrapposizione del capitale alle altre formazioni precapitalistiche periferiche.

Ora riteniamo necessario procedere nella sistemazione marxista degli strumenti concettuali e delle posizioni rivoluzionarie su questi problemi, considerando il fatto che per troppo tempo, dopo le devastazioni in campo teorico apportate dal "marxismo leninismo" di stampo stalinista, questi argomenti sono stati abbandonati alle elaborazioni teorico-accademiche di studiosi estranei al campo politico proletario. È un lavoro questo che richiede più di quanto possiamo qui fare, ma che va iniziato.

Modo di produzione e formazione sociale

Quello che innanzitutto richiede un approfondimento, che introduce ai chiarimenti successivi che verranno alle Tesi e alle Argomentazioni riguardo punti politicamente rilevanti, è la questione "formazione sociale".

Per formazione sociale deve marxisticamente intendersi l'insieme della struttura economica (ovvero delle forze produttive e dei rapporti di produzione) e delle sovrastrutture ad essa corrispondenti (istituzioni politiche-statuali e ideologie dominanti).

Nello studiare entità viventi, dinamiche, quali sono le società - tanto più quando lo studio non ha finalità puramente accademiche di conoscenza fotografica della realtà, ma tende a derivarne le linee di azione per la modifica della realtà medesima - è necessario definire gli elementi che "spiegano" la struttura e l'evoluzione della società per indagarne, alla luce di questi, le manifestazioni concrete. È esattamente quanto ha fatto Marx nel complesso della sua opera e quanto deve fare chi voglia allargare le applicazioni di quel medesimo metodo, oggi che il capitale è giunto alla sua reale internazionalizzazione e al dominio mondiale incontrastato ponendo ai rivoluzionari il compito di rifondare su queste basi il partito di classe, dopo le distruzioni compiute anche in campo teorico, "ideologico", dalla controrivoluzione.

Lasciamo a questo proposito la parola a Lenin:

Quest'analisi [del "sistema dell'economia mercantile" - ndr] è limitata ai soli rapporti di produzione fra i membri della società: Marx, senza mai ricorrere, per spiegare la cosa, a un qualsiasi elemento che si trovi al di fuori di questi rapporti di produzione, dà la possibilità di vedere come si evolve l'organizzazione mercantile dell'economia sociale, come essa si trasforma in organizzazione capitalistica, creando le classi antagoniste... Questo è lo scheletro del Capitale. Tutto sta però nel fatto che Marx non si accontentò di questo scheletro, che egli non si limitò alla sola "teoria economica" nel senso abituale della parola, che egli - pur spiegando la struttura e l'evoluzione di una data formazione sociale esclusivamente con i rapporti di produzione - investigò cionondimeno sempre e dappertutto le sovrastrutture corrispondenti a questi rapporti di produzione, rivestì lo scheletro di carne e sangue. Se il Capitale ebbe un così enorme successo è perché questo libro di un "economista tedesco" mostrò al lettore tutta la formazione sociale capitalistica come una cosa viva, con i suoi aspetti della vita quotidiana, con la manifestazione sociale concreta dell'antagonismo delle classi inerente ai rapporti di produzione, con la sovrastruttura politica borghese che protegge il dominio della classe dei capitalisti, con le idee borghesi di libertà, uguaglianza, ecc., con i rapporti familiari borghesi. (2)

Il modo di produzione dominante, dunque, in ciascun periodo storico e in ciascuna area geopolitica è il fattore principale fra quelli che determinano il modo d'essere e di manifestarsi della società nel suo complesso; le sue dinamiche e le sue relazioni eventuali con gli altri modi di produzione presenti, ovvero l'intreccio strutturale cui dà luogo con essi è la base di determinazione dell'insieme delle sovrastrutture ideologiche e politiche. Diverse combinazioni fra le forze produttive e i rapporti di produzione in presenza costituiscono la base naturale di diversi modi di apparire e di vivere della società.

Non a caso parliamo di "base di determinazione"; ciò implica:

  1. che la determinazione non è un prodotto di azione immediata,
  2. che nella mediazione del processo di determinazione intervengono altri fattori d'ordine (come qui accennato) strutturale come sovrastrutturale.

Non è necessario tediare il lettore con le solite citazioni: diamo per assodata la nozione marxista del "ritorno della sovrastruttura sulla struttura", ovvero dell'influenza che le sedimentazioni sovrastrutturali (culturali in senso complessivo, politiche, religiose, ecc.) hanno sul complessivo processo di determinazione della realtà. È in questa chiave che si spiega la diversità fra il modo di apparire di due formazioni sociali - pur "sostanzialmente", ovvero in base ai rapporti di produzione e ai complessivi rapporti di classe, identiche - quali quella genericamente europea e quella nord-americana. La diversità consiste nel differente quadro politico-istituzionale, nella diversa "vita politica", nel diverso back-ground culturale, nel diverso peso sociale e politico di certi strati sociali (si pensi per esempio ai piccoli commercianti al minuto, o bottegai). Alla base di queste diversità, evidentemente sovrastrutturali per eccellenza, ci sono:

  1. una diversa genesi della formazione sociale pur sempre capitalista;
  2. un diverso retaggio storico e culturale.

Europa e America

La formazione capitalistico-borghese europea è il prodotto della trasformazione rivoluzionaria "endogena" della formazione sociale precedente. Questa peraltro era caratterizzata dal particolare intreccio (ed equilibrio) fra il modo di produzione tributario, tradizionalmente chiamato feudale (e che discuteremo più oltre) e il nascente modo di produzione capitalistico (mpc), intreccio che si esprimeva nell'assolutismo monarchico.

La formazione nord-americana (ci riferiamo qui in particolare a quella statunitense, essendo quella canadese comunque una variante del tutto secondaria e prodotto di "fattori di diversità" del tutto secondari) è il risultato di una colonizzazione (o meglio "migrazione") da parte di quelle componenti più "avanzate" della società europea, in fuga dalla gabbia che racchiudeva il mpc ancora in nuce nella sua tormentata culla europea.

I migranti portavano con sé quanto di più avanzato aveva prodotto la vecchia Europa: i nuovi rapporti di produzione, le nuove tecniche, le più avanzate capacità lavorative.

Ogni nuova invenzione poteva stentare a diffondersi nella sua applicazione produttiva in Europa, ma arrivava subito e subito veniva impiegata in America. È questa d'altra parte la condizione del rapido sviluppo della società americana e del suo essere all'avanguardia nella primitiva affermazione ideologica e politica della borghesia e dei suoi principi rivoluzionari.

In certo senso la società americana è un "prolungamento" di quella europea-occidentale (3) ma non nel senso che l'una sia sovrapponibile all'altra.

Nella sua culla europea il mpc è cresciuto all'interno di una formazione sociale sviluppata e consolidatasi attorno ad un modo di produzione precedente, all'interno dunque di un sistema di rapporti economici e sociali, politici e civili che a loro volta scontavano il retaggio della tormentata sintesi fra i resti più o meno in disfacimento dell'antichità classica e le nuove energie della comunità germanica conquistatrice (Alto Medioevo e "feudalesimo puro").

Nell'America del Nord i conquistatori non si sono fusi con i conquistati: troppo era il divario; dal primitivo indifferentismo e dalla primitiva separatezza dagli autoctoni i conquistatori sono passati direttamente al loro massacro sistematico. L'epopea di Toro Seduto segnava anche la fine dell'esistenza autonoma e organizzata degli indiani. Il mpc ha potuto svilupparsi sul vuoto, sulla base della irruenza tipica del pionierismo e delle più adeguate ideologie che avevano peraltro spinto quegli europei alla emigrazione.

Non avevano a che fare con la nobiltà, non avevano da rivoluzionare rapporti agrari perdurati secoli, non avevano da vincere i freni materiali che allo sviluppo della formazione capitalistico-borghese frapponevano le istituzioni politiche e religiose, né i freni ideologici e religiosi che il "patrimonio culturale" europeo vistosamente applicava alla "libera iniziativa" e alla libera proprietà privata.

Senza tutti questi vincoli e condizionamenti la formazione sociale capitalistico-borghese si è strutturata nell'America del Nord in condizioni potremmo dire di purezza esemplare, in condizioni di laboratorio.

Un medesimo modo di produzione dominante ed esclusivo quale il mpc, dà luogo dunque a formazioni sociali fondamentalmente uguali, le cui differenze sono spiegabili materialisticamente sulla base della storia geografica, sociale, politica e culturale.

Europa e Russia

Se la diversa genesi di formazioni sociali pur sempre capitalistiche determina le pur lievi differenze fra Europa e USA, ben maggiori queste saranno fra Europa e URSS.

Lasciamo volentieri - almeno per il momento - ad etnologi ed antropologi di orientamento marxista (sul piano storiografico) dimostrare che le comunità esprimono nella loro particolare conformazione sociale la particolare combinazione di rapporti di produzione diversi. (4)

Noi vedremo più avanti come questo valga anche nei casi in cui il mpc è oggi si dominante (e quindi in tendenza ad eliminare tutti gli altri rapporti di produzione e a sussumere a sé gli aspetti della vita sociale e politica) ma non esclusivo.

Qui ci occupiamo invece della particolare genesi della attuale formazione sociale russa, quale prodotto del rivoluzionamento ad opera del proletariato di una società che vedeva la compresenza di diversi rapporti di produzione, seguito da una controrivoluzione.

Va ribadito innanzitutto quanto è già nelle Tesi sulla tattica:

Tale ricostruzione capitalistica (in Russia, come contenuto storico di classe del processo controrivoluzionario) fu resa possibile dalla eliminazione rivoluzionaria delle deboli impalcature del potere economico borghese di stampo classico, privatistico, e fu facilitata dalla sconfitta della ondata rivoluzionaria europea degli anni 1920.

La Rivoluzione d'Ottobre fu rivoluzione proletaria, insistiamo in questo che non è assunto ma conclusione di ben altre elaborazioni e indagini storiche e di classe, a beneficio di quanti volessero approssimare i loro già approssimati riesami critici a filo di idealistiche schematizzazioni sui "valori universali", per "concludere" che... non fu altro che rivoluzione borghese. Il risultato storico di una rivoluzione proletaria bloccata e rientrata è il compimento in forme nuove e particolari del rivoluzionamento della società zarista, pur in senso capitalistico-borghese, che Febbraio non avrebbe comunque saputo realizzare.

Ma prima di essere bloccata e sconfitta, fu rivoluzione politica proletaria, con tutta la carica distruttiva e innovativa che lo scatenamento di giovani forze proletarie, sebbene minoritarie numericamente nel quadro sociale, porta con sé. La introduzione della NEP, dopo quello che con propagandistica e poco significativa formula fu chiamato "comunismo di guerra", (5) non riapriva di fatto all'industria privata: era volta a riequilibrare sull'unico terreno allora giudicato possibile - quello capitalistico appunto (di Stato quanto più possibile) - il rapporto fra città e campagna, fra industria e agricoltura. Al 1922 lo Stato controllava fabbriche con un milione di operai; tutta la grande produzione è in sua mano, contro la presenza di una rete di piccole aziende private con 60 mila operai. In sostanza la libera impresa capitalista, classica, in fase di lenta ma sicura ascesa sotto lo zar, protetta e incentivata dai governi provvisori usciti da Febbraio, è stata spazzata via dalle prime misure del governo bolscevico: statizzata.

Durante e alla fine della guerra civile, le forze fisiche della borghesia indigena sono esaurite, eliminate o emigrate. Della vecchia nobiltà è inutile dire. La piccola borghesia, in parte trascinata, in parte travolta dagli eventi rivoluzionari, ha abbandonato ogni velleità di restaurazione: ha cambiato velocemente abito, a dimostrazione, se ancora ce n'era bisogno,che a volte anche certe sovrastrutture ideologiche accelerano enormemente i ritmi del proprio cambiamento, nei brevi ma intensi svolti rivoluzionari. D'altra parte, come vedremo, ha cambiato lo spolverino, il sopra-abito: non ha ancora certo cambiato la sostanza del vecchio modo di concepire i rapporti sociali e civili, di concepire la funzione e la struttura dell'apparato statale. Le preoccupazioni di Lenin sulla burocrazia non erano timori idealistici di un vegliardo, solito a scambiare le forme per la sostanza.

Comunque, per seguire il nostro filo, la rivoluzione proletaria ha fatto piazza pulita delle condizioni oggettive preesistenti adeguate ad uno sviluppo lineare - pur dopo un salto rivoluzionario che abbattesse lo zarismo - della formazione sociale capitalistica "Europe style".

Ma - punto fermo del marxismo, ignoto o dimenticato dai troppi "marxisti" d'oggi - la rivoluzione d'Ottobre è rivoluzione politica; è presa del potere politico ed uso di questo per primissime misure economiche e sociali. Non è stata una rivoluzione sociale né poteva esserlo, né mai una "presa del potere da parte del proletariato" lo sarà. La rivoluzione politica è condizione sine-qua-non dell'avvio della rivoluzione sociale; più precisamente, è il suo primo momento, al quale seguirà un'epoca (breve o lunga in termini di anni, staremo a vedere e non ci è dato divinare) di rivoluzionamento continuo sino al comunismo.

Quindi la situazione immediatamente seguente alla guerra civile è descritta da Lenin nell'opuscolo dell'Aprile 1918 "Sull'infantilismo di sinistra", (6) poi ripreso dallo stesso Lenin in "Sull'imposta in natura" di tre anni dopo, nel maggio 1921.

Enumerando le "forme economico-sociali che sono presenti in Russia" abbiamo:
1. L'economia patriarcale, cioè in larga misura naturale e contadina;
2. la piccola produzione mercantile (che comprende la maggioranza dei contadini che vendono il grano);
3. il capitalismo privato;
4. il capitalismo di Stato;
5. il socialismo.

Abbiamo già ampiamente discusso su questa enumerazione (7) contestando, in certo modo, il punto 5, che è in più. Possiamo aggiungere sulla scorta dei dati sopra riportati, che il capitalismo privato non riguarda la grande produzione bensì - sempre per citare Lenin (8) - ha la sua base nel...

piccolo borghese (che) ha la sua riserva di soldarelli, qualche migliaio di rubli, accumulati durante la guerra.

Ma la lotta del potere sovietico nei primi anni è obbligata: per il capitalismo di Stato contro gli elementi 1, 2 e 3 citati da Lenin. È la condizione perché si renda possibile, domani, costruire il socialismo, quale...

prodotto della collaborazione rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi [sottolineatura di Lenin]. (9)

La collaborazione rivoluzionaria non venne e i timori ingenuamente articolati sul piano teorico dai "comunisti di sinistra" (e per questo combattuti da Lenin) si avverarono: il capitalismo di Stato divenne, svuotati i Soviet, il terreno di coltura del nuovo apparato, delle nuove strutture e sovrastrutture.

Per venire al nostro argomento, prima constatazione: la formazione sociale del capitalismo di Stato in Russia ha saltato quasi interamente la fase della libera concorrenza, dello sviluppo economico della borghesia liberista. Di fatto è mancato il rivoluzionamento della vecchia formazione sociale ad opera della borghesia, secondo i ritmi e i modi del processo avvenuto in Europa dalla Grande Rivoluzione del 1789 in avanti.

Si è dunque strutturata sulla base di un insieme di modi di produzione in cui quello largamente dominante è quello capitalista (dove lo Stato sostituisce nelle funzioni la borghesia tradizionale) ma che vede anche sopravvivenze - nelle regioni periferiche dell'impero URSS - degli antichi rapporti patriarcali o naturali e ben più che sopravvivenze della piccola produzione mercantile. (10)

Che ne è stato dunque delle sovrastrutture: impalcature statali, rapporti sociali, politici, civili e "sovrastrutture di coscienza" (Bordiga)?

Il potere proletario ha spazzato via molto del vecchio ed è stato spazzato via. Ciò che più era sedimentato nella società russa doveva necessariamente riemergere quale elemento di sintesi di ciò che poi è stato ed è.

Le sovrastrutture della vecchia formazione sociale russa si sono ripresentate quale componente non secondaria delle sovrastrutture del capitalismo di Stato "made in Russia".

La "nomenklatura", i rapporti interni alla nomenklatura, il suo modo di rapportarsi al resto della società civile; la funzione del "despota" segretario generale e i criteri di fissazione dei limiti del suo potere; le forme delle lotte intestine; tutto rimanda alle forme sovrastrutturali della antica società slava zarista (torneremo più avanti su questa nozione).

Sovrastrutture slave o semi asiatiche quali componente della attuale formazione sociale russa, diciamo; ciò che è ben diverso dal dire "riproposizione del dispotismo asiatico".

Nota a margine

Possiamo indicare nell'opera di Wittfogel (11) un'importante sintesi di quanto ha detto Marx sull'argomento modo asiatico di produzione e un ancor più notevole studio degli attributi delle formazioni sociali precapitaliste appunto dette asiatiche (e da lui ulteriormente distinte in idrauliche, semi-idrauliche, ecc.) ad esso corrispondenti. Ma una puntualizzazione e una "presa di distanze" si impone.

L'operazione di Wittfogel è definitivamente di tipo ideologico, in spregio a quella "scienza obiettiva" che ipocritamente dice di difendere. Raccolte infatti e in certa misura ordinate le citazioni da Marx - a dimostrazione della chiarezza di idee di questi sulla esistenza di un preciso modo di produzione, distinto da quelli della successione enumerata nel Manifesto (e relativa all'occidente capitalista) - Wittfogel passa ad esaminare i modi di strutturarsi delle formazioni sociali ad esso corrispondenti. Già in questo passaggio e nel corso della lunga esposizione però l'ideologo abbandona la "nozione" (ovvero il metodo) marxista di determinazione dialettica della sovrastruttura sociale da parte della struttura economica, per scambiare quella per questa, facendo del dispotismo orientale un assoluto, un'entità strutturale a sé stante. Certe somiglianze sovrastrutturali diventano sufficienti ad assimilare la Russia e la sua storia a quella di paesi come la Cina o l'India. Sparisce così la base di determinazione reale - il rapporto dell'uomo con le condizioni della produzione - e le differenze fra comunità asiatica e comunità slava (peraltro considerate da Marx ed Engels) svaniscono.

La "sottile manovra" ha uno scopo: la conclusione del lavoro che è tutta sua e forse di politici alla Kissinger.

L'occidente, ovvero la democrazia, deve difendersi da questo mostro che è il...

sistema di schiavitù generale (di Stato) fondato sull'industria. (12)

Lungi dall'essere una nostra illazione, lo scopo è dichiarato dallo stesso autore. (13)

Di fatto si verifica che un ex-comunista, abbracciata la causa del fronte occidentale dell'imperialismo, non sa o non vuole (nonostante i suoi titoli e i suoi meriti di studioso) riconoscere la natura capitalistica della controrivoluzione in Russia e presenta la realtà attuale di questo paese come un nemico immanente e diabolico delle libertà democratiche di fronte al quale qualunque cosa (leggi il capitalismo occidentale) è preferibile, fornendo così nuovo materiale ideologico alle campagne belliciste del fronte USA.

All'interno di questo processo di mistificazione ideologica, si assiste poi ad una specifica aberrazione teorica. Non importa se in obbedienza alla operazione ideologica stessa o al metodo che la sottende, di fatto Wittfogel chiama modo asiatico di produzione la combinazione di rapporti di produzione che stanno alla base delle formazioni asiatiche, ostentatamente ignorando il fatto che combinazioni diverse degli stessi rapporti di produzione sono alla base di moltissime formazioni sociali precapitalistiche africane e soprattutto sono alla base della forma slava, simile si, ma non certo assimilabile alla forma asiatica. D'altra parte è questa "aberrazione" che consente all'autore di affasciare tutto sotto l'etichetta di dispotismo asiatico nell'ambito dunque delle sovrastrutture. (14)

Ritorno e conclusione sulla Russia

Ci pare sufficientemente chiaro, a questo punto, che le peculiari caratteristiche della contemporanea formazione sociale russa, pur scontata la sua natura fondamentalmente capitalistico-borghese, sono tali da non poter essere trascurate nella definizione delle linee tattiche e - più ancora - di comportamento politico delle forze del partito di classe in quel cruciale paese. Riteniamo che tali peculiarità si facciano particolarmente sentire nelle repubbliche periferiche e più orientali dell'Unione, delle quali si sa ben poco "quaggiù".

Col che si aggiunge qualcosa a quanto già affermato nel Progetto di Tesi per la periferia. Là abbiamo sostenuto che è compito delle avanguardie dei paesi periferici fornire i dati necessari alla definizione più precisa delle caratteristiche delle diverse aree geo-politiche e delle conseguenti linee di azione del partito rivoluzionario. Ora crediamo di aver fornito elementi sufficienti a concludere che questo lavoro di definizione, puntualizzazione e approfondimento va fatto anche nei e per i centri del capitalismo imperialista, le cui formazioni sociali non sono affatto sovrapponibili, a meno di indegne approssimazioni.

Per rispondere subito a quei tali che fanno della polemica con coi e con le nostre frasi il motivo e l'oggetto del loro scrivere, riaffermiamo i tre punti fra loro indissolubili:

  1. nell'era dell'imperialismo il mpc è dominante su tutto il pianeta e informa di questo suo essere dominante tutte le formazioni sociali del pianeta;
  2. le formazioni sociali nell'era imperialista, pur essendo dialetticamente determinate dal prevalere in esse del mpc, non sono identiche e sovrapponibili, differenziandosi sulla base della struttura economica che ne sta alla radice e sulla base della diversa linea di sviluppo seguita, sia sul piano strutturale che sovrastrutturale;
  3. fra le formazioni sociali dell'imperialismo, quella "sovietica" assume caratteristiche particolari che la differenziano da quella europea occidentale, in forza di un diverso processo di determinazione che, se ha portato ad una società in cui la caratteristica predominante è il dominio totale del capitale sulla società e sui suoi membri esso si svolge in forme sovrastrutturali diverse da quelle in cui si svolge nei paesi europei e che devono essere considerate nella definizione delle linee di azione politica rivoluzionaria più appropriate.

Forme precapitaliste originarie

Marx ci ha dato un metodo scientifico di cui armare il nostro "punto di vista di classe", per aprire a questo le prospettive di realizzazione storica, ovvero per dare al proletariato un programma strategico e tattico della propria emancipazione. È di questo metodo, dunque, che ci dobbiamo servire, e non di sentenze isolate dei maestri su questo o quel punto, se insufficienti a dar ordine ai fatti o, peggio, se ad esse dovessimo piegare l'interpretazione dei fatti.

Riassumendo il contenuto delle diatribe poc'anzi accennate fra accademici (etnologi, antropologi e sociologi), esse si fondano (quando i suddetti si richiamano più o meno legittimamente al marxismo) sul fatto che, da una parte, nella Prefazione del 1859 alla "Critica dell'economia politica", Marx scrive che:

A grandi linee i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese-moderno possono essere definiti le epoche progressive della forma economica della società.

Dall'altra, e in vari scritti, (15) descrive altri modi di produzione (germanico, mercantile semplice) e fornisce elementi per la definizione di almeno due linee evolutive. In altri termini, a colpi di citazioni, si può "dimostrare" tanto che Marx sosteneva una visione unilineare dello sviluppo sociale (comunismo primitivo, schiavitù, feudalesimo, capitalismo, comunismo), quanto che riconoscesse la multilinearità dello stesso. (16)

Dalla riportata citazione di Marx dalla Prefazione, sembrerebbe che la successione si riferisca a "modi di produzione". Infortunio di forma, certamente: fondamentalmente per Marx, prima che per noi, modo di produzione è una cosa, formazione sociale (che è l'elemento che entra in qualunque pretesa successione) è un'altra. Che cosa si debba intendere per l'una e per l'altra, lo abbiamo già brevemente esposto sopra.

Per dare ordine dunque alle questioni, metodologiche e di sostanza, fissiamo ciò che allo stadio attuale degli studi etnologici e antropologici risulta assodato.

Ricordiamo innanzitutto che il rapporto fra gli uomini e i mezzi della loro produzione è stato dettato sin dalle origini da una serie di fattori materiali concomitanti quali la densità della popolazione sul territorio, il clima e l'ambiente floro-faunistico che gli corrisponde, le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, altimetria, idrografia, ecc.

Premesso che l'uomo, animale gregario per eccellenza, ha iniziato la sua marcia verso il dominio della natura, a partire da una organizzazione primitiva a carattere comunitario (comunismo primitivo) - e ogni nuova scoperta non fa che avvalorare questo dato - è già all'interno di questa che, sulla base dei fattori materiali suddetti, iniziano a delinearsi le forme che prenderà la successiva disgregazione della comunità.

Dal rapporto fra numero di uomini e territorio a disposizione oltre che dalla morfologia del terreno e dalla vegetazione dipende con tutta evidenza la possibilità che una comunità si orienti verso le nuove forme agricole del proprio sostentamento e la relativa stanzialità, piuttosto che verso la continuità di un economia di caccia e raccolta. "Prima ancora", da quegli stessi fattori materiali dipenderà l'importanza che la economia di rapina riveste nel sostentamento complessivo della comunità. Non mancano gli studi specialistici delle interrelazioni fra le tecniche produttive e le forme di divisione del lavoro (su base sessuale e/o fra famiglie) in comunità primitive contemporanee o non, che confermano questa impostazione. (17)

Più abbondanti ancora sono quelle relazioni di ricerca scientifica nelle quali, sebbene gli autori si guardino bene dallo studiare i nessi fra i dati emersi e i fattori noti, non è difficile rintracciarli, senza che peraltro sia possibile dar sostegno a ipotesi che neghino il nostro metodo. (18)

È del tutto sbagliato supporre dunque che dalla comunità primitiva si sia sviluppata solo e ovunque la società schiavista, alla quale si sarebbe dipartita la ulteriore successione sino al capitalismo e al socialismo avvenire.

La comunità asiatica è figlia della comunità primitiva quanto le è quella germanica o quella greco-romana o, ancora, quella slava.

Nell'abc del materialismo storico sta la ovvia osservazione che può cessare il nomadismo e succedervi lo sfruttamento ciclico di una stessa area abbastanza fertile, solo quando vi è una sicurezza totale di indisturbato soggiorno dei lavoratori consumatori, dalla lavorazione e semina al raccolto. (19)

Bordiga

Aggiungiamo ciò che altrove Bordiga osservò: che tale sicurezza poteva essere anche prodotto dell'attività militare-difensiva della comunità. Resta il fatto che certe condizioni devono essere date perché il passaggio da una forma all'altra della produzione avvenga in quei termini e non, per esempio, dal nomadismo di caccia e raccolta al nomadismo pastorale degli Unni.

Poi le stesse forme dell'insediamento stabile su una "area fertile", originariamente ancora genericamente comunitarie, dovendo soddisfare le suddette condizioni, trovano soluzione storica diversa, che solo inveterati ideologi reazionari possono negare per "avvalorare" in modo canagliesco i propri schemi precotti.

Bordiga, nell'opera citata, prende in considerazione tre modelli (latino, germanico, slavo) con una perentoria avvertenza:

Dobbiamo dunque vedere quali sono le forme organizzate in quei tre modelli - di comodo, si capisce, per noi dilettanti creatori di schemi tipici! (20)

È chiaro che altri possono essere esistiti per Bordiga, che qui tratta d'altro. Pur se ancora da dilettanti semplificatori, aggiungiamo quello asiatico. Potremmo aggiungere quello centroafricano, ma a nostri fini sarebbe una pedanteria poiché dei rapporti diretti dell'uomo con i mezzi della produzione parliamo e non delle ulteriori forme di organizzazione sociale che quei rapporti contribuiscono a determinare.

La forma latina

La forma latina è caratterizzata dal possesso individuale della terra da parte dell'individuo, il pater familias che si è imposto nella primitiva gerarchia sociale a seguito del processo di ordinamento della vita associata nel quale regolazione economica e regolazione sessuale si intrecciano. Ma il libero produttore è tale alla sola condizione - in quella certa combinazione di fattori geografici, climatici, di densità, ecc. - che la sua comunità possa difendere il proprio territorio, nel quale rientra quale vestigia del passato comunismo, l'ager publicus.

La comunità composta da famiglie si organizza perciò dapprima militarmente - come sistema bellico e militare, e questa è una delle condizioni della sua esistenza come proprietaria; quanto più poi la tribù si allontana dalla sua sede originaria [le prime conquiste fuori dai "sette colli" - ndr] e occupa territorio altrui, e quindi si viene a trovare in condizioni di lavoro sostanzialmente nuove nelle quali si sviluppa di più l'energia del singolo - sicché il carattere comunitario della tribù si presenta e deve presentarsi prevalentemente come unità negativa verso l'esterno, tanto più sono date le condizioni per le quali il singolo diventa propietario privato del territorio - di una sua certa parcella - la cui lavorazione particolare spetta a lui e alla sua famiglia. (21)

Marx

-

Essere membro della comunità rimane qui un presupposto per l'appropriazione del territorio, ma come membro della comunità il singolo è proprietario privato [e] presupposto della continuità della comunità è il mantenimento dell'uguaglianza fra i suoi liberi self sustaining paesants (contadini economicamente autosufficienti) e il lavoro personale come condizione della continuità della loro proprietà. (22)

Il passo immediatamente successivo e conseguente nel costituirsi di questa comunità è l'utilizzazione della guerra oltre che come mezzo di appropriazione del territorio, ovvero della condizione "naturale" della produzione, anche come mezzo di appropriazione di schiavi, quali strumenti di produzione, altrettanto privati quali la terra. La cosiddetta "società antica" o classica è sinonimo di modo di produzione schiavile, in quanto - a differenza di altre forme sociali dove pure la schiavitù è presente - gli schiavi rappresentano "una delle condizioni della produzione" (23) del proprietario fondiario. La schiavitù è divenuta ben presto la base della forma classica della comunità.

L'altra essenziale caratteristica della forma classica, correlata ai rapporti fra comunità e famiglia, ovvero fra famiglia e territorio della comunità, è la concentrazione nella città. La comunità di liberi proprietari si identifica con lo Stato perché lo Stato ne è anche il presupposto.

È attraverso questa semplice concentrazione - nella città in quanto centro della vita rurale, domicilio del lavoratore agricolo, e al tempo stesso centro delle azioni militari - che la comunità come tale possiede un'esistenza esterna, distinta da quella dei singoli. (24)

La comunità germanica

La comunità germanica invece non si concentra nelle città. La densità del popolamento e il territorio non consentono il formarsi...

dei grandi agglomerati delle calde rive mediterranee [...] e le tribù già nomadi si fissano in genere in piccoli villaggi.

Bordiga

Qui la comunità, considerata anche solo esternamente, esiste unicamente attraverso la riunione periodica dei suoi membri, sebbene la sua unità a se stante sia posta nella discendenza, nella lingua, nel passato e nella storia comuni.

La comunità si presenta dunque come riunione, non come unione, come unificazione i cui soggetti autonomi sono i proprietari fondiari, non come unità. (25)

Marx

Qui l’ager publicus non si presenta come "resistenza economica particolare dello Stato, accanto ai proprietari privati" come presso i Romani. Esso invece si presenta come integrazione della proprietà individuale. In sostanza, presso i Germani:

non è la proprietà del singolo che si presenta mediata dalla comunità, ma è l'esistenza della comunità e della proprietà comune che si presenta come mediata, cioè come relazione reciproca dei soggetti autonomi.

La guerra è quindi condotta dalla riunione degli autonomi proprietari, ma è prevalentemente guerra di rapina o di difesa, molto più raramente di conquista. Ma anche nella conquista si riproduce la comunità con le sue caratteristiche. La schiavitù non rientra nella dinamica "naturale" di questo tipo di comunità, che - una volta conquistati i territori imperiali - dovrà venire a sintesi con la sfasciata comunità classica nelle forme particolari del feudalesimo e della servitù della gleba.

In entrambe queste società, classica e germanica, la produzione comunitaria e il comunitario sfruttamento del suolo come condizione della produzione, si sono disgregate nel senso della privatizzazione del suolo e della autonomizzazione del produttore.

Altrove è successo altrimenti. Nella forma “asiatica”, la comunità rimane il presupposto e la condizione della produzione, in forza delle condizioni materiali in cui essa avviene. La gerarchia che originariamente si stabilisce all'interno della comunità è regolata dalle necessità di cooperazione dei membri in attività ad alto contenuto di lavoro associato che richiede una organizzazione, una guida.

Laddove i presupposti della produzione continuano ad essere il lavoro associato, laddove cioè la produzione diretta dei mezzi di sostentamento individuale è possibile solo tramite la cooperazione nel lavoro - e ciò può essere dovuto alla necessità di grandi lavori idraulici, come dalle difficoltà che presenta la lavorazione del suolo a causa delle caratteristiche pedologiche - la comunità sopravvive nelle forme sublimate del suo autocrate militare o religioso. I Sumeri si distinguono dai Cinesi, in quanto nei primi la comunità di villaggi rimane autosufficiente anche in piccole dimensioni, mentre fra i secondi i grandi lavori idraulici richiedono la cooperazione dei villaggi su estensioni amplissime. A ciò sarà correlato il diverso modo di presentarsi della o delle autorità supreme, il diverso modo di articolarsi degli Stati, i loro diversi gradi cli centralità. Comune resta la caratteristica fondamentale della autosufficienza produttiva del villaggio, fatti salvi i grandi lavori, sia sul piano agricolo che su quello artigianale.

Gli uomini della comunità "asiatica" istituiscono con la terra...

un rapporto istintivo come con la proprietà della comunità, e della comunità che si produce e riproduce nel lavoro vivo. (26)

Ad essi sfugge però il concetto stesso di proprietà.

Il rapporto con la unità di comunità e terra, perché istintivo, emerge nelle più svariate forme mistiche, para-religiose.

L'effettiva appropriazione attraverso il processo di lavoro avviene attraverso questi presupposti (individuo membro della comunità) i quali non sono a loro volta un prodotto del lavoro, bensì figurano come suoi presupposti naturali o divini. (27)

È in forza di ciò che sulla comunità può sovrastare il potere di un satrapo, monarca o despota.

In questa formazione le vestigia del comunismo primitivo sono addirittura macroscopiche a livello del villaggio, che rimane l'unità produttiva solidalmente responsabile del tributo in lavoro e in natura che essa deve allo Stato nella figura dell'imperatore (o faraone o Inca...) o dei suoi funzionari, in cambio delle funzioni organizzative centrali che ha lo Stato-despota in quanto espressione della comunità.

Lo Stato o il despota possono essere considerati proprietari di tutto il suolo della comunità, sul quale gli uomini del villaggio figurerebbero come servi fornitori di tributi e di corvée, solo nell'ottica borghese o più generalmente eurocentrista, incapace di cogliere la sostanza che si cela dietro le apparenze. Ma che i "servi" percepissero non la servitù, bensì l'esser parte dell'unità produttiva che è la comunità di villaggio e, più in là, nazionale, è dimostrato dal fatto che in 3 mila anni di storia cinese le rivolte contadine non puntassero ad un rivolgimento dei rapporti ma al loro riassestamento a seguito di turbative intervenute (negligenza nelle funzioni organizzative centrali, idrauliche o meno, indebolimento dello Stato per le lotte di palazzo, ecc.).

Altrimenti il corso storico è stato segnato dalle lotte fra dinastie, e dai processi di unificazione o di frammentazione. La percezione di sé non è certo l'essere, si potrebbe obiettare. È vero, ma è anche un fatto che solo chi è stato libero o conosce la "libertà" - seppure d'altri - può riconoscere la propria condizione di servitù. Non esistono, nella formazione asiatica, "liberi" che non siano ingranaggi dello Stato e, come tali, del tutto interni a quel medesimo rapporto fra individuo e comunità, così esclusivo e caratteristico.

Neppure loro, dunque, sono liberi, o autonomi soggetti nel rapporto con le condizioni della produzione, come poteva esserlo l'artigiano nella società feudale europea. Tanto esclusiva è la relazione fra la comunità e la terra quale condizione della sua produzione e della sua sopravvivenza, tanto totalizzante diventa il rapporto fra la singola unità produttiva di villaggio e la comunità-Stato, che ogni altra componente della complessiva produzione e attività sociale che tenda a sfuggire all'isolamento della unità (artigiani, mercanti) è del tutto subordinata allo Stato stesso, che nei millenni impedirà loro ogni autonomo sviluppo centrifugo. Rimane dunque:

l'unità autosufficiente di manifattura e agricoltura su cui poggia la forma asiatica. (28)

Queste sono le condizioni della eccezionale stabilità di questa forma, venuta a cessare per "influssi completamente esterni" (29) (conquista romana in Egitto, colonizzazione inglese in India, penetrazione forzata del capitale in Cina) e della sua sostanziale diversità dal feudalesimo europeo.

La forma slava

Nei Gründrisse, (30) Marx la cita come derivazione di quella orientale da una parte e come particolare sviluppo delle medesime premesse dall'altra. La premessa è la proprietà comunitaria del suolo.

Questo tipo di proprietà comunitaria nella misura in cui si realizza effettivamente nel lavoro può poi assumere questi aspetti: o le piccole comunità vegetano l'una accanto all'altra in reciproca indipendenza, e il singolo lavora indipendentemente con la sua famiglia sul lotto assegnatogli (un determinato lavoro destinato, da una parte, alla riserva collettiva, assicurazione, per così dire, [dall'altra] a fronteggiare le spese della comunità in quanto tale per la guerra, il culto, ecc.; è qui che troviamo per la prima volta il dominium signorile nel senso più originario, ad esempio nelle comunità slave, in quelle rumene, ecc.. È qui il passaggio al lavoro servile ecc.); oppure l'unità può estendersi fino a rendere collettivo il lavoro stesso che può diventare un sistema formale come nel Messico, nel Perù in particolare, presso gli antichi Celti e alcune tribù indie. Inoltre il sistema collettivo all'interno dell'ordinamento tribale può assumere prevalentemente l'aspetto per cui l'unità è rappresentata da un capo della famiglia tribale oppure dalla relazione fra i capi della famiglia. Corrispondentemente si ha allora una forma o più dispotica o più democratica di questa comunità. (31)

Engels, da parte sua ne Le condizioni sociali in Russia (32) sembra presentare le forme russe come gli antecedenti di quelle asiatiche, del dispotismo asiatico di tipo indiano o cinese. Che grandi affinità esistano è un fatto, come è un fatto che l'assolutismo zarista sia più simile a quello dell'imperatore cinese che all'assolutismo di Luigi XVI di Francia.

Le differenze che permangono sono però già indicate in Marx: in un caso la comunità si identifica nel villaggio o nel piccolo gruppo di famiglie fra le quali vengono divisi i lotti in assegnazione; nell'altro la comunità si estende sino a comprendere la popolazione di un vasto territorio che mantiene le forme collettive del lavoro stesso, villaggio per villaggio nella coltura agraria, abbracciando l'intera popolazione nelle grandi opere idrauliche o civili.

Non è qui luogo di discutere oltre le implicazioni di queste differenze nel corso storico che le suddette comunità primitive hanno subito. Basti sottolineare le più evidenti: un maggior dinamismo e una maggior apertura agli influssi esterni in un caso (forma slava), una maggiore stabilità (immutabilità) e una maggiore impermeabilità nell'altro (forma "asiatica"). Che poi tali differenze (ed altre all'interno di questi "schemi") siano da imputare non tanto a presunte inclinazioni psico-sociali innate negli uomini, ma a precise e riconoscibilissime condizioni naturali della produzione e della vita, è per noi talmente ovvio che lasciamo al lettore di studiare i nessi nei particolari.

A questo proposito va osservato che se troviamo nei maestri alcune contraddizioni o se, ancor più facile, non troviamo puntuali descrizioni di tutte le forme primitive, è per due ragioni essenziali. La prima è che lo scopo di Marx ed Engels, come peraltro di quanti sono seguiti, non era scrivere la scienza antropologica o paleo-etnologica, ma semmai di gettare le fondamenta metodologiche di essa. La seconda è che certi dati e certe conoscenze non erano ancora noti e gli studi in materia erano solo agli inizi. Non si abbandona, bensì si rafforza il marxismo, se si correggono alcune affermazioni specifiche che non avevano implicazioni sulla sostanza del contesto e delle tesi sostenute. E se noi ci permettiamo di fare il punto anche su queste è perché possono avere importanti implicazioni nella successiva elaborazione di piani politici. Né va mai dimenticato che il “marxismo-leninismo” della controrivoluzione russa e terzinternazionalista non ha esitato a sfruttare certe insufficienze di Marx e di Engels per demolire sistematicamente la sostanza del metodo marxista e del materialismo dialettico, in un'operazione propriamente ideologica di autodifesa. Ha sedimentato così in molti pretesi marxisti aberrazioni sia di metodo che di sostanza che vanno a giustificare oggi ogni genere di bestialità sulla natura del periodo attuale e sulle sue prospettive.

La famosa "successione"

Ci pare di aver fornito elementi sufficienti a ritenere che Marx non considerasse il feudalesimo prodotto di semplice trasformazione della forma classica, o latina. Il feudalesimo europeo è invece il prodotto della inserzione, per schematizzare all'estremo, della forma germanica che i barbari portavano con sé nelle condizioni oggettive della produzione che essi trovarono nell'impero romano in disfacimento.

La genesi del feudalesimo in Europa fu dovuta al crollo concomitante e "catastrofico" di due distinti modi di produzione precedenti: fu la ricomposizione dei loro elementi dissociati a liberare la sintesi feudale propriamente detta che, proprio per questo, conservò sempre un carattere ibrido. (33)

Si legge in apertura di uno studio serio del problema, sebbene scritto da un sospettabilissimo "new left member".

È anche per questo che, come vedremo meglio, non si può scambiare il feudalesimo con altre sopravvivenze nei paesi periferici.

Qui interessa osservare che dalla comunità primitiva al feudalesimo non si passa attraverso la sola forma classica, ma per fusione di questa con un'altra che nello schema di successione unilineare manca del tutto.

La forma asiatica e la forma slava, prodotti del dissolvimento della comunità primitiva, sfuggono anch'esse a tale schema. Questo è il primo dato che smentisce qualunque ipotesi e prospettiva politica che presupponga come universalmente valido lo schema unilineare. Quanti volessero riassumere tutto il corso storico dell'uomo sul pianeta e le sue prospettive nella visione unilineare dello sviluppo dalla comunità primitiva al comunismo, rispetterebbero forse alcune citazioni isolate, prese qua e là, di Marx, demolendone però il metodo alla sua stessa base, che è il riconoscimento delle condizioni oggettive e materiali della sopravvivenza e quindi della produzione umana quale base di determinazione delle relazioni economiche e sociali all'interno delle comunità.

Ma dove vanno queste due forme, asiatica e slava? L'una sopravvive per secoli e secoli, pressoché immutata sino ad essere annientata nella sua ossatura produttiva dalla penetrazione capitalistica, venendo a forzata sintesi con essa (sintesi nelle sovrastrutture). L'altra, più dinamica e permeabile, come si è visto, sopravvive a lungo nelle forme del mir lasciando spazio però a evoluzioni successive verso la proprietà familiare, comunque impura, sotto la diretta influenza delle comunità europee all'ovest, del nascente capitalismo europeo. Sarebbe arrivata al capitalismo senza queste influenze dirette (o diretta penetrazione) dall'ovest? Domanda oziosa con risposta impossibile: come ipotizzare una comunità umana del tutto isolata dal resto del mondo, quando già il modo di produzione capitalista informa di sé i commerci internazionali (export dei suoi prodotti, import per le sue imprese) e lancia in tutte le direzioni i suoi messaggi allora rivoluzionari.

In Russia al momento della riforma del 1861 le comunità originarie sono del tutto degenerate -- ricordano Engels e Bordiga -- Hanno perduto la autonomia perché sono tributarie [...] Hanno abbandonato la comunione vera di lavoro e di consumo poiché anche alla maniera germanica, hanno smistata la grande azienda comune in tante piccole aziende familiari [...] (34)

Fra i contadini e le rispettive aziende si era stabilita una grande differenza di condizioni sulla cui base si era già affermato il modo di produzione mercantile semplice, anche in regioni lontane dalle vie dei commerci con l'occidente. Ma non basta la presenza di questo a garantire l'avvenire capitalistico borghese di una collettività - ci ha insegnato fondamentalmente Marx. Di fatto il capitale europeo ha "sfondato".

Essenziale è che le comunità asiatiche (nonché africane) e slave pervengono al capitalismo senza la schiavitù quale modo di produzione e senza il feudalesimo. Lo schema sottostante può rappresentare, molto schematicamente appunto, il corso della storia reale delle formazioni umane, sino al capitalismo.

Feudalesimo?

E veniamo ad un nodo centrale teorico e politico. Le attuali sopravivvenze nella periferia di modi di produzione e di rapporti sociali sono in qualche modo definibili "feudali"? No, assolutamente. Non neghiamo che possa essere sfuggito anche a noi, qua e là, in articoli sulla nostra stampa o nelle polemiche politiche questo termine, per indicare genericamente tali sopravvivenze. Ma non potremo certo essere imputati di aver derivato dall'uso improprio di una parola sin troppo comune, posizioni politiche aberranti rispetto ad una corretta interpretazione dei rapporti fra le classi e fra la situazione attuale e le prospettive. Né abbiamo mai teorizzato in qualche modo la natura specificamente feudale (o semi-feudale - come alcuni furbamente dicono) di certe situazioni, per giustificare posizioni nazionalistico-borghesi nel programma politico. Più semplicemente abbiamo usato un termine generico per connotare situazioni di generica arretratezza.

Puntualizziamo ora la questione. Coloro che insistono in questa definizione delle situazioni di arretratezza economica e sociale lo fanno all'interno di una manovra ideologica che vuole giustificare posizioni oggi reazionarie sotto la veste "comunista". Il "marxismo-leninismo" di matrice staliniana ha fatto scuola.

Se situazioni feudali sopravvivono, all'interno dello schema unilineare della successione, non si può passare al socialismo senza prima averle eliminate nel processo di crescita del capitalismo in quei paesi.

Il proletariato industriale con le sue rappresentanze politiche (P.“C”. vari) deve allora stabilire quelle alleanze che meglio consentono questa operazione, prioritaria rispetto alla rivoluzione di classe operaia, con gli strati di classe o con le classi che sarebbero direttamente interessate a "battere il feudalesimo".

Questo il contenuto di fondo delle elaborazioni "teoriche" a giustificazione di politiche che è poco definire opportuniste. I partiti "comunista" e "socialista" del Nicaragua, il PCI-(M) in India e quant'altri sono aperti sostenitori di queste linee, ma altre "più a sinistra" non disdegnano di attingervi.

Qui il falso è triplice. Il primo è che la borghesia nazionale o la piccola borghesia possa comunque svolgere un ruolo in qualche modo rivoluzionario nell'epoca dell'imperialismo. Ne abbiamo detto abbastanza in centinaia di scritti. Accontentiamoci qui di sottolineare che questa ipotesi assegna al capitalismo un ruolo tuttora progressivo nel mondo; in spregio alla stessa III Internazionale che nei suoi validi primi due Congressi dichiarò essere da tempo aperta (1919!) al mondo l'era della rivoluzione proletaria e chiusa l'epoca del rivoluzionarismo borghese.

Il secondo falso ideologico è che di feudalesimo si tratti.

Il feudalesimo viceversa è finito e sepolto ovunque perché sepolto in Europa e in Giappone, dove era confinato. Le sopravvivenze precapitalistiche sono di altro genere, che poco ha a che fare con il feudalesimo, nonostante certi dati quantitativi quali possono essere la estensione di terreni sui quali lavorano grandi masse di contadini. Il fatto che questa mano d'opera venga pagata magari in natura per il lavoro che svolge nei latifondi, a latere del lavoro sui magri campicelli in suo possesso, non ha nulla a che vedere con una situazione feudale.

Innanzitutto non di corvée come tributo istituzionale di lavoro si tratta, bensì di supersfruttamento imposto dalle condizioni di estrema miseria in cui questi piccoli contadini sono gettati dalla dominazione sul mercato dei prodotti della grande azienda.

Secondariamente, il loro lavoro non costituisce un tributo al feudatario quale pluslavoro da esso consumato, bensì è il lavoro a costo irrisorio che entra nel meccanismo della produzione-accumulazione capitalista (queste grandi aziende lavorano per il mercato capitalistico producendo un profitto ed una rendita che rientra per lo più nei circuiti del capitale finanziario internazionale).

In terzo luogo anche là dove sopravvivono (almeno fino a 20 anni fa) situazioni in cui una classe dirigente continua a percepire un tributo in prodotti agricoli dal contadiname (alcune zone dell'Africa) (35) ciò è reso possibile dal fatto che queste classi hanno preferito mantenere in vita i vecchi rapporti tributari per poter immettere il relativo gettito nei circuiti commerciali internazionali, piuttosto che forzare una possibile trasformazione delle terre della collettività in latifondi capitalistici.

Non è un caso che simili soluzioni siano state trovate dalle oligarchie delle zone di "media arretratezza". Non in Egitto, per esempio, dove le antiche comunità di villaggio (parliamo dell'Egitto arabo naturalmente) sono state completamente incorporate nel nuovo ordine del capitalismo agrario periferico. E neppure nelle zone dell'Africa Nera dove le originarie formazioni precapitalistiche non erano abbastanza evolute all'uscita dalla dominazione coloniale.

È un ulteriore dimostrazione, come giustamente osserva S. Amin (36), del fatto che certe particolari combinazioni delle forme di proprietà e di sfruttamento della terra nei paesi periferici risentono fortemente delle scelte politiche delle passate dominazioni coloniali e delle attuali borghesie nazionali. È questo un elemento che tenevamo presente nello stendere la Tesi 3 che ai compagni di Comunismo non pareva corretta perché attribuisce la permanenza di rapporti precapitalistici (superficialmente da noi chiamati in quel testo "patriarcali") anche alla loro funzionalità al dominio imperialistico.

La situazione che si verificò invece al momento della colonizzazione dell'America Latina può essere a fatica definita "sistema feudale" in quanto i conquistadores si appropriano privatamente delle terre legando con la forza ad esse le comunità contadine. Fu qui la nascita della figura oggi così imponente del campesino povero o senza terra. Ma ancora forse che il prodotto dei latifondi e del lavoro dovuto dai contadini su di essi, serviva all'uso privato del latifondista? O non veniva piuttosto immesso nei circuiti commerciali prima e finanziari poi? Quella combinazione fra le antiche comunità e lo sfruttamento "mercantile" della terra da parte dei conquistadores fu la base su cui si sviluppò l'originaria borghesia agraria dei paesi centro-sud-americani ad alta presenza indigena (Messico, Perù, Bolivia, Equador, Colombia).

Cosa sopravvive oggi di ciò? Solo la grande proprietà sulla quale lavorano su base salariata (poco conta qui di quanto) quei medesimi campesinos senza terra che lo sviluppo del sottosviluppo periferico ha continuato a fornire in abbondanza.

Feudalesimo e modo di produzione tributario

Ci si può chiedere cosa esiste di comune fra il feudalesimo europeo e le forme precapitalistiche che abbiamo brevemente esaminato, che renda facile agli ideologi borghesi così come ai "marxisti-leninisti" della controrivoluzione, assimilare le une all'altro. Ricapitoliamo.

Feudalesimo

Il signore del feudo è il proprietario, riscuote un tributo in natura e in lavoro sulle sue terre da parte dei contadini servi che possono anche coltivare in proprio piccoli appezzamenti o allevare qualche animale, sempre che il signore non gli estorca a titolo di tributo anche quei prodotti. Il vincolo al signore è di tipo personale, ciò che attenua fortemente i vincoli interni alla comunità di villaggio, peraltro costituitasi a seguito di precisi travagli economici e militari. Il feudatario, a sua volta, è legato al suo superiore e gerarchicamente al re o imperatore solo attraverso un tributo in natura e in servizi (fornitura di appoggi logistici e di armati in caso di guerra, ecc.) mantenendo però la più completa autonomia sul proprio feudo. Insolvenze, tradimenti, scontri fra feudi e tra gruppi di feudatari e il re sono complemento costante dei regni propriamente feudali. Il vincolo ad una autorità centrale è lasco. Ma accanto alla campagna, dove il rapporto tributario domina esclusivo vi è la città che ben presto si accaparra il suo contado strappandolo ai feudatari campagnoli in quelle lotte che resero ricca a tormentata la storia dei Comuni italiani. Il feudo germanico doveva fare i conti con la comunità urbana di tradizione latina.

I liberi si affiancano ai contadini servi e lentamente li sostituiscono. È il dinamismo della formazione medioevale europea.

Forma asiatica e forma slava

Scontate le diversità sopra tratteggiate, è la comunità collettivistica di villaggio che così proprietaria del suolo, versa un contributo al signore militare, religioso o amministrativo, il quale può essere completamente autonomo rispetto ad una qualunque autorità centrale o può essere il funzionario incaricato dell'esazione che andrà tutta al centro dispotico. I diversi casi segnano la diversità delle condizioni naturali della sopravvivenza sulle quali si sono conformate le diverse formazioni sociali, che solo la triste necessità di schematizzare ci ha indotto a raggruppare in quelle dizioni.

Di comune, dunque, c'è il tributo. Ma è possibile per dei marxisti e più in generale sul piano scientifico, astrarre da tutte le altre caratterizzazioni dei modi di produzione per assumere un solo aspetto quale è quello del tributo personale o collettivo e a prescindere anche da questa differenza? Ricordato che un modo di produzione si caratterizza in base ai rapporti che gli uomini intrattengono con le condizioni e con i mezzi della produzione, è evidente che non si può prescindere dai rapporti di proprietà con la terra, quale condizione naturale della produzione.

Quando si lavora su livelli di astrazione, è fondamentale non confonderli, è inammissibile intersecarli caoticamente.

E dunque, se nelle formazioni sociali del passato d'Asia, d'Africa e della Grande Russia, noi troviamo la comunità (di villaggio o nazionale) quale proprietaria del suolo, vale a dire non troviamo la proprietà, nel feudalesimo europeo e giapponese la proprietà è ben privata e personale: del feudatario. Nessuna confusione dunque è possibile fra le sopravvivenze di antichi rapporti all'interno delle attuali formazioni sociali dei paesi periferici e presunti resti di feudalesimo che sarebbero da superare come prioritaria condizioni al "passaggio" al socialismo.

Inoltre è fondamentale considerare che, anche volendo chiamare tributari i rapporti precapitalisti di Asia e Africa, è ben difficile trovarne delle reali sopravvivenze nell'epoca dell'imperialismo, ovvero "post-coloniale", ovvero del dominio del capitale finanziario.

Possiamo considerare a questo proposito due esempi di latifondi, in Asia e in Africa, che qualcuno vorrebbe definire "di tipo feudale".

Il latifondo eritreo era, prima della colonizzazione italiana, possedimento della chiesa copta e di notabili musulmani direttamente espropriati dai colonizzatori e gradualmente passato alla borghesia agraria locale che ha continuato la produzione per l'esportazione. Dal rapporto di "mezzadria" originario su queste terre (che alcuni scambiano erroneamente per rapporto feudale, essendo stato importato dall'esterno cristiano e musulmano) si è da lungo tempo passati ad un rapporto salariato (da mezzadri a braccianti). Accanto a questi latifondi, vi sono in Eritrea grandi estensioni a diverso sistema di proprietà in cui sono evidentissimi i primi passaggi del processo di dissolvimento della comunità primitiva. In particolare il meriet diesa, sulla rivitalizzazione del quale punta il Fronte Nazionale di Liberazione, è il regime in base al quale le proprietà della terra è dell'intero villaggio la cui assemblea ridistribuisce i lotti in assegnazione periodica alle famiglie.

Il latifondo filippino, di cui la presidente Aquino è fra i più ricchi proprietari, è il prodotto della appropriazione coloniale delle comunità barangay primitive da parte degli spagnoli che importarono un sistema di "mezzadria" coatta.

Si trattava più precisamente del lavoro coatto secondo il metodo Van den Bosch già sperimentato con fortuna dagli olandesi sull'isola di Giava: gli indigeni costretti a pagare un'"imposta" al regime coloniale mettendo a disposizione una certa porzione di terra e di tempo di lavoro. Tabacco, indaco e seta, poi ridotte al solo tabacco, erano le colture cui erano costretti nelle tenute così create. Formalmente l'amministrazione coloniale non si preoccupò di decretare la fine della comunità: il suo esaurimento era il prodotto naturale dell'intervento fiscale e dell'economia di mercato. Osserviamo di passaggio che nonostante la forma "tributaria" il sistema non aveva nulla a che vedere col feudalesimo, essendo stato originariamente concepito dagli Olandesi come:

una ben ideata trasformazione di istituti indigeni [di Giava, dove vigeva un modo di produzione tributario prossimo a quello cinese] precedentemente trasfusi nella politica coloniale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. (37)

L'impoverimento conseguente delle famiglie contadine ne allontanò una parte dalla terra, favorendo il formarsi di una prima borghesia rurale indigena fatta dei reclutatori e sorveglianti del lavoro coatto.

La sostituzione degli americani agli spagnoli (fine XIX sec.) ha definitivamente sradicato grandi masse contadine dalla terra, spingendola verso le bidonvilles delle grandi città. Le "riforme" del 1966 e i vari piani di intervento agricolo, arrogantemente volti a favorire gli interessi dei grandi piantatori integrati al mercato internazionale, hanno ulteriormente peggiorato la condizione di piccoli e medi contadini cancellando ogni traccia delle antiche comunità.

In un caso, dunque, i colonizzatori hanno "ereditato" un sistema tributario a fianco di solide sopravvivenze comunistiche e lo hanno trasformato in capitalista (con tanto di accumulazione in forma di aumento del capitale costante). Nell'altro caso i colonizzatori hanno fondato il loro possesso latifondiario sulla brutale coazione al lavoro delle antiche comunità collettivistiche.

Possiamo concludere che, se da un lato i rapporti precapitalistici in Africa e Asia (Giappone escluso) lungi dal potersi definire feudali, sono invece definibili più propriamente tributari, d'altra parte non sono questi a sopravvivere, ma eventualmente certe sovrastrutture amministrative e politiche che gli corrispondevano.

Ciò che invece in alcuni casi, particolarmente in Africa (abbiamo citato l'Eritrea, ma potremmo riferirci alla Tanzania, al Senegal, ecc.) sopravvive sono le forme comunitarie, particolarmente adattate al moderno mercato capitalistico periferico dall'intervento politico dei regimi post-coloniali, essendo i latifondi tutti eredità dello sfruttamento del lavoro coatto sui territori accaparrati originariamente dai colonizzatori per le grandi piantagioni.

Quanto all'America Latina gli antichi modi di produzione indigeni, comunitario-tributari sono stati radicalmente eliminati già nella fase della colonizzazione che ha lasciato in eredità latifondi capitalistici, sempre più esigui strati di piccoli o medi contadini e masse enormi di campesinos senza terra. Il reato è capitalismo industriale periferico.

Meno schemi, più analisi!

Come visto, le eventuali sopravvivenze di rapporti di produzione genericamente precapitalistici interessano solo la campagna e l'agricoltura. È naturale, essendo tutta la produzione extra-agricola sussunta al capitale, anche laddove in alcuni paesi periferici permangono ampi strati formalmente artigiani. È il rapporto che queste marginali sopravvivenze svolgono nel mercato periferico e internazionale che deve interessare la puntuale analisi dei rivoluzionari in questi paesi, perché è tale rapporto a svolgere un ruolo nella determinazione delle sovrastrutture e nella conformazione della società. Ed è la storia del dissolvimento delle antiche collettività autoctone e del rapporto, coloniale o meno, che questi paesi hanno intrattenuto con i centri metropolitani ad influenzare le forme politiche che il dominante modo di produzione capitalistico assume nelle periferie, e più ancora le caratteristiche peculiari della formazione di classe e della vita sociale.

Ma anche quelle che ad uno sguardo superficiale potrebbero apparire come le medesime sopravvivenze di rapporti precapitalistici in realtà si differenziano nella sostanza sulla base dei diversi gradi di integrazione o delle diverse forme di integrazione dei paesi periferici nel mercato capitalista mondiale.

I villaggi ujamaa che Nyerere ha introdotto e generalizzato in Tanzania riproducono gli antichi villaggi comunitari solo nella forma dei rapporti interni: il gruppo di famiglie possiede la terra in comune e in comune la lavora con attrezzi di proprietà comune. Ma ciò non è né socialismo né tanto meno comunismo primitivo: è una cooperativa di produzione del tutto inserita nel mercato e nella dinamica capitalista in quanto acquista dal mercato capitalista attrezzi, sementi e mezzi della sussistenza e produce per il medesimo mercato.

Altrove sopravvivono o si sono ricostituiti le antiche comunità di villaggio o tribali fondate su tutt'altra base: la necessità di sussistenza. È il caso delle zone più disperate del Sahel e di regioni particolarmente isolate dell'Africa centrale o del Sud. In questi casi, ciò che viene meno è l'inserimento di queste situazioni nel tessuto sociale. Si tratta cioè di micro-comunità che, al di là della loro consistenza totale, costituiscono formazioni a sé, del tutto ai margini della vita sociale del paese sul quale pur stanno languendo. Sopravvivenze? In casi rarissimi, interessanti l'etnologia. Il più delle volte si tratta di forzati ritorni ai primordi sotto la spinta della fame e della disperazione indotte dal cinico sfruttamento colonialista prima e imperialista poi.

È evidente dunque che le diverse politiche coloniali nei diversi contesti geografici, economici e sociali nei quali esse sono state applicate hanno generato nel tempo quadri economici e sociali differenti, sui quali ha agito come ulteriore elemento di determinazione il processo di divisione del lavoro a scala planetaria del capitale imperialistico. Ciascun paese periferico, infatti, entra nel mercato mondiale, sia come produttore che come importatore, secondo una o poco più specializzazioni. I processi di delocalizzazione della produzione, scambiati da molti ideologi per decentramento, (38) obbedendo alla tendenza inerente al capitalismo all'allargamento dell'esportazione del capitale, riservano alle metropoli centrali del sistema le attività ad alta specializzazione tecnica e quelle finanziario-amministrative, determinando situazioni particolari e differenti sia sul piano genericamente economico sia sui suoi riflessi sociali, nei paesi periferici.

È così ulteriormente chiarita la necessità già espressa nel progetto di Tesi di passare ad uno studio e ad una definizione precisa delle situazioni economico-sociali dei diversi paesi o aree geo-economiche della periferia. Le Tesi hanno il compito di fissare le linee metodologiche e dorsali di questo studio e della definizione delle linee di azione politica concreta delle forze rivoluzionarie. Alle forze rivoluzionarie presenti e che nasceranno nei paesi della periferia resta il compito di svolgere tempestivamente questo lavoro, una volta d'accordo sulle linee generali.

E rientra nelle linee generali il rifiuto di qualunque schema che si voglia considerare universale, circa le successioni dei modi di produzione, se non quello generalissimo che vuole il socialismo quale unica forma successiva al mpc ormai dominante sul pianeta.

Mauro jr Stefanini

(1) Il documento è stato pubblicato in francese su Revue Communiste n. 5 e in inglese sui numeri 3 e 4 di Communist Review. È disponibile anche la traduzione in spagnolo e in arabo. Ne uscirà presto una edizione in tedesco.

(2) Cfr. Lenin: "Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici?" in Opere, Editori Riuniti 1970, vol. 1, p. 136.

(3) Cfr. Rodinson, Islam e capitalismo, Einaudi 1968, p. 24.

(4) Alcuni riferimenti bibliografici: Rodinson, op. cit., J. Chesneaux, L'Asia orientale nell'età dell'imperialismo, Einaudi 1969; Perry Anderson, Dall'Antichità al Feudalesimo, Oscar Studio Mondadori 1978; H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza 1973; J. Needham, Il passato nel presente della Cina, in La Cina e la storia, Feltrinelli 1975.

(5) Vedi la notevole sintesi di questi passaggi storici in "Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia", in Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, di Bordiga, ed. Il programma comunista a pagg. 37-39 e passim, e in altri scritti di Bordiga.

(6) Cfr. Lenin, Opere, cit. vol. XXVII, p. 305.

(7) Vedi "I nodi economici dello stalinismo" apparso a puntate su Battaglia Comunista dal n. 5/81 al n. 6/82 che verrà presto ripubblicato in volume dalle Edizioni Prometeo.

(8) Lenin, op. cit., p. 306.

(9) Ibidem, p. 314.

(10) Interessanti a questo proposito i vari lavori di Bordiga, vedi p.es. il paragrafo "Base economica e sovrastrutture" in Fattori di razza e nazione nella teoria marxista, lskra, 1976, pagg. 35-40, anche se dissentiamo, e non è una novità, dal forzato funambolismo delle conclusioni, secondo cui in Russia “il modo di produzione storico non può dirsi capitalista, ma potenzialmente proletario e socialista”, ivi, p. 40.

(11) K.A. Wittfogel, Il dispotismo orientale, Sugarco 1980.

(12) Ibidem, p. 746.

(13) Vedi il paragrafo conclusivo dell'opera del Wittfogel, cit., p. 755.

(14) Per quanto riguarda le formazioni africane e le loro similitudini con quelle asiatiche v. S. Amin, L'accumulation è l'échelle mondiale, Paris 1970, trad. ital. L'accumulazione su scala mondiale, Jaca Book 1971, 2° cap., da pag. 169.

(15) Per un'ampia e documentata bibliografia vedi: Marx, Engels, Lenin, Sulle società precapitalistiche, con Introduz. di M. Codelier, Feltrinelli 1970; Marx, Engels, India Cina Russia, a cura di B. Maffi, Il Saggiatore 1976; K. Wittfogel, op. cit.; Introduzione alla sociologia, Quaderni di Terzo Mondo, 15/18 1980, a cura di U. Melotti; U. Melotti, Marx e il Terzo Mondo, Quaderni di Terzo Mondo, 1971 (o Il Saggiatore, 1972).

(16) Cfr. in particolare Melotti, Marx e il Terzo Mondo, quad. 1, pag. 26.

(17) V. ad es. E. Terry, Il marxismo e le società primitive, Samonà e Savelli 1971, pag. 81 e segg..

(18) V. per es. gli articoli di paleontologia e antropologia su quasi tutti i n. di Le Scienze (ed. italiana di Scientific American) o le monografie relative al paleolitico e al neolitico in "Storia Antica, Università di Cambridge"; "Prolegomeni e Preistoria", Il Saggiatore 1972, vol. 1 e 2.

(19) Cfr. A. Bordiga, Russia e Rivoluzione nella teoria marxista, ed. Il Formichiere 1975, p. 84.

(20) Ibidem, p. 86.

(21) Marx, Lineamenti fondamentali della critica del'economia politica (Grundisse). La Nuova Italia 1974, vol. III, p. 99.

(22) Ibidem, pagg. 100 e 101.

(23) Ibidem, p. 117.

(24) Ibidem, p. 105.

(25) Ibidem, p. 106.

(26) Marx, op. cit., p. 96.

(27) Ibidem, p. 97.

(28) Ibidem, p. 119.

(29) Ibidem, p. 121.

(30) Ibidem, p. 125.

(31) Marx, op. cit., p. 98.

(32) Cfr. India Cina Russia, op. cit., p. 290.

(33) Cfr. Anderson, op. cit., p. 18.

(34) Cfr. Bordiga, Russia e Rivoluzione..., cit., p. 108.

(35) S. Amin, op. cit., p. 372.

(36) Ibidem, pagg. 373-374.

(37) Cfr. Mondaini-Cabrini, L'evoluzione del lavoro nelle colonie e la società delle Nazioni, Studi Coloniali, Cedam 1931, p. 89; sulle altre forme del lavoro coatto nelle colonie, ivi, p. 67 e sgg.

(38) Vedi a questo proposito Limiti e contraddizioni dello sviluppo industriale periferico, su Prometeo, IV serie, n. 9.

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